Dopo la Liberazione.

Francesco Fusi - ISRT - Istituto Storico della Resistenza in Toscana

Il difficile cammino di uscita dalla guerra di tre comunità tra Val di Pesa e val d'Elsa.

San Casciano: le rovine della guerra viste da piazza delle Erbe (Archivio La Porticciola)
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“Ancora non ci siamo totalmente ritrovati! Siamo tutt’ora smarriti, siamo come un malato in convalescenza che non trova la via di rimettersi, perché lotta fra la miseria, la sfiducia e la fiducia”. Scrivendo nel settembre 1944 al cardinale Elia Dalla Costa, don Girolamo Barzagli, parroco di S. Andrea a Fabbrica (comune di San Casciano Val di Pesa), descriveva con queste parole lo stato d’animo prevalente tra i suoi fedeli a poche settimane di distanza dalla liberazione. Fiducia per quanto rinasceva dopo il fronte ma al contempo disorientamento per un futuro ancora incerto si fondevano assieme, orientando il giudizio complessivo di coloro che avevano vissuto la guerra e la liberazione nei comuni di Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle e San Casciano Val di Pesa; piccole comunità rurali della provincia fiorentina, chiuse nel loro mite microcosmo agricolo, sulle quali la guerra e il passaggio del fronte avevano pesato in modo particolare.

Divenuti alla fine del luglio 1944 terreno di battaglia aspramente conteso tra tedeschi e alleati in vista della liberazione di Firenze, questi tre comuni a cavallo tra Val d’Elsa e Val di Pesa avevano infatti pagato a caro prezzo questa loro rilevante posizione strategica, tanto che, il grosso delle perdite umane e materiali subite si era concentrato proprio nei giorni del passaggio del fronte, grossomodo tra il 20 e il 27 luglio. Una serie di stragi e stillicidi compiuti dagli uomini della IV Fallschirmjäger Division (tra cui l’episodio più grave a Pratale, con la fucilazione di dodici contadini il 23 luglio) nonché le numerose morti dovute alle operazioni militari avevano insanguinato la valle della Pesa, producendo complessivamente nei tre comuni poco meno di 150 vittime.

Diffuse e capillari devastazioni prodotte in ritirata dai guastatori tedeschi nonché dai combattimenti stessi avevano al contempo straziato le campagne, distrutto strade, ponti e ridotto in macerie i principali abitati, nonché sensibilmente colpito il patrimonio agricolo e zootecnico di queste comunità. Per questo, la liberazione dei tre comuni lasciò in eredità agli amministrazioni post-bellici un’ emergenza che fu anzitutto umanitaria e demografica. Nel comune di Tavarnelle Val di Pesa, dopo la liberazione del 23 luglio, in circa 500 avevano avuto la casa completamente distrutta e 1.400 gravemente sinistrata. A San Casciano, 863 erano le persone che avevano perso la propria abitazione, 1.046 quelle con la casa gravemente danneggiata, mentre 684 ancora nel novembre 1944 vivevano in rifugi temporanei. A questa massa di sinistrati si aggiungeva inoltre un ingente numero di sfollati provenienti da altri comuni: alla fine del 1944 se ne contavano 265 a Tavarnelle, 1.412 a San Casciano e 850 a Barberino. Già prima del fronte molti di questi sfollati erano riparati in luoghi e locali di fortuna, quali cantine e tinaie, e persino in cave e miniere, come era avvenuto ad esempio nella miniera di lignite di Tignano, dove si erano sistemate 6-700 persone. Dopo il fronte, provvedere al rientro di questa popolazione negli abitati, dando un tetto a chi ne era rimasto senza, fu uno dei compiti che tentarono di portare a termine le giunte provvisorie dei tre comuni, col concorso dei locali Comitati di liberazione nazionale (Cln) e sotto la supervisione del governo militare alleato.

All’indomani della liberazione, riattivata la macchina amministrativa, le giunte provvisorie di Barberino, Tavarnelle e San Casciano danno così inizio alle prime riparazioni. In mancanza di materiale edile e di fronte ad un mercato che si caratterizza subito per l’eccessivo aumento dei prezzi, si ordina lo smantellamento delle strutture agricole superflue, come concimaie e magazzini, e il reimpiego dei materiali per consentire le riparazioni più urgenti entro gli abitati distrutti. Parallelamente, si fa affidamento su coloro che hanno avuta salva la propria abitazione, che adesso vengono richiesti di mettere a disposizione anche di altre famiglie di sinistrati. È una corsa contro il tempo quella con la quale si tenta, prima del sopraggiungere del primo inverno di liberazione, di mettere al riparo i senza tetto. Ma i principali abitati sono un groviglio di edifici semidistrutti e macerie sotto alle quali si trovano ancora ordigni inesplosi. Nella totale impossibilità di fare affidamento sull’intervento delle autorità provinciali, in ciascuno dei tre comuni si decide pertanto di iniziare autonomamente l’opera di prima ricostruzione, talvolta adottando, “il sistema di indipendenza dagli uffici burocratici” col quale cioè si pone mano alle riparazioni senza attendere il naturale decorso delle autorizzazioni necessarie  e facendo affidamento su maestranze e manodopera locale. Con questo sistema, nell’agosto 1945 a San Casciano “dei sette ponti completamente demoliti nella rete stradale interna” ben cinque erano già stati ricostruiti, grazie anche all’aiuto prestato “da parte di proprietari e coloni, i quali si sono volontariamente quotati ad offrire trasporti e mano d’opera a titolo gratuito”. D’altra parte, sin dopo la liberazione, tutta la popolazione maschile in età adulta (fatta eccezione dei mezzadri) è stata chiamata al lavoro per gli interventi più necessari, secondo una mobilitazione obbligatoria da cui dipende tra l’altro la possibilità delle famiglie di accedere alla distribuzione dei generi alimentari. Oltre alle macerie, infatti, la fame.

Con l’interruzione della campagna granaria a causa del passaggio della guerra, la devastazione delle coltivazioni e la perdita del patrimonio bovino (diminuito del 16% a Barberino, del 27% a Tavarnelle e del 43% a San Casciano sui valori anteguerra), il sostentamento delle popolazioni locali viene a dipendere principalmente dalle distribuzioni alleate e da quanto si riesce ancora a reperire in zona. In alcune aree, si è costretti a nutrirsi prevalentemente della frutta dei campi mentre, come notano le autorità alleate, “la popolazione vive spesso procurandosi erbe selvatiche”. Le distribuzioni alleate registrano col passare dei mesi ritardi e rallentamenti, dando spesso adito a proteste popolari, come accade a San Casciano quando, alla fine del 1944, le donne del paese scendono in piazza per manifestare di fronte al palazzo municipale. Tocca dunque agli uffici comunali all’assistenza, spesso con quanto messo generosamente a disposizioni da fattorie e mezzadri della zona, organizzare i primi soccorsi, distribuendo cibo, indumenti e masserizie. È una gestione dell’emergenza, questa diretta dalle amministrazioni comunali, che sovente si scontra però con le esigenze delle autorità provinciali, le qual,i spesso con troppa leggerezza, distolgono le residue risorse locali allo scopo di soddisfare la piazza di Firenze. Allo stesso tempo, si tenta urgentemente di ripristinare i servizi medici basilari, a fronte di una situazione che a causa della malnutrizione e della contaminazione delle acque conseguente alla distruzione degli acquedotti e della rete fognaria diviene sempre più urgente. Numerosi casi di febbre tifoide, alcuni letali, si diffondono nelle settimane seguenti al passaggio del fronte, costringendo le amministrazioni a reimpiegare d’urgenza il personale medico disperso a seguito del fronte.

Ma è dirigendo la macchina governativa dei sussidi giornalieri che le amministrazioni provvisorie, tramite il reimpiego degli Enti di assistenza comunali e la costituzione di appositi comitati all’assistenza, tentano di risollevare la popolazione dalla condizione miserevole in cui l’ha spinta la guerra. Sussidi giornalieri di importo variabile sono infatti rilasciati a vantaggio delle categorie più colpite, quali i sinistrati, gli sfollati, i profughi, i reduci dalla prigionia e soprattutto i familiari delle vittime nazifasciste ed i congiunti dei partigiani caduti. Una macchina dell’assistenza che sul piano nazionale, soprattutto sotto il governo guidato da Ferruccio Parri, si adegua ad un ambizioso progetto politico volto a rifondare il paese non solo su nuovi principi politici (l’antifascismo) ma anche su nuove basi materiali di esistenza. Rispondere ai bisogni materiali di cui i superstiti della guerra chiedono soddisfazione alle autorità costituite – come ad esempio fanno le vedove della strage di Pratale in un’accorata petizione inoltrata al comune nel maggio 1945 – equivale a riconoscere ed accogliere il loro diritto materiale “di ritorno alla vita”. Una sensibilità e un indirizzo effettivo che con estrema difficoltà si tenta di soddisfare anche nei tre comuni.

Ponte Argenna - S. Donato

San Donato in Poggio (Tavarnelle Val di Pesa) 1945. Il ponte sull’Argenna in fase di ricostruzione dopo la guerra (Archivio Forconi)

Benché il processo di uscita dalla guerra e di ricostruzione si rivelerà un percorso lungo e difficile destinato a protrarsi negli anni seguenti, sono però i primi mesi successivi alla liberazione che costituiscono per queste comunità e i loro amministratori il momento determinante col quale tentare di risollevare dai disagi della guerra le popolazioni locali. Spesso, si cerca di far ciò attraverso provvedimenti e processi autonomi che mettono in luce, seppur con tutti i limiti del contesto, il protagonismo, la dedizione e l’impegno delle giunte provvisorie. Queste ultime puntano a fare della loro attività di assistenza e ricostruzione un’occasione attraverso la quale sperimentare un rapporto più aperto e partecipativo con le proprie cittadinanze, all’insegna del nuovo clima democratico che si apre dopo il fronte. La volontà della giunta di Tavarnelle di sottomettere la decisione di acquistare un alternatore che consenta il ripristino della fornitura elettrica ad un referendum popolare, che in effetti si svolge nel dicembre 1944 con la partecipazione di circa 200 cittadini, è un esempio significativo (oltreché curioso) di questo nuovo spirito di rinascita democratica.

Anche la ripresa della vita sociale e politica dopo il fronte si indirizza nei tre comuni lungo un percorso pervasivo, benché non sempre lineare, di rinascita democratica. Nelle giunte provvisorie, così come all’interno dei Cln, tra i diversi partiti antifascisti maturano momenti di tensione su questioni di natura politica e amministrativa. In particolare, la capacità di condurre a termine l’epurazione degli elementi collusi col fascismo, se è avvertita dai comitati come spia della genuinità della democrazia che si sta ricreando in Italia, d’altra parte viene però interpretata dai partiti antifascisti con diverso grado di radicalità. Così, mentre nel settembre del 1945 il Cln di Tavarnelle è costretto a rassegnare in tronco le sue dimissioni, perché incapace di operare a fondo quell’epurazione che la popolazione nel frattempo gli richiede, a San Casciano nel giugno 1945, proprio a riguardo di un provvedimento di epurazione, matura una rottura (seppur temporanea) ai vertici del governo locale tra il sindaco comunista Aldo Giacometti e il vicesindaco democristiano Primo Calamandrei; rottura che porta alle dimissioni di quest’ultimo e alla fuoriuscita dal Cln di tutti i rappresentanti della Dc. Tensioni queste – certo sintomo di un fermento democratico dirompente -, che si riflettono inoltre sugli assetti amministrativi esistenti tra il centro e la periferia municipale: dopo il fronte, ad esempio, si registrano infatti da parte di alcune frazioni di comune richieste e istanze a rendersi municipalità autonome, come ad esempio si tenta di fare a San Donato in Poggio e a Mercatale Val di Pesa. Tentativi di trasformazione contro i quali le autorità superiori alleate e italiane intervengono a difesa dei tradizionali equilibri territoriali e amministrativi, al pari di quanto fanno nel frattempo anche sul piano degli assetti politici. In questo campo, alleati e autorità prefettizia sembrano seguire con circospezione e preoccupazione il protagonismo che alcuni esponenti del partito comunista esercitano entro i Cln e i governi locali. Simili indirizzi sono rintracciabili ad esempio in occasione dell’interessamento alleato dimostrato per Ottavio Gimignani, membro comunista del Cln di S. Donato in Poggio, indicato come un “ardente comunista” e ritenuto addirittura pericoloso per la stessa comunità; oppure, in modo simile, orientano l’intervento dell’autorità prefettizia che alla fine del 1944 suggerisce un rimpasto della giunta comunale di Barberino con nomina di rappresentanti democristiani in sostituzione di quelli comunisti. Conflittualità, queste che interessano comunisti e democristiani, destinate poi a infittirsi in prossimità della campagna elettorale per le triplici elezioni del 1946, benché poi gli assetti usciti dalle urne non siano tali da minare ancora l‘unità antifascista esitente tra i due partiti; non almeno a San Casciano, dove  comunisti e democristiani si scambiano pubblicamente reciproche congratulazioni per i piazzamenti riportati all’indomani delle amministrative del 1946. Benché il lungo dopoguerra sia formalmente iniziato, l’ombra del conflitto che si è da poco lasciato alle spalle continua a popolare l’orizzonte comune di queste tre piccole comunità della provincia fiorentina, le cui forze politiche proprio in occasione delle prime elezioni amministrative libere del 1946 danno conto nei loro programmi elettorali di quanto fatto e di quanto ancora resta da fare per un completo ritorno – materiale, morale, sociale e politico – alla normalità.

Manifestazione CGIL San Casciano

Manifestazione della CGIL unitaria a San Casciano nell’immediato dopoguerra (Archivio La Porticciola)

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