Dalla mediazione allo scontro

Stefano Bartolini

Lo sciopero generale del gennaio 1948 a Pistoia

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Nel territorio pistoiese, il passaggio dal 1947 al 1948 fu segnato dall’ennesima esplosione della conflittualità popolare, in un contesto di dura crisi economica ed alimentare che perdurava fin dalla Liberazione. A determinare quest’esito concorsero tanto le vicende nazionali, con una decisa controffensiva del fronte padronale su tutti i versanti, come testimoniato dal patto siglato tra agrari, industriali e commercianti nel gennaio 1947 per la costituzione di un fronte unico, quanto i cambiamenti intervenuti nella gestione dell’ordine pubblico in seguito all’ascesa di Scelba alla guida del Ministero degli Interni ed all’uscita delle sinistre dal governo, che segnarono una netta discontinuità e l’inizio di una reazione contro le lotte dei lavoratori.
Anche i rapporti fra i partiti locali peggiorarono sensibilmente. Il 21 dicembre a San Sebastiano di Piuvica a seguito di un comizio scoppiavano tafferugli tra i giovani militanti democristiani e quelli comunisti. Nello stesso mese il PCI e l’UDI sollecitavano l’attivismo nelle campagne, con un riguardo speciale nei confronti delle donne, attraverso una giro di conferenze di Mimma Gramsci, che si recava a Borgo a Buggiano e a San Rocco di Larciano.
Il nuovo Prefetto, Festa, era un uomo assai diverso dai suoi due predecessori, Ales e Mazzolani, portatori di una sensibilità maggiore verso le esigenze della popolazione più misera. Entrato nei ranghi del servizio in epoca fascista, si dimostrava ligio al potere politico di turno, tant’è che prima di arrivare a Pistoia subì anche una blanda inchiesta da parte dell’epurazione, denunciato dai suoi stessi ambienti lavorativi come un prefetto in camicia nera. Un uomo d’ordine dunque, cresciuto sotto il Regime, abile a fiutare il vento della politica ed a mettersi al suo servizio, più che a quello di uno Stato neutrale. Inoltre era ancora giovane, nel pieno della carriera, e tentava di mettersi in mostra con zelo, ponendosi al servizio dei nuovi detentori del potere. Festa fu un tipico prefetto Scelbiano, un agente “statale” della DC sul territorio, impegnato addirittura nella campagna elettorale prima del voto del 18 aprile – quando segnalerà a Scelba previsioni per un avanzata della DC –, attento a tutti quegli aspetti che potevano interpretare fedelmente la linea dei nuovi governanti e metterlo in luce con i suoi superiori. Sarà lui a gestire la nuova fase che maturò nel 1947 e arrivò a compimento nel 1948 ed a marcare il segno della discontinuità nella gestione dei conflitti sociali.
Dalla metà del ’47 si chiusero progressivamente gli spazi delle relazioni industriali. A livello nazionale, la Confindustria iniziava una controffensiva, decisa a recuperare il terreno perduto ed a costruire una solida alleanza con la DC, sbarrando la strada alle istanze di profonda trasformazione. A livello locale questa dinamica si rifletté anche nel nuovo atteggiamento dell’Assoindustria, via via sempre più chiuso. Il segnale di un deciso cambiamento di clima, che preludeva ad una immediata nuova gestione della conflittualità sociale nel pistoiese, arrivò per Natale. Il 24 dicembre l’Assoindustria affisse un manifesto sulla rottura delle trattative per il rinnovo del contratto con la FIOM in sede nazionale. Gli industriali denunciavano la non collaborazione sindacale e annunciavano che avrebbero pagato meno. Per gli operai era una provocazione. Già il 28 a Pescia si diffuse la minaccia di uno sciopero generale e vennero inviati rinforzi ai Carabinieri (Scelba aveva provveduto a rafforzare le forze dell’ordine), ma fu a Pistoia che avvennero fatti gravi. Il 29 una commissione di operai della San Giorgio si recò a discutere in merito alla rottura delle trattative alla sede dell’Assoindustria. I dirigenti erano assenti ma venivano ricevuti da un funzionario di alto livello. Dopo una discussione animata, gli operai venivano allontanati. A quel punto alla San Giorgio iniziava uno sciopero. I lavoratori uscirono dalla fabbrica e si recarono in corteo alla sede dell’Associazione degli industriali, che fu invasa con lievi scontri e leggeri danni al mobilio. Dopodiché fu ristabilito l’ordine e gli operai si allontanarono lasciando sottosopra la sede degli industriali. Vennero denunciati 12 lavoratori. La reazione di Assoindustria fu dura ed veemente, come c’era da aspettarsi in realtà, rendendo evidente come fosse maturata una linea diversa nel padronato, propensa allo scontro frontale adesso che si sentiva rafforzato. Si chiesero misure energiche e immediate al Prefetto ed al Ministero.
A questo punto quella linea di faticosa “concertazione” che fino ad allora aveva connotato le relazioni industriali e le politiche di gestione dell’ordine pubblico nel pistoiese viene definitivamente a tramontare. Il sindacato, spinto sulla difensiva, era comunque determinato a reagire. La rottura delle trattative, ancor più che una provocazione, venne vista, non senza ragione, come l’avvio di una politica reazionaria. Festa era per metodi d’ordine, assai poco incline a trattare con la CGIL e schierato nettamente ed in maniera non neutrale con la DC e gli industriali. Assoindustria aveva raggiunto le posizioni di intransigenza e di riaffermazione del potere in fabbrica sostenute sul piano locale da Orlando della SMI. Le tensioni di dicembre aprirono la via a due settimane di confronto tesissimo. Ai primi di gennaio la prefettura ordinò 15 arresti preventivi a Pescia. Nelle intenzioni di Festa, oltre all’idea di prevenire un nuovo sciopero, era presente anche l’opzione di sfruttare l’occasione per infliggere un duro colpo al sindacato, qualora la reazione fosse stata dura, come effettivamente avvenne. I ceti popolari, alle prese con grandi difficoltà materiali e mobilitati ininterrottamente da anni, reagirono istituendo blocchi stradali “volanti” in tutta la provincia, che per diversi giorni tennero impegnate le forze dell’ordine nella loro rimozione. Ma a Bonelle venne blocca l’autostrada e si decise di restare. Il prefetto non giocò allora la carta della trattativa ed inviò sul posto due autoblindo e reparti della celere, raggiunti poi da altri rinforzi da Firenze. Lo scontro che ne seguì fu durissimo, con l’uso di armi da fuoco, da taglio e di bombe a mano, e si concluse con 12 feriti, 6 per parte. Per la prima volta la violenza si esprimeva con questo grado di intensità dalla fine della guerra ed entrava prepotentemente sulla scena, per restarvi, fino all’uccisione di Ugo Schiano alla fine del 1948.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientale; Una passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923; Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers; La mezzadria nel Novecento. Storia del movimento mezzadrile tra lavoro e organizzazione.

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