Un partigiano di Gavorrano nella Resistenza fiorentina: la vicenda di Albo Orlandi

Romina Zago (Isgrec) - Istituto storico grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea

Albo Orlandi con la Brigata Fanciullacci a Firenze
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 Se l’improvviso tracollo dell’8-9 settembre segnava la profondità del baratro in cui la nazione era precipitata, esso era pure il punto di partenza di quella meravigliosa affermazione delle recondite virtù di nostra gente che si disse la Resistenza[1].

 

La notizia dell’armistizio, il disfacimento delle strutture militari italiane e la successiva occupazione tedesca aprirono una nuova fase, nella quale l’opposizione al fascismo poté tradursi in iniziative di organizzazione politica e di lotta armata. La provincia di Grosseto fu una delle zone in cui la Resistenza cominciò a organizzarsi precocemente: a partire dall’annuncio dell’armistizio – cui seguì soltanto il 13 ottobre la dichiarazione di guerra alla Germania – giovani e meno giovani iniziarono a intravedere la possibilità di riscatto, di libertà, di emancipazione, sentendo il bisogno di organizzarsi per uno scontro che si configurava non solo nei confronti dell’occupante tedesco ma anche dei fascisti rimasti fedeli a Mussolini, che il 23 settembre avrebbe costituito la Repubblica sociale italiana (RSI).

Inoltre, la situazione nella provincia di Grosseto si presentava particolare perché controllata fin da subito dalle forze tedesche del Comando supremo del fronte sud (Oberbefehlshaber Süd, OB Süd) del feldmaresciallo Albert Kesselring che erano riuscite, con facilità, a prevalere sulla debole resistenza opposta dai reparti del Regio Esercito[2]. La presenza di questo settore ebbe una rilevanza per la storia partigiana del grossetano: il 21 settembre 1943, infatti, le autorità tedesche, con il placet del Ministero dell’Interno, stabilirono per la provincia di Grosseto – la prima in Toscana – la chiamata in servizio del lavoro obbligatorio per tutti coloro che erano nati tra il 1921 e il 1925[3]. La chiamata interessò complessivamente altre quattordici province dell’Italia centrale: chi si fosse rifiutato sarebbe stato preso e consegnato al Tribunale militare e spedito in carcere. Ma la minaccia non sortì l’effetto sperato, come dimostra il numero esiguo di uomini che si presentarono nella provincia grossetana: alla fine di settembre, appena 599 su un totale di 3.120 obbligati[4].

La chiamata al lavoro obbligatorio giungeva a pochi giorni dalla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore, compiuta dai tedeschi, e dai primi “ordini del giorno” da lui trasmessi su Radio Monaco: il primo di questi, la sera del 15 settembre 1943, riguardava proprio la ricostituzione degli uffici del Partito Fascista e delle formazioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[5]. La linea portata avanti dalla nascente Repubblica Sociale Italiana si delineava così nel segno della continuità con il regime precedente: ripristinare il progetto fascista che già dalle sue origini aveva mostrato il carattere del militarismo, dell’oppressione, del controllo. E con questo proseguire la guerra al fianco della Germania e del Giappone.

A ulteriore conferma delle difficoltà incontrate dal fascismo nel mobilitare il consenso, si collocò, nelle settimane successive, la chiamata alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925, disposta con bando del 9 novembre, per costituire il nuovo esercito repubblicano. Il provvedimento incontrò una forte opposizione e una larga renitenza alla leva[6], dimostrando l’inefficacia delle minacce fasciste che paventavano pesanti sanzioni non soltanto nei confronti dei renitenti, ma anche dei loro familiari. La situazione risultò ancora più difficile nella provincia di Grosseto, dove le operazioni di reclutamento procedettero con grande difficoltà e il richiamo alle armi venne rinviato al mese di dicembre[7]. Il capo della Provincia, Alceo Ercolani, si mostrò intransigente nel perseguire un elevato livello di arruolamento, anche per dimostrare la propria fedeltà a Mussolini e alla RSI, ma i risultati furono assai modesti: a due mesi dalla chiamata, dei 2.176 giovani grossetani richiamati, soltanto 312 si presentarono al distretto militare[8], contro una percentuale di circa il 50% registrata in Toscana alla fine di febbraio, raggiunta anche attraverso il ricorso a minacce e ricatti. La renitenza alla leva divenne così uno dei primi terreni di scontro tra la popolazione[9] e il nuovo apparato fascista repubblicano, impegnato, attraverso la mobilitazione militare, a ricostituire il proprio esercito e a riaffermare la propria autorità sul territorio. Le autorità fasciste tendevano a ricondurre la renitenza alla leva anche all’influenza esercitata dalle formazioni partigiane sui giovani e sulle loro famiglie, considerando i due fenomeni strettamente connessi. Questa interpretazione contribuì ad alimentare una politica repressiva, nella quale la caccia a renitenti e disertori finì per intrecciarsi con il contrasto al movimento resistenziale[10].

L’andata alla macchia coinvolse numerosi giovani e meno giovani delle Colline Metallifere, nel cuore della Maremma grossetana: c’era chi si avvicinava alla lotta partigiana nella speranza di riconquistare una libertà già conosciuta e chi, soprattutto tra i più giovani, aspirava a conoscerla per la prima volta; altri ancora sceglievano la clandestinità per sottrarsi alla chiamata alle armi di un regime responsabile di anni di guerra, repressione e violenze.

Albo Orlandi

Tra coloro che presero parte alla lotta antifascista vi fu Albo Orlandi, classe 1922, riconosciuto partigiano combattente[11] per il periodo compreso tra il 21 dicembre 1943 e il 7 settembre 1944 nella divisione “Giustizia e Libertà”. Fu, inoltre, detenuto al carcere fiorentino delle Murate dal 29 febbraio al 21 giugno 1944 e, una volta riuscito ad evadere il 26 giugno, fino al 6 settembre fu membro della Brigata Garibaldi “Bruno Fanciullacci”.

Orlandi era nato a Gavorrano il 23 febbraio 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma che avrebbe segnato l’avvento del fascismo al potere. All’epoca, Gavorrano rivestiva un ruolo di primo piano nell’economia mineraria delle Colline Metallifere e dell’intero Paese, grazie all’estrazione della pirite, dalla quale si ricavava l’acido solforico.

Come molti coetanei che scelsero la lotta antifascista, Orlandi, cresciuto in un Paese nel quale le libertà politiche e civili erano state progressivamente soffocate dal regime, non sapeva che sapore avesse la libertà: le leggi fascistissime e l’autoritarismo avevano svuotato di contenuto le garanzie statutarie, restringendo drasticamente gli spazi di dissenso e di partecipazione politica.

Ventunenne, Orlandi, pur essendo diplomato maestro elementare, insegnava Lettere presso la Scuola di Avviamento Professionale di Gavorrano, dove iniziò a maturare la propria avversione al fascismo, anche grazie ad un suo grande amico, Selenio Crocchi, anch’egli gavorranese e studente di medicina a Siena, figlio di un notabile fascista, e da tempo membro di una cellula antifascista attiva nel centro universitario.

Inizialmente Orlandi beneficiava di un regolare congedo militare rilasciato in quanto capo di una famiglia numerosa: il padre, gravemente malato e ricoverato all’ospedale di Siena, la madre, il fratello maggiore, richiamato alle armi fin dal 1940 e prigioniero in Russia dal Natale del 1941, e quattro sorelle minori, due delle quali gravemente ammalate. Tuttavia, a seguito dell’entusiasmo pubblicamente manifestato in occasione della caduta di Mussolini e dell’annuncio dell’armistizio di Cassibile, Orlandi divenne inviso ai non pochi elementi che dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana avevano provveduto a ricostituire la sezione fascista a Gavorrano. Dopo una serie di richiami e minacce, Orlandi si vide improvvisamente revocare dal Provveditorato l’incarico di insegnamento e dopo Natale ricevette anche la cartolina di richiamo alle armi da parte dell’Esercito della RSI.

Per queste ragioni, il 21 gennaio del 1944 fuggì a Firenze entrando in contatto con Giancarlo (Gianni) Facca e la moglie Silvia Benedetti del Partito d’Azione[12], una delle forze politiche che componevano il già costituito Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), organismo di coordinamento politico della Resistenza regionale, costituitosi nell’autunno del 1943 sulla linea di quello nazionale. Il CTLN, peraltro, raccoglieva l’eredità dell’esperienza del Comitato interpartiti, costituito alla fine del 1942 su iniziativa proprio del Partito d’Azione e comprendente rappresentanti dei principali partiti antifascisti[13]. Le forze politiche antifasciste organizzate videro nell’armistizio un possibile punto di svolta, nella prospettiva di una collaborazione con le autorità in vista dell’inevitabile scontro con le truppe tedesche[14].

Gli eventi presero tuttavia una direzione diversa: gran parte dell’apparato statale e burocratico aderì alla Repubblica Sociale Italiana oppure adottò un atteggiamento attendista, evitando di assumere una posizione netta. Le difficoltà furono particolarmente evidenti in ambito militare visto che il Comando della Difesa Territoriale si rifiutò di distribuire le armi alle forze popolari e ai partiti antifascisti ricostituiti, invitando invece alla calma e al rispetto delle leggi. Una linea di condotta che non impedì l’occupazione tedesca della città, iniziata l’11 settembre 1943.

Il 17 settembre 1943, inoltre, si ricostituì a Firenze la 92ª Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)[15], al cui interno venne organizzato un Ufficio politico investigativo alla cui guida si pose il centurione Mario Carità[16], destinato a diventare noto come «Banda Carità»[17]. Il reparto, che assunse poi la denominazione di Reparto Servizi Speciali (R.S.S.), si specializzò nella repressione dell’opposizione politica e della Resistenza, ricorrendo anche a interrogatori violenti e alla tortura.

Ma come riuscì Orlandi a raggiungere Firenze e a entrare in contatto con gli ambienti della Resistenza? In Maremma Orlandi aveva conosciuto Mario Feistmann[18] del quale avrebbe scoperto soltanto in seguito il legame di parentela con Max Boris, che diventerà suo cognato: appartenente a una famiglia ebrea, di origine fiorentina sostanzialmente facoltosa, Feistmann si era trasferito nella provincia di Grosseto per sfuggire alle persecuzioni razziali, nascondendosi nella sua tenuta di Santa Teresa, nei pressi della stazione di Gavorrano. Tornava comunque periodicamente a Firenze e, al rientro in Maremma, portava con sé opuscoli e pubblicazioni della stampa clandestina, compreso il giornale Non Mollare, destinati a circolare tra gli antifascisti locali, fra i quali Orlandi, sempre più perseguitato dalla polizia fascista.

Fu proprio Feistmann a suggerire a quest’ultimo di rifugiarsi a Firenze, indirizzandolo presso i coniugi Facca[19]. Dopo avergli procurato una carta d’identità falsa, i due lo accompagnarono nell’appartamento di un altro antifascista, conosciuto come Rio[20], situato in via Fanti n. 31, di fronte a uno degli ingressi dello stadio comunale. Rio, all’anagrafe Sirio Biso, era un ex volontario della Guerra di Spagna dove aveva combattuto nella Colonna italiana di Carlo Rosselli e Aldo Garosci. Inviato a Firenze da Emilio Lussu, gli venne affidato il compito di organizzare militarmente una squadra cittadina del Partito d’Azione, sul modello dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP)[21], nella quale Orlandi fu subito inserito, insieme ai Facca e a Sandro Contini Bonacossi.

In città Orlandi conobbe anche Margherita Fasolo[22] e Maria Luigia Guaita[23], entrando progressivamente in contatto con altri esponenti dell’antifascismo fiorentino. Tra gli altri, ricorda che durante le sue attività ebbe modo di conoscere anche Bruno Niccoli detto “Bicchierai”, presentato come antifascista fidatissimo[24].

Nel corso del gennaio 1944 Orlandi partecipò a diverse attività di sabotaggio e propaganda antifascista, oltre a compiti di osservazione e raccolta di informazioni sui movimenti delle truppe e dei convogli tedeschi. La testimonianza conservata nell’archivio privato descrive così le attività svolte in quel periodo: «spostare le paline direzionali scritte in tedesco in modo da confondere e disorientare gli autisti degli automezzi tedeschi diretti al fronte di Anzio; cospargere nelle vie di transito chiodi tricuspidali; affiggere nelle vie della città manifestini antitedeschi ed antifascisti che esortavano i giovani, chiamati alle armi a raggiungere nelle montagne le bande partigiane già costituitesi in molte località per iniziative del Partito Comunista e del Partito d’Azione; annotare nella stazione di Rifredi il numero di treni in transito carichi di materiale bellico (carri armati, semoventi, cannoni; ecc.;) notizie che, tramite il comando militare del C.T.L.N. venivano comunicate (…) alla stazione Radio CORA trasmittente installata in un solaio di un appartamento di piazza D’Azeglio. Ovviamente tutte queste attività venivano esercitate particolarmente di notte con tanta precauzione.»[25]

Albo Orlandi con la Brigata Fanciullacci a Firenze

L’attività clandestina in cui Orlandi si inserì si svolgeva, pertanto, nel quadro dell’organizzazione politica e militare del CTLN. Già il 2 novembre 1943, in linea con l’indirizzo assunto dal CLN centrale a Roma[26], anche il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, costituitosi all’inizio del mese di ottobre, decise di elaborare una dichiarazione con cui si assumeva la responsabilità di guidare la lotta di liberazione, rivendicando il ruolo di governo autonomo e senza vincoli di subordinazione nei confronti del governo del Sud, per il trionfo delle idealità civili che fascismo e nazismo avevano negato[27]. La decisione fu presa all’unanimità in seguito alla notizia dell’arresto del comando militare del CTLN[28], avvenuto con l’intensificarsi delle azioni di spionaggio condotte da Mario Carità e dai suoi uomini. Sebbene in quella fase la repressione non avesse ancora assunto le forme sistematiche di tortura che avrebbero successivamente caratterizzato l’operato della cosiddetta “Banda Carità”, l’arresto contribuì a far conoscere il nome del suo responsabile negli ambienti antifascisti fiorentini. Il reparto, di lì a poco, si sarebbe distinto per la brutalità dei metodi e per la violenza politica e ideologica, espressione della natura totalitaria del fascismo squadristico[29] che nella sua fase repubblichina trovava continuità. Nonostante le rimostranze sollevate anche in alcuni ambienti istituzionali e militari, Carità mantenne il proprio incarico, a dimostrazione di come la banda – e i suoi metodi – fosse inserita a pieno titolo nelle strategie dell’esercito tedesco e nella repressione della RSI.[30]

La suddetta scelta fu anche mossa dall’ancora viva speranza che gli Alleati sarebbero arrivati presto e che il conflitto era ormai alle battute finali. Ma, come sappiamo, ogni speranza svanì a fine gennaio 1944 quando le truppe alleate furono fermate a Cisterna.

A tal proposito, a Firenze, mentre era ancora viva questa speranza, il 3 gennaio 1944 fu presentato un ordine del giorno che prevedeva che il CTLN, non appena le circostanze lo avessero consentito, diventasse organo di governo provvisorio della città e della provincia, con tre delegati per ognuno dei partiti rappresentati nel Comitato, e se ne indicavano anche le principali direttive. Il documento, presentato da Enzo Enriques Agnoletti, rappresentante del Partito d’Azione all’interno del Comitato, incontrò anche il consenso dei rappresentanti del Partito Socialista e del Partito Comunista. Con questo ordine del giorno si prevedeva che il governo provvisorio concentrasse nelle sue mani tutti i poteri civili e militari, che nessuna carica del precedente regime fosse riconosciuta, che i suoi provvedimenti fossero emanati in nome della costituente italiana, da eleggere, e che tra i primi provvedimenti, anzi proprio il primo, figurasse la proclamazione del diritto del popolo italiano a scegliere liberamente, attraverso la Costituente, le proprie forme istituzionali. Il documento stabiliva, inoltre, l’uguaglianza di tutti i cittadini, il riconoscimento del diritto e del dovere di contribuire, attraverso il lavoro manuale e intellettuale, al progresso civile del Paese, le libertà di parola, stampa, associazione, culto, riunione, il diritto a libere elezioni, al lavoro, all’assistenza e all’educazione. Era infine prevista la depurazione degli apparati pubblici dagli elementi compromessi con il regime e responsabili di tradimento[31].

Nei primi mesi del 1944, tuttavia, l’idea di un comando militare unitario rimaneva in larga misura un obiettivo teorico, nonostante a febbraio si fosse ricostituito il comando militare unico alle dipendenze del CTLN, sempre su iniziativa del Partito d’Azione, coadiuvato in questo dal Partito liberale: nella pratica, almeno fino a giugno[32], le organizzazioni dei diversi partiti conducevano le proprie azioni militari in modo autonomo, nel rispetto delle direttive politiche del CLN che poi veniva informato a  operazioni già avviate o già concluse. Questo era soprattutto vero per il Partito Comunista e per il Partito d’Azione. Specificamente rispetto a quest’ultimo, le sue attività di sabotaggio comprendevano l’abbattimento di pali e il taglio di cavi telefonici e telegrafici, soprattutto delle linee di rilevanza nazionale, la disseminazione di chiodi tricuspidali[33] sulle strade, il saccheggio di magazzini fascisti di armi e vettovaglie e anche lo spostamento della segnaletica stradale per disorientare le truppe tedesche. Per gli attentati contro obiettivi individuali e per le operazioni di sabotaggio con esplosivi, svolte soprattutto fuori dall’ambiente urbano, il Partito d’Azione poteva contare sulla squadra di Biso.

Uno dei problemi più rilevanti per le formazioni partigiane era proprio il reperimento delle armi necessarie a sostenere la lotta antifascista. Le bande operanti lontano dai centri urbani e dalle grandi vie di comunicazione generalmente venivano rifornite attraverso aviolanci alleati, con una frequenza più o meno regolare; più complesso risultava, invece, il rifornimento delle bande attive nelle vicinanze della città e delle squadre clandestine urbane. Per garantire queste operazioni era imprescindibile mantenere contatti costanti con il comando alleato, preferibilmente mediante missioni radio, al fine di definire e organizzare in ogni suo dettaglio il rifornimento. A questa esigenza rispondeva il servizio CO.RA. (Commissione Radio) del Partito d’Azione fiorentino[34], nato nel settembre 1943 con compiti di collegamento, informazione e intelligence militare.

Accanto alle comunicazioni radio, un ruolo essenziale – che finirà intrecciandosi con le vicende di Orlandi – era svolto dalla raccolta di informazioni militari e dal controspionaggio. Le notizie raccolte dalla rete clandestina venivano trasmesse al CLN e, una volta verificate, potevano essere comunicate agli Alleati. In questo contesto, il servizio CO.RA. operava in stretta collaborazione con Maria Luigia Guaita, responsabile di un altro ufficio fondamentale del Partito d’Azione, ovvero quello del servizio di falsificazione documenti: Guaita si occupava di procurare documenti d’identità, permessi di circolazione, licenze e congedi militari, oltre a tessere e altri documenti relativi alle organizzazioni del lavoro tedesche (nello specifico, Todt e Spear), strumenti indispensabili per consentire ai membri della rete clandestina di spostarsi e agire senza destare sospetti.

Albo Orlandi

La rete di collegamenti del Partito d’Azione consentì inoltre di entrare in contatto con la missione radio Rutland, affidata a Domenico Azzari, agente dello Special Operations Executive britannico (SOE) paracadutato nella zona di confine tra Lunigiana e Lucchesia e successivamente impegnato nella gestione e nella distribuzione di aviolanci alleati destinati alle formazioni partigiane toscane. I contatti con Azzari furono tenuti proprio dalla Guaita, con la collaborazione anche della partigiana viareggina Vera Vassalle[35], e grazie a ciò fu possibile organizzare, sotto la responsabilità di Marx Boris, il primo aviolancio sul Monte Giovi, nella notte del 14 febbraio, dal quale vennero recuperate ingenti quantità di armi e munizioni.

E proprio al lancio di Monte Giovi prese parte anche Albo Orlandi, un lancio molto importante giacché contribuì a trasportare e suddividere il materiale nei depositi fiorentini ubicati in Via Guicciardini e in Viale dei Mille[36].

Il Monte Giovi è una montagna del Mugello di circa 1.000 metri di altezza che si trova proprio a sovrastare le città di Rufina, Dicomano e Borgo S. Lorenzo. La scelta del luogo, come racconta lo stesso Boris, era stata possibile grazie all’esame delle carte dell’Istituto Geografico Militare: «Cercammo dei posti, in montagna, dove avremmo potuto far fare dei lanci: sulle carte si prendevano le coordinate e si trasmettevano a Brindisi. Poi abbiamo convenuto delle frasi, che avrebbero dovuto essere trasmesse da Radio Londra la sera alle otto, dopo il notiziario. Radio Londra era la nostra principale, per non dire sola, fonte di notizie; tutte le sere alle otto si ascoltavano notizie e messaggi. Sempre in gran segreto.»[37] Le condizioni meteorologiche resero tuttavia particolarmente difficile l’attesa, già gravosa per chi era costretto a vivere nascosto nei boschi: le abbondanti nevicate avevano ricoperto il pianoro individuato per l’operazione.

Fu lo stesso Facca, alla fine di gennaio, a ordinare a Orlandi di raggiungere il gruppo di Boris sul Monte Giovi. Gli indicò di arrivare in treno a Rufina e di proseguire poi a piedi fino ad Acone, dove avrebbe potuto fare riferimento al parroco del paese, don Egidio Brogi. La località costituiva un punto di appoggio per chi si sottraeva alla cattura e cercava di raggiungere le formazioni resistenziali. Questo villaggio, sopra Pontassieve, era uno dei maggiori centri di raccolta e di smistamento: fondamentale fu il sostegno della comunità giacché, nonostante le condizioni di povertà, le famiglie del paese contribuirono all’accoglienza e all’assistenza dei ricercati, mentre il pievano si adoperò per procurare loro risorse e alloggio.

Dopo due giorni di cammino nella neve, Orlandi riuscì a raggiungere Boris che si trovava insieme ad altri tre compagni, “Lupo”, Radovich e Dragovic, questi ultimi due ex prigionieri slavi che avevano scelto di unirsi alla lotta contro il nazifascismo. Il gruppo di Boris era composto da uomini provenienti da diverse località del Mugello e da Firenze: «Ogni volta che c’era il messaggio – racconta Boris[38]  – ci ritrovavamo tutti in una capanna vicino al campo. Chi veniva da Borgo San Lorenzo, chi da Vicchio e chi da Ronta, il Mugello era ben rappresentato, chi da Firenze, un architetto, Riccardo Gizdulich, detto il capitano “Anselmi” che poi ha largamente contribuito alla ricostruzione del Ponte a Santa Trinità, Giuseppe Messini, operaio della Galileo, Sirio Biso, ex combattente spagnolo, Albo Orlandi, maestro maremmano, il mio futuro (ma non ci si immaginava ancora) cognato Mario Feistmann, tutti rigorosamente volontari.» A loro, ogni sera il parroco di Acone faceva arrivare un piatto di minestra calda, mentre i viveri venivano acquistati presso alcuni contadini che abitavano in due case, situate proprio sul crinale del monte[39].

Nel frattempo, l’attesa dei segnali radio continuava. I collegamenti radiofonici, del resto, seguivano una procedura rigorosa. I messaggi speciali trasmessi da Radio Londra costituivano il segnale attraverso il quale i partigiani potevano conoscere l’avvicinarsi dell’operazione. Come anche Orlandi ricorda, le parole convenute per il gruppo erano tre: «le foglie non volano», «le foglie volano» e «Dante e Petrarca».

Orlandi ricorda che per quattro o cinque giorni il gruppo rientrò al campo deluso per non aver ricevuto le parole convenute. Soltanto il 5 o il 6 febbraio[40] arrivò il messaggio «le foglie non volano», che comunicava l’impossibilità di procedere a causa delle condizioni atmosferiche contrarie. La stessa situazione si ripeté nei giorni successivi. Finalmente, la sera del 10 o dell’11 febbraio, secondo il ricordo di Orlandi, giunse il messaggio «le foglie volano», che preannunciava l’imminenza dell’operazione; ma la gioia esplose il 13 febbraio quando fu ricevuto il messaggio «Dante e Petrarca»: era giunto il momento di tenersi pronti.

Rientrati al campo, i partigiani ricevettero da Boris le istruzioni per predisporre il terreno: alcune lampade rosse dovevano essere collocate a intervalli sul pianoro, così da indicare all’aereo la direzione del lancio; Boris avrebbe inoltre utilizzato una potente lampada elettrica a pulsante per trasmettere in codice Morse la lettera F[41]. Ai lati del pianoro venne predisposto un accurato servizio di vigilanza. Le abbondanti nevicate e le difficoltà logistiche rendevano particolarmente complessa la preparazione, dalla quale dipendeva la buona riuscita dell’aviolancio.

«Ero proprio io di guardia – così racconta Orlandi – quando alle 2 precise (…)[42] udii molto in alto il caratteristico rumore dei quadrimotori americani e contemporaneamente, nel silenzio della notte, si udì anche l’ululato delle sirene di allarme dei paesi posti in basso. L’aereo cominciò a volteggiare per tre volte sempre più basso su di noi mentre noi avevamo acceso sul pianoro le lampade rosse. Improvvisamente un grosso uccellaccio passò ad una altezza di non più di cento metri dalle nostre teste ed un rumore assordante ed una folata di vento spazzò il cielo mentre dal ventre dell’aereo si aprirono nel cielo 15/16 paracaduti[43] appesi ai quali vi erano lunghi e grossi involucri che io, nell’euforia del momento, pensai fossero paracadutisti alleati. (…) I paracaduti lentamente si afflosciarono quasi tutti sul nevoso pianoro mentre tre rimasero impigliati fra i rami degli alberi vicinissimi al pianoro stesso. La raccolta dei contenitori assai pesanti durò per tutta la notte aiutati però da una ventina di giovani e robusti partigiani di una brigata garibaldina assai vicina al posto[44]. Nella capanna-seccatoio furono trasportati ed aperti contenitori abbondanti di materiale bene accatastato: “sten” smontati, esplosivo plastico simile al pongo, rotoli di miccia, bombe a pigna, tre quattro bidoncini ricolmi di proiettili, alcuni mitragliatori smontati ed anche generi di conforto come abbigliamento intimo pesante, scarponi, molta cioccolata e scatolette di carne in conserva simile alla nostra carne simmental.»[45]

Il materiale recuperato comprendeva dunque armi, munizioni, esplosivi ed equipaggiamento, oltre a generi alimentari e indumenti. Una parte venne nascosta sul monte, sotterrata insieme ai paracaduti[46], in attesa di poter essere utilizzata; una quantità minore fu invece trasferita clandestinamente a Firenze. Per il trasporto vennero impiegate automobili e camioncini camuffati, accompagnati da documenti tedeschi falsificati, nella speranza di superare i controlli senza destare sospetti.

Il materiale destinato alla città fu depositato in diversi nascondigli predisposti dal Partito d’Azione, tra cui un magazzino in via Guicciardini e uno in viale dei Mille.

L’operazione Monte Giovi si era così conclusa e Orlandi rientrò a Firenze[47].

Il ritorno in città lo riportò nel clima sempre più rischioso della clandestinità antifascista. Le attività di sabotaggio e il rafforzamento delle reti resistenziali erano contrastati dalle forze nazifasciste anche attraverso informatori e infiltrati, impiegati per individuare persone, collegamenti e luoghi utilizzati dalla Resistenza, attività in cui stava diventando sempre più specializzato il reparto guidato da Carità, sviluppando una rete investigativa particolarmente aggressiva contro gli antifascisti fiorentini.

Albo Orlandi

La Banda Carità cambiò più volte sede nel corso della sua attività. Il suo insediamento più noto fu il palazzo di via Bolognese 67, passato alla memoria cittadina con il nome di “Villa Triste”, dove gli uomini di Carità svolgevano interrogatori, in modalità semplice o con torture[48]. La struttura disponeva di squadre incaricate degli interrogatori, degli arresti e dei rastrellamenti, di informatori e di uomini addetti alla custodia dei prigionieri. Tra le squadre era nota quella di Mario Perotto, chiamata anche «squadra della labbrata», per i metodi violenti impiegati contro gli arrestati.

L’azione della Banda Carità si incrociò drammaticamente con quelle di Orlandi e dei suoi compagni, colpendo direttamente la rete clandestina legata all’aviolancio di Monte Giovi. Il 26 febbraio 1944 gli uomini del reparto raggiunsero il magazzino di via Guicciardini; il 4 marzo fu coinvolto anche quello di viale dei Mille. Un ruolo determinante fu svolto da Aldo Citenni detto “Occhio”, infiltrato tra i partigiani[49], le cui informazioni avrebbero consentito agli uomini di Carità di individuare i depositi.

Nel magazzino di via Guicciardini venne sequestrato un ingente quantitativo di armi e materiale esplosivo, oltre a una linotype utilizzata per stampare il giornale clandestino La Libertà, di cui fu rinvenuta anche la tiratura del sesto numero. La scoperta dei depositi rappresentò un duro colpo per l’organizzazione resistenziale fiorentina: il materiale ottenuto con l’aviolancio, destinato a sostenere la lotta clandestina, diventò così una delle prove attraverso le quali la repressione nazifascista riuscì a colpire la rete che ne aveva organizzato il recupero e la distribuzione.

Le informazioni fornite da Citenni contribuirono a innescare una vasta operazione repressiva contro la rete clandestina fiorentina, che portò all’arresto di Max Boris e di Ottorino Orlandini, entrambi sottoposti a torture durante la detenzione[50]. Boris fu internato nel campo di Fossoli e successivamente deportato a Mauthausen, dove riuscì a sopravvivere grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca che gli consentì di svolgere mansioni di traduzione, mentre la sua robusta costituzione fisica, maturata anche attraverso l’esperienza alpinistica, gli permise di resistere alle condizioni estreme della prigionia. Ottorino Orlandini, che aveva partecipato come volontario alla guerra civile spagnola nelle formazioni antifasciste[51], era rientrato in Italia dopo l’8 settembre 1943, assumendo un ruolo di rilievo nell’organizzazione militare del Partito d’Azione. Riuscì a evadere dal carcere nel giugno 1944, approfittando della confusione provocata da un bombardamento aereo, e tornò a unirsi alla lotta partigiana.

Nonostante i colpi inferti alla rete clandestina, Orlandi continuò a partecipare alle operazioni di sabotaggio insieme al comandante Rio. Tra gli obiettivi delle azioni figuravano anche gli uomini del Reparto Speciale, in particolare il Maggiore Carità contro il quale era stato organizzato il piano per la sua eliminazione. Nella notte tra il 28 e il 29 febbraio 1944 (anno bisestile), tuttavia, fu lo stesso Orlandi a essere arrestato. Rio riuscì a fuggire gettandosi dalla finestra; per Orlandi, invece, non ci fu possibilità di scampo.

Nella dichiarazione scritta per il processo contro la Banda Carità, Orlandi ricostruì l’episodio dell’arresto: al suono del campanello, lui e Rio pensarono che potesse trattarsi di qualche compagno ricercato, in particolar modo dei coniugi Facca o Bicchierai, gli unici, insieme a loro, a conoscere il nascondiglio presso la pensione Cortese. Quando Biso aprì la porta, si trovò invece davanti tre individui in borghese con le rivoltelle puntate: «Al che Biso, con una mossa fulminea – ricorda Orlandi – puntava a sua volta la rivoltella mentre gli altri a questo gesto inaspettato fuggivano rapidamente»[52]. Solo durante l’interrogatorio Orlandi avrebbe appreso che le armi degli aggressori erano in sicura. I militi riuscirono comunque a entrare nell’appartamento, dove Orlandi era rimasto solo, non essendo riuscito a seguire Rio nella fuga perché ancora svestito. Convinti che fosse Biso, da tempo ricercato, iniziarono a colpirlo con calci e percosse, anticipando le violenze che lo avrebbero atteso nei giorni successivi. Durante la perquisizione rinvennero armi, bombe a pigna, manifestini antifascisti che esortavano i giovani a sottrarsi alla chiamata alle armi e a raggiungere le bande partigiane, nonché un cliché già composto e pronto per le rotative di una tipografia clandestina, che Orlandi aveva prelevato il giorno precedente dall’abitazione di Maria Luigia Guaita. Chiarito l’equivoco, Orlandi giustificò la propria presenza a Firenze dicendo di dover assistere la sorella malata e di essere giunto nell’appartamento su indicazione di un uomo incontrato in un ristorante. Nonostante le percosse, si rifiutò di rivelare dove fosse nascosto Biso. I militi lo ammanettarono e lo condussero in strada. Qui Orlandi vide un altro uomo, fatto chiamare dai fascisti. Temendo inizialmente che fosse Rio nel frattempo catturato, non riuscì a riconoscerlo subito a causa dell’oscurità. Notò però la confidenza con cui si muoveva insieme ai militi e l’assenza di segni di violenza o maltrattamenti, circostanze che gli fecero dubitare che fosse stato appena interrogato. Fu solo al Parterre, nonostante i suoi tentativi di nascondersi dietro ad un milite, che Orlandi riconobbe di chi si trattava: era Niccoli, detto “Bicchierai” o Baccheris”[53]. Il ricordo di quell’uomo e il sospetto del suo coinvolgimento nella repressione rimasero impressi nella memoria di Orlandi durante tutta la detenzione. Fu proprio il nome di questo delatore quello che pronunciò quando, nel carcere delle Murate, intravide Boris, per l’ultima volta.

Alle prime luci del mattino, dal Parterre Orlandi fu trasferito in via Bolognese, nella famigerata “Villa Triste”. Qui fu subito interrogato dal Maggiore Carità, interessato principalmente a ottenere informazioni su Biso. Orlandi mantenne l’alibi già fornito, senza cedere nemmeno questa volta davanti alle continue botte[54]. La giornata trascorse tra interrogatori e soste in celle nel sotterraneo e solo in serata fu condotto al carcere delle Murate, dove venne rinchiuso in una cella all’ultimo piano. Era il 29 febbraio 1944. Qui, “isolatissimo da tutti”, Orlandi aveva il solo pensiero di resistere e di non contraddirsi, ripetendo mentalmente il suo alibi in ogni singolo passaggio. Dopo due giorni, subì un nuovo interrogatorio e altre percosse. Per venti giorni non venne più interrogato, ma la tregua si interruppe nel momento in cui lo sentirono pronunciare il nome di “Bicchierai” a Boris[55], intravisto in carcere. A interrogarlo questa volta, tuttavia, fu il commissario Edmondo Zanti[56], il quale contestò il suo alibi e gli riferì che lo avevano sentito pronunciare quel nome al “Poggi”, alias Max Boris: per loro era la prova che non poteva essere estraneo all’organizzazione clandestina. Orlandi negò nuovamente ogni coinvolgimento, sostenendo che probabilmente si trattava di un altro detenuto. Di fronte a queste ferme dichiarazioni, Zanti concluse che ulteriori violenze non sarebbero servite a ottenere una confessione.

Trasferito al sesto braccio delle Murate[57], Orlandi fu rinchiuso insieme ad altri detenuti, in gran parte politici. Qui incontrò Mario Spinella, studente e militante del partito comunista, che gli confermò il tradimento di Niccoli[58], ormai divenuto uomo di fiducia delle milizie nazifasciste. Tra i detenuti vi era anche Edoardo Fallaci, rinchiuso in una cella adiacente alla sua, e Ottorino Orlandini con il quale ricordava – come a voler tenere vivi i ricordi affinché non si perdesse nessun dettaglio – il violentissimo pestaggio che aveva subito dalla Banda Carità. Inoltre, proprio nella sua cella, era rinchiuso Adriano Gozzoli, partigiano che una notte fu prelevato di cella e insieme ad altri due, loro renitenti alla leva, venne fucilato all’alba del 3 maggio a Campo di Marte.

Alle Murate Orlandi trovò anche Cesare Lipparini[59], un giovane proveniente da Massa Marittima, nel cuore della Maremma, con il quale si chiamava dalla cella, forse per sentire la sua terra più vicina.

Per Orlandi il periodo compreso tra la fine di aprile e il mese di maggio fu il più duro della sua detenzione: la tensione e la paura erano continue visto che «schiere di detenuti venivano prelevati ed inviati ad ignota destinazione»[60]. A rendere ancora più pesante il clima contribuì la notizia dell’uccisione di Giovanni Gentile, presidente dell’Accademia d’Italia, assassinato a Firenze il 15 aprile 1944 dal gappista comunista Bruno Fanciullacci, fatto che aumentò il timore di possibili rappresaglie contro i detenuti antifascisti. Alla fine di maggio, inoltre, la gestione del carcere delle Murate passò direttamente sotto il controllo delle SS tedesche.

Ai primi di giugno, secondo la testimonianza rilasciata da Orlandi all’Alto Commissariato per l’epurazione[61], nella sua cella arrivò Citenni che riferì dell’arresto di Niccoli, avvenuto lo stesso giorno della perquisizione in via Guicciardini: Orlandi manifestò perplessità rispetto al racconto dell’ex compagno e l’impressione fu che anche l’arresto si trattasse di una messinscena volta ad ingannare gli ex compagni e a occultare l’effettiva attività collaborazionista.

Intorno alla metà di giugno, mentre in Maremma l’avanzata alleata, con il supporto dei partigiani e della popolazione, metteva progressivamente in difficoltà le forze nazifasciste, i detenuti politici del sesto braccio furono prelevati dalle celle e fatti salire su tre camion, scortati da un consistente dispositivo armato[62]. Il convoglio lasciò Firenze ma, dopo circa un’ora di viaggio, i prigionieri furono fatti scendere a Prato e rinchiusi all’interno del Castello dell’Imperatore, allora sede della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). È possibile che si trattasse soltanto di una tappa intermedia, prima del trasferimento a Fossoli e della successiva deportazione nel lager di Mauthausen.

Il 26 giugno Orlandi e altri tre compagni riuscirono a evadere, calandosi con una corda lungo il terrapieno e schivando i colpi esplosi da due soldati che si erano accorti della fuga. I quattro trovarono inizialmente riparo in un opificio abbandonato, per poi raggiungere Campi Bisenzio, territorio caratterizzato da una significativa presenza antifascista. Qui Orlandi fu accolto dai fratelli Ballerini, che avevano perso un fratello caduto sui monti della Calvana[63].

Appena tornato libero, Orlandi provò a ristabilire i contatti con i compagni di “Giustizia e Libertà”, senza successo; quindi, cercò di rimettersi in comunicazione con l’organizzazione di Max Boris, inviando un messaggio scritto ai Facca. La stessa Silvia[64], però, al timore di un tranello, sintomatico di quanto la tensione aleggiasse tra gli antifascisti alla luce dei traditori che erano circolati tra le fila del Partito d’azione, rispose al latore del messaggio di non conoscere tale Orlandi e di non aver mai avuto rapporti con lui.

Orlandi raggiunse così il Mugello, dove si unì a quella che, di lì a pochi giorni, sarebbe diventata la brigata garibaldina “Bruno Fanciullacci”, già attiva nella zona compresa tra Monte Tre Croci e Monte Morello. Per lui riprese la vita partigiana, segnata dalla necessità di sfuggire ai continui rastrellamenti nazifascisti e dalla persistente scarsità di armi: «Le azioni della banda – dichiara Orlandi – consistevano in improvvise imboscate notturne sulla via Bolognese transitata da autocarri tedeschi con le quali ci procuravano armi e viveri; Assalto alle caserme dei carabinieri sempre allo scopo di procurarci armi.»[65]

Tra gli episodi ricordati da Orlandi vi è il combattimento sulle pendici del Monte Morello, a metà luglio 1944[66]. Lo scontro, riconducibile alla battaglia della Fonte dei Seppi nota anche come battaglia degli Scollini, fu particolarmente violento e si protrasse per oltre tre ore, fino alla ritirata dei partigiani, con la perdita di alcuni compagni.

Il 14 agosto una staffetta portò alla banda la notizia della liberazione di Firenze da parte delle brigate partigiane attive nell’Oltrarno. La brigata “Bruno Fanciullacci”, di circa 150 uomini, si radunò allora sul Monte Morello e, pochi giorni dopo, scese a Sesto Fiorentino, contribuendo alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe alleate, che raggiunsero la zona soltanto il 1° settembre.

Con lo scioglimento della brigata, Orlandi fece ritorno a Firenze e nella sede del Partito d’Azione, in piazza d’Azeglio n. 36, ritrovò i compagni della lotta clandestina: Tristano Codignola, Sirio Biso, Carlo Furno, Marco Ramat, Giorgio Spini, Paolo Barile, Maria Luigia Guaita, Margherita Fasolo. Fu da loro che apprese che Boris era stato trasferito al campo di concentramento di Fossoli; nessuno, tuttavia, sapeva ancora della sua successiva deportazione a Mauthausen. A Firenze Orlandi ritrovò anche Edoardo Fallaci, che lo ospitò per alcuni giorni nella propria abitazione. Fu in quell’occasione che conobbe la moglie e le figlie, tra cui Oriana, allora studentessa liceale. Nerina, la seconda figlia di Fallaci, si recò in bicicletta a prendere Licia, la sorella di Orlandi, e insieme i due fecero ritorno a Gavorrano.

Dopo mesi di assenza, Orlandi poté così fare ritorno al paese natale, dove ritrovò una comunità profondamente segnata dalla guerra e dalla Resistenza. Qui fu accolto dalla popolazione in festa e nominato presidente del CLN del paese.

_____

Note

[1] Pieri Piero, La storiografia italiana relativa al 25 luglio e all’8 settembre, Testo della relazione svolta al Convegno su «Forme e metodi dell’occupazione nazista in Italia» organizzato dall’Amministrazione provinciale di Roma (23-24 ottobre 1964), p. 4.

[2] Si veda Pera Lorenzo, «La guerra non è perduta»: la ripresa fascista tra strategie di mobilitazione e mancato consenso, in Campagna Stefano e Turbanti Adolfo (a cura di), Antifascismo, guerra e Resistenze in Maremma, ISGREC Quaderni 08, Edizioni Effigi, 2021, pp. 133-143.

[3] Cfr. Chiamata di alcune classi in varie province dell’Italia Centrale, «La Nazione» del 21 settembre 1943.

[4] Pera, La guerra non è perduta, p. 134.

[5] Cfr. Ordini del giorno, in Susmel Edoardo e Susmel Duilio (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, vol. XXXII, La Fenice, Firenze, 1960, p. 231.

[6] La repressione della renitenza si inasprì con il cosiddetto “Bando Graziani” del 18 febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte «mediante fucilazione al petto» per i renitenti alla leva e i disertori nei casi previsti dal decreto. Tra gli studi dedicati si veda Battistelli Pier Paolo, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte, 2020.

[7] Cfr. Ordine di chiamata alle armi, «La Maremma», 18 dicembre 1943. Si veda anche Grilli Marco, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia, Isgrec-Effigi, Arcidosso, 2014.

[8] Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito [AUSSME], I-1, b. 10, f. 130, 49° Comando Militare Provinciale, Situazione sulla chiamata alle armi dei militari delle classi 1923-1924-1925 per conto dell’Esercito, 18 febbraio 1944.

[9] Si ricordi, a titolo d’esempio, la protesta di Montieri mossa da più di cento donne il 20 gennaio 1944 per richiedere il rilascio dei genitori di alcuni renitenti alla leva catturati come riscatto che causò la morte di un giovane tredicenne e di un minatore colpito a morte. Per approfondire si veda Grilli Marco, Montieri, 20 gennaio 1944, in Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2276

[10] Cfr. Pera, La guerra non è perduta, p. 143.

[11] Dal Rapporto informativo del Corpo Volontari della Libertà, Divisione “Giustizia e Libertà”, nel quale è riconosciuta l’attività di Orlandi durante l’aviolancio di Monte Giovi, nel successivo trasporto delle armi ai magazzini di via Guicciardini e di viale dei Mille a Firenze, nonché negli appostamenti per la tentata eliminazione di Carità. Archivio Albo Orlandi (d’ora in poi AAO), conservato presso l’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISGREC).

[12] Nel Rapporto informativo del CVL si riferisce che Giancarlo Facca facesse parte del “Comitato militare interpartiti”, in AAO.

[13] «c’erano i comunisti che erano i più compatti, seguivano gli azionisti, pochi democristiani, pochissimi i socialisti ed i liberali. In questo Comitato generalmente c’era un rappresentante politico e un rappresentante militare.», Boris Max, Al tempo del fascismo e della guerra. Racconto della vita mia e altrui, a cura di Neri Serneri Simone, Polistampa, Firenze, 2006, p. 47. Per approfondire si veda Francovich Carlo, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1974 ed Enriques Agnoletti Enzo, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, «Il Ponte», n. 5, agosto 1945, pp. 414-429.

[14] Si veda il proclama del Comitato interpartiti all’indomani dell’armistizio: «Nell’ora grave che il popolo italiano attraversa, tutti quanti sentono l’amore del proprio paese, debbono stringersi per l’estrema salvezza di questo e per la difesa della libertà. Difesa contro coloro che – incuranti della condanna morale che il popolo italiano ha per essi inesorabilmente pronunciata – tentano impossibili e grottesche resurrezioni; Difesa contro gli attacchi da qualsiasi provenienza. Essi invitano perciò gli italiani tutti ed in particolare i lavoratori a stringersi attorno ai soldati d’Italia e cooperare con essi: restino pertanto i loro posti di lavoro; e laddove si tenti di impedire o si impedisca o si sia impedita all’opera delle autorità responsabili, resistano ed usino i mezzi a loro disposizione per contrastare la prepotenza di ogni eventuale nemico.», Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 38

[15] Con la riorganizzazione degli apparati di sicurezza della Repubblica Sociale Italiana, la 92ª Legione confluì nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), annunciata nel novembre 1943 e formalmente istituita l’8 dicembre, attraverso la fusione della M.V.S.N. con l’Arma dei Carabinieri e il Corpo di Polizia dell’Africa Italiana.

[16] In realtà Carità fu trasferito a Firenze da Milano nel 1936, poi partecipò alla spedizione in Albania e in Grecia. Dopo l’esperienza fiorentina Carità fu trasferito a Padova e qui portò avanti la sua politica poliziesca repressiva. Per un approfondimento si veda Caporale Riccardo, La “Banda Carità”. Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-45), Edizioni S. Marco Litotipo, Lucca, 2005.

[17] Lo stesso nome è utilizzato dalla Corte Straordinaria d’Assise di Padova che celebrò il primo processo nell’ottobre 1945. Cfr. Caporale Riccardo, La Banda Carità. Storia del Reparto Servizi Speciali, in www.toscananovecento.org https://www.toscananovecento.it/custom_type/la-banda-carita-storia-del-reparto-servizi-speciali-1943-1945/

[18] AAO, Lettera a Max Boris del 15 ottobre 1995.

[19] Nella lettera a Boris, Orlandi riporta il nome di Rita Facca ma sembrerebbe un refuso, confondendo probabilmente con Margherita “Rita” Fasolo.

[20] Orlandi ignorò la vera identità di Rio per molto tempo, sapeva solo che aveva combattuto come volontario nella Guerra di Spagna e che fu catturato nel 1938, trascorrendo un periodo a Ventotene.

[21] Fusi Francesco, Cospiratore in Francia, guerrigliero in Spagna, partigiano in Italia: per una biografia transnazionale dell’antifascista libertario Sirio Biso, in «Spagna contemporanea», XXXIV, n. 67, 2025, pp. 59-82, pp.76-77.

[22] Sarà la più stretta collaboratrice di Codignola nell’organizzazione politica cittadina del Partito d’Azione.

[23] Maria Luigia Guaita era un’importante “staffetta” o meglio “ufficiale di collegamento” tra i vari settori dell’organizzazione, ma svolgeva anche incarichi di carattere militare e sovrintendeva al servizio dei timbri e delle tessere false.

[24] Questo dettaglio è riportato nella dichiarazione rilasciata da Orlandi il 21 marzo 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione, in AAO.

[25] AAO, Testimonianza al nipote, p. 3.

[26] Il CLN, nato il 9 settembre 1943 dal Comitato centrale delle opposizioni, il 16 ottobre 1943 propose di costituire un governo straordinario composto dalle forze politiche che avevano costantemente lottato contro la dittatura fascista e che fin dal 1939 si erano schierate contro la guerra nazista. Da questo momento il CLN si assunse la responsabilità di guidare la lotta di liberazione in modo autonomo.

[27] Per l’intero testo della decisione si veda Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 85 e Agnoletti Enriques, La politica del Comitato, p. 418.

[28] Il comando militare nacque su iniziativa del Partito d’Azione e del Partito Liberale, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 83-86.

[29] Per un approfondimento si veda Gentile Emilio, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2002.

[30] Qui si riporta, a dimostrazione del legame endemico con la natura del regime, la lettera inviata da Carità a Mussolini il 14 dicembre 1943: «Le pressioni esercitate dai soliti ex massoni, dalle solite contesse nei salotti le esagerazioni portate dalla fantasia italiana, molto ricca in proposito, dalla bastonatura che diventa omicidio, agli schiaffi che diventano tortura, sono argomenti all’ordine del giorno che portano i capi delle provincie alla repressione di tutte quelle che possono essere le energie nazionali, quelle energie, Duce, che Voi non potete avere dimenticato che nel 1919, 1920, 1921, 1922 Vi hanno messo in condizione di diventare il Capo della Patria.», in Oliva Gianni, L’ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, p. 160.

[31] Cfr. Enriques Agnoletti, La politica del Comitato, p. 422.

[32] Si formò così il Corpo Volontari della Libertà il 9 giugno 1944.

[33] Tali chiodi venivano fabbricati in un numero dalla Ferrero, fabbrica con cui fu avviata un’intensa attività di collaborazione sia con la maestranza sia con i dirigenti per conseguire il comune obiettivo della lotta antifascista. Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, p. 158.

[34] Per un approfondimento si veda Fusi Francesco, Il servizio Radio CO.RA. e il suo contributo alla lotta di Liberazione, https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-servizio-radio-co-ra-e-il-suo-contributo-alla-lotta-di-liberazione/

[35] Vassalle sarà una delle 19 donne insignite della Medaglia d’oro al Valor Militare.

[36] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, P. 168.

[37] Boris, Al tempo del fascismo, pp. 56-57.

[38] Boris, Al tempo del fascismo, p. 58.

[39] AAO, Lettera a Boris.

[40] Così nella testimonianza di Orlandi.

[41] AAO, Lettera a Max Boris, e Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[42] Si precisa che nella Testimonianza al nipote Orlandi riferisce le date del 13 e 14 febbraio, ma in realtà si trattò della notte tra il 14 e il 15 febbraio.

[43] Boris riferisce che la maggior parte dei presenti ne contò 21, in Boris, Al tempo del fascismo, p. 60.

[44] Orlandi riferisce che inizialmente erano loro cinque a provare a recuperare tutto il materiale lanciato, poi, dopo qualche ora, arrivarono in soccorso altre persone, tra cui alcuni uomini di un gruppo di partigiani comunisti che, appostati lì vicino, avevano capito quanto era avvenuto (potrebbe trattarsi del distaccamento garibaldino “Faliero Pucci” noto anche come “Stella Rossa”). Cfr. AAO, Lettera a Boris. Si vedano anche Fusi Francesco, Guerra e Resistenza nel fiorentino. La 22ª brigata Garibaldi Lanciotto Ballerini, Viella, Roma, 2021 e Tagliaferri Loriana, Monte Giovi nella Resistenza, in AA.VV., Monte Giovi: se son rose fioriranno, Polistampa, Firenze, 2012, pp. 375-433.

[45] AAO, Testimonianza, pp. 3-4. Anche Boris racconta della notte del lancio, si veda Boris, Al tempo del fascismo, pp. 59-60.

[46] Orlandi testimonia che fu sotterrato materiale bellico ben oleato, sia con i paracaduti sia con i contenitori nella abetaia adiacente al pianoro. In AAO, Testimonianza, p. 4.

[47] 20-21 febbraio 1944. Tornato in città, Orlandi passò a trovare la sorella ricoverata a Pratolino, con la quale festeggiò il suo ventiduesimo compleanno, il 23 febbraio 1944.

[48] Cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 88-89.

[49] «Aldo Citenni, che era un ragazzo giovane – debole di carattere, di spirito – che lavorava con noi, poi era stato arrestato e aveva spifferato tutto ed era passato dall’altra parte, si è messo la divisa fascista. Ha denunziato tutti quelli che poteva, poi è scappato ed è tornato con i partigiani. Io non l’avevo mai visto, ti assicuro: il giorno dell’arresto, durante il primo interrogatorio, c’è questo qui che dice: “È lui, è lui, sì, sì lo riconosco benissimo, era a Monte Giovi, c’ero anch’io…”. Io ho sempre negato di averlo mai visto, non facevo fatica, anche perché veramente non lo avevo visto, però il nome me lo sono segnato in testa. E il giorno dopo mia madre lo sapeva e, il giorno dopo ancora, lo sapeva anche Codignola. Questo ragazzo alla Liberazione è rientrato a Firenze coi partigiani, è stato riconosciuto ed è stato condannato. Condanna immediatamente eseguita. Uno dei pochi, credo, che furono passati per le armi in piazza S. Maria Novella.», Boris, Al tempo del fascismo, pp. 66-67.

Edoardo Fallaci, nella sua dichiarazione rilasciata il 10 aprile 1946 all’Alto Commissariato per l’epurazione presente in AAO, sostenne che Citenni fu introdotto da Niccoli stesso per portare avanti azioni di spionaggio.

Sulle responsabilità di Citenni si veda anche Caporale, La “Banda Carità”, pp. 105-106.

[50] Nell’AAO è presente la dichiarazione rilasciata da Ottorino Orlandini all’Alto Commissariato per l’epurazione, in data 16 aprile 1946.

[51] Orlandini aveva ricevuto una educazione seminariale tale che quando scoppiò la guerra civile in Spagna e decise di prendervi parte per combattere a fianco dei russi fu preso da una crisi di coscienza. Proprio per questa ragione espresse le sue perplessità in una lettera a Don Luigi Sturzo, il quale lo spinse a seguire la sua coscienza e a battersi per la causa dei popoli, anche a fianco di comunisti e anarchici. Fece parte prima della colonna “Giustizia e Libertà” agli ordini di Carlo Rosselli e poi del battaglione “Garibaldi” di Randolfo Pacciardi Cfr. Francovich, La Resistenza in Toscana, p. 169.

[52] Caporale, La “Banda Carità”, p. 106.

[53] La ricostruzione dell’arresto è stata possibile attraverso l’analisi della testimonianza rilasciata durante il processo Carità, in Caporale, La “Banda Carità”, p. 106, e quella all’Alto Commissariato per l’epurazione conservata in AAO.

[54] Tra i fascisti autori di queste violenze Orlandi riferisce di un giovane di bassa statura con viso un po’ butterato e accento inconfondibilmente napoletano che si distinse per crudeltà.

[55] «Guarda che il delatore è BICCHIERAI -, ricordati del bicchiere», AAO, Lettera a Boris.

[56] Zanti era l’anima nera dell’ufficio politico, già noto a tutti gli antifascisti fiorentini che avessero manifestato il loro dissenso nei confronti del regime di Mussolini ancor prima del 25 luglio 1943, mosso da una spiccata acredine, particolarmente rivolta contro i liberalsocialisti. Ora era profondamente legato a Carità, cfr. Francovich, La Resistenza a Firenze, pp. 57-58.

[57] Durante queste settimane Orlandi, grazie alla collaborazione di uno “scopino”, riuscì a far sapere alla madre, a Gavorrano che si trovava in carcere. Nella settimana di Pasqua la donna riuscì a fargli pervenire alcuni generi alimentari, che il figlio condivise con i compagni di cella, tutti provati dalla fame e dalle condizioni detentive. Qualche giorno dopo la madre, accompagnata da altre due figlie, riuscì ad incontrarlo grazie all’intervento dell’Ufficio Assistenziale del Partito d’Azione: e fu proprio in quella occasione che Orlandi apprese della morte del padre avvenuta il 14 febbraio.

[58] Si veda anche Boris, Al tempo del fascismo, p. 62. Nella testimonianza rilasciata all’Alto Commissariato per l’epurazione Orlandi riporta che lo stesso Spinella gli riferì di essere stato obbligato a battere a macchina il verbale dell’arresto del 26 febbraio e qui dovette proprio scrivere che «dietro informazioni fornite da Niccoli Bruno, detto Bicchierai alias Bacchelis [sic], è stata compiuta una perquisizione nel garage di proprietà di Max Boris dove venivano trovate armi ecc.», in AAO.

[59] Per le memorie di Lipparini si veda Cesare Lipparini, Partigiano portami via. Memorie di Resistenza nelle Colline Metallifere, a cura di Lipparini Maurizio, Effigi, Arcidosso, 2026.

[60] AAO, Testimonianza, p. 5.

[61] AAO, Dichiarazione all’Alto Commissariato.

[62] Si precisa che la data del 10 giugno è riportata nella Testimonianza al nipote conservata nell’AAO, ma la Direzione carceraria attesta la presenza di Orlandi presso le Murate fino al 21 giugno 1944.

[63] Il fratello caduto in combattimento cui fa riferimento Orlandi è molto probabilmente Lanciotto Ballerini, ucciso nella battaglia di Valibona, sui monti della Calvana, il 3 gennaio 1944. Nella lettera del 1995, Orlandi colloca l’episodio nel mese di novembre, in discordanza con le fonti storiche. Si veda anche

[64] Anche in questo caso, Orlandi riporta il nome di Rita, in AAO, Testimonianza.

[65] AAO, Ibidem.

[66] Nella Lettera a Boris, Orlandi riporta la data del 13 luglio, ma in realtà lo scontro avvenne il 14 luglio. Per approfondire si veda Fusi Francesco, «L’officina dei partigiani», www.toscananovecento.it https://www.toscananovecento.it/custom_type/lofficina-dei-partigiani/

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