La partecipazione degli ebrei livornesi alla Grande guerra

Catia Sonetti - Direttore Istituto Storico per la Resistenza e la Società Contemporanea nella Provincia di Livorno (Istoreco)

Un sacrificio altissimo, che il fascismo dimenticò

soldati in marcia
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928 è il numero “ufficiale” dei caduti della Grande Guerra della città di Livorno, è il numero che risulta dalla consultazione del Ministero della Difesa. Sicuramente un numero per difetto perché si ricollega direttamente ai dati forniti nel 1928 durante il periodo fascista, relativi alle perdite in combattimento o in prigionia. Che fosse un numero per difetto lo si  può dedurre dal fatto che molti risultano “dispersi”, che di alcuni prigionieri non si sa la fine che possano aver fatto. Pertanto è lecito, ad una disamina accurata, ipotizzare che sia un numero, seppur di poco, più basso del reale. Quando però, per la città di Livorno, proviamo ad incrociare i dati del Ministero con il lavoro analitico svolto da Pierluigi  Briganti sulla partecipazione ebraica al conflitto, questa si rivela più significativa di quella verificabile nell’elenco dei  928 caduti e tale da porre più di un dubbio sulla veridicità della cifra iniziale. Dallo spoglio del primo elenco a nostra disposizione si poteva ricavare, in base al cognome, una presenza ebraica pari a 55 nominativi, non essendoci nessuna notizia relativa alla religione. Utilizzando invece la ricerca di Briganti arriviamo a determinare con sicurezza, poiché di ciascun nominativo compaiono il patronimico, il luogo di nascita e spesso il distretto militare di riferimento, il numero di 62 caduti. Una differenza di 7 individui sul totale pari ad un errore percentuale che sfiora il 9%. Non poca cosa. Caduti, come nella maggioranza dei casi  più per malattia che per il fuoco nemico. Ma lo sfoglio del testo di Briganti ci permette di entrare assai più a fondo nel merito analitico della partecipazione ebraica alla Grande Guerra. Ci troviamo in base alla sua ricerca di fronte ad un quadro di questo tipo:

zio di orefice1

Gastone Orefice, tenente ebreo livornese che morì in battaglia nel 1916 (Fondo privato famiglia Orefice)

Ufficiali generali: 2 (un tenente generale e un contrammiraglio)

Ufficiali superiori: 9

Ufficiali inferiori: 114

Sottufficiali e truppa: 86

Militari reperiti senza determinazione di grado: 8

Riepilogo che ci fornisce notizie  molto dettagliate e precise perché per ogni militare caduto ci dà non solo la paternità, il luogo e la data di nascita, ma anche quasi sempre dove è avvenuto il decesso, ci dice inoltre, per questo particolare campione, pure il distretto militare di riferimento. E’ proprio questo elemento in più che permette di evidenziare come dal distretto di Livorno non passarono soltanto i livornesi qui residenti ma transitarono anche decine di ragazzi, figli di livornesi, residenti all’estero, soprattutto nelle città del nord Africa o della Grecia ma che facevano riferimento a Livorno poiché i genitori e loro stessi non avevano mai rinunciato né alla cittadinanza italiana, né avevano abbandonato l’antico porto labronico. In tutto si tratta di 30 individui, per i quali è lecito ipotizzare che siano pure partiti volontari a conferma di quanto la storiografia sul tema ha da molto tempo accertato, cioè che il 1° conflitto mondiale è stato sentito dalla minoranza ebraica come una grande occasione d’integrazione, una occasione all’interno della quale inserirsi per meglio affermare la propria avvenuta e totale emancipazione. Le località d’origine si distribuivano su quattro diverse zone di partenza. La componente più numerosa arrivava dalla Tunisia (13 militari), al secondo posto si collocava l’Egitto (8 militari) e al terzo e quarto, la Turchia (7 militari) e la Grecia (2 militari). E’ una provenienza che riconferma quanto già sappiamo e sapevamo sulle comunità ebraiche del Mediterraneo. In base difatti alle nostre conoscenze, soprattutto per quanto riguarda la presenza livornese, la Tunisia è la più significativa e tale resta anche fino al secondo dopoguerra; al secondo posto vediamo l’Egitto che fu a lungo il luogo prescelto di molti commercianti che vi si avventurarono per fare affari e intrecciare relazioni. Meno importante sul piano numerico, comunque presente, è poi il caso delle città turche e greche, non specificate.

I dati su cui possiamo ragionare ci dimostrano anche l’alta percentuale dei graduati rispetto al totale a conferma dell’alto livello di alfabetizzazione della popolazione ebraica rispetto a quella italiana nel suo insieme. Percentualmente i graduati di questo campione toccano il 57% del totale degli ebrei livornesi partiti per la guerra, una quota altissima dove spicca un altro sottoinsieme, quello dei graduati: capitani, tenenti, maggiori, impegnati come medici e farmacisti nella Sanità. Continuando le nostre osservazioni sui nostri elenchi possiamo constatare che, come per il caso dei gentili, i nomi più ricorrenti che incontriamo si rifanno alle vicende risorgimentali o agli eroi della lirica e della letteratura. Abbiamo pertanto: Umberto, Carlo, Giuseppe, Giacomo, Athos ma troviamo anche i nomi della tradizione millenaria ebraica come: Moisé, Abramo Salomon, David, Isacco.

Facendo attenzione alle medaglie riportate incontriamo 13 medaglie d’argento, 5 di bronzo e 2 croci al valor militare. In totale 20 riconoscimenti di merito, a significare che, poco meno del 10% dei soldati che parteciparono al conflitto, ne fu insignito.

La tomba di Orefice (Fondo privato Famiglia Orefice)

La tomba di Orefice (Fondo privato Famiglia Orefice)

Ma il lavoro di Briganti ci permette anche un’altra lettura. Lo studioso aggiunge, credo anche per ragioni che possiamo definire morali, se l’individuo in esame, sopravvissuto al conflitto, è poi stato deportato. Incrociando la sua informazione con la ricerca di Liliana Picciotto Fargion, siamo anche in grado di scoprire se riuscirono a tornare vivi oppure no dall’esperienza dei campi di concentramento. Possiamo qui ricordare: Montecorboli Augusto, figlio di Vittorio, deportato ad Auschwitz, Ottolenghi Alessandro, figlio di Ernesto, anche lui deportato e ucciso ad Auschwitz, Pace Giacomo Giacobbe di Leone, deportato ed ucciso ad Auschwtiz. Tra i sottufficiali e i militari di truppa incontriamo nella stessa condizione: Luisada Augusto di Vittorio, deportato ed ucciso all’arrivo ad Auschwtiz, Menasci Raffaello di Enrico, deportato ad Auschwitz e morto a Varsavia, Pesaro Gualtiero di Leone, deportato ad Auschwitz e deceduto in località sconosciuta, Piperno Ernesto di Giuseppe, deportato ad Auschwitz, deceduto in località sconosciuta, Tedeschi Gino di Moisé, deportato e deceduto ad Auschwitz. In tutto otto soldati ai quali non servì per scampare alla deportazione, aver combattuto per l’Italia.

Questo elemento aggiunge tragedia a tragedia. Perché non solo la Grande Guerra fu un massacro per tutti e ovunque, ma per la minoranza ebraica essere partiti volontari come fu nella maggior parte dei casi, aver combattuto, aver ottenuto riconoscimenti al valor militare, non costituì  alcun motivo  per salvarsi la vita nel momento più tragico della persecuzione poiché si trovarono di fronte ad uno Stato fascista e smemorato.

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