20 dicembre 1943. Il rastrellamento del Gabbro (Livorno)

Enrico Acciai - ISTORECO - Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporenea nella provincia di Livorno

Dei diciassette arrestati al Gabbro l’unico a tornare dal campo di sterminio di Auschwitz fu Isacco Bayona

Lucia Bayona
Gabbro1
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All’alba del 20 dicembre 1943 un gruppo di carabinieri della stazione di Gabbro (Rosignano Marittimo, Livorno) circondò una cascina poco fuori dal centro abitato. L’obiettivo della retata erano tre famiglie ebree recentemente sfollate da Livorno e arrivate da poche settimane nel piccolo centro. I Bayona, i Baruch e i Modiano, in totale diciassette persone, furono tratti in arresto senza alcuna difficoltà. Nella colonica dove si erano sistemate, le tre famiglie si erano dovute adattare a vivere in ristrettezze: «era una stalla, s’è preso nella macchia dei legni, s’è fatto dei letti, insomma ci si arrangiava a quella maniera lì»; al Gabbro si sentivano però al sicuro, «a quell’epoca lì non ci passava nemmeno per la mente di andare da un’altra parte». Isacco Bayona ha lasciato un resoconto dell’arresto particolarmente drammatico nella sua semplicità: «Era ’na domenica, ci siamo trovati con degli amici del Gabbro e s’è fatta ’na festicciola. Ero giovane…s’andava a ballà. Il lunedì mattina, erano le cinque, hanno circondato tutto questo casolare coi mitra spaniati. C’hanno preso gli uomini soli, le donne le hanno lasciate sta’ […]. C’hanno portato alla caserma dei carabinieri del Gabbro, c’hanno tenuto due giorni lì, poi il maresciallo ha dato l’ordine di andare a caricare anche le donne, le bimbe, tutte quelle che c’erano lassù al capannino, dove eravamo sfollati».

Carlo Bayona

Carlo Bayona

Uno degli elementi centrali nella vicenda del Gabbro è l’assenza dei tedeschi dalla scena del rastrellamento. «Il nostro arresto», avrebbe in seguito ricordato sempre Isacco Bayona, «è da imputare senza dubbio al maresciallo di Gabbro che era pure uno squadrista. Di sua iniziativa, forse per farsi benvolere dai tedeschi, ci arrestò tutti consegnandoci a loro». Quella di queste tre famiglie non fu una vicenda isolata. Dopo l’8 settembre, gli ebrei italiani rimasero in uno stato di sostanziale abbandono: pochi potevano immaginarsi cosa sarebbe successo loro e chi ne era cosciente raramente aveva i mezzi materiali per abbandonare il Paese. I Bayona, i Baruch e i Modiano furono anche vittime dello zelo con cui i carabinieri del Gabbro recepirono la celebre ordinanza di polizia n. 5 firmata dal ministro dell’Interno Guido Buffarini Guidi e trasmessa a tutti i capi delle province della Repubblica Sociale Italiana (RSI) il 30 novembre del 1943:

A tutti i capi provincia, comunicasi, per l’immediata esecuzione, la seguente ordinanza di polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta provincia: Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengono e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in campi di concentramento. Tutti i loro beni, mobili e immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica sociale italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.

Il 12 dicembre, a meno di due settimane da questa circolare, le prefetture ricevettero un nuovo telegramma ancora più perentorio nei toni: «In applicazione recenti disposizioni», scriveva il capo della Polizia, «ebrei stranieri devono essere consegnati tutti ai campi di concentramento. Uguale provvedimento deve essere adottato per ebrei puri italiani». Mentre i capi delle provincie cominciarono ad allestire i campi d’internamento (talora adibendo a tale scopo le carceri o gli edifici delle comunità ebraiche), i questori iniziarono a ordinare gli internamenti. Gli arrestati del Gabbro furono tra i primi della provincia di Livorno, ma ne seguirono molti altri. Nel marzo dell’anno successivo il capo provincia, Edoardo Facdouelle, avrebbe consegnato alle autorità tedesche un gruppo composto di circa sessanta persone che aveva raccolto a Livorno.

Ritratto di gruppo

I rastrellati del Gabbro formavano un gruppo composito. Ne facevano parte: una neonata di pochi mesi (Franca Baruch), quattro bambini (Salvatore Baruch di otto anni, la piccola Flora Modiano di appena cinque anni e le sorelline Dora e Lucia Bayona, di nove e undici anni rispettivamente) e cinque adolescenti (Giosuè, Isacco e Violetta Baruch e i fratelli Bayona, Carlo e Isacco). I più anziani del gruppo erano la nonna di Flora, Gioia Perla Mano (classe 1883), e il capofamiglia dei Baruch, Mosè (classe 1889). In totale erano diciassette persone. I percorsi di quelle tre famiglie offrono uno specchio fedele delle difficoltà che vissero gli ebrei europei negli anni quaranta. I Bayona, livornesi di origine, erano rientrati in Italia solo nell’aprile 1941 provenienti da Salonicco da dove erano dovuti scappare dopo che la città era caduta nelle mani dei nazisti. I Bayona furono rimpatriati in quanto italiani dalle autorità consolari, ma questo non li avrebbe salvati dalla deportazione. Dalla stessa città greca venivano i Modiano, che erano invece giunti a Livorno qualche anno prima, nel 1933. Stesso periodo in cui anche i Baruch si erano trasferiti in Toscana dalla città turca di Smirne. Le vicende della famiglia Bayona sono rappresentative del mondo che fu spazzato via con la Shoah. «Mi’ babbo», avrebbe poi ricordato Isacco, «era vicedirettore del monopolio di tabacchi a Salonicco. Con la posizione che c’aveva si stava abbastanza bene. Io frequentavo le scuole italiane, ma ci insegnavano anche il francese; in casa parlavamo lo spagnolo, fuori il greco, è logico». Quel mondo scomparve con lo scoppio della seconda guerra mondiale e con l’inizio delle persecuzioni. L’arrivo in Italia e l’inserimento a Livorno non furono facili; Isacco, ancora ragazzino, fu costretto a dover lavorare per aiutare la famiglia: «mandavo avanti la mi’ mamma co’ le mi sorelline. All’epoca c’avevo quattordici anni, e facevo già lavori materiali quasi da uomo».

La deportazione

Nahoum_Camelia

Nahoum Camelia

L’arresto del 20 dicembre fu l’inizio di una deportazione che sarebbe finita solo cinque settimane dopo davanti ai cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Immediatamente dopo il fermo, quando furono cioè fermate anche le donne e i bambini del gruppo, le tre famiglie furono trasferite in una caserma a Livorno, in Via Nazionale. Da qui, svolte poche formalità, il gruppo fu trasferito a Firenze; il capo della provincia di Livorno non aveva infatti potuto organizzare un campo di concentramento nel proprio territorio e, in questa prima fase della deportazione, si “appoggiava” alla Questura di Firenze. Le tre famiglie furono prima “registrate” presso il locale comando tedesco e poi internate nel carcere cittadino delle Murate, dove ci fu una divisione tra uomini e donne. Quando le autorità ritennero di aver concentrato un numero sufficiente di ebrei, questi furono portati alla stazione di Firenze e fatti salire su dei vagoni piombati. Erano gli ultimi giorni del dicembre 1943. La tappa successiva fu il carcere milanese di San Vittore. «C’hanno assegnato una cella. Però la sera la nebbia c’entrava nei materassi, eran bagnati praticamente. Ero nella cella insieme a mi’ madre e ho sentito un boato: mi sono affacciato alla ringhiera, ho visto un omo che si era buttato da cinque piani. Ho incominciato a capire che s’andava incontro a cose brutte, infatti io, quando poi ci hanno portati via, ho cercato di scappare. Invece l’ufficiale tedesco m’è venuto incontro, mi ha dato un calcio col fucile una botta sulla mano». Dal settembre del 1943 due raggi di San Vittore erano stati riservati ai detenuti politici e agli ebrei; a gestire questa parte del carcere era stato chiamato il tedesco Helmut Klemm, membro delle SS. Le autorità italiane, in collaborazione con quelle tedesche, stavano radunando gli ebrei arrestati nelle settimane precedenti in tutto il territorio nazionale. Raggiunto il numero minimo per organizzare un convoglio i detenuti furono prelevati in massa da San Vittore e portati alla stazione centrale di Milano. «Tutti gli ebrei, la notte del 30 gennaio, vennero allineati nel grande corridoio del carcere e furono fatti sfilare dal cancello sotto le canne delle mitragliatrici», avrebbe poi ricordato uno dei presenti, «alla stazione i deportati furono portati nei sotterranei, lontano da sguardi indiscreti e caricati direttamente sui carri bestiame in sosta. Su ognuno si trovava una damigiana di acqua e un recipiente di modeste proporzioni per i bisogni corporali. Il vagone fu chiuso e sprangato e il convoglio si avviò». Le famiglie Bayona, Baruch e Modiano erano tra quei circa 600 deportati diretti verso la Polonia in un viaggio che sarebbe durato sette/otto giorni. Dei diciassette arrestati al Gabbro l’unico a tornare dal campo di sterminio di Auschwitz sarebbe stato il diciassettenne Isacco Bayona.

 

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