I comunisti e la cultura giovanile durante il miracolo economico

Daniela Faralli

L'esempio della casa del popolo di Tobbiana (Montale)

Un gruppo di giovani fuori dalla sala da ballo della casa del popolo di Tobbiana (anni '60 circa)
gioventù danzante copia
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Per tracciare una breve riflessione sul legame tra cultura giovanile e case del popolo nel corso della seconda metà del ‘900, dobbiamo partire dal grande cambiamento economico-sociale di cui fu portatore, in Italia e anche a Pistoia, il cosiddetto miracolo economico. Esso, infatti, fu il vettore che permise la nascita di una cultura giovanile ancora inedita all’epoca, fatta di cinema, TV, musica, riviste e fotoromanzi.

 

Nella provincia di Pistoia, le case del popolo furono uno dei luoghi dove le nuove generazioni entrarono in contatto con questa cultura – così pop, così statunitense. A prima vista potrebbe sembrare una contraddizione (siamo negli anni della guerra fredda), ma il fascino che esercitò sulla popolazione fu tale da non lasciare indifferenti nemmeno i militanti del Pci.

 

Per evidenziare il rapporto che si creò allora tra la cultura giovanile e le case del popolo, prenderò a esempio la casa del popolo di Tobbiana (un paese di circa 1.000 abitanti in provincia di Pistoia, nel comune di Montale), di cui mi sono ampiamente occupata per la mia tesi di laurea.

 

Fondata dai militanti del Pci nel secondo dopoguerra, questa casa del popolo non era mai rimasta indifferente al fascino di quelle “invenzioni” che diverranno poi alcuni dei simboli della civiltà dei consumi, catalizzatrici di sogni e di nuovi stili di vita mai visti prima. Lì era infatti arrivata, nei primi anni ’50, la TV; dopo qualche anno, sarebbe stato il turno del juke-box. Nel 1965, infine, lì nei pressi venne edificata anche una grande sala da ballo (il Dancing la Roccia), per la gioia delle allora nuove generazioni.

 

Quei giovani nati negli anni ’40, non a caso, furono la prima generazione italiana omogenea in termini di lingua, gusti e riferimenti culturali. La TV e gli altri media (riviste, radio, cinema) avevano infatti contribuito fortemente a formarne i gusti: insomma, da Milano a Roma, passando per Tobbiana, i divertimenti e gli idoli di questi ragazzi erano pressoché gli stessi.

 

Allora il Pci non vedeva di buon grado la “permeabilità” di questa generazione alla nuova cultura giovanile, così intrisa di americanismo. Posso citare, a titolo di esempio, un articolo del 1960 de «La Voce» (il settimanale della federazione del Pci di Pistoia), intitolato «Troppi fumetti anche a Pistoia». Rifacendosi all’opuscolo di Maria Antonietta Macciocchi pubblicato nello stesso anno da «Noi Donne», nell’articolo si condannavano «la stampa a fumetti, le riviste di “vicende vissute” romanzi semipornografici, oroscopi, e “piccola posta”, le riviste di “sesso”, i giornali di “cinema”», la musica e il ballo, colpevoli di distrarre i giovani militanti dai loro compiti di lotta politica. Ma, nelle zone dove le strutture del Partito erano più profondamente integrate nella vita della comunità (e questo è il caso di Tobbiana), queste stesse strutture offrivano ai ragazzi degli spazi che avrebbero finito per favorire proprio la formazione e la diffusione dei nuovi interessi culturali.

 

Se dal centro le direttive ufficiali erano quelle di una condanna delle riviste, della musica e del ballo, in periferia i dirigenti delle sezioni del Partito si comportavano in maniera molto più elastica e, in fin dei conti, al di là dei proclami ufficiali, non erano poi così ostacolati dalla stessa dirigenza del Partito. Nel caso della costruzione del Dancing la Roccia, infatti, gli attivisti tobbianesi furono sostenuti dalla Federazione del Pci di Pistoia, senza che dai “piani alti” giungessero proteste di sorta.

 

Per questi adolescenti comunisti, la casa del popolo significava quindi musica, balli e corteggiamenti. Certamente, per i giovani era il divertimento a prevalere sull’impegno politico, al contrario di quanto accadeva per la generazione dei loro genitori. Ma sarebbe sbagliato credere che le “nuove leve” si disinteressassero della dimensione politica: infatti, anche l’organizzazione di eventi a prima vista ricreativi era un modo di fare politica.  C’era infatti chi si offriva volontario come barista o guardarobiere durante le feste al Dancing la Roccia; inoltre, i ragazzi si occupavano anche della distribuzione della stampa di partito e dell’affissione dei manifesti elettorali, scongiurando così le paure della dirigenza. Insomma, pur non rinnegando la loro fede politica “rossa”, i giovani militanti tobbianesi amavano il ballo, le canzonette e le riviste di fotoromanzi: li avevano conosciuti proprio lì, in paese, alla casa del popolo. La casa del popolo di Tobbiana era dunque finita per diventare (analogamente a tante altre realtà simili in provincia) il centro della propagazione della nuova cultura giovanile locale.

Daniela Faralli si è laureata all’Università di Firenze in storia contemporanea, con una tesi sulle case del popolo negli anni ’50 e ’60.

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