Renzo Martelli

Alessandro Affortunati - Società pratese di storia patria

Comunista a Prato sotto il fascismo: una testimonianza

Da sinistra, in primo piano Aldo Petri, Vignolini, Otello Galardini, Rodolfo Corsi e Renzo Martelli [www.associazioni.prato.it]
Renzo Martelli
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Dopo l’avvento del fascismo i comunisti pratesi ebbero una parte molto attiva nell’opposizione clandestina, riuscendo (nonostante le mille difficoltà e le retate della polizia) a condurre quasi senza soluzione di continuità la loro lotta contro il regime fino a saldarla all’esperienza resistenziale. Renzo Martelli, che di tale lotta fu uno dei protagonisti, ci rilasciò nel 1991 un’interessante intervista sull’attività che il PCI svolse a Prato in quegli anni (su Martelli, oggi scomparso, cfr. Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. III, H-M, Milano, La pietra, 1976, ad vocem). L’intervista venne pubblicata da Azione sindacale. Periodico della CGIL di Prato nel numero del 15 settembre. Ne riproponiamo il testo ai lettori di ToscanaNovecento.

Aderire al Partito comunista negli anni della clandestinità significava correre dei grossi rischi. Che cosa ti spinse a compiere un tale passo?

A quell’epoca io lavoravo come tessitore e quindi sperimentavo sulla mia pelle la durezza della vita in fabbrica sotto il fascismo. Allora il padronato aveva proprio le mani libere: i salari erano molto bassi, le condizioni di lavoro cattive, le multe fioccavano per un nonnulla e gli operai erano costretti a fare talvolta anche dei turni di dodici ore. Per i lavoratori non esisteva nessun margine di libertà e le richieste che inoltravamo alla direzione tramite il fiduciario di fabbrica rimanevano inascoltate. Lo sfruttamento era davvero la realtà di tutti i giorni e ciò faceva riflettere. Io poi sono sempre stato un amante della lettura e certi libri hanno contribuito alla mia maturazione politica. Ricordo, ad esempio, i romanzi di Maksim Gorkij ed in particolare La madre, che è la storia di una vecchia che attraverso il figlio rivoluzionario emerge da una rassegnazione antica e capisce il valore della ribellione. Una volta maturata una coscienza di classe, aderire al PCI fu per me una cosa del tutto naturale perché quel partito mi sembrava il solo in grado di realizzare una società più umana, più giusta e più moderna.

In che misura la propaganda clandestina del PCI fece presa sui contadini del Pratese?

Il contadino aveva in genere una mentalità tradizionalistica, era molto esposto all’influenza del clero e, lavorando isolato, non poteva avere, a differenza dell’operaio, degli scambi continui di esperienze e di opinioni con i compagni. La penetrazione del PCI nelle campagne fu dunque più difficile che nella città, ma un lavoro proficuo, di cui raccogliemmo i frutti nel periodo della Resistenza, venne ugualmente svolto. Ai contadini parlavamo della dittatura fascista, che anche per loro era fonte di oppressione, e della guerra verso la quale Mussolini stava precipitando il paese. Nella nostra opera di propaganda insistevamo inoltre sulla necessità di una revisione del contratto di mezzadria imperniata su un riparto degli utili più favorevole ai coloni.

In città il Partito comunista riuscì a costituire delle cellule in parecchie fabbriche. Quali compiti svolgevano questi nuclei?

Le cellule comuniste nelle fabbriche si occupavano essenzialmente della propaganda, del reclutamento e del soccorso rosso, ma per smuovere le acque venivano avanzate anche delle rivendicazioni salariali. Nello svolgere la nostra attività cercavamo naturalmente di agire con cautela: si parlava alla mensa oppure nei ritagli di tempo quando le macchine erano in movimento. Mi rammento che al lanificio dei fratelli Querci in via Santa Gonda, dove ho lavorato, eravamo riusciti ad organizzare una cellula che contava una ventina di aderenti su un totale di circa cento operai.

Un problema serio per la rete comunista di Prato fu quello degli infiltrati (penso a personaggi come Mario Imprudenti o come Diego Mammoli). Si ha l’impressione che la vigilanza del partito non fosse abbastanza attenta. Qual è la tua opinione a questo proposito?

Sì, effettivamente non è che tutto funzionasse alla perfezione. Ad esempio, non sempre venivano rispettate le istruzioni del partito che suggerivano ai compagni di non parlare dell’attività clandestina a persone diverse dai due elementi con i quali ciascuno di loro era collegato. La famosa organizzazione “a catena”, insomma, presentava delle smagliature e questo ebbe delle conseguenze anche gravi.

Dopo alterne vicende, i comunisti pratesi crearono, verso la fine del 1937, un’organizzazione che funzionò sino al giugno 1941, quando venne scompaginata dalla polizia. Puoi fare un bilancio dell’attività di questa organizzazione di cui anche tu facevi parte?

Mi pare che si tratti di un bilancio positivo, anche se fra il ’37 ed il ’41 la crescita dell’organizzazione non fu travolgente. Come ho già detto, la nostra attività consisteva nel soccorso rosso, nel proselitismo e nella propaganda. Fu in quest’ultimo campo che riportammo i maggiori successi, riuscendo ad avvicinare al partito anche persone che, pur non prendendo mai la tessera, condivisero le nostre idee e appoggiarono le nostre lotte durante la Resistenza e negli anni successivi alla liberazione.

Per l’inverno 1941-42 era stata ventilata l’idea di mobilitare le donne contro la guerra e la scarsità di generi alimentari. Pensi che questa manifestazione avrebbe avuto successo?

Penso di sì. Le donne erano meno attive degli uomini nel lavoro clandestino, ma tutt’altro che refrattarie alla propaganda antifascista. Molto influivano su di loro i sentimenti, la giusta preoccupazione per il figlio, il marito o il fidanzato mandato a combattere una guerra assurda dopo essere stato magari perseguitato a causa delle sue idee politiche.

Il 28 aprile 1942 il Tribunale speciale ti condannò a sette anni di reclusione per attività antifascista, fortunatamente non scontati per intero. Che cosa significò per te l’esperienza del carcere?

Quella del carcere è un’esperienza dura. Chi non l’ha provata nemmeno immagina quanto pesi l’essere rinchiuso fra quattro mura, la malnutrizione, la prepotenza sbirresca, la mancanza degli affetti familiari. Però io ero certo che non avrei mai passato sette anni in galera. Ero sicuro che il regime sarebbe crollato prima e questa convinzione era condivisa dai detenuti politici che si trovavano nel mio stesso camerone. Quindi io uscii dal carcere politicamente e moralmente rafforzato e pronto a riprendere la lotta senza esitazioni.

Qual è, a tuo avviso, il rapporto fra lotta clandestina e Resistenza? In che modo la prima contribuì a preparare la seconda?

Si tratta di un rapporto molto stretto, evidentemente. Senza la prima la seconda non ci sarebbe stata, e da questo di punto di vista è estremamente significativo il fatto che i quadri delle formazioni partigiane provenissero, nella loro maggioranza, dall’esperienza della clandestinità e del carcere.

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