Presentato a Pisa “Il tempo senza Storia” di Prosperi.

Chiara Nencioni - insegnante

4 settembre 2021 - Pisa
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Alle ore 18 di venerdì 3 settembre, presso il circolo Arci Pisanova, a Pisa, si è tenuta la presentazione dell’ultimo libro di Adriano Prosperi, Il tempo senza storia Torino, Einaudi, 2021.
Introduce Franco Bertolucci -direttore scientifico della BFS-, modera Stefano Gallo -ricercatore CNR- intervengono l’autore Adriano Prosperi – professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e Paolo Pezzino -presidente dell’Istituto Nazionale F. Parri-.
Il pubblico, molto numeroso, si è mostrato attento fino alla fine, con una evidente soddisfazione di poter riprendere questi incontri in presenza, avendo a disposizione un ampio spazio all’aperto che ha consentito il distanziamento.
L’iniziativa segna quello che Gallo definisce il “nuovo corso” di vita della Biblioteca Franco Serrantini, diventata Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea, alla sua prima iniziativa come associato all’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, Rete degli Istituti storici della Resistenza dell’età contemporanea.
Dopo i saluti, prende la parola Gallo che, parlando del libro di Prosperi, afferma “interpreta il senso di fare storia”. Prosperi spiega che questo suo ultimo libro è la trascrizione di una conferenza tenuta a Genova di fronte al Palazzo Ducale, quasi due anni fa (la pubblicazione ha subito ritardi a causa del covid) mentre persone affogavano nel Mediterraneo nella totale noncuranza. “A me questo ha fatto venire in mente la Shoah (confronto improprio, lo so) in cui tutti sapevano ma non vedevano e non sentivano”. Da qui il bisogno di interrogarsi sul senso della storia della memoria nella realtà contemporanea.
Gallo poi propone dei punti di riflessione: il primo è il rapporto fra storia e memoria.
A tale proposito Pezzino ribadisce l’ovvia distinzione fra storia e memoria, riprendendo una frase del saggio di Prosperi “la prima è conoscenza accertata del passato, la seconda funzione psichica, viva e palpitante, finestra mentale più aperta all’errore e alla falsificazione”. Aggiunge poi “le memorie dei protagonisti sono fondamentali per ricostruire l’elaborazione del passato ma di quel passato ci dicono appunto quello che il soggetto ricorda dopo anni e anni di rielaborazione E non possono essere utilizzate per ricostruire in maniera solida i fatti di cui si porta ricordo”. La memoria, infatti, è selettiva e più sottoposta all’oblio.
Prosperi concorda: “Io sono nato, direbbe Orazio, Benito consule, ma non oserei raccontare i miei ricordi, perché la memoria è influenzata dal contesto sociale, dalla coscienza civile ed è fatalmente labile, falsificabile. Basti pensare che gli Italiani hanno mistificato di essere stati nella stragande maggioranza fascisti!”.
Il secondo spunto è “la storia come legittimazione del potere politico”.
Pezzino afferma che il primo condizionamento sta già nella selezione dei dati da ricordare. “Anche la storia è selettiva. Lo dimostra, ad esempio, la cancellazione e la sostituzione della storia delle popolazioni conquistate, come quella dei nativi Americani o delle civiltà precolombiane”. E continua: “Nel corso dei secoli si è elaborato un metodo storico che basa l’interpretazione sulla documentazione e su un’analisi critica di tutte le fonti disponibili ed è questo metodo che oggi può fare dello storico un decostruttore delle falsificazioni del potere. Davanti alla falsificazione della storia voluta dal potere politico e diffusa dai mass media, il nostro lavoro di storici, di verifica e di rimando ai dati essenziali e di contestazione appare debole. Ma la sedimentazione di ciò che noi cerchiamo io spero che prima o poi dia i suoi frutti, altrimenti dovremmo ritenere che il lavoro dello storico è del tutto inutile”. E Prosperi aggiunge: “la storia significa etimologicamente ricerca, chi fa questo mestiere non lo deve dimenticare”.
L’ultimo spunto di riflessione, sollevato dalle parole in apertura di Prosperi sulla Shoah, riguarda la celebrazione della Giornata della Memoria.
Pezzino sostiene che la celebrazione “forzata” ed eterodiretta di essa abbia banalizzato la Shoah. “Già la definizione italiana di Giornata della Memoria è discutibile: lascia fuori alcune categorie di vittime, inserisce gli Italiani buoni che hanno salvato”. Ecco il testo: La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Critica poi la definizione ufficiale di antisemitismo proposta dall’IHRA e ripresa da molti governi tra i quali quello italiano, non tanto per il testo in sé (“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”), quanto per gli esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa, che vengono citati dopo tale definizione, che danno un preponderante peso alle critiche verso la politica israeliana.
A proposito dell’importanza di ricordare la Shoah, Prosperi cita, prendendone le distanze, un articolo di Berardelli in cui si afferma “non è necessario ricordare la Shoah, bisogna andare avanti. Le stragi e le distruzioni di popoli sono ricorrenti nella storia”. Confronta poi questa affermazione con quelle di uno storico cattolico di grande fama che, sul più letto giornale tedesco, proprio negli stessi giorni in cui è uscito il suo libro, ha scritto: “la storia è anche dimenticare, non si può collegare per sempre l’Olocausto al popolo tedesco”, mostrando la pervicace tendenza di questo popolo di prendere le distanze dal passato nazista.
La shoah è il punto massimo dell’evoluzione culturale, scientifica e tecnica del mondo moderno”. Conclude Prosperi “e per questo non possiamo lasciarcela alle spalle”.
A conclusione dell’incontro, entrambi gli studiosi concordano sul fatto che è in atto un “attacco alla storia” e che le responsabilità sono da ricercarsi nello scarso peso data ad essa nella scuola, nella crisi delle biblioteche e degli archivi italiani, quasi sempre chiuse le prime, allo sfascio i secondi. “Ma la storia si fa sui documenti!” inveisce Prosperi, “se i giovani studiosi non possono accedere agli archivi che ricerca fanno?”.
Amareggiato conclude il suo intervento così: “Per un paese che non investe in scuola, luoghi di cultura, ospedali e carceri io non sono ottimista”.

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