I baluardi di Kesselring in terra di Siena.

Riccardo Bardotti - Istituto storico della Resistenza senese e dell'età contemporanea

La strategia militare nazista per fronteggiare l'avanzata Alleata.

Le truppe francesi attraversano il fiume Orcia. Giugno 1944[1].
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La massima del generale statunitense George Smith Patton le fortificazioni fisse sono un monumento alla stupidità dell’uomo riassumeva in modo esemplare la nuova mentalità tattica e strategica che si era andata affermando nel corso della Seconda guerra mondiale. Tale lezione, anche se non era stata ben compresa da Adolf Hitler – per molti versi ancora legato alla concezione di fortificazione e guerra di posizione – era tuttavia ben chiara per molti ufficiali tedeschi tra cui Albert Kesselring, a cui il Führer, a partire dal 21 novembre 1943, aveva nuovamente affidato la responsabilità dell’intero fronte italiano e che si dimostrò un maestro nella difesa dinamica.
In seguito allo sfondamento della linea Gustav, avvenuto con la IV battaglia di Montecassino (11-18 maggio 1944) grazie alla brillante manovra del Corps Expéditionnaire Français lungo la valle del Liri, gli uomini del Reich si erano trovati in grave difficoltà rischiando una sconfitta ancora più grave qualora gli Alleati, anziché piegare su Roma, fossero avanzati velocemente lungo le linee di comunicazione della penisola in direzione nord. La convergenza sulla capitale degli statunitensi fece guadagnare del tempo prezioso a Kesselring, che poté riattivare i collegamenti tra le due grandi unità sotto il suo comando, la X e la XIV armata tedesca, elaborando un’efficace difesa dinamica. L’idea di fondo era quella di realizzare una seconda linea difensiva, sfruttando la natura impervia del terreno, tra la Versilia e la Romagna, sul modello della Gustav, linea che avrebbe impegnato per mesi gli Alleati nonostante questi ultimi godessero di una schiacciante superiorità di uomini e mezzi. Ovviamente, per ritirate due intere armate sulla nuova posizione era necessario guadagnare tempo e per far ciò l’idea di Kesselring era di realizzare, una volta riorganizzate le proprie truppe, una serie di linee difensive “elastiche”. Queste barriere erano sostanzialmente dei caposaldi piazzati presso passaggi obbligati o su punti facilmente difendibili. I reparti (i Kampfgruppen) destinati a presidiare i caposaldi prendevano il nome dall’ufficiale in comando e, in molti casi, erano costituiti da aggregazioni di uomini provenienti da diverse specialità.
Gli Alleati poterono avanzare senza grossi ostacoli fino a Perugia e Orvieto (quest’ultima dichiarata “città aperta”), ma da quel momento in poi i tedeschi, che nel frattempo avevano avuto il tempo di riorganizzarsi, decisero di opporre resistenza, risoluzione questa che gli anglo-statunitensi conobbero in anticipo grazie all’intercettazione e alla decrittazione di alcuni documenti riservati tedeschi che erano caduti nelle loro mani. Gli uomini del Reich avevano apprestato una linea di arresto detta “Albert” o “del Trasimeno”, che correva dall’omonimo lago fino a Castiglion della Pescaia[2] sfruttando le numerose zone accidentate, particolarmente adatte a realizzare dei caposaldi, nonché la relativa scarsità di strade idonee al passaggio delle unità corazzate. Tale dispositivo difensivo, nel territorio senese, poteva contare su tre baluardi: il Monte Amiata, considerato strategico per la presenza di un’importante centrale di amplificazione telefonica, la cittadina di Radicofani dalla quale si poteva facilmente controllare il traffico sulla strada Cassia e, a est, il monte Cetona il cui possesso poteva chiudere l’accesso alla Val di Chiana. Dall’altra parte gli Alleati miravano a raggiungere velocemente i ponti sull’Arno in modo da imbottigliare gli avversari prima che si attestassero a nord di Firenze. Questo compito venne assegnato all’intera V armata statunitense, schierata sul Tirreno, al Corps Expéditionnaire Français, prevalentemente impiegato nel territorio senese e, a est, a una parte dell’VIII armata britannica. Furono proprio i francesi a entrare per primi nel territorio della Città del palio, varcando, il 15 giugno 1944, il fiume Paglia. Due giorni dopo la III divisione di fanteria algerina, grazie all’aiuto dei partigiani del posto, riuscì a impadronirsi della vetta del Monte Amiata; contemporaneamente gli uomini della 13° semi brigata della Legione straniera, appoggiati da un battaglione di fanteria algerina, portarono l’attacco contro Radicofani. L’azione avvenne in condizioni particolarmente difficili poiché, nonostante si fosse nella buona stagione, pioveva a dirotto e ciò impedì l’appoggio sia dell’aviazione che delle forze corazzate nonché un’efficace preparazione da parte dell’artiglieria; nonostante le avversità i legionari e gli algerini, alle 5 del mattino del 17 giugno, iniziarono a scalare l’impervia collina di Radicofani. La cittadina era difesa da elementi del 67° reggimento Panzergrenadier e della I divisione Fallschirmpanzer comandati dal maggiore Herald Rathjens, che aveva realizzato un vero e proprio baluardo nel palazzo della posta e sull’area circostante. Per l’intera giornata i tentativi francesi di avvicinarsi all’abitato si risolsero in fallimenti e soltanto alle 17 del giorno successivo, combattendo sotto un furioso temporale, riuscirono ad aver ragione dei difensori, ma la giornata non era ancora finita. All’imbrunire, i tedeschi contrattaccarono in forze tentando di riconquistare Radicofani, ma l’azione fallì e il giorno successivo si ritirarono verso nord. Il sanguinoso scontro era costato ai francesi 108 caduti e numerosi feriti. Incerto il numero dei morti tedeschi ma tra loro si trovava anche il maggiore Rathjens che preferì suicidarsi piuttosto che cadere prigioniero[3].
Il terzo caposaldo tedesco della linea Albert in terra di Siena era la città di Chiusi, posta su un’altura tra il monte Cetona e il Lago Trasimeno. Le avanguardie della VI divisione corazzata sudafricana vi giunsero il 20 di giugno trovandola scarsamente presidiata e, inspiegabilmente, ripiegarono. Quando gli Alleati portarono il loro attacco contro l’antica città etrusca, nella notte tra il 21 e il 22 giugno, i tedeschi avevano ormai preparato un’adeguata difesa. L’azione, come del resto quella dei francesi contro Radicofani, si sviluppò sotto la pioggia battente e gli uomini del Commonwealth, nel buio più totale, oltre che contro i colpi di sbarramento, furono costretti a lottare con il fango mentre scalavano i pendii scoscesi. Una volta penetrati in città, i sudafricani presero letteralmente di sorpresa i tedeschi ma essendo privi di armi anticarro (rimaste indietro a causa del terreno pesante) non poterono far saltare i tank avversari che si erano trovati davanti. Ne nacque uno scontro accanito con epicentro nella piazza del teatro, all’interno della quale gli attaccanti rimasero intrappolati a causa della reazione degli avversari. Avvisati dai partigiani della difficile situazione che si era venuta a creare in città, i comandi della VI divisione inviarono un contingente di carrarmati per prestare soccorso ma, a causa delle vie di comunicazione inadeguate, questi ultimi non poterono giungere sull’obiettivo. Le perdite patite dai britannici furono rilevanti, ben 80 morti più un numero imprecisato di feriti e di prigionieri, bilancio che avrebbe potuto essere ben più pesante se i civili e i partigiani non avessero prestato loro soccorso; poco si sa delle perdite tedesche ma si suppone che anch’esse siano state rilevanti. Soltanto il 26 giugno, quando finalmente le condizioni meteo migliorarono, gli Alleati presero possesso della cittadina ormai abbandonata dai tedeschi in ripiegamento verso nord[4].
Con la liberazione da parte degli statunitensi di Cecina (2 di luglio) e di Siena (3 luglio), a opera dei francesi, la linea Albert venne definitivamente superata; tuttavia questo baluardo aveva pienamente assolto il proprio compito permettendo agli uomini di Kesselring di guadagnare ben due settimane.

Note
[1] Immagine da BARDOTTI R., Attenti a dove sparate. La liberazione di Siena raccontata dai fotoreporter dell’esercito francese, Siena, Betti ed., 2018, p.25.
[2] Lo sfondamento della linea Albert, 2 luglio 1944, in https://www.combattentiereduci.it/notizie/lo-sfondamento-della-linea-albert-2-luglio-1944, visitato il 5 maggio 2020.
[3] ONETO G., Radicofani 1944. Il coraggio di osare, in http://ekladata.com/GJ1dZIQm2zLV7aYZsER6BsjZLdI/Radicofani-1944-il-coraggio-di-osare-Giors-Oneto-2014.pdf, visitato il 2 aprile 2020.
[4] SCRICCIOLO L., Chiusi nella bufera, Chiusi 1991, pp.55-80.

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