Vittorio Meoni, la ricerca continua della libertà

Alessandra Angioletti - Istituto Storico della Resistenza Senese e dell'Età Contemporanea

Dalla Resistenza ai giorni nostri: una storia di impegno e partecipazione

Vittorio Meoni da giovane
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Vittorio Meoni è nato l’11 dicembre del 1922 da una famiglia di insegnanti. La prima fase della sua vita fu segnata dai continui spostamenti dei genitori. A Colle di Val d’Elsa, città del padre, a Siena, a Prato, a Firenze per l’Università di Scienze Politiche. La sua storia è conosciuta, forse soprattutto, per il drammatico episodio che lo ha visto tra i protagonisti dell’eccidio di Montemaggio. Tuttavia, l’intera vita di Vittorio merita di essere osservata con attenzione, poiché è attraversata senza interruzione da un filo sottile ma evidente, quello della ricerca della libertà. Molte volte ha avuto la possibilità di parlare dell’esperienza da partigiano, dell’impegno politico, della Cremona, del carcere.

In più di un’occasione ha voluto mettere le sue memorie nero su bianco, ma il racconto più compiuto è probabilmente quello riportato in maniera chiara e lineare in La libertà è come l’aria (Effigi edizioni). Qui è Vittorio stesso a parlare, senza vergogna, della sua adesione ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti), dai quali però venne espulso in seguito a un’osservazione fatta a voce alta all’Università e a un interrogatorio dal quale venne congedato “per assoluta e dichiarata mancanza di fede fascista”. Abbracciò pienamente l’antifascismo, interprete del forte risentimento e dalla povertà che mordeva la popolazione. Fu per lui una “vera e propria rivoluzione culturale, maturata nell’ambiente cattolico fiorentino, caratterizzato dalla presenza e dall’opera di alcuni sacerdoti e di personaggi-simbolo come Giorgio La Pira”. Anche durante il secondo convegno giovanile alla Casa fiorentina della GIL (Gioventù Italiana del Littorio), Vittorio non mancò di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Prese infatti la parola, criticando il sistema corporativo e la sua antidemocraticità. Questa volta le conseguenze furono più gravi, poiché, dopo un altro interrogatorio poliziesco, venne trasferito al carcere delle “Murate”, dove rimase per circa due mesi. Non fu l’unica esperienza di detenzione. Anche dopo la notizia della caduta del fascismo, nel 25 luglio del 1943, Vittorio venne preso e torturato a “Villa Triste” e di nuovo trasferito al carcere delle “Murate”. Intanto, i tedeschi avevano cominciato anche a Firenze il rastrellamento sistematico degli ebrei.

Vittorio Meoni oggi

Vittorio Meoni in una foto recente

Una volta libero, decise di darsi alla macchia, scelta di cui mise al corrente soltanto il padre, con cui condivideva gli ideali antifascisti: “Pensai che l’unico modo di raggiungere una formazione partigiana era quello di andare a Colle, dove sapevo che c’erano amici e persone che si stavano organizzando per iniziare la lotta armata contro la Repubblica Sociale. […] Partimmo in tre: con me c’erano Mauro Rolandi e un certo Bargi (detto Ciclamino)”.

Sotto la guida di Velio Menchini (detto “Pelo”), Vittorio fece le sue prime azioni partigiane a Casole d’Elsa e a Montieri (in entrambi i casi vennero assalite le caserme dei carabinieri, per procurarsi le armi necessarie), poi sul Montemaggio (per compiere azioni di sabotaggio sulla via Cassia e sulla linea ferroviaria Siena-Firenze). Fu in quest’ultimo luogo che i repubblichini uccisero con un plotone d’esecuzione diciannove compagni. Era il 18 marzo del 1944. Di quella triste pagina della nostra storia Vittorio è l’unico sopravvissuto, anche se gravemente ferito, per essere scappato appena prima che i fascisti riuscissero a premere il grilletto. Ne ha scritto dettagliatamente nella Memoria su Montemaggio (Anpi Siena, 1975).

Di nuovo dietro le sbarre, venne fatto uscire quando la Liberazione di Roma spinse i repubblichini impauriti a scarcerare decine di detenuti politici. Si mise dunque a disposizione del Corpo di Spedizione Francese che liberò Colle. A quel punto, aveva provato sulla sua pelle cos’era la paura e il freddo e la lontananza dagli affetti. Nonostante la Toscana fosse finalmente libera dall’oppressione fascista, sempre per quel filo di cui dicevo all’inizio, si arruolò come volontario nell’esercito di liberazione italiano. In particolare, prese parte al Gruppo di Combattimento “Cremona”, che operava in Romagna, a fianco dell’VIII Armata Britannica, un’esperienza che può essere attentamente letta in Dal fazzoletto rosso alle stellette. 1944-1945: l’esperienza dei volontari senesi nei Gruppi di Combattimento (Nuova Immagine, 2005).

Vennero in seguito il trasferimento a Roma per partecipare alla Commissione di Direzione Nazionale del PCI, il rientro a Siena, le drammatiche giornate del ’48, i processi che la Resistenza senese dovette subire, la difficile scelta di non accettare la candidatura a sindaco. Anche in questi casi, per usare le parole di Ivan Tognarini, “Vittorio è stato (ed è, auguriamoci ancora per tanti e tanti anni) uno spirito libero, una coscienza critica, una persona che, senza mai scadere nell’alterigia, nella boria, nella tracotanza, è stata ed è rimasta rigorosamente e coraggiosamente coerente con le proprie idee”.

Oggi, all’età di quasi 93 anni, il suo impegno e la sua grande partecipazione non sono ancora finiti. È infatti il Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea, nonché dell’Anpi provinciale di Siena. Con mente lucida, nel 2015 come allora, non perde occasione per raccontare la sua storia e insegnare a tutti che “la libertà è come l’aria, ne apprezzi tutto il valore quando ti manca”.

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