“Caro Ilio…”. Barontini nelle lettere dei “compagni”

Catia Sonetti - Direttore Istoreco Livorno

Una lettura di uno dei maggiori protagonisti del Partito Comunista Italiano attraverso le lettere conservate nell'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nella provincia di Livorno

Ilio Barontini (primo a sinistra)
ilio barontini
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Nella carte dell’ex Federazione del Partito comunista di Livorno conservate nell’Archivio dell’Istoreco di Livorno c’è un fascicolo pieno di lettere scritte da comuni cittadini a Ilio Barontini (qui un suo profilo biografico). E’ un fascicolo di una certa consistenza. Si tratta infatti di oltre settanta lettere inviate all’attenzione di… e qui subito si scorgono gli approcci diversificati dei diversi mittenti. C’è chi indirizza la lettera all’Onorevole senatore, c’è chi la indirizza al “caro compagno”, c’è chi scrive semplicemente “Caro Ilio”. C’è anche chi gli pone con molta bonomia e ingenuità, se vogliamo, il problema che scrivendo si è posto: “come bisogna interpellare Ilio Barontini, senatore della Repubblica, con il tu perché lo conosciamo e perché siamo compagni uniti dallo stesso ideale, con il lei o con il voi?”

Cosa chiedono e cosa raccontano queste lettere? Perché sono due cose diverse, una cosa è ciò che chiedono e un’altra è ciò che raccontano a noi che siamo da quegli anni lontani dai 65 ai 70 anni poiché le lettere partono dal 1944 e arrivano al dicembre del 1950, cioè alla vigilia della morte di Barontini.

Lettera

Una delle lettere conservate nell’Archivio Istoreco

Proviamo a ragionare sulla prima dimensione: quella della richiesta. I diversi soggetti (in maggioranza sono gli uomini a scrivere anche se non mancano le donne), scrivono più spesso a penna che sotto forma di dattiloscritto e scrivono per chiedere aiuto per le più diverse cause. La richiesta che primeggia è quella relativa al riconoscimento di una pensione. Si ragiona su richieste per pensioni di guerra (marito morto ucciso dai tedeschi, figlio invalido a causa di una bomba e simili), richieste già inoltrate e non ancora arrivate in porto; a volte sono passati anche due anni dall’inoltro, e i soggetti coinvolti si trovano in grandissima difficoltà economica. Talvolta sono invece richieste di aiuto per pensioni da lavoro, soprattutto pensioni per attività lavorative svolte in Francia, soprattutto in Corsica e a Marsiglia, luoghi dove Barontini è stato a lungo presente come fuoriuscito.

Più spesso invece si chiede di avere un aiuto per poter lavorare perché alcuni, da quando è finita la guerra, non sono ancora riusciti a trovare uno straccio di impiego. Le richieste che si avanzano sono quasi tutte modeste, come operai, come boscaioli nei cantieri di rimboschimento, come edili e poco più. Solo in alcuni casi, adducendo la maggiore istruzione che si può mettere in gioco, si chiede di fare l’impiegato, e in un caso solo, con un certo tono di arroganza, l’impiegato bancario.

Ma ci sono anche richieste di aiuto per vedersi pagare un credito (piuttosto consistente) nei confronti degli americani che hanno prelevato da un deposito diverse tonnellate di carbone e poi hanno lasciato il debito insoluto. Un piccolo gruppo di lettere invece fa la richiesta di un’attenzione nei confronti di malati ricoverati in un ospedale di Bologna dove Barontini ogni tanto si recava in visita perché è un istituto di assistenza che cura anche molti ex partigiani.

Le lettere vengono sì da Livorno, ma non nella stragrande maggioranza. Piuttosto vengono dalla provincia; San Vincenzo, Castelnuovo della Misericordia, Piombino, Capoliveri, Portoferraio, Campo nell’Elba, Montescudaio, Castellina, Pisa, Modena, Bologna, Volterra etc. E’ probabile che il minor numero di richieste provenienti dalla città labronica significhi soltanto che i livornesi preferivano avere un colloquio diretto con Barontini poiché il senatore era più a lungo in città che fuori e non era difficile raggiungerlo in Federazione. Ed era sì un grandissimo personaggio ma da vivo non era ancora entrato nel mito e pertanto era vissuto soprattutto dagli uomini e dalle donne della sinistra di Livorno come “uno dei nostri”, burbero quanto si voglia, ma diretto e senza atteggiamenti altezzosi.

Cosa ci raccontano sulla vita, l’esistenza dei singoli, le condizioni di lavoro queste lettere? Ci raccontano molto senza darlo ad intendere. Una prima realtà che emerge, anche abbastanza scontata soprattutto per chi si occupa regolarmente di storia, è la condizione di grande precarietà che attanagliava le famiglie labroniche, sia sul piano delle abitazioni, ancora in gran parte distrutte, sia sul piano dell’attività lavorativa. L’impiego più facile da trovare in città, per alcuni anni, fu quello dello smaltimento delle macerie. Ma capitava frequentemente che lo stesso rientro nel proprio comune fosse interdetto da cause di forza maggiori (ricordo che ancora nel 1968 nella Fortezza nuova c’erano dei baraccati). Da una di queste missive, che proveniva da Volterra, datata 1950, si trova la vicenda di un capofamiglia che è stato costretto allo sfollamento dal maggio 1943 dai tedeschi ed ancora nel 1950 non sa dove andare a sbattere il capo. La sua casa, come scrive con grande efficacia “è andata sbriciolata” e gli è venuta meno l’erogazione di un sussidio per sfollati pari a £ 125. La sua situazione è sicuramente particolarmente disperata e scriverne a Ilio Barontini gli procurava già uno spiraglio di speranza che gli procurava la sensazione di star agendo perché qualcosa cambiasse.

Immagine Barontini da diapCi raccontano la farraginosità della macchina burocratica che ancora a distanza di 5 anni non ha attribuito la sacrosanta pensione alle vittime della guerra ma rammentiamoci anche che si trattava di una macchina organizzata dal fascismo e ideologizzata dallo stesso regime.

Queste lettere ci disvelano ancora di più e meglio, la pesantezza del clima della ricostruzione dove accanto alla gioia per la fine del conflitto, la fine della paura dei bombardamenti, va accostata la disperazione per la costruzione della casa, per la perdita del lavoro perché non solo le case sono andate distrutte ma anche le fabbriche, i luoghi di lavoro in generale, e per molti stabilimenti, noi sappiamo col senno di poi, che mai più apriranno.

Ecco allora la richiesta di partecipare ai cantieri di rimboschimento che furono un modo larvatamente assistenziale, di togliere disoccupati dalle strade. Ricordo che lo stesso Piano del Lavoro della Cgil che voleva in qualche modo anche indicare verso quali attività indirizzare il lavoro e la ricostruzione, dall’altra parte però cercava e, in parte ci riusciva, a fare lavori -oggi si direbbe socialmente utili- che tamponavano la disoccupazione dilagante appesantita fra l’altro dal blocco dei salari.

Ma queste lettere ci dicono qualcosa di più soprattutto sull’etica di quelli che scrivevano. Queste persone, uomini e donne, cercavano una risposta, una solidarietà più che un aiuto rivolgendosi al politico più eminente, ma che consideravano un “proprio rappresentante”, a quel politico che era così lontano da sedere in Parlamento e nell’Assemblea Costituente, ma così vicino da potergli scrivere e “aprirgli il cuore”. Non si facevano richieste illegittime, non si chiedevano “posti”, si chiedeva di lavorare e lo si faceva attraverso questo rappresentante del Partito più importante del mondo del lavoro di allora, il partito comunista. Si scriveva sicuri che Ilio avrebbe preso nota, che avrebbe fatto direttamente o indirettamente qualcosa e questo ce lo raccontano le stesse carte perché spesso le persone ritornano sulla loro richiesta per ringraziare, per informare Barontini che qualcosa si è mosso, qualcosa si è risolto.

ilio barontiniSono nella stragrande maggioranza persone semplici che scrivono con testi profondamente sgrammaticati, con calligrafie improbabili tipiche di chi non è abituato a tenere la penna in mano ma la prosa è comunque una prosa diretta, senza giri di parole, immediata. Barontini viene visto, cosa che oggi ci pare davvero lontana anni luce dalla nostra realtà- un politico non solo vicino alle persone, ma lui stesso persona in mezzo ad una massa di uomini che si ritengono vicini per idee, per obiettivi, per percorsi di vita. Barontini è il loro migliore rappresentante, quello che si è evidenziato di più, che è salito più in alto, ma per coerenza, per coraggio, per intelligenza, senza camarille di potere, senza giochi di corrente, a testa alta e spesso anche controcorrente anche tra i suoi, e questa sua specificità lo rende ancora più forte e più autorevole perché Ilio avrà una capacità di ascolto adatta a quei singoli mittenti così come ha saputo ascoltare, in altri contesti, altri leader, anche internazionali, rimanendo però fedele a sé stesso e alle sue radici.

Queste lettere ci raccontano che un altro rapporto con la politica è possibile, sia dalla parte dei rappresentanti della politica che dalla parte dei rappresentati. La storia non si ripete mai e neppure è abituata a progredire, spesso anzi regredisce – e questo momento nel quale viviamo viene percepito dai più così anche se forse è una percezione esagerata- è anche vero che potremo provare ripetere quel miracolo, a costruire un rapporto di fiducia con i propri eletti, a pretendere una selezione buona e partecipata dei medesimi,con il coinvolgimento di tutti perché tutti noi si ritorni ad essere più soggetti partecipi e meno telespettatori.

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