Resistenza antinazista in Germania. Una mostra a Livorno

Marco Manfredi - Istoreco Livorno

Monumento commemorativo organizzazione Saefkow, Berlino-Lichtenberg
Monumento commemorativo organizzazione Saefkow, Berlino-Lichtenberg
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Dal 3 all’8 febbraio si terrà a Livorno la mostra L’altra Germania. L’opposizione tedesca al regime nazista, organizzata in collaborazione da Istoreco e dal Centro Filippo Buonarroti Toscana. Si tratta della presentazione al pubblico italiano di una mostra promossa in Germania dall’Associazione dei Perseguitati del regime nazista (Die Berliner Vereinigund der Verfolgten des Naziregimes). Particolarmente significativo che l’impulso iniziale alla sua realizzazione sia venuto da tre donne i cui padri sono stati condannati a morte dai nazisti: Barbel Schindler-Saefkow, figlia di Anton Saefkow, Susanne Riveles, discendente di Johannes Kreiselmaier e Annette Neumann, figlia di Erwin Freyer. Ospitata nelle sale del Cisternino di Città e inserita nel quadro delle proposte per il giorno della memoria, la mostra prevede anche alcune iniziative collaterali, fra cui la proiezione riservata alle scuole del film Lettere da Berlino di Vincent Pèrez (2016), ispirato alla vicenda ricostruita dall’avvincente romanzo di Hans Fallada (che reca invece il titolo di Ognuno muore solo). Nel libro si narra la storia realmente accaduta di due anonimi coniugi di un quartiere operaio di Berlino che, una volta ricevuta la notizia della morte al fronte del figlio, decidono di avviare una forma di personale protesta, ingenua quanto coraggiosa, contro la guerra del Führer.

Foto SaefkowQuella del “Widerstand” (la resistenza tedesca al nazismo) è una pagina di storia poco conosciuta, e in parte persino rimossa, per la difficoltà di mettere a fuoco la questione dell’opposizione interna alla Germania al totalitarismo hitleriano e per l’imbarazzo a lungo prodotto dal tema sul senso di colpa dell’opinione pubblica tedesca. Diversamente dai paesi occupati dall’espansione militare del Terzo Reich, nella patria del nazismo non si svilupparono infatti, neppure nei momenti più critici per il fronte interno, forme di lotta armata contro il regime. Un fenomeno che gli storici hanno in parte spiegato con la capillarità e la ferocia preventiva della repressione, le cui maglie strettissime si manifestarono fin dal marzo del 1933 con la costruzione dei primi campi di concentramento inizialmente sperimentati proprio su antifascisti e oppositori interni. In questo contesto il dissenso, piegato nelle sue premesse, si sarebbe manifestato solo in forme isolate e sparse attorno alle trame di alcuni circoli militari o alla sfortunata propaganda di circoscritti e ristretti gruppi borghesi, come gli universitari di Monaco di Baviera facenti capo alla Rosa Bianca, o ancora a figure eroiche espressione di una sorta di resistenza etica al nazismo come il teologo e martire Dietrich Bonhoeffer.

Al di là del notevole ruolo testimoniale di questi episodi e di singole individualità di cui anche in Italia si conosce ormai abbastanza grazie alla produzione negli ultimi anni di film e pubblicazioni, poco si sa invece dell’esistenza di aree o di forme di avversione alla penetrazione del serrato progetto totalitario nazionalsocialista. La completa e rapida conquista della società all’ideologia del Terzo Reich viene di norma data per assodata, anche con riguardo a quei ceti sociali, come la classe lavoratrice salariata delle cinture industriali e dei quartieri operai delle maggiori città, a cominciare da Berlino, elettoralmente più ostili all’avvento di Hitler. Non si deve dimenticare che ancora nelle ultime elezioni libere del marzo del 1933, già pesantemente condizionate dall’inquietante incendio del Reichstag e dai primi rilevanti provvedimenti repressivi verso le forze di opposizione, i due partiti della sinistra (comunisti e socialdemocratici) continuarono a sopravanzare largamente nella capitale (52,6% contro il 31,3%) il partito della croce uncinata.

bonhoeffer

Dietrich Bonhoeffer

Già dalla ricostruzione del più ampio contesto in cui si muovevano i coniugi Quangel (Hampel nella realtà) del citato romanzo di Fallada, rappresentato da storici quartieri rossi come Wedding, Moabit o Neukölln, era possibile scorgere l’intenzione dell’autore di descrivere un ambiente popolare non pienamente piegato al nazismo, un microcosmo sommerso che nel suo vissuto quotidiano non sempre si muoveva secondo i comportamenti d’ordine e le pretese e di disciplina auspicati dal Fuhrer e dai suoi uomini. Non un’opposizione organizzata certo, ma una forma di istintiva ripulsa esistenziale a una nazificazione completa che sembrava esprimere un ethos fondamentalmente resistenziale a un ordine che pretendeva adesione assoluta. La mostra ospitata a Livorno, e relativa non a caso soprattutto all’esperienza di Berlino, va un passo oltre, cercando di far emergere una serie di vicende in cui la politica ha un ruolo indubbio e attivo e da cui emerge come nella metropoli la resistenza al nazismo sia stata essenzialmente operaia. Dalle molte storie personali presentate dai pannelli in esposizione emerge quanto in segreto si mossero e si attivarono, soprattutto sotto lo stato di guerra, cellule e trame clandestine in cui protagonisti furono soprattutto soggetti già legati alle formazioni politiche e sindacali della sinistra tedesca liquidate dopo l’assunzione dei pieni poteri da parte del neocancelliere di origini austriache. In particolare i capi di questa rete come Anton Saefkow, Franz Jacob, Bernhard Bästein erano stati quadri del Partito Comunista tedesco (KPD) e dopo il 1933 avevano conosciuto lunghi periodi di dura detenzione in penitenziari e in campi di concentramento. Ma a questo movimento organizzato, che giunse a reclutare circa cinquecento persone (di cui un quarto donne) si unirono anche molti che non avevano avuto in precedenza esperienze partitiche ma che avevano motivi concreti o ideali che li spingevano a sperare nell’immediata fine della dittatura. Dai diversi pannelli tematici è possibile conoscere con ampiezza di dettagli le sconosciute biografie di questi resistenti, i luoghi di azione delle loro reti cospirative (in cui un ruolo di spicco ebbero le fabbriche), le collaborazioni instaurate (con ebrei e lavoratori coatti, con elementi borghesi, con soldati arruolati nella Wehrmacht o con medici ospedalieri) e le modalità della loro azione alle prese con i costanti problemi posti dai rischi rappresentati dalla delazione e dal controllo capillare sulla società degli apparati nazisti.

La gran parte delle vicende individuali ricordate e raccontate nella mostra finirono tragicamente. Uomini e donne delle organizzazioni berlinesi di resistenza furono giustiziati o morirono in carcere e nei campi di concentramento. Non riuscirono dunque a salutare la liberazione della città, né a prepararne di fatto l’avvento che fu dovuto esclusivamente allo sforzo delle truppe sovietiche impegnate nella sanguinosa battaglia di Berlino. Il loro principale lascito si materializzò dunque in un martirio soprattutto testimoniale. A chiudere l’esposizione è infatti una sezione, dal titolo Ultime lettere, che contiene una piccola selezione di commoventi messaggi di commiato scritti ai famigliari, nelle ore immediatamente precedenti alla loro esecuzione, da alcuni dei condannati alla decapitazione dalla famigerata Corte popolare di giustizia del Reich. Parole da cui traspare soprattutto il profondo dolore privato per l’abbandono dei più cari affetti famigliari, ma nelle quali l’umanissima paura della morte non si abbandona neppure per un attimo a un sentimento di pentimento. Perché la Germania di Hitler era un luogo in cui non era possibile vivere, né immaginare un futuro, un inferno in terra rispetto al quale ogni scelta, per quanto rischiosa, appariva ai nostri resistenti preferibile e ammessa.

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