“Eravamo tanto amati” presentazione a Viareggio a cura dell’ISREC Lucca

Chiara Nencioni - insegnante

19 aprile 2019 - Lucca
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Nella cornice Liberty di Villa Argentina, a Viareggio, mercoledì 17 marzo aprile si è tenuta la presentazione del libro Eravamo tanto amati, a cura dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Lucca. Alla presentazione è stato presente uno dei tre autori, Domenico Guarino, scrittore e giornalista professionista che lavora prevalentemente a Contro Radio/ Popolare Network. Gli altri autori sono Andrea Lattanzi, giornalista pubblicista e videomaker, e Andrea Marotta, giornalista di Rai TGR Toscana.

Eravamo tanto amati è sia un libro sia un documentario di circa un’ora e mezzo. Il titolo è un sentito omaggio al film di Ettore scola C’eravamo tanto amati ma soprattutto usa l’imperfetto rivolto al futuro  per cercare di capire dove sta andando oggi la sinistra.

Il libro si articola in 24 interviste rivolte a politici, amministratori, docenti universitari, giornalisti, personaggi dello spettacolo e della cultura. Tutti gli intervistati vengono dall’alveo del Partito comunista Italiano tranne Nogarin, sindaco attuale di Livorno del Movimento 5 Stelle. Tuttavia egli è stato interpellato proprio perché nella sua città è nato nel 1921 Il Partito comunista. Nogarin dichiara “non è mia intenzione speculare o approfittare della questione morale, però c’è un dato di fatto: c’è un solo movimento in Italia a dibattere oggi questo tema posto così autorevolmente da Berlinguer, così intensamente. E sono i 5 Stelle. Per noi non significa solo ‘io non violo la legge'; il problema etico vuol dire riconoscere e affrontare le buone cose fatte nell’interesse collettivo a prescindere da chi le abbia davvero proposte. Oggi sono i bisogni e non più le appartenenze ideologiche ad aggregare le persone e noi dobbiamo muoverci di conseguenza”. E l’attuale presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, nella sua intervista, riconosce che la sinistra ha perso perché ha tralasciato  proprio la questione morale, regalandola ai 5 Stelle. Sempre Enrico Rossi dichiara “l’errore comincia con la nascita del PDS; tutte le energie del dibattito furono concentrate sul nome, sarebbe bastato aggiungere al PCI la parola democratico -come in fondo era sempre stato- e invece nel lessico del PD il socialismo al di là della facciata non è mai entrato… il PD sancisce l’abbandono di quella ‘ossessione dell’uguaglianza’ che, dal 2008, con la crisi del capitalismo ci sarebbe invece tornata utilissima”. Tra gli intervistati si notano le assenze di Benigni, impegnato negli Stati Uniti, Renzi e D’Alema, che si sono sottratti continuamente all’incontro.

Eravamo tanto amati, partendo dalle voci del popolo dell’ex PCI, è un’analisi giornalistica a più voci per capire il futuro della sinistra italiana a 30 anni dalla svolta della Bolognina il 12 novembre 1989, quando il più grande Partito comunista d’Europa decise di cambiare nome ed iniziare una metamorfosi. Molti rammentano come il cambio del nome abbia monopolizzato il dibattito e l’attenzione a scapito dei contenuti, eppure tutti concordano sul fatto che la scomparsa della parola comunista abbia poi costituito -nel bene e nel male- il senso di quel cambiamento. E la maggior parte dei pareri sono critici. L’ architetto Monica Sgherri sostiene “l’unico risultato della svolta è stata la scomparsa di un soggetto che, pur con i suoi 3000 difetti, portava i diritti e lo stato sociale a un livello altissimo”.  Alessandro Benvenuti, attore e regista, riuscendo come sempre a strappare un sorriso, dichiara “io sono di sinistra perché il cuore batte a sinistra, quindi sono normale!”, poi, divenuto serio, afferma “la svolta della Bolognina è stata una frattura tra passato è presente; capii subito che se chi fosse rimasto indietro sarebbe invecchiato parecchio e chi si fosse proiettato nel futuro si sarebbe perso del tutto; il mio non è un giudizio ma una constatazione perché in quel momento è svanito un mondo”. C’è chi guarda il PD come al tradimento assoluto di quella tradizione comunista. Graziano Cioni, intervistato, afferma: “c’era un solo PCI e tanti PCI; uno solo nonostante le varie anime e correnti la cui autorità non veniva mai messa in discussione”. Adesso purtroppo l’eredità del PCI latita a qualsiasi livello e manca la capacità di suscitare rispetto, quel rispetto che il PCI si vedeva riconosciuto, primi tra tutti, dai suoi avversari (si vedano, ad esempio, le parole di stima di Almirante nei confronti di Berlinguer non appena saputa la notizia della sua morte).  Fabio Evangelisti, segretario provinciale del PCI di Massa Carrara e poi segretario regionale di Italia dei Valori, sostiene che questo accadeva perché “il PC era un partito identitario ed empatico, il PD oggi è antipatico e antitetico rispetto ai bisogni delle persone”. Sulla stessa scia il professore di storia contemporanea presso l’Università degli studi di Firenze Giovanni Gozzini il quale dice “il partito era la vera famiglia…”, “credo che la maledizione del dopo il Berlinguer sia stata l’ incapacità di produrre cultura politica”. Noi di sinistra non ci riconosciamo più in maniera identitaria nei vari rivoli in cui è sfociato o si è strozzato il PCI. Questa identificazione si trova forte ora di partiti come la Lega o i 5 Stelle. Non a caso il 35% di chi nel 1987 aveva votato per l’ultima volta Partito comunista oggi ha scelto proprio il Movimento 5 Stelle. Il PCI era un partito interclassista, adesso gli operai votano Lega, il PD è votato solo dal ceto intellettuale o borghese. Ancora Benvenuti afferma “Oggi il PD è come il PSI di Craxi: accontenta le persone del ceto medio”. Questo perché il PD non sa parlare con le periferie, perché viviamo in una fase di smarrimento, perché la società è cambiata e la sinistra non è riuscita a intercettare il cambiamento. Sulla stessa linea asserisce Mario Ricci (segretario provinciale del PCI Massa Carrara e poi segretario regionale di Rifondazione Comunista) “l’errore è stato di voler dirigere le masse anziché coinvolgere gli operai come protagonisti”. Oggi anche in Toscana, in cui un tempo Il PCI aveva raggiunto il 70% e deteneva quasi dovunque la maggioranza assoluta, gli eredi di quella tradizione comunista, nata proprio a Livorno nel 1921, vacillano: cos’è accaduto in questi anni? la svolta lanciata nel 1989 all’indomani della caduta del muro di Berlino ha tradito le aspettative? È possibile riconquistare poi consenso? Gli autori hanno cercato queste risposte proprio nella rossa, forse ex rossa, Toscana tra alcuni dei protagonisti di allora e di oggi. L’ultima intervista è a colui che è stato segretario del PCI al momento della svolta della Bolognina, cioè Achille Occhetto, che alla domanda “eravamo tanto amati?” risponde di sì ma al contempo anche odiati. Poi però l’ultimo segretario del PCI e il primo del PDS afferma che ha voluto voltare pagina dichiarando “non mi piacciono gli Amarcord”. Aggiunge poi “né io né Gorbaciov eravamo tanto potenti da far crollare il comunismo ma abbiamo dovuto gestire il suo crollo”. Quasi si giustifica dichiarando “scelsi di andare alla Bolognina perché, per me, i partigiani furono degli straordinari apostoli della libertà. Dopo la caduta del muro di Berlino ebbi la certezza che quei mondi divisi dalla Cortina di ferro avrebbero potuto tornare al dialogo. Il problema è che nel frattempo è cambiata la società su quella nostra cultura si era formata”. Contro gli Amarcord è anche Michele Ventura, che all’epoca della Bolognina era vicesindaco di Firenze e poi è diventato vicecapogruppo PD alla Camera dei deputati; nella sua intervista dichiara: “non bisogna pensare a quella stagione con nostalgia perché è irripetibile; oggi la frammentazione della società ci obbliga a rintracciare le persone in modi diversi da allora”. Domenico Guarino ci ricorda che la sinistra deve seguire, adesso come sempre, i cardini della rivoluzione francese e poi ci saluta con le parole del presidente Pepe Mujica, che ha risollevato e modernizzato l’Uruguay. Egli, guardando alla crisi della sinistra anche nel continente sudamericano, dove grandi erano state le speranze degli ultimi 20 anni, dice “la sinistra non perde mai, ha delle pause e poi riparte, perché, quando lotti per il popolo e per il benessere, lotti per l’umanità”.

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