A Verciano (LU) incontro con Dante Unti e Davide Mattei, internati militari

Chiara Nencioni - Insegnante

4 febbraio 2019 - Lucca
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Alle 18  di domenica 3 febbraio alla Casa del Popolo di Verciano (Lucca), si è tenuto la conferenza dal titolo Dialogando con la memoria. Incontro con Dante Unti e Davide Mattei, organizzata dalla società di Mutuo Soccorso Giuseppe Garibaldi, presieduta da Armando Sestani, vicepresidente dell’ISREC di Lucca.

I due vegliardi che narrano la loro storia hanno rispettivamente 99 e 97 anni e, come IMI, cioè internati militari italiani, sono stati imprigionati in campi di lavoro nazisti in Russia e in Germania.

Entrambi vengono dalla campagna lucchese e sono partiti militari nel ’39. L’8 settembre 1943 hanno scelto di non arruolarsi nella RSI. I soldati italiani in Jugoslavia che hanno fatto questa coraggiosa scelta furono circa 30.000. Ciò mostra che l’antifascismo ha avuto tante facce e tante funzioni.

Come avete saputo della fine della guerra?

Dante: “eravamo su una spiaggia a Dubrovnik e da una radio (clandestina) ho sentito: “attenzione, attenzione. La guerra è finita!”. La notte avvenne la scelta: andare in Germania come prigioniero o lottare? La seconda scelta prevalse, ma noi eravamo sbandati “pecore senza pastori”. Sconfitti, dopo tre giorni di viaggio, senza acqua, cibo, possibilità di fare i bisogni, su un treno a scartamento ridotto, mi ritrovo in un campo di concentramento sul Baltico, a Stablack, presso Könisberg.

Davide: “dopo due giorni di scontri, mi avevano portato con i camion in un lungo viaggio senza cibo, in un campo di internamento e qui mi viene chiesto se volevo tornare in Italia e combattere per la Repubblica di Salò o andare come prigioniero in Germania. La prima scelta avrebbe rappresentato combattere contro me stesso, quindi ho detto NO. Allora mi hanno attaccato ai vestiti un triangolo rosso e caricato su un treno”.

Come sono stati i primi giorni nel campo?

Dante: “dopo tre giorni e la disinfestazione, mi dettero finalmente del cibo. Io ero sarto, quindi considerato utile per il lavoro. Si viveva in baracche e subivamo botte ogni volta che i nostri aguzzini si dovevano sfogare. Il cibo lo rubavamo, spesso bucce di patate dai bidoni della spazzatura, o ghiande dei boschi”.

Davide: “Io non so in quale campo fossi. Lavoravo in una fabbrica in cui si ricavava zucchero dalle barbabietole. Successivamente venni messo a costruire bombe -e l’ho fatto fino alla fine della guerra- e in esse mettevo tutto tranne la polvere da sparo! Alla notizia dell’avanzata degli americani, con altri mi sono dato alla fuga”.

Dante: “le condizioni della mia prigionia peggiorarono: mi portarono a scaricare sabbia, mattoni,  cemento dai vagoni e metterli in magazzino. Se ti cadeva il ballino di cemento in terra, tu non c’eri più”.

Come siete stati accolti al ritorno in patria?

Dante: “Una vergogna! C’era chi ti diceva: siete stati in villeggiatura! Chi diceva: ma sta’ zitto!

Ciò che colpisce della loro narrazione è la semplicità con cui questi signori raccontano fatti di drammaticità estrema, “cose che urtano il sangue che non si possono raccontare”.

Dalle vicende di Dante è stato tratto un libro: Dante Unti, Virginio Giovanni Bertini, Il sarto di Rughi. Ricordi e appunti di vita di un internato in un campo di prigionia tedesco, Carmignani Editrice, Pisa, ottobre 2017 e ora è in preparazione anche un film.

 

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