A Livorno emozione di fronte alla pietra di inciampo per la piccola Gigliola Finzi uccisa a pochi mesi ad Auschwitz.

28 gennaio 2021 - Livorno
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Di Gigliola Finzi, la bambina pochi mesi uccisa dai nazisti poco prima dell’ingresso ad Auschwitz, e alla quale è stata dedicata oggi, a  Livorno, la nuova pietra di inciampo in via Verdi 25, parla Frida Misul nel suo diario.

Frida Misul, una reduce livornese dell’Olocausto, il suo diario una delle prima testimonianze scritte sull’orrore delle deportazioni scrisse:

Ad un certo punto, prima di aspettare l’ordine per incamminarci di nuovo, un tedesco, per caso, vide che una delle ragazze teneva un grosso involto tra le braccia. Le fu intimato di far vedere che cosa c’era dentro e questa, tutta sconvolta e tremante, aprì uno scialle nero di lana e apparve una bella bambina di circa 6 mesi. La madre supplicò tanto il tedesco di non farle del male e chiese di andare dove sarebbe andata sua figlia per seguire lo stesso destino. Ma il tedesco con un grande sogghigno prese la povera creatura, le strappò i poveri stracci di dosso e poi, con grande sveltezza, la scosciò davanti agli occhi inorriditi della madre e di noi tutti. La povera donna non sopportando il grande dolore, cadde subito morta ai nostri piedi. Questa signora era livornese come me, si chiamava Berta Della Riccia. Fu arrestata assieme ai suoi familiari per essere condotta ad Auschwitz. Di tutta la famiglia non è rimasto alcun superstite, perché tutti furono uccisi nelle camere a gas”.

Una delle troppe pagine agghiaccianti della Shoah, che hanno visto purtroppo drammaticamente protagonisti bambini, donne, uomini ebrei, moltissimi anche a Livorno.

Per Gigliola Finzi la pietra d’inciampo indica l’ultima abitazione della sua famiglia livornese prima della deportazione, ma anche il luogo che non poté essere la sua casa. Nacque infatti il 19 febbraio 1944 nel campo di raccolta di Roccatederighi, vicino a Grosseto, da genitori livornesi – la madre Berta della Riccia e il padre Natale Finzi – e fu deportata e uccisa poco prima di entrare ad Auschwitz tre mesi dopo, per l’esattezza il 23 maggio 1944”.

La brevissima vita di Gigliola, e la sua ingiusta fine, è stata ricordata questa mattina nel corso di una cerimonia organizzata tra le iniziative per il Giorno della Memoria dalla Comunità di Sant’Egidio insieme al Comune di Livorno, con la collaborazione della Comunità Ebraica, della Diocesi e di Istoreco, e che si è conclusa con la deposizione di fiori davanti alla sua stolpersteine, piccolo blocco di pietra, ricoperto da una lastra di ottone sulla quale è riportato il nome, l’anno di nascita, il giorno ed il luogo della deportazione, la data di morte della povera bimba.

Le pietre di inciampo sono il simbolo visibile dell’esistenza di chi è stato deportato e ha vissuto sulla propria pelle questo orrore”, ha voluto sottolineare all’apertura della cerimonia il Prefetto Paolo D’Attilio per il quale “la memoria è il vaccino per proteggere le persone più deboli evitando che certe vicende si ripetano”.

Concetto ripreso dalla responsabile della Comunità di Sant’Egidio di Livorno Anna Ajello: “Con questa memoria possiamo scegliere la vita. È il richiamo del più grande vaccino che ci hanno lasciato le generazioni precedenti, il vaccino contro l’odio, contro la guerra, contro il razzismo

L’assessore alla Cultura Simone Lenzi ha sottolineato che “questa è una ricorrenza a cui personalmente partecipo con grande trasporto. È di qualche giorno fa l’intervista a Emanuele Filiberto di Savoia che chiedeva scusa per le leggi razziali. La prima cosa che ho pensato: certo non una gran prontezza di riflessi. La ferita profonda delle leggi razziali dipende e deriva dal fatto che gli ebrei come tanti altri italiani furono in prima fila nel Risorgimento, pagarono il loro tributo di sangue nella Prima Guerra mondiale, questo dimostra quanto mai vili e scandalose furono le leggi razziali e il comportamento di tanti italiani. Non deve esistere una versione autoassolutoria di questa storia, le leggi razziali non furono solo un tributo pagato all’ alleato tedesco: l’antisemitismo era già moneta corrente in Italia, quella serpe c’è sempre e dobbiamo avere la prontezza di metterci il piede sopra. Ricordo anche che Livorno senza ebrei non esisterebbe, la nostra città è nata con gli ebrei, l’eredità ebraica è nella nostra cultura, nei nostri usi, perfino nella nostra cucina. Il Giorno della Memoria riguarda tutti i livornesi”.

Siamo una minoranza, abbiamo le nostre tradizioni, ma gli ebrei sono italiani e sono europei, sono in tutto il mondo, hanno contribuito allo sviluppo non solo di Livorno ma dell’Europa – ha aggiunto il Presidente della Comunità Ebraica di Livorno Vittorio Mosseri – e dobbiamo uscire dalla contrapposizione “io, noi, loro”. Non sono accettabili le offese a chi è ebreo – ha aggiunto – di recente il nostro Rabbino è stato offeso al mercato”. E rivolgendosi ai bambini delle scuole “Benci” presenti alla cerimonia: “Bimbi, la memoria della Shoah non è per i morti, è fatta per i vivi di oggi e di domani, per difendere quello che con tanto sacrificio è stato ottenuto”.

Significativo l’ intervento della direttrice di Istoreco Catia Sonetti: “I testimoni di quando l’ Armata rossa arrivò a Auschwitz sempre più rari. Il Giorno della Memoria deve essere lo stimolo per portare avanti un lavoro sì di memorie, ma anche di storia, che aiuta a contestualizzare i fatti. La storia serve ad esempio a capire di cosa si macchiarono i Savoia, per cui non bastano delle scuse tardive. La Shoah e le leggi razziali – ha aggiunto – non furono uno sbaglio, un incidente ma la conseguenza di tanti passi. Le ricerche storiche ci dicono che a Livorno la tragedia – ha ricordato – è stata più grande di quanto ci raccontiamo”.

Estremamente commovente la testimonianza di Edi Bueno, 90 anni, che ha narrato un episodio apparentemente da nulla prima della deportazione della sua famiglia, quando ancora la vita a Livorno scorreva apparentemente normale: “Ero una bambina. Al bar Lazzeri in via Grande la commessa negò a me e a mio fratello un gelato. Protestai con il proprietario. Per tutta risposta mi mostrò il cartello all’ingresso: “E’ vietato vendere il gelato agli ebrei”.
Dopo gli interventi della direttrice didattica delle Benci e di rappresentanti di sant’Egidio in chiusura, prima della deposizione di fiori alla pietra di inciampo per Gigliola Finzi, di fronte alla casa nella quale avrebbe potuto abitare ma non ha mai abitato, il Rabbino di Livorno ha letto un salmo per chiedere aiuto a Dio per il futuro e per ricordare quel milione e mezzo di bambini ebrei uccisi nella Shoah.

[testo a cura Ufficio Stampa Comune di Livorno]

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