Piero Calamandrei: “la Costituzione che cammina”

Francesco Fusi - Isrt

La sua battaglia per l'attuazione della Costituzione e per una democrazia "sostanziale e operante"

(ISRT, Archivio P. Calamandrei, 29.2.5.9)
ISRT, Archivio P. Calamandrei, 29.2.5.9
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Piero Calamandrei: “la Costituzione che cammina”. In questo epiteto calzante coniato nei primi anni Cinquanta del secolo scorso da alcuni suoi allievi e studenti fiorentini, si può ritrovare riassunta tutta l’autorevolezza morale, etica e politica che Calamandrei – giurista, docente universitario e politico (Firenze, 1889-1956) – seppe incarnare nei difficili e turbolenti anni di transizione dal fascismo all’Italia repubblicana. Forniva argomenti a questo popolare giudizio anzitutto il ruolo determinante avuto da Calamandrei entro l‘Assemblea Costituente nel contribuire all’elaborazione della carta costituzionale repubblicana, la quale, dell’apporto teorico del professore fiorentino, risultò poi influenzata in un gran numero di questioni, quali quelle inerenti la forma di governo, i diritti sociali, il ruolo dei partiti, i rapporti fra Stato e Chiesa, i temi della famiglia e dell’indissolubilità del matrimonio, infine l’assetto dell’ordinamento giudiziario. A ulteriore conferma del ruolo fondamentale giocato da Calamandrei nella sistemazione della carta costituzionale, c’era poi da annoverare l’indefesso impegno da lui profuso tra il 1948 e il 1956 nel difendere e diffondere con un numero impressionante di articoli, saggi, discorsi e conferenze il significato e l’importanza di quella stessa Costituzione, ancora in parte inattuata. Due momenti centrali, questi, del più vasto impegno civico e pubblico che Calamandrei portò avanti per tutto il primo decennio del dopo Liberazione nell’immaginare, sostenere e diffondere quell’idea nuova e più autentica di Italia che era scaturita dalla Resistenza e dall’esperienza costituente.

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Il numero monografico de “Il Ponte” dell’aprile-maggio 1955 dedicato alla Liberazione

Non si può non ricordare in tal senso il contributo intellettuale prestato con Il Ponte, la prestigiosa rivista da lui fondata a Firenze nell’aprile del 1945 nel tentativo di ristabilire al di sopra della voragine fascista una continuità spirituale nella storia d’Italia che, quasi riproponendo in pubblico quello che era stato un percorso privato e interiore di Piero, puntava idealmente a unire assieme il Risorgimento alla Resistenza e la Resistenza alla Costituzione. Un intreccio, questo, maturato attraverso un percorso biografico non lineare e pieno di risvolti, ma comunque coerente e meditato, che dall’originaria eredità familiare risorgimentale (quella “antagonista” mazziniana e radicale ricevuta dal padre Rodolfo e quella “patriottico-interventista” vissuta dallo stesso Piero, volontario nel ’15-’18), si era poi dipanato attraverso le delusioni del primo dopoguerra e le difficoltà dell’esperienza antifascista (un antifascismo nel suo caso «non certo eroico», perché speso lontano dalla clandestinità e dall’esilio patiti invece da compagni di lotta quali Salvemini o i fratelli Rosselli, ma comunque vissuto per sua stessa ammissione in modo «costante e senza incertezze», nonostante il giuramento prestato come professore universitario nel 1931 e la tanto discussa partecipazione nel 1939 alla riforma del codice di procedura civile) approdando infine come tappa decisiva alla Resistenza, esperienza da Piero non vissuta direttamente sul campo, ma scoperta e abbracciata idealmente nel 1944 grazie anche al contributo del figlio Franco, gappista nella Roma occupata.

Della Resistenza, d’altra parte, Calamandrei comprese presto l’alto valore morale di rigenerazione nazionale e il suo carattere di cesura in vista di un nuovo regime di libertà, legalità e giustizia, vivendola e sentendola perciò – secondo il giudizio che ne diede Ferruccio Parri – «con una passione più forte, più ansiosa che se avesse potuto parteciparvi» (Il Ponte, ottobre 1956). L’esperienza resistenziale, quindi, come momento di rottura e di riscatto dalla dittatura fascista e dall’oppressione straniera, ma anche come occasione con cui sostanziare in senso rivoluzionario la nascita di quel nuovo e atteso ordinamento costituzionale democratico e repubblicano che, spezzando ogni continuità col decaduto regime monarchico-fascista, Calamandrei vide in parte già prefigurato nella funzione di governo rivoluzionaria dei CLN e sancito per la prima volta de jure nella “costituzione provvisoria” del d.d.l. n. 151 del 25 luglio 1944, col quale il governo dell’Italia libera aveva affidato a una Costituente democraticamente eletta da convocarsi a guerra finita la definizione del futuro assetto istituzionale del paese.

Le grandi speranze nutrite da Calamandrei nella Costituente stavano appunto nell’attesa di poter tradurre in «formule giuridiche» e in un «programma legalitario di rinnovamento democratico» i valori di libertà e eguaglianza per i quali si erano impegnati tutti gli uomini liberi che avevano combattuto durante la lotta contro l’oppressione straniera e la dittatura fascista. Ciò secondo un progetto di democrazia che negli intenti di Calamandrei avrebbe dovuto essere non solo “politica” ma sempre più convintamente “sociale”. Il liberalismo di Calamandrei, grazie anche all’adesione al liberalsocialismo di Calogero e Capitini e al socialismo liberale di Rosselli, aveva infatti assunto negli anni di guerra venature sociali, di modo che in lui «liberalismo» e «socialismo», «libertà individuale» e «giustizia sociale», «diritti politici» e «diritti sociali» erano divenuti un problema solo. Se per Calamandrei gli inalienabili diritti di libertà civile e politica sanciti dalla Rivoluzione americana e francese avrebbero fornito ancora le garanzie attraverso le quali ogni persona avrebbe potuto affermare la propria dignità partecipando in regime di libertà alla lotta politica e alla formazione delle leggi, era però adesso indispensabile inserire tra questi diritti di libertà anche l’affermazione di un minimum di benessere economico, senza il quale – era convinto Calamandrei – i cittadini non avrebbero potuto effettivamente esplicare la propria individualità morale né partecipare attivamente al regime di libertà promesso loro dai tradizionali diritti di libertà politica. Oltre a questi ultimi, dovevano perciò essere garantiti anche diritti di libertà economica (quali il diritto alla casa, allo studio, al lavoro, alla salute, in una parola la libertà dalla miseria) che come conquiste del nuovo ordinamento uscito dalla guerra Calamandrei voleva iscritti nel programma della futura costituzione repubblicana «come affermazioni di diritti insopprimibili al pari di quelli scritti nelle Costituzioni sorte dalla Rivoluzione francese» (P. Calamandrei, Libertà e legalità, 1944).

La vera «prova del fuoco» della Costituente, per Calamandrei sarebbe stata perciò quella di riuscire a tradurre in realtà la proclamazione di questi diritti sociali mediante l’avvio di immediate e profonde riforme strutturali che mutassero in senso più egualitario il tradizionale assetto economico e sociale del paese, il che avrebbe fatto della Costituente «il prologo di una rivoluzione sociale» ancora da venire e della Costituzione il programma di una rivoluzione promessa (Id., Costituente e questione sociale, 1945). La passione con la quale Calamandrei, dopo esservi stato eletto nel giugno 1946 in rappresentanza del Partito d’Azione, operò in sede di Assemblea Costituente affinché le norme programmatiche in discussione, se non proprio dar subito adito a riforme strutturali economiche e sociali, quanto meno fossero in grado di indicare in modo nitido e con lungimiranza la via con la quale conseguire “di fatto” nell’immediato avvenire le agognate libertà individuali politiche e sociali, dovette però scontrarsi come noto col compromesso, «molto aderente alle contingenze politiche dell’oggi e del prossimo domani, e quindi poco lungimirante», raggiunto tra la DC e i partiti social-comunisti attorno alla necessità di rimandare il varo delle riforme strutturali e l’attuazione delle norme programmatiche a uno scenario non prossimo, passibile di divenire sine die. Questo compromesso, che tradiva le aspettative di sostanziale eguaglianza sociale scaturite dalla Resistenza, finiva per dare a molti istituti previsti dalla Costituzione un certo carattere di approssimazione e genericità, soprattutto laddove la proclamazione con formule linguistiche assertive dei diritti individuali politici, civili e sociali contenuti nella prima parte del progetto di Costituzione più che a vere norme giuridiche azionabili e sanzionabili veniva affidata a precetti morali, programmi e propositi «camuffati da norme giuridiche», ma che tali non erano. Intervenendo nella discussione sul Progetto di Costituzione presentato all’Assemblea il 4 marzo 1947, a riguardo di quegli articoli che asserivano di garantire a tutti i cittadini il diritto al lavoro, alla salute, alla pari dignità sociale, all’istruzione, si domandava preoccupato Calamandrei con uno sguardo all’Italia di allora:

Quando io leggo questi articoli e penso che in Italia in questo momento, e chi sa per quanti anni ancora, negli ospedali – parlo degli ospedali di Firenze – gli ammalati nelle cliniche operatorie muoiono perché mancano i mezzi per riscaldare le sale, e gli operati, guariti dal chirurgo, muoiono di polmonite; quando io penso che in Italia oggi, e chi sa per quanti anni ancora, le Università sono sull’orlo della chiusura per mancanza dei mezzi necessari per pagare gli insegnanti, quando io penso a tutto questo e penso insieme che fra due o tre mesi entrerà in vigore questa Costituzione in cui l’uomo del popolo leggerà che la Repubblica garantisce la felicità alle famiglie, che la Repubblica garantisce salute ed istruzione gratuita a tutti, e questo non è vero, e noi sappiamo che questo non potrà essere vero per molte decine di anni, allora io penso che scrivere articoli con questa forma grammaticale possa costituire, senza che noi lo vogliamo, senza che noi ce ne accorgiamo, una forma di sabotaggio della nostra Costituzione! (Id., Chiarezza nella Costituzione, 4 marzo 1947).

La mancata chiarezza di alcune parti del progetto di Costituzione rischiava per Calamandrei di portare al «discredito delle leggi» e all’«incertezza del diritto» che erano stati i tratti distintivi della «falsificazione della legalità» operata dal fascismo. Tuttavia, la disincantata mestizia con la quale Calamandrei constatava la rinuncia della Costituente a introdurre subito le agognate riforme strutturali in forza di una più lenta trasformazione socio-economica da affidarsi ai meccanismi della democrazia parlamentare, non gli faceva però dimenticare che la Costituzione (approvata nella sua forma definitiva nel dicembre 1947 e da Calamandrei totalmente apprezzata per la sua alta qualità etico-politica) tracciava la via con la quale i governi nazionali negli anni a seguire avrebbero potuto attuare con l’attività legislativa ordinaria quei punti programmatici in fatto di riforme socio-economiche delineati nella carta. Riassumeva questo punto il passo di un discorso (non datato, ma antecedente al 1955) intitolato Significato sociale della Costituzione che in quegli anni Calamandrei aveva tenuto agli operai delle Officine Galileo di Firenze:

Occorre procedere a quella trasformazione economica della società che renda possibile la soddisfazione dei diritti sociali. Questo si può fare a caldo, con una rivoluzione violenta, come avvenne in Russia. Ma questo si può fare [anche] a freddo, con una lenta trasformazione democratica. La nostra costituzione ha scelto la seconda via (democrazia parlamentare, pluralità dei partiti, alternanza al potere). Ma scegliere la seconda via, che vuol dire andar piano, ma andare, non vuol dire star fermi. Vuol dire che bisogna fare leggi (che non poté fare la Costituente) ispirate a questo programma di rinnovamento sociale contenuto nella Costituzione. [Una] Costituzione rivoluzionaria nel fine, ma democratica nei metodi […] (ISRT, Archivio P. Calamandrei, 11.3.3).

Ma alla data in cui scriveva queste parole, il programma di rinnovamento sociale racchiuso nella Costituzione era ancora incompiuto. Con l’avvio dell’esperienza centrista e il successo elettorale riportato alle politiche del 1948, la maggioranza a guida DC, infatti, anziché procedere sulla strada dell’adempimento costituzionale aveva deliberatamente deciso di lasciare incompiuti molti aspetti della Carta. Non solo – lamentava Calamandrei – il governo non si era posto sulla strada delle riforme strutturali che avrebbero tradotto “di fatto” le norme programmatiche indicate nella prima parte della Costituzione, ma peggio esso si era deliberatamente astenuto dal portare a compimento anche il varo di quegli strumenti costituzionali di garanzia indicati nella parte organizzativa della Carta (la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, il referendum, l’ordinamento regionale …) che la Costituente aveva potuto solo delineare affidandone l’esecuzione alla prima legislatura repubblicana: «il governo», lamentava nel 1951 Calamandrei su Il Ponte, «non vuole che la Costituzione sia compiuta; non vuole che entrino in funzione gli strumenti per farla rispettare, perché sa che lo costringerebbero a rispettarla» (P. Calamandrei, La Festa dell’Incompiuta, 1951).

L’«incoscienza costituzionale» della classe di governo, che avrebbe fatto della prima legislatura repubblicana (1948-1953) il «quinquennio dell’inadempimento costituzionale», per Calamandrei era il segno del palese tradimento dello spirito di cooperazione democratica lasciato in eredità dalla Resistenza a vantaggio di un progetto di governo a guida DC che il Nostro vedeva assoggettato a una volontà di mera dominazione, come ben esemplificavano il fenomeno dell’ostruzionismo parlamentare di maggioranza e il varo della legge elettorale del 1953, o “legge truffa”, che modificava sostanzialmente il principio di rappresentanza proporzionale sancito nella Costituzione. Se il cospicuo premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale, prova per Calamandrei di scorrettezza costituzionale, alle elezioni del 7 giugno di quell’anno non scattò, fu anche grazie all’apporto in fase di campagna elettorale assicurato dall’esiguo ma battagliero gruppo di Unità Popolare, di cui il professore fiorentino era stato uno dei fondatori. Contro la strumentale polarizzazione politica di quelle consultazioni giocate tra comunismo e anticomunismo e il ricatto elettorale incentrato dalla DC sulla minaccia del «doppio terrore» “rosso” e “nero” (ma in realtà superato nella pratica dalle preoccupanti aperture di credito elettorale concesse in chiave anticomunista dalla DC alla Destra e persino a figure del vecchio fascismo) Calamandrei vide nel fallimento di quell’esperimento di ingegneria elettorale un segno di speranza per la ripresa dell’originario slancio riformatore dei partiti antifascisti, nello spirito che era stato proprio della Resistenza (Id., La Resistenza ha resistito, 1953). Rinasce così in Calamandrei la fiducia che la Costituzione riprenda il suo cammino interrotto e si intensifica perciò il suo impegno personale contro il «disfattismo costituzionale» della maggioranza, contro il tradimento politico della Resistenza, contro lo spirito di «desistenza» che incarna la sfiducia nella libertà e il ritorno del passato autoritario, e infine per l’affermazione della giustizia sociale: tutti aspetti di una sola battaglia in difesa del dettato costituzionale.

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Il resoconto della manifestazione organizzata al teatro Brancaccio apparso su “L’Unità” del 24 dicembre 1954 con al centro la foto di Calamandrei

Contro il progetto di “democrazia protetta” tentato nei primi anni Cinquanta dai governi centristi per “blindare” la Repubblica e restringere con norme ad hoc improntate a una sorta di “maccartismo italiano” la legittimità delle forze comuniste (come nel caso delle misure varate nel dicembre del 1954 dal DC Mario Scelba), Calamandrei insorge, condannando la limitazione dei diritti civili e politici per categorie di cittadini disposte discrezionalmente sulla base dei loro orientamenti politici e contrarie perciò ai principi di eguaglianza sanciti dalla Costituzione. Il 19 dicembre del 1954, Calamandrei interviene così a una manifestazione organizzata da Unità Popolare a Roma al teatro Brancaccio stigmatizzando le norme “anticomuniste” scelbiane e paventando il timore che esse potessero degenerare in vere e proprie liste di proscrizione su base politica.

Analogo impegno Calamandrei ripose negli stessi anni nel contrastare l’impiego frequente da parte dei governi centristi di dispositivi normativi appartenuti al regime fascista e colpevolmente rimessi in condizioni di operare. In particolare, contro il frequente utilizzo dell’art. 113 della legge di polizia del 1931 da parte del Ministro dell’Interno Scelba (dispositivo impiegato peraltro contro quei lavoratori che manifestavano per rivendicare i diritti al lavoro garantiti dalla carta costituzionale) Calamandrei invocava la necessità di «mantener fede alla Costituzione», la quale all’articolo 16 delle disposizioni transitorie (articolo proposto alla Costituente proprio da Calamandrei) aveva disposto entro un anno dall’entrata in vigore della carta la revisione delle «precedenti leggi costituzionali che non siano state finora esplicitamente o implicitamente abrogate» (Mantener fede alla Costituzione, 1950). Al Ministro DC della Pubblica Istruzione Giuseppe Ermini, Calamandrei contestò invece nel 1955 l’imposizione, sulla base di un decreto del 1935, di una preventiva autorizzazione ministeriale per lo svolgimento di congressi scientifici o internazionali da tenersi in Italia, un disposto, argomentava Calamandrei, contrario agli articoli 17 e 33 della Costituzione che sancivano la libertà di riunione e la libertà della scienza e che riportava perciò in auge lo spirito autoritario del defunto regime, quando «la cultura era non una libertà, ma una concessione» (La libertà della cultura nel decennale della Liberazione, 1955).

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L’articolo di Calamandrei “La disgrazia di essere innocenti” con cui propone un’assicurazione obbligatoria per la riparazione degli errori giudiziari (“Il Mondo” 29 settembre 1953)

Anche l’azione portata avanti da Calamandrei nella pratica forense, oltre che a difendere l’eredità dell’antifascismo e della Resistenza dagli attacchi giudiziari condotti contro alcuni suoi esponenti (Calamandrei fu tra l’altro patrono di parte civile nel processo per l’uccisione dei fratelli Rosselli e difensore di Ferruccio Parri al processo di appello da questo intentato contro le calunnie ricevute nel 1948 dal periodico «Il Merlo giallo»), era volta a contrastare le carenze normative costituzionali di alcuni procedimenti giudiziari spesso lesivi dei diritti civili degli imputati (come nel caso, ad esempio, del noto procedimento del 1953 contro i giornalisti Guido Aristarco e Renzo Renzi arrestati e processati per vilipendio alle forze armate o come in quello del 1956 svoltosi a Palermo contro l’intellettuale pacifista Danilo Dolci reo d’aver organizzato uno sciopero alla rovescia; tutti difesi da Calamandrei). Contro le conseguenze di procedimenti giudiziari viziati dal permanere di dispositivi normativi carenti sul piano costituzionale, Calamandrei propose l’idea di istituire una assicurazione obbligatoria contro gli errori giudiziari, anche qui in ottemperanza all’articolo 24 della Costituzione che aveva demandato al legislatore il compito di stabilire modi e mezzi con i quali procedere alla riparazione.

Decisivi nella campagna per l’attuazione costituzionale condotta da Calamandrei furono poi i suoi reiterati appelli alla nomina della Corte Costituzionale, il principale «strumento di progresso e trasformazione sociale secondo il programma della Costituzione» che la Carta aveva previsto ma che non era stato ancora attuato. Dopo l’insediamento dell’organo nel 1955, nel marzo 1956, col suo articolo Bonifica costituzionale, Calamandrei indicava la strada che la Corte, in vista del suo primo atto, avrebbe dovuto imboccare, a cominciare dall‘abrogazione di quei residui della legislazione fascista che, come la legge di polizia, minacciavano il pieno godimento dei diritti fondamentali garantiti dalla Repubblica. Tre mesi dopo, esultando per la prima sentenza della Corte con cui veniva cancellato il famigerato art. 113 del testo di polizia fascista, Calamandrei, dopo anni di immobilismo costituzionale, per la prima volta poté ammettere: «la Costituzione si è mossa» (Id. La Costituzione si è mossa, 1956).

A corollario di questo impegno nella difesa e nella attuazione della Costituzione sta altresì la partecipazione di Calamandrei per tutti i primi anni Cinquanta a un numero altissimo di incontri, conferenze, seminari indetti in diverse città e comuni della penisola da associazioni, istituti scolastici e università e volti alla promozione dei valori e del significato del testo costituzionale. Il dinamismo e la passione con i quali Calamandrei intervenne a ciascuna di queste iniziative per parlare a folle di studenti, operai e cittadini fecero di lui senza dubbio l’intellettuale al tempo più impegnato sul fronte costituzionale. Tra i molti appuntamenti, vale la pena ricordare il ciclo di conferenze dedicate alla Costituzione per i “Sabati dello Studente” dell’Università degli Studi di Firenze, da Calamandrei stesso inaugurato nel 1955. Come pure, la serie di sette conferenze sulla Costituzione organizzate da Unità Popolare alla Società Umanitaria di Milano, la cui lezione inaugurale fu tenuta da Calamandrei il 26 gennaio 1955 in una sala gremita di circa 400 studenti. Il Discorso sulla Costituzione da lui pronunciato (destinato poi ad avere larga circolazione, anche grazie alla successiva distribuzione nel 1960 come 33 giri per la Collana Letteraria della Cetra) si rivolgeva fiducioso ai giovani perché contribuissero a tener viva anche per le generazioni future quella carta costituzionale che – avvisava Calamandrei – come una macchina «perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità». Se per Calamandrei la democrazia era anzitutto «conquista di chiarezza», «sforzo di intelligenza e di coscienza morale» (Id., Il palio dei furbi, 1953), allora, contro l‘indifferenza politica e il conformismo del tempo, la coscienza dei giovani - da lui definita in passato la «fucina sempre accesa dell’eresia e dell’anticonformismo» (Id., Tre generazioni di studenti, 1955/1956) – gli appariva speranza sufficiente per continuare a conseguire e mantenere in futuro una democrazia autentica e sempre operante.

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