La marcia della morte: da Molin dei Falchi a San Polo

Il valore della testimonianza e del ricordo sono fondamentali perché certi episodi non si verifichino più”. Così esordiva Laura Ewert il 14 luglio alla commemorazione della strage di San Polo, venuta appositamente dalla Germania in Italia per chiedere perdono. Suo nonno, il colonnello Wolf Ewert, è stato colui che ha ordinato quell’orribile eccidio, e dopo averlo recentemente scoperto per caso, sua nipote Laura non ha esitato a partecipare, per manifestare la propria “tristezza, dolore e vergogna”, all’ottantesimo anniversario di quella che è stata definita una delle più orrende e barbariche stragi protratte dai nazisti sul suolo italiano.

Il dottor Carlo Silli, che aveva assistito al disseppellimento delle salme, nella sua relazione scriveva: “Mai ho visto e mai ho potuto concepire la scena da incubo che si parava davanti ai miei occhi in quel boschetto di lecci dietro Villa Gigliosi… Tre fosse colme di cadaveri ammucchiati gli uni sopra gli altri, parte dilaniati da esplosivi, tutti con i visi tumefatti e con un aspetto trasfigurato da essere irriconoscibili…Ancora vivi, ma probabilmente tramortiti (non trovammo segni di arma da fuoco nella maggior parte) furono ammucchiati e ricoperti dalla terra nella quale morirono soffocati e poi furono fatti esplodere. Alcune delle salme erano atrocemente mutilate e frammenti di tessuti umani e di vestiti furono trovati sulle piante circostanti fino ad un’altezza notevole”[1].

Ed è per l’atrocità di questo eccidio con quell’orribile modo con cui si è consumato che la signora Laura Ewert si è abbandonata ad un pianto a dirotto, si è inginocchiata ed ha deposto fiori sulla lapide di Villa Gigliosi. Qui ha incontrato ed ha abbracciato la nipote di una sopravvissuta all’eccidio, qui ha cercato di capire, senza trovare alcuna spiegazione, il perché suo nonno dette quell’infausto ordine ai soldati della Wehrmacht, qui ha dichiarato che per lei “… è l’ora dell’ascolto, dalle testimonianze e dagli incontri… voglio tentare di capire perché tutto ciò successe. Viviamo tempi difficili, con guerre in corso e questo dimostra che non siamo del tutto fuori dal pericolo che certi momenti possano essere vissuti nuovamente”. E qui va considerato il valore del gesto di Laura perché è una delle rare volte in cui un discendente di un nazista chiede scusa per i misfatti combinati durante la seconda guerra mondiale.

Di tutte le grandi stragi del ’44 quella di San Polo oltre ad essere una delle più orribili e disumane per come è stata eseguita possiamo considerarla una delle più beffarde se pensiamo che fu messa in atto proprio quando gli Alleati erano ormai alle porte di Arezzo e si preparavano a lanciare l’offensiva per la liberazione della città. La dinamica di quel massacro fu frammentaria e complessa, fatta almeno di tre momenti distinti: i rastrellamenti nella notte fra il 13 e il 14 luglio con le fucilazioni nella zona di Pietramala e Molin dei Falchi, l’uccisione di 48 “rastrellati” a Villa Gigliosi e le fucilazioni di San Severo [2].

I fatti di San Polo furono l’epilogo di un’azione stragista, in parte pianificata, che in quattro mesi nella sola provincia aretina portò al compimento di 42 eccidi, raggiungendo il loro culmine per numero e per ferocia nel mese di luglio, quando le truppe naziste si trovarono ad affrontare l’aumento della combattività e la consistenza delle brigate partigiane da un lato e l’avanzata irrefrenabile degli alleati dall’altro. Quel “filo di sangue” ebbe inizio alla fine di giugno quando a Palazzo del Pero, in località l’Intoppo, vennero uccise 10 persone e proseguì a Badicroce, dove ne morirono nella notte tra il 3 e il 4 luglio altre 17. Seguirono successivamente le stragi dell’11 luglio compiute a Staggiano, Quota di Poppi, Matole di Cavriglia, Pogi e Castiglion Fibocchi, per poi giungere alla scena finale – per quanto riguarda il territorio aretino – dell’azione stragista del 14 luglio a Molin dei Falchi, Pietramala, San Polo e San Severo, eventi distinti ma che fecero parte di un’unica azione repressiva.

Nei primi giorni di luglio il Comando della Divisione Arezzo aveva cercato di realizzare un collegamento tra le varie formazioni partigiane operanti nella zona, in particolare tra il primo Battaglione Sante Tani della Brigata Pio Borri, dislocato nella zona di Poti – Molin dei Falchi, e gli alleati fermi lungo la Valdichiana, per mettere a punto una strategia per liberare la città di Arezzo [3]. La loro intenzione era quella di attaccare alle spalle quelle truppe tedesche che da alcuni giorni erano assestate sulle alture della Valdichiana per permettere la ritirata sulla Linea Gotica ostacolando l’avanzata degli Alleati.

Ma l’indisponibilità degli Alleati per questo progetto, non avendo al momento le truppe adatte alle operazioni di montagna, portò a concordare un piano che prevedeva l’invio in segreto di un gruppo di partigiani dentro la città di Arezzo il giorno 14 luglio, al fine di agevolare la discesa delle altre brigate che stazionavano nella zona di Poti. L’operazione effettuata contemporaneamente all’attacco delle truppe alleate alla Sella dell’Olmo avrebbe dovuto indebolire le difese tedesche agevolando così l’ingresso degli Alleati in città [4].

All’alba di quel 14 luglio i partigiani del primo Battaglione si affacciavano sulla displuviale di Poti pronti a marciare sulla pianura di Arezzo. Analogo movimento venne effettuato dai reparti del secondo Battaglione che non avevano ancora oltrepassato le linee di Palazzo del Pero. Compito di questi reparti era quello di conquistare la foce dello Scopetone, svolgendo un’azione di sostegno a quella contemporanea del primo Battaglione al quale avrebbero coperto il fianco [5].

Ma l’azione Alleata concordata per il 14 luglio non ebbe luogo e ciò dette la possibilità ai tedeschi di attaccare il mattino stesso le posizioni di San Severo e Molin dei Falchi. L’attacco fu preceduto da azioni di artiglieria e trovò le formazioni partigiane ancora in fase di schieramento offensivo, per cui queste non poterono reggere all’urto del fuoco nemico. Il ripiegamento dei partigiani avvenuto nella zona di San Severo provocò la reazione dei tedeschi che si accanirono sulla popolazione di quella località compiendo il primo eccidio di quella nefasta giornata [6].

Così scrive nel suo diario Almo Fanciullini, allora un ragazzo di quindici anni, il quale registrò con straordinaria lucidità tutto ciò che stava avvenendo intorno a lui in quei terribili mesi:

“Mercoledì notte arrivarono i tedeschi a San Severo (…) i partigiani scappando lasciarono sul luogo le loro armi ritrovate poi dai tedeschi (…) La popolazione visto che i tedeschi non molestarono nessuno non temeva grandi sorprese (…) ma stamani una decina di nazisti armati di mitra e di bombe a mano irrompevano in San Severo e catturavano 17 uomini, la maggior parte capi famiglia (come mio zio) e tra il pianto di bambini e di donne li portarono per un viottolo in direzione del Pineto. Pochi minuti dopo una volta scomparsi dietro una piccola vallatina a 500 metri dal caseggiato, si udirono raffiche di mitra. (…) tutti furono sfracellati da molti proiettili (…)” [7].

A San Polo già il 12 luglio era giunto il 274° reggimento tedesco, un reparto dipendente dalla 94° Divisione di fanteria [8], aggregato in quel momento alla 305° Divisione di Fanteria, agli ordini del colonnello Wolf Ewert, che requisì la villa dei fratelli Mancini e vi stabilì il comando.

I bombardamenti degli Alleati in quel periodo sempre più intensi si spinsero verso San Polo e molti degli sfollati, che avevano lasciato Arezzo per rifugiarsi nel paese, decisero di spostarsi nelle frazioni e nelle fattorie di montagna, come Pietramala e Molin dei Falchi, dove erano nascosti anche alcuni partigiani. Avevano lasciato San Polo nella speranza di salvarsi ed evitare di trovarsi in mezzo agli scontri che potevano verificarsi con l’arrivo degli Alleati che ormai erano alle porte di Arezzo. E di sicuro non immaginavano che quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio…

I nazisti vennero a conoscenza di un concentramento di partigiani alle estreme pendici dell’Alpe di Poti, nei pressi di Pietramala, in seguito alla cattura di un giovane disertore tedesco, tale Heinrich Kruger, legato alla “Pio Borri”, che sotto tortura rivelò dove erano nascosti i prigionieri nelle mani dei partigiani. Erano gli uomini del comandante Siro Rossetti, che si preparavano a scendere su Arezzo per liberarla insieme agli Alleati in arrivo dalla Valdichiana. Secondo le testimonianze dello stesso Rossetti, rilasciate in più occasioni, la brigata aveva fatto prigionieri 19 tedeschi che il giorno 13 luglio erano tenuti a Molin dei Falchi e poi portati a Pietramala e rinchiusi in una grande autorimessa nei pressi di alcune case del paese [9].

Nella zona di Molin dei Falchi si trovava anche il comando di brigata, che si era spostato quella notte perché qui erano giunti, provenienti da Cortona, i partigiani Eugenio Calò, Angelo Ricapito e Villa, portatori di un messaggio del comando alleato.

I nazisti organizzarono un’azione che mirava alla liberazione dei propri commilitoni e non si limitarono solo a questo…

L’azione tedesca venne compiuta di sorpresa all’alba del 14 luglio quasi contemporaneamente all’eccidio che si consumava a San Severo: i tedeschi riuscirono a liberare i prigionieri, che fino ad allora erano stati sicuro pegno di garanzia per azioni di rappresaglia, ma che adesso non più vincolati dalla preoccupazione di ritorsioni, si sfogarono sulla popolazione, rastrellando decine di persone e dando alle fiamme le loro abitazioni [10].

Una quindicina di civili furono uccisi in questa prima fase del rastrellamento a Molin dei Falchi e Pietramala: almeno sette donne, due bambini e alcuni anziani.

Da qui inizia “la marcia della morte”: una lunga fila di prigionieri civili e partigiani tenuti legati col fil di ferro si trascinava verso San Polo, e man mano che si andava avanti le abitazioni venivano incendiate e aumentava il numero degli ostaggi, più il cammino proseguiva più la coda si allungava, con altri catturati nei pressi di Vezzano e Castellaccio, e coloro che non riuscivano a tenere il passo (una donna incinta, suo marito, alcuni bambini e anziani) venivano eliminati lungo il tragitto.

L’ordine di esecuzione fu emanato dal comandante del reparto Wolf Ewert ma avvallato da Klaus Konrad ufficiale del Reggimento, dal sottotenente Schmidt e dall’ufficiale austriaco Herbert Hantschk, sul quale è stata pronunciata la sentenza di primo grado nel febbraio 2007 dal Tribunale Militare di La Spezia. Dai vari interrogatori effettuati si può escludere la presenza a San Polo di reparti o unità SS, i soldati presenti appartenevano alla Wermacht, nonostante alcuni testimoni li abbiano scambiati per SS a causa del berretto tipo bustina con il bottone rosso e bianco [11].

La “lugubre processione” che si lasciava dietro una lunga scia di sangue arrivò a destinazione a Villa Gigliosi, a San Polo, posta a pochi metri da quella Villa Mancini sede del comando tedesco.

I soldati scesero in cantina con i loro ufficiali e si ubriacarono. Con le canne di gomma poi, che servivano per travasare il vino, presero a fustigare i prigionieri. Caddero svenuti sotto i colpi. I tedeschi costrinsero quelli rimasti in piedi a scavare tre fosse nel giardino e vi gettarono dentro tutti i prigionieri alcuni finiti a colpi di pistola altri tramortiti, iniziando a ricoprirli di terra, seppellendoli vivi e poi fatti esplodere” [12].

Alla fine del massacro le vittime furono 63, 48 delle quali civili, 8 furono le donne [13]. I tedeschi lasciarono Villa Mancini lo stesso pomeriggio del 14 luglio.

Una costante di tutte le testimonianze raccolte nelle varie epoche è quella di aver visto rastrellare ed uccidere senza pietà dai tedeschi indistintamente sia uomini, anziani, giovani, invalidi, donne, sfollati e partigiani di qualsiasi età o condizione. E questa stessa condanna totale e senza appello che i nazisti infliggevano alle popolazioni, agli inermi, agli innocenti, confermava un dato di fatto: “la convinzione che partigiani e civili fossero la stessa cosa, uniti nella lotta contro il nemico invasore, protagonisti tutti, in forme e modi diversi, di una guerra patriottica per la liberazione del suolo nazionale e per il rovesciamento di quei valori liberticidi, razzisti, reazionari che erano rappresentati dal nazifascismo”[14].

La vittima più giovane e più inerme fu un bambino di tre settimane, Dante Buzzini battezzato appena due giorni prima.

Ultimo ad essere ucciso fu lo studente di medicina Mario Sbrilli che prestava servizio in qualità di medico nella formazione partigiana: inizialmente risparmiato perché medico, poi freddato da un colpo di mitra per avere tirato uno schiaffo al generale nazista che stava torturando i suoi compagni.

La ferocia con cui si accanirono contro le vittime fu accentuata anche dalla partecipazione alla strage degli ex prigionieri tedeschi liberati poco prima, che scatenarono tutta la loro rabbia, la loro sete di vendetta in modo bestiale. Alla brutalità dell’operazione contribuì anche l’opera di Hans Plumer, medico tedesco pure lui ex prigioniero, che continuamente incitava i soldati ad eliminare tutte le persone incontrate, donne e bambini inclusi, urlando più volte che nella zona vi erano solo partigiani che dovevano essere giustiziati [15].

 

Luglio 1944 – Popolane aretine a San Polo in attesa di identificare le vittime.

 

L’immagine di queste donne ritratte immobili, quasi pietrificate, nell’atteggiamento di attesa e di atavica rassegnazione, che sono lì ad aspettare di poter riconoscere i propri cari tra quei corpi mutilati e sfigurati delle vittime di San Polo, è forse la spiegazione più esauriente dell’assurdità delle guerre, di qualunque guerra, di quelle di ieri e soprattutto di quelle di oggi che seminano tra i civili le vittime più numerose.

Luglio 1944 – San Polo: disseppellimento e identificazione delle vittime.

 

Luglio 1944 – San Polo: un carro agricolo per il trasferimento al cimitero.

 

Nei giorni successivi alla liberazione di Arezzo gli inglesi aprirono un’inchiesta sui fatti di San Polo, che non ebbe seguito. Nel 1972 il caso fu riaperto in Germania ma archiviato l’anno seguente. In Italia nel 1960 fu avviato un procedimento di provvisoria archiviazione e tutta la documentazione venne chiusa nel tristemente noto “Armadio della Vergona” custodito a Roma a Palazzo Cesi. Un intero archivio fu occultato con documenti che riguardavano stragi come quella di Marzabotto, delle fosse Ardeatine e tra gli eccidi toscani anche quello di San Polo. Solo nel 1994 “l’Armadio” venne riaperto e una commissione di indagine visionò tutto il materiale inviandolo poi alle procure militari. Nel 1995 il Tribunale Militare di La Spezia riaprì la pratica, finché nel 2007 arrivò la sentenza che assolse, per insufficienza di prove, Herbert Hantschk, l’unico soldato tedesco imputato sopravvissuto, che ormai ultraottantenne aveva atteso la sentenza nella sua casa a Vienna.

I sessant’anni della giustizia negata sono finiti per Civitella e Marzabotto, ma non per San Polo, che resta quindi impunita. Non per la storia che ha già indicato i responsabili nei soldati della 274° reggimento della Wehrmacht, ma per la legge.

 

Note:

[1] La testimonianza è riportata da Antonio Curina, Fuochi sui monti dell’appennino toscano, Tipografia D. Badiali, Arezzo 1957, pp. 508-9.

[2] Salvatore Mannino, La giustizia divisa: Civitella e San Polo, cronaca e storia di due stragi, Protagon, Arezzo 2008, p. 152.

[3] Luciano Casella, La Toscana nella guerra di liberazione, La nuova Europa, Carrara 1972, p. 232.

[4] A. Curina, Fuochi sui monti dell’Appennino Toscano, cit., p. 226.

[5] L. Casella, La Toscana nella guerra di liberazione, cit. p. 233.

[6] Un dramma indimenticato che i nipoti di una delle vittime, Silvestro Lanzi, componenti della band “Casa del Vento” hanno reso immortale nella canzone “Notte di San Severo”, https://www.youtube.com/.

[7] Almo Fanciullini, Diario di un ragazzo aretino 1943-1944, Polistampa, Firenze 1996, p. 158.

[8] La 94 Divisione Tedesca traeva origine dalla analoga formazione perduta dai tedeschi a Stalingrado. Ricostruita in Francia, la divisione fu nuovamente distrutta a Cassino. I suoi resti operarono contro i partigiani in Val Tiberina e, poi a San Polo. Subito dopo San Polo risulta trasferita a Ferrara e poi Udine per la ricostruzione, in Enzo Droandi, La Battaglia per Arezzo 4-20 luglio 1944, Luciano Landi Editore, Arezzo 1984, p. 16.

[9] Memoria di un eccidio: San Polo1944, Le Balze, Montepulciano 2003, p. 41.

[10] A. Curina, Fuochi sui monti dell’Appennino toscano, cit., p. 242.

[11] Memoria di un eccidio, cit. p. 44.

[12] L. Casella, La Toscana nella guerra di liberazione, cit. p. 235. Nella testimonianza rilasciata di fronte alla Court of Inquiry alleata, nel dicembre 1944, il proprietario della villa, Alfredo Mancini, racconta le terribili torture subite dagli ostaggi e in particolare dai partigiani che, secondo l’inchiesta britannica, sarebbero stati soltanto sei, una stima probabilmente difettosa, in Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili: le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma 2008, p. 147.

[13] Questa stima appare secondo lo storico G. Fulvetti la più realistica, in Ivi, p. 135.

[14] Ivan Tognarini (a cura di), 1943-1945, la Liberazione in Toscana: la storia, la memoria, Pagnini, Firenze 1994, p. 14.

[15] G. Fulvetti, Uccidere i civili, cit., p. 135.

 

Bibliografia sull’argomento:

Chianini Vincenzo, Gli Unni in Toscana, Valecchi, Firenze 1946.

Curina Antonio, Fuochi sui monti dell’Appennino toscano, Tip. Badiali, Arezzo 1957.

Droandi Enzo, Arezzo distrutta 1943-44. Calosci, Cortona 1995.

Droandi Enzo, La battaglia per Arezzo 4-20 luglio 1944, Luciano Landi Editore, Arezzo 1984.

Fanciullini Almo, Diario di un ragazzo aretino 1943-1944, Regione Toscana- Consiglio regionale, Firenze 1996.

Foghini Curzio, San Polo: ricordi di famiglia e di guerra, Letizia Editore, Arezzo 2018.

Fulvetti Gianluca, Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma 2009.

Mannino Salvatore, La Giustizia divisa. Civitella e San Polo: cronaca e storia di due stragi, Protagon, Arezzo 2008.

Memoria di un eccidio: San Polo 1944, Le Balze, Montepulciano 2003.

Tognarini Ivan (a cura di), Guerra di sterminio e resistenza, ESI, Napoli 1990.

Tognarini Ivan (a cura di), La guerra di liberazione in provincia di Arezzo, 1943/1944. Immagini e documenti, Amministrazione provinciale, Arezzo 1988.

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo pubblicato nel mese di ottobre 2024.

 

 




L’occupazione tedesca di Prato

Mesi infernali tra rastrellamenti e bombardamenti alleati. È questa la tragica situazione a cui dovettero sopravvivere i cittadini pratesi durante l’occupazione nazifascista. L’attenzione che fu data a questa città merita però una premessa obbligatoria, per spiegare perché ricevette un trattamento simile. Prato è una città industriale, definita proprio “di industria”, dove le imprese risiedono direttamente all’interno della città e non in zone periferiche esterne al perimetro abitativo, come nel caso di Firenze. Qui sono collocate proprio nel centro cittadino, creando un rapporto strettissimo tra realtà industriale e città. Ecco perché i bombardamenti avranno conseguenze ancor più devastanti, perché colpirono il centro abitativo e l’industria simultaneamente, mettendo in alcuni momenti in ginocchio la popolazione.

Dopo i fatti del 25 luglio 1943, anche Prato fu fra le città che videro una forte mobilitazione della cittadinanza che pretendeva il ritorno alla libertà e alla pace. Una sommossa popolare e antifascista che si interruppe il 10 settembre, con l’irruzione dell’esercito tedesco che occupò la città e restaurò il potere fascista, rendendo la vita impossibile per tutti quegli antifascisti che si erano maggiormente esposti tra il 25 luglio e l’8 settembre, e che furono arrestati o costretti a scappare dalla città. Per fronteggiare questa nuova situazione iniziò l’organizzazione delle formazioni partigiane. Di fatto il primo vero scontro con le forze fasciste arriverà soltanto nei primi giorni dell’anno seguente: la battaglia di Valibona. Si svolse la mattina del 3 gennaio del 1944 in località Valibona, sulla Calvana, al confine fra i comuni di Calenzano e Prato. Fra i casolari di Valibona si era, infatti, fermata un gruppo partigiano guidato da Lanciotto Ballerini nel corso di una marcia verso il pistoiese per raggiungere la formazione guidata da Manrico Ducceschi. I rastrellamenti sempre più frequenti resero pericolosa la permanenza sul Monte Morello, in prossimità di Firenze, dove Ballerini si trasferì dopo l’8 settembre del ’43, dando vita ad una formazione armata, e lo spinsero al trasferimento. Mentre molti partigiani comunisti si erano diretti dai propri compagni sul Monte Giovi, con Ballerini ne rimasero diciassette, prevalentemente sestesi e campigiani, fra cui anche due prigionieri russi, due slavi e un prigioniero inglese. Giunti a Valibona, il gruppo decise di sostare per riposarsi. Ma nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1944 furono circondati da elementi del 1° Battaglione volontari Bersaglieri “Muti”, una formazione della guardia repubblichina guidata da Duilio Sanesi, comandante del presidio di Prato, Carabinieri e fascisti dei Comuni limitrofi, reparti agguerriti, ben armati e equipaggiati, giunti sia da Vaiano che da Calenzano, che li avevano individuati grazie alla delazione di una spia. Il soldato sovietico Mirko, svegliatosi per un bisogno, accortosi del nemico, avvisò Ballerini. Rifiutata la resa combatterono intensamente. La battaglia divampò per circa tre ore e mezzo. Considerata la situazione Ballerini comprese che l’unica via d’uscita era tentare una sortita per spezzare l’accerchiamento. E lanciò il contrattacco. L’iniziativa riuscì e, nonostante la disparità di numero e di mezzi, nove componenti del gruppo sfuggirono all’assedio. Lo scontro si concluse con cinque perdite fasciste e tre partigiane, dimostrando l’organizzazione e la tenacia della resistenza toscana. Fu questo scontro a dare vigore e consapevolezza sul territorio dell’esistenza di forze che si opponevano all’occupazione nazifascista, dando più forza alla Resistenza. Un processo rafforzato ancor più dallo sciopero dei primi di marzo[1].

Fu promosso dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) a partire dal 1° marzo del 1944 in tutti i territori ancora occupati dall’esercito tedesco. Furono principalmente i comunisti ad insistere per lo sciopero, per consolidare i successi ottenuti dai primi episodi della Resistenza, per migliorare le condizioni materiali dei lavoratori, per chiedere la fine della guerra e per dare un ulteriore segnale di lotta. Ebbe ovunque un successo inaudito. Dagli oltre sessantamila operai di Torino a Milano, dove fu bloccata la circolazione dei mezzi pubblici, l’Italia occupata si ribellava platealmente al comando tedesco. A Prato i giorni che lo precedettero furono di alta tensione, proprio a causa del modello produttivo della città, dell’inattività totale o parziale di alcune aziende e del timore di una ritorsione da parte di fascisti e nazisti. Per questo lo sciopero ebbe inizio solo il 4 marzo, ma la mobilitazione fu totale. Nonostante le iniziali preoccupazioni sopra descritte, la partecipazione riguardò non soltanto i lavoratori comunisti o vicini al partito, ma persino molti che erano stati fascisti convinti. L’entità dell’adesione sorprese non soltanto le autorità fasciste ma anche gli stessi organizzatori. Prato era presente. Lo scioperò proseguì anche lunedì 6 e martedì 7 marzo, in un clima di mobilitazione totale, tanto è che il CLN perse il controllo dello sciopero stesso, a causa della mancanza di collegamenti e referenti nelle molte aziende del territorio pratese. La situazione si stabilizzò solo a partire dall’8 marzo, dove la quasi totalità dei lavoratori tornò al lavoro. Ma subito iniziò la dura risposta da parte dei nazifascisti[2].

Ma proprio in quelle ore Prato visse un altro terribile dramma: i bombardamenti degli alleati. La città nei mesi precedenti ne aveva subiti una decina, arrivando a contare più di cinquanta morti. E quello della mattina del 7 marzo non fu da meno. L’incursione alleata devastò vaste aree del centro storico e della periferia a nord, come via Strozzi, Montalese, Bologna, Filicaia, Santa Margherita e San Fabiano, oltre alle piazze Mercatale, del Duomo, Sant’Agostino e Ciardi. Furono colpite fabbriche e abitazioni, con un bilancio di sedici morti, diciotto feriti, centouno aziende danneggiate, cinquantaquattro case distrutte e quasi trecento danneggiate[3]. Il dolore dei familiari dei morti, lo sgomento di chi non aveva più una casa, la paura di un nuovo bombardamento, furono queste le sensazioni che in quel 7 marzo inondarono le strade di Prato e che presero velocemente il posto dell’orgoglio portato dallo sciopero. Eppure, quell’azione che, nell’idea degli alleati, tanto doveva destabilizzare i tedeschi, finì per farlo alla popolazione, talmente straziata e stanca che non capì subito quello che stava per accadere.

Contemporaneamente scattò la repressione nazista. Arrivò da Hitler in persona l’ordine di deportare il venti per cento della manodopera in seguito agli scioperi di marzo. Un ordine che dimostra tanto la collera dell’azione punitiva quanto la sorpresa che ebbero i tedeschi davanti alla capacità di mobilitazione dei lavoratori italiani. In base agli ordini arrivati da Berlino, i fascisti locali avrebbero dovuto consegnare millenovecento scioperanti: una cifra al limite dell’irraggiungibile se si considera che la popolazione di Prato al tempo non arrivava alle quarantamila unità. Ma questo, ad una Germania arrivata al culmine dello sforzo bellico e bisognosa di manodopera, non interessava affatto. Fu così che allora i fascisti pratesi, aiutati dalle forze della RSI fiorentina e lucchese, bloccarono gli incroci principali della città e catturarono tutti gli uomini che ebbero la sfortuna di passarci davanti. Oltre che per le strade, i lavoratori furono prelevati direttamente anche in tre aziende: alla Guido Lucchesi, alla Campolmi e alla Sbraci Vasco. Questo rastrellamento indiscriminato fece sì che non tutti gli arrestati fossero degli antifascisti o lavoratori aderenti allo sciopero: la situazione si era talmente confusa che furono deportati anche dei fascisti convinti. Per tutto il giorno del 7 marzo, e fino a quando lo si ritenne redditizio continuò il rastrellamento indiscriminato di persone. Alla fine, i circa centotrentasette arrestati furono trasferiti con dei pullman a Firenze, precisamente alla Scuole Leopoldine, in piazza Santa Maria Novella. Qui, dopo esser stati registrati, ed in alcuni casi interrogati, furono scortati dalle forze tedesche presso la Stazione Centrale. Lì si trovarono di fronte alcuni carri ferroviari, quelli usati per il trasporto del bestiame, dove furono costretti a salire. Dopo tre giorni interminabili di viaggio arrivarono a Ebensee, uno degli oltre quarantanove campi che dipendevano da Mauthausen. Ne torneranno solo ventuno[4].

Eppure, anche con questa prova di forza perpetuata dai tedeschi, il lavoro nelle aziende non riprese regolarmente, sia perché una parte delle maestranze era stata deportata, sia perché la situazione era radicalmente cambiata proprio in virtù di quella reazione, che aveva profondamente inciso sulla mentalità degli operai. Essi, infatti, una volta tornati al lavoro, sperando in una rapida avanzata alleata, iniziarono a boicottare la produzione come mai avevano fatto. La stessa struttura produttiva della città era stata notevolmente ridimensionata dai bombardamenti alleati e molti industriali preferirono allora aspettare il risarcimento dei danni di guerra anziché cercare di rimettere in funzione gli impianti per i tedeschi. A causa di tutto ciò, la produzione di guerra a Prato subì un vero tracollo[5].

Questo resta il culmine di un’occupazione che vedrà la città nei mesi seguenti ancora vittima dei bombardamenti alleati e delle ritorsioni nazifasciste. Bisognerà aspettare il 6 settembre per assistere alla liberazione di Prato, un giorno di isperata felicità ma che coincide con l’ennesimo eccidio di matrice nazista nel pratese: ventinove giovani partigiani vengono catturati alla fine di uno scontro a fuoco avvenuto nella notte precedente e vengono impiccati nel paese di Figline.

 

 

 

Note

 

[1] M. Di Sabato e G. Gregori, Fatti e personaggi della Resistenza di Prato e dintorni: dalla caduta del fascismo alla Liberazione (luglio 1943-settembre 1944), Pentalinea, Prato, 2014, pp. 19-46.

 

[2] M. Di Sabato, Il sacrificio di Prato sull’ara del terzo Reich, Editrice Nuova Fortezza, Bologna, 1987, pp. 79-97.

 

[3] M. Di Sabato, La guerra nel pratese 1943-1944, Pentalinea, Prato, 1993, pp. 54-66.

 

[4] M. Di Sabato e G. Gregori, Fatti e personaggi della Resistenza di Prato e dintorni: dalla caduta del fascismo alla Liberazione (luglio 1943-settembre 1944), Pentalinea, Prato, 2014, pp. 52-55.

 

[5] M. Di Sabato, Il sacrificio di Prato sull’ara del terzo Reich, Editrice Nuova Fortezza, Bologna, 1987, p. 104.

 

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

 

Articolo pubblicato nell’ottobre 2024.




“Passi di Storia”

«Passi di Storia. Luoghi di memorie del ‘900» è un progetto dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia finanziato dalla Regione Toscana nel 2023 e, nel 2024, dal Consiglio Regionale nell’ambito del bando “per la celebrazione dell’80° anniversario della Liberazione e per la commemorazione delle vittime delle stragi nazifasciste”.
“Passi di Storia” comprende un portale digitale (Passi di storia) su cui sono censiti specifici luoghi della memoria: luoghi della memoria – ad esempio monumenti, parchi, musei, cippi, targhe, lapidi – rintracciabili sul territorio e su cui è stato apposto un pannello con QR Code collegato al sito. Ad ogni pannello corrisponde una pagina web comprensiva di descrizione del luogo della memoria, di coordinate GPS, fotografie e, potenzialmente, di altri materiali multimediali. Lo scopo principale del progetto è quello di creare una mappa dei luoghi legati alla storia della Liberazione e della Resistenza per evitare che rimangano inosservati e ignoti, così da conferire loro un valore comunicativo. Il progetto è quindi pensato anche come uno strumento divulgativo ed educativo, capace di valorizzare il luogo e la storia ad esso legato, continuamente disponibile e fruibile dalla cittadinanza. Il portale è implementabile e può ospitare ulteriori itinerari.
Attualmente il portale comprende tre percorsi: uno sul partigiano pistoiese Silvano Fedi, uno sull’eccidio del Padule di Fucecchio e uno su Piazza della Resistenza a Pistoia. I tre percorsi inaugurati nel 2024 e finanziati dalla Regione Toscana sono stati scelti perché rappresentativi della storia della Resistenza e della Seconda guerra mondiale nella provincia di Pistoia. Una descrizione dettagliata dei primi due percorsi è disponibile su Toscana Novecento (“Passi di Storia”: itinerari di guerra e Resistenza pistoiese). Il percorso su Piazza della Resistenza è stato realizzato su richiesta del Comune di Pistoia: l’omonima piazza, nominata così nel 1955, accoglie numerose installazioni memoriali legate agli eventi della Seconda guerra mondiale. Partendo dal Monumento ai Caduti della Resistenza e passeggiando attraverso la piazza, che funge da “Teatro della Memoria” si possono incontrare varie tappe: la prima è la targa dedicata a Renato Moscato, vittima della Shoah; in seguito troviamo quella ai bambini uccisi e vittime di esperimenti medici nei lager nazisti; infine quella ai Rom e Sinti vittime del nazifascismo. Successivamente si incontra la stele in memoria delle infermiere della Força Expedicionária Brasileira che in piazza della Resistenza avevano l’ospedale da campo. Uscendo dal parco ed entrando nell’adiacente Fortezza Santa Barbara si trova l’ultima tappa del percorso dedicata ai quattro ragazzi che lì, il 31 marzo 1944, furono fucilati dai fascisti.
Grazie ad un finanziamento del Consiglio Regionale, ottenuto attraverso il bando per la celebrazione dell’80° anniversario della Liberazione e per la commemorazione delle vittime delle stragi nazifasciste, l’ISRPT ha progettato e sta lavorando alla realizzazione di tre nuovi percorsi che, a partire dal 2025, saranno disponibili nel portale web e nei luoghi fisici, dove verranno installati vari pannelli.
I primi due percorsi, uno sui partigiani e le partigiane del pistoiese e l’altro sulle stragi naziste e fasciste della provincia, sono legati alla celebrazione dell’80° della Liberazione e all’80° anniversario delle stragi. Il terzo percorso vuole legare la memoria e la storia del lavoro all’Articolo 1 della Costituzione della Repubblica italiana, nata dalla lotta di Liberazione e dalla Resistenza.
Il primo itinerario si snoderà lungo i luoghi della memoria dei partigiani e delle partigiane pistoiesi cercando di studiare e valorizzare alcune figure di grande rilievo protagoniste della lotta armata nella provincia. Le tappe saranno dedicate, ad esempio, a Natale Tamburini, Lina e Liliana Cecchi, Gino Bozzi, Manrico Ducceschi, Magnino Magni. Inoltre, una tappa sarà riservata ai partigiani pistoiesi combattenti in Jugoslavia – a Pistoia è presente uno dei pochi monumenti esistenti in Italia ad essi dedicati – e un’altra alla famosa foto scattata da un soldato alleato all’angolo tra Via Curtatone e Montanara e Via Abbi Pazienza nei giorni successivi alla Liberazione di Pistoia e raffigurante un gruppo di partigiani e partigiane (in foto).
Il percorso sulle stragi naziste e fasciste vede invece la mappatura di dieci luoghi simbolo di stragi di civili uccisi dai nazifascisti nell’estate del 1944. Il territorio pistoiese non fu risparmiato dalla ritirata aggressiva delle truppe tedesche e in quasi tutta la provincia si verificarono episodi di stragi, come ad esempio quello di Calamecca (14 vittime), Valdibure (5 vittime), Piteccio (4 vittime), Montale (5 vittime) e di Piazza San Lorenzo (6 vittime) che, diversamente dalle altre, è avvenuta il 12 settembre 1943 rappresentando l’unico luogo in Toscana ad essere teatro di una strage di civili nel periodo immediatamente successivo all’Armistizio e all’occupazione tedesca.
Il terzo percorso si incardina sull’Articolo 1 della Costituzione e collega i luoghi dedicati alla memoria del lavoro e del movimento democratico dei lavoratori e delle lavoratrici passando per targhe, monumenti e opere architettoniche. Ad esempio, nel centro storico di Pistoia, si trovano la targa a Ugo Schiano, quella a Dante De’Petri e la statua Scioperanti di Andrea Lippi. Nella vecchia area industriale della città la targa alle vittime dell’amianto presso l’attuale biblioteca San Giorgio, un tempo sede delle Officine San Giorgio.
Il portale verrà aggiornato nei prossimi mesi con i nuovi percorsi in fase di sviluppo. Auspichiamo che questo possa contribuire ad accrescere l’interesse e la conoscenza di episodi legati alla storia locale altrimenti facilmente dimenticabili, soprattutto ora che sta finendo l’era del testimone, un tempo in cui le memorie dirette sono in esaurimento, favorendo nel contempo iniziative didattiche e turistiche in linea con l’intento di far dialogare ricerca storica, divulgazione e partecipazione diretta del pubblico.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Firenze. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente la storia del Novecento e la Public History. È membro del Consiglio direttivo dell’ISRPT e collabora con lo stesso Istituto a progetti di didattica, ricerca e divulgazione storica.

Emanuele Vannucci è laureando in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Firenze. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea in provincia di Pistoia, di cui è membro del Consiglio direttivo, in progetti inerenti la didattica, la ricerca e la divulgazione storica e l’archivio audiovisivo. I suoi interessi di studio sono legati alla Resistenza, all’Antifascismo, alla Seconda Guerra Mondiale e alla Public History.




Tra Resistenza e Liberazione nel Comune di Cortona (Ar)

Cortona oggi

In attesa dell’arrivo da Sud dell’esercito alleato, le forze resistenti cortonesi, aderenti al Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), consistevano in quattro diverse formazioni partigiane [1]:

  • Gruppo Patrioti “Libertà”, guidato da Gabriele Ciabattini e operante nella zona della Fratta;
  • Banda Veltroni, guidata da Spartaco Veltroni e operante a Cortona e in Valdichiana;
  • Banda Poggioni, capeggiata da Bruno Valli e operante tra Poggioni e Teverina [2];
  • Banda “La Teppa”, capeggiata da Cesare Rachini, con base a Cantalena e attiva nella montagna.

Benché tutte dipendessero dalla sezione aretina del CTLN, le difficoltà di comunicazione e l’estensione del territorio controllato resero le bande cortonesi molto più autonome di quanto ci si potrebbe aspettare.

Il cortonese Vannuccio Faralli non fece parte della Resistenza locale, ma fu un membro di grande importanza del CLN, al punto da divenire, dopo la Liberazione, il primo Sindaco di Genova del Dopoguerra.

Importanti fonti di informazione su quello che succedeva attorno a Cortona furono quelle fornite dai parroci, che erano stati incaricati dal vescovo di Cortona, Mons. Giuseppe Franciolini, di tenere un diario sugli eventi.

Mappa 2 in Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944, Fondazione Ranieri di Sorbello, Città di Castello, 2014.

Mappa 4 in Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944.

Va precisato che nella provincia di Arezzo ci furono vari luoghi di detenzione, veri e propri campi di prigionia, tra cui:

  • Laterina (attivo dal 1941; dopo la guerra e fino al ’63 divenne centro di accoglienza per i profughi istriano-dalmati);
  • Renicci [fare link interno ad articolo esistente] (Anghiari; attivo dalla fine del 1942, tra i peggiori, dove i prigionieri che vivevano nelle tende, in condizioni igieniche tanto precarie che si contarono 159 morti. Prevalentemente rivolto a prigionieri di guerra sloveni, dopo il 25 luglio 1943, accolse gli ex confinati politici antifascisti, che dopo l’8 settembre riuscirono a scappare;
  • Villa Oliveto (Civitella; ospitò in prevalenza ebrei, che nel febbraio del ’44 furono deportati in direzione del campo di concentramento di Bergen-Belsen).

L’Aretino fu anche duramente bombardato dagli eserciti alleati. Il primo bombardamento della provincia si verificò il 12 novembre 1943, colpendo duramente la zona della stazione di Arezzo.

Le operazioni militari rallentarono con l’inverno, per proseguire con maggior intensità in primavera. Le bande partigiane conducevano le proprie azioni di guerriglia e sabotaggio. Il 25 maggio 1944 era il limite ultimo per la coscrizione obbligatoria: gli uomini che non si arruolavano erano considerati disertori, passibili di fucilazione. I partigiani aretini si fecero beffe di questo ultimatum, organizzando i famosi fuochi sui monti dell’Appennino toscano.

Nella notte tra il 24 e il 25 maggio del 1944 i partigiani, infatti, si ribellarono sulle montagne. In risposta, al bando della Repubblica di Salò, che concedeva salva la vita ai partigiani che si fossero consegnati entro le ore 24 del 25 maggio, sui principali monti dell’Appennino toscano furono accesi grandi falò a indicare la volontà dei partigiani di non consegnarsi, ma di combattere i nazifascisti. Antonio Curina, il capo del CLN di Arezzo, e i suoi compagni marcarono in questo modo l’inizio di una lotta che avrebbe portato, in quell’estate di 80 anni fa, alla liberazione dell’intera provincia.

Sarà l’allora Vescovo cortonese Mons. Giuseppe Franciolini, all’alba del 3 luglio 1944, a dare per primo la notizia ufficiale ai suoi concittadini della Liberazione di Cortona dal nazifascismo e dell’imminente arrivo in città degli eserciti alleati da Sud e dei partigiani che, sin dalla primavera di quell’anno, avevano stretto in una morsa i tedeschi acquartierati nella città, costringendoli alla fuga verso Città di Castello e verso Arezzo.

Fu l’ ufficiale italiano Giorgio Spini, padre di Valdo Spini, storico e politico italiano, l’uomo che, a bordo di una jeep, il 3 luglio 1944, per primo entrò in città insieme ad un graduato inglese della VIII Armata. Armata che, vinte le resistenze del nemico in prossimità del Trasimeno, in quella calda estate stava velocemente liberando la Valdichiana, ponendo fine ad un ventennio di dittatura e ai tanti timori diffusi fra tutti i cittadini, qui come altrove, per il passaggio del “fronte”.

Valdo Spini ha rievocato quegli avvenimenti raccontati da suo padre in alcune pagine del libro La strada della Liberazione. In particolare, si è soffermato sullo sforzo bellico degli Alleati per costringere i tedeschi alla ritirata verso il Nord e sul significato che ha avuto la Resistenza.

Dopo giorni di combattimenti e di rastrellamenti, la notte del due luglio, tutti i tedeschi lasciarono Cortona assieme ai capi politici fascisti. Quella vigilia fu ancora una notte di paura, pur nell’attesa imminente della Liberazione e della fine del dolore, della tragedia della guerra.

La Chiesa cortonese si impegnò direttamente per alleviare le sofferenze della popolazione, in certi casi scontrandosi con i tedeschi (solo in provincia di Arezzo furono 34 i religiosi uccisi durante il conflitto). In questa sede, possiamo ricordare Mons. Franciolini (salvò numerose opere dall’essere depredate – alcune furono inviate a Firenze, ma quando era troppo tardi altre furono nascoste dietro intercapedini – e nominò ben 40 falsi docenti al Seminario vescovile, così da evitarne l’arruolamento); don Giovanni Salvi (evitò una strage a Tornia [3], come racconta ne Le giornate di Tornia, dove narra gli eventi di tale località e descrive le bande partigiane sul territorio, criticandone la composizione e il modus operandi e le discordie, che portarono ad uccisioni tra membri delle stesse. È don Salvi a raccontare anche i fatti del 29 giugno, per la festa dei Santi Pietro e Paolo, quando a Tornia i tedeschi, durante le attività di rastrellamento antipartigiano, irruppero nella piccola borgata, radunando le persone in un’aia. Vennero incendiate le case e gli abitanti vennero accusati di collaborazione con i partigiani. Non trovarono però quel che cercavano e nessun uomo nascosto. Il tenente invitò, stando alle parole del parroco, i presenti a recitare le preghiere, prima di essere uccisi. Colpito da tanta fede, però, mosso da empatia cattolica (da quanto emerse nel racconto) il tenente avrebbe risparmiato le loro vite, a patto non avessero aiutato nessuno e solo dopo aver ricordato loro il tradimento italiano alle truppe tedesche). Don Vincenzo Ginocchietti riuscì, invece, a evitare che la Chiesa dei SS. Biagio e Cristoforo dell’Ossaia fosse fatta saltare in aria, mentre don Antonio Briganti, parroco di Fasciano, arrivò a sparare contro le SS per proteggere i propri parrocchiani [4]. Il libro di Pancrazi, nato su richiesta di Franciolini, racconta in prima persona le loro storie. Rimando al libro per le altre narrazioni su Sant’Egidio, di Cantalena e le località vicine [5].

Tra il 4 e il 5 giugno fu liberata Roma, mentre il giorno successivo le forze alleate sbarcavano sulle spiagge della Normandia (D-Day). Le truppe alleate raggiunsero il Trasimeno il 21 giugno 1944. Se pensiamo che Carrara sarà liberata solo l’11 aprile 1945, possiamo capire quanto lunga e impegnativa sia stata la campagna di liberazione della Toscana.

Il “War Diary” compilato dal tenente colonnello Kendal Chavasse, comandante del 56° Reggimento da ricognizione (Recce corp) dell’esercito britannico. La liberazione di Cortona inizia alle 5 del mattino con il controllo dell’area dell’Ossaia.

Il giugno 1944 fu per Cortona molto duro: gli Alleati si stavano avvicinando alla Toscana, i tedeschi in ritirata non erano certo disposti a cedere il passo. Esplosioni e bombardamenti si fecero via via più intensi. I tedeschi ripiegarono verso le arterie meno importanti: non a caso le stragi sono in zone spesso remote e piccole, sparse su tutto il territorio.

La Liberazione avvenne lunedì 3 luglio, ma le foto che tutti i cortonesi conoscono, scattate da Luigi Lamentini, risalgono a martedì 4. In effetti, il 3 c’era ancora poca tranquillità nella popolazione, se non incredulità. Va detto che al momento di fuggire, l’esercito tedesco aveva progettato l’esplosione dell’Ufficio Postale, all’epoca situato all’ingresso di Palazzo Casali. La bomba però non esplose. Di quelle giornate ci sono anche alcune testimonianze video, grazie ai Combat films girati dagli Alleati (oggi nell’Archivio Luce). Si riconoscono Camucia e i festeggiamenti in Piazza della Repubblica.

Il giugno 1944 e l’inizio di luglio furono un periodo drammatico per la popolazione della provincia di Arezzo. Negli eccidi causati dall’esercito tedesco, in particolare dalla Fallschirm-Panzer-Division 1 Hermann Göring, furono coinvolti circa 1.500 civili inermi.

I soldati alleati morti nella Campagna d’Italia furono approssimativamente 330.000, un numero di poco superiore a quello dei caduti italiani nell’intero conflitto. 256 di loro sono sepolti al Cimitero di Guerra di Foiano, gestito dal Commonwealth War Grave Commission.

I soldati cortonesi caduti nella Seconda Guerra Mondiale furono in totale 244. 41 di loro ottennero delle onorificenze: 2 medaglie d’oro, 8 d’argento, 6 di bronzo e 25 croci di guerra.

Nella foto Camucia liberata. Alessandro Ferri, Settantacinque anni dopo, Cortona celebra l’anniversario della sua Liberazione, Cortona, ValdichianaOggi, 12 luglio 2019, https://www.valdichianaoggi.it/blogs/scartare-di-lato-e-cadere/settantacinque-anni-dopo-cortona-celebra-lanniversario-della-sua-liberazione/

Era giunto il momento della ricostruzione, ma anche della pacificazione. Cortona aveva dalla sua una figura di straordinario prestigio, che poté proporsi come paciere tra le fazioni in campo: Giorgio Spini, che era a Cortona quel giorno in qualità di interprete per l’esercito inglese. A cinquant’anni di distanza, così raccontò quelle giornate:

Di eroico, non ho fatto proprio nulla. Anzi, alla Liberazione di Cortona sono presente quasi per caso. Nel nostro servizio c’era un ufficiale inglese che doveva salire quassù con la Jeep, mentre si combatteva ancora nella pianura sotto Cortona, ma non sapeva una parola di italiano. Allora il nostro comandante mi ordinò di accompagnarlo, forse perché non bisticciasse troppo col soldato che guidava la jeep. […]Finalmente, tra i cortonesi che si stavano affollando attorno a noi, salì una voce «arriva il sor Pietro!», e con mio sollievo, in mezzo riconobbi nel sor Pietro lo scrittore Pietro Pancrazi, il quale, con molta calma e con molta fermezza, fece fare silenzio a questi e a quelli, tranquillizzò i tedeschi e ci mise al corrente di come era la situazione in città a nome del CNL. Non sapeva molto bene nemmeno lui se nel CNL rappresentasse il Partito Liberale oppure il Partito d’Azione, ma il sor Pietro era evidentemente un’autorità riconosciuta da tutti, e a me parve proprio un’ancora di salvezza in mezzo a quella tempesta.

Pancrazi ebbe un ruolo di primo piano nel CLN cortonese, di cui faceva parte assieme a Carlo Nibbi (più tardi nominato Sindaco e appartenente al movimento “Democrazia del Lavoro” di Ivanoe Bonomi), Ricciotti Valdarnini (PCI, primo Sindaco di Cortona eletto del Dopoguerra), Rinaldo Bertini (PSI), Remo Ricci (Partito d’Azione) e Bruno Valli (DC); in rappresentanza della Diocesi c’era don Giovanni Materazzi. Se leggiamo il manifesto che il Comitato fece appendere sulle strade di Cortona quella mattina, si riconosce facilmente la mano del grande critico e scrittore:

Cortonesi! Salutiamo con gioia riconoscente i valorosi eserciti alleati che hanno fatto finalmente libera la nostra città e la nostra terra dalla feroce oppressione del tedesco che, gettata la maschera, per giorni e giorni saccheggiando le nostre case e le nostre campagne, infierendo sul nostro popolo, ha rivelato anche agli illusi e agli ignari la sua vera faccia di eterno barbaro. Alle vittime di queste barbarie, ai fucilati, ai feriti, ai derubati, ai vilipesi, a tutti coloro che più hanno sofferto, va il nostro memore saluto.

Invitiamo il popolo cortonese a riprendere il lavoro e a rientrare nella più assoluta legalità. Domani tutti i diritti della libertà anche tra noi verranno ristabiliti, tutti i partiti potranno e dovranno liberamente concorrere alla vita cittadina. Oggi, rimandando ogni competizione, domandiamo a tutti i cittadini di unirsi nella concordia e nel lavoro, perché almeno i danni più gravi possano essere presto riparati. Chiediamo perciò la collaborazione di tutti i concittadini onesti: di tutti coloro cui non si può attribuire la ventennale tirannia dell’esecrato regime che ha condotto la patria a questa rovina. Come il governo ha promesso, tutti i violenti, i profittatori, i responsabili alti e bassi del fascismo saranno puniti. Ma nessuna ritorsione, repressione o vendetta privata può essere consentita. Ricordiamoci che l’infrazione della legge, la violenza, l’arbitrio – anche se commessi da antifascisti – sarebbero fascismo.

Forze di polizia già si stanno ricostituendo con l’aiuto degli Alleati liberatore, dei Patriotti e di volenterosi concittadini: ma è soprattutto nel senso civico del popolo che noi confidiamo. Mentre con augurio ai fratelli oppressi, che ancora soffrono e soffriranno quello che noi soffrimmo: venga presto anche per loro l’ora del riscatto.

Cortonesi! Con questi sentimenti salutiamo gli eserciti liberatori e le bandiere del mondo libero. Dopo venti anni di obbrobriosa tirannia riuniamo in un solo grido due idee fatidiche che già furono dei nostri padri: Italia e libertà! [6].

A pochi giorni da stragi indicibili, mentre tutto intorno infuriavano gli scontri e vent’anni di tirannia facevano sentire il loro peso, si chiedeva la concordia.

 

Note:

1. Sulle devastazioni di Cortona, si veda R. M., In città, in Pietro Pancrazi (a cura di) La piccola patria: cronache della guerra in un comune toscano: Giugno-Luglio 1944, Monnier, Firenze, 1946, pp. 42-52.

2.  Bruno Valli, Azioni del gruppo di “Poggioni”, Brigata Garibaldi, in Pietro Pancrazi (a cura di) La piccola patria, pp. 35-40.

3.  Giovanni Salvi, Le giornate di Tornia, in Pietro Pancrazi (a cura di) La piccola patria, pp. 3-11.

4. Cortona, in I massacri di Arezzo 1944https://arezzomassacri.weebly.com/cortona.html

5. Pietro Pancrazi (a cura di), La piccola patria : cronache della guerra in un comune toscano: Giugno- Luglio 1944,  Monnier, Firenze 1946; Cfr. Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944.

6. Alessandro Ferri, Settantacinque anni dopo, Cortona celebra l’anniversario della sua Liberazione, Cortona, ValdichianaOggi, 12 luglio 2019, https://www.valdichianaoggi.it/blogs/scartare-di-lato-e-cadere/settantacinque-anni-dopo-cortona-celebra-lanniversario-della-sua-liberazione/

 

Bibliografia:

Agostino Coradeschi e Mario Parigi (a cura di), Arezzo dalla dichiarazione di guerra al referendum istituzionale. 1940-1946, Carocci, Roma 2008.

Janet Kinrade Dethick, The Trasimene line: june-july 1944, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, Perugia 2002

Janet Kinrade Dethick, Cortona 1944, Fondazione Ranieri di Sorbello, 2014

Alessandro Eugeni, Il falegname di Ottobrunn: processo a un criminale di guerra, Pacini, Pisa 2011

Renata Orengo, Diario del Cegliolo: cronaca della guerra in comune toscano, giugno-luglio 1944, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1965

Pietro Pancrazi ( a cura di), La piccola patria: cronache della guerra in un comune toscano: Giugno-Luglio 1944, Monnier, Firenze 1946

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo scritto nel mese di settembre 2024.




UNA COSPIRAZIONE IN MARE APERTO.

Fra le diverse ricorrenze dell’Undici settembre (Strage nel carcere di Attica, 1971; Golpe in Cile, 1973; Attacco alle Twin Towers, 2001), ve ne è una che appartiene alla storia dell’antifascismo in Italia, ossia l’attentato politico compiuto da Gino Lucetti contro Benito Mussolini, appunto l’11 settembre 1926. «Della serie di attentati che punteggiarono la soppressione delle libertà italiane – come sottolineò lo storico “azionista” Aldo Garosci – esso fu quello in cui si espresse la più lucida e chiara volontà politica».

Il mancato tirannicida, una volta catturato, davanti agli inquirenti si era proclamato «anarchico individualista», onde evitare conseguenze per altri; ma, in contrasto con l’interpretazione in chiave solipsistica del suo gesto, risulta ormai appurata l’esistenza di una rete cospirativa con condivise finalità che vedeva il coinvolgimento, a diversi livelli, di anarchici di differente tendenza, ex-arditi del popolo e antifascisti “d’azione”. Meno conosciuta ed indagata rimane invece la decisiva riunione tenutasi segretamente un anno prima dell’attentato a Livorno dove, come le autorità non ignoravano, erano attivi imbarchi e collegamenti clandestini.

Infatti, secondo la testimonianza dell’anarchico carrarino – poi comandante partigiano – Ugo Mazzucchelli (1903-1997), avvalorata dallo storico Gino Cerrito, nell’estate del 1925 a Livorno vi era stata una riunione clandestina, a bordo di un barcone in mare aperto, a cui presero parte, oltre a Lucetti e a Mazzucchelli, gli anarchici livornesi Augusto Consani e Virgilio Recchi, già organizzatori del Battaglione degli Arditi del popolo, nonchè due minatori anarchici di San Giovanni Valdarno e qualche altro militante non identificato[1]. Lucetti era infatti rientrato clandestinamente da Marsiglia, dove era espatriato alla fine del 1922 intessendo rapporti con gli ambienti più risoluti del “fuoriuscitismo” antifascista. Da quanto si può dedurre e come confermato dal militante anarchico Piero Di Pietro, in questa riunione, preceduta da altri incontri nel carrarese, era stato deciso e delineato un piano operativo per l’eliminazione fisica di Mussolini, oltre a concertare conseguenti sollevazioni contro il regime. Infatti, dopo la mancata insurrezione a seguito del delitto Matteotti e il fallimento della politica aventiniana, «ogni transazione [era] divenuta impossibile».
Lucetti, anarchico d’azione, era eticamente determinato ad attentare alla vita del duce sin dal dicembre 1922, a seguito della strage operaia di Torino, e già nel gennaio-febbraio 1923 si era recato a Roma per verificarne l’attuazione- Il progetto dovette però essere rinviato in quanto Lucetti rimase coinvolto e ferito in una sparatoria con i fascisti ad Avenza, presso il caffè Napoleone in piazza Rivellino, avvenuta nella notte fra il 25 e il 26 settembre 1925. Ricercato dai fascisti e dalla polizia, dovette quindi nascondersi e l’11 ottobre imbarcarsi come “clandestino” su un naviglio per il trasporto di marmo diretto a Marsiglia[2].

L’ANARCHICO ARDITO

Gino Lucetti era nato ad Avenza, frazione del comune di Carrara (MS), il 31 agosto 1900, da Filippo e Adele Crudeli[3]. Dopo aver studiato sino alla VI classe elementare, aveva iniziato a lavorare in cava, divenendo un lizzatore, ossia addetto al faticoso e pericoloso spostamento dei blocchi di marmo. In gioventù era stato vicino agli ideali repubblicani, peraltro non in contraddizione con quelli libertari[4].
Secondo quanto si può dedurre dal confuso Foglio matricolare n. 17822, il 24 marzo 1918 era stato chiamato sotto le armi e, al 2 luglio seguente, risultava «giunto in territorio dichiarato in stato di guerra» ed assegnato come autiere al 2° Reparto d’Assalto di Marcia che, alla vigilia della battaglia finale di Vittorio Veneto, si trovava dislocato nel trevigiano, fra Pederobba e Palazzon. Probabilmente non aveva preso parte a combattimenti, ma dopo l’attentato a Mussolini, la circostanza d’aver comunque fatto parte degli Arditi venne omessa nelle cronache, eccetto che in un articolo sfuggito alla censura, pubblicato su «La Nazione» del 14 settembre 1926, mentre su altri giornali, come la «Gazzetta livornese» del 13 settembre, fu indicato quale ex artigliere[5].
Dopo essere stato posto in congedo provvisorio il 28 febbraio 1919, il 1° dicembre 1919 venne richiamato in servizio presso diversi reggimenti di fanteria (90°, 65°, 25°), venendo impiegato anche nella bonifica dei residuati bellici. Ancora in grigioverde, nel 1921 per un’assenza di quattro giorni fu denunciato per diserzione e per aver sottratto «oggetti d’armamento» (un fucile 91 con relativa baionetta), venendo però assolto, condonato e finalmente congedato nel novembre 1921.
Tornato ad Avenza, alla fine del 1922 decideva di lasciare illegalmente l’Italia a seguito di scontri avuti con fascisti nella zona di Carrara; aiutato dal fratello Andrea, s’imbarcava su un navicello carico di marmo, approdando a Nizza e poi a Marsiglia dove gli fu sempre possibile trovare lavoro come scalpellino presso laboratori del marmo gestiti da italiani di simpatie libertarie o antifasciste.
In Francia era entrato in relazione con esponenti di primo piano dell’anarchismo, dall’antiorganizzatore Paolo Schicchi al federalista Camillo Berneri, e nel 1924, aveva aderito alle Legioni garibaldine della Libertà che, velleitariamente, avrebbero dovuto penetrare in Italia e rovesciare con le armi il regime mussoliniano.
Nello stesso anno risultava essere abbonato alla rivista anarchica «Pensiero e volontà», di cui erano promotori Errico Malatesta e Luigi Fabbri, collaborando saltuariamente al settimanale «Fede!», diretto da Luigi Damiani; due testate non riconducibili all’anarchismo di tendenza individualista.
Dopo l’infausto epilogo garibaldino, apparve evidente che, contro il totalitarismo fascista, altre strade andavano percorse e, superando le diverse impostazioni teoriche, gli anarchici raggiunsero una sostanziale unità d’azione.
Lucetti, come si è visto, sarebbe rientrato in Italia nell’estate del 1925 per uccidere il duce, nella prospettiva d’innescare sommosse, scioperi e attentati; ma in ottobre dovette precipitosamente ripartire alla volta della Francia.
Ritornato furtivamente in Versilia alla fine del maggio 1926, su un barcone da Marsiglia al porto di Marina di Carrara (secondo diversa fonte, nascosto in un vagone merci al confine di Ventimiglia), s’entrò nella fase operativa del piano: in giugno, Lucetti soggiornò almeno una settimana a Roma, ospite di Caterina Diordi, cercandovi anche un lavoro come scalpellino, e forse ancora un giorno o due a metà luglio.
Fra una “trasferta” e l’altra, trovò ospitalità presso compagni compiacenti a Montignoso e soprattutto a Viareggio, con qualche fugace visita familiare ad Avenza.
Con ogni probabilità in questo periodo, furono reperite le armi, una pistola automatica Browning procuratagli dal repubblicano romano Vincenzo Baldazzi (1898-1982), detto “Cencio”, già dirigente nazionale degli Arditi del popolo, e due bombe a mano SIPE, a frammentazione, che l’anarchico avenzino Gino Bibbi (1899-1999), suo cugino, aveva recuperato a Trieste dall’anarchico Umberto Tommasini (1896-1980), così come confermato da entrambi. Dell’attentato in preparazione appare accertato che furono messi al corrente o vi ebbero una qualche parte gli anarchici Malatesta, peraltro in stretti rapporti sia politici che amicali col Baldazzi, Temistocle Monticelli e Luigi Damiani, esponenti di primo piano dell’Unione anarchica italiana già costretta all’attività clandestina[6].

L’ATTENTATO SENZA FORTUNA

Dopo l’attentato, sia sulla stampa che nell’inchiesta giudiziaria, venne dato molto risalto ai collegamenti dell’anarchico con «le centrali dell’antifascismo» in Francia e lo stesso Mussolini additò «certe tolleranze colpevoli e inaudite di oltre frontiera», ma in realtà Lucetti si era mosso in modo autonomo, facendo piuttosto affidamento sui compagni in Italia. Infatti, ai compagni di Marsiglia tenne nascosto l’imminente partenza per l’Italia e chiese i soldi necessari per il viaggio ad un’ignara compaesana. Considerato che il “fuoriuscitismo” era pesantemente infiltrato dalla polizia politica fascista, tale scelta gli permise di muoversi con relativa sicurezza, cogliendo di sorpresa l’apparato poliziesco, tanto che in conseguenza dell’attentato, Mussolini dimissionò il capo della polizia Crispo Moncada, sostituito dal “superpoliziotto” Arturo Bocchini.
Giunto a Roma, il 2 settembre 1926, Lucetti trovò alloggio, sotto falso nome, presso l’albergo “Trento e Trieste”, grazie all’amico e compagno Leandro Sorio che vi lavorava come cameriere, e la mattina dell’11 settembre 1926 entrò in azione nei pressi del piazzale di Porta Pia, eludendo la vigilanza di una cinquantina di agenti in divisa e in borghese dislocati lungo il percorso “presidenziale”.
Al passaggio dell’auto, una nera “limousine” Fiat 519, che conduceva Mussolini dalla sua residenza estiva di Villa Torlonia al Ministero degli Esteri a Palazzo Chigi[7], Lucetti lanciava, dopo averne accesa la miccia, una SIPE fidando che questa (pesante circa mezzo chilo) sfondasse il vetro dello sportello posteriore laterale destro ed esplodesse all’interno della vettura, dove era seduto il duce. Purtroppo, a causa del sobbalzo dell’auto per un avvallamento della strada, la granata colpì la cornice superiore della portiera, pochi centimetri sopra il vetro, rimbalzando e deflagrando sul selciato, col ferimento di otto passanti raggiunti da schegge[8].
Particolari poco conosciuti dell’azione armata sono stati rivelati da “Cencio” Baldazzi in un’intervista del 1976, che confermano il carattere tutt’altro che “individuale” dell’attentato: «c’entravo io, Malatesta, [Attilio] Paolinelli, c’entravamo tutti, tutto il cerchio nostro della resistenza romana. Noi avevamo preparato due attentati a Mussolini, uno al Tritone, ed uno a Porta Pia […] dopo aver organizzato una certa convergenza intorno Porta Pia»[9].
Lucetti, fu quasi subito catturato dal maresciallo capo Dottarelli e dal vice brigadiere Motta che, assieme all’ispettore di PS Bodini responsabile del servizio di scorta, si trovavano sull’Alfa Romeo che seguiva dappresso l’auto di Mussolini. Lucetti disponeva di un’altra SIPE e della pistola Browning, presumibilmente cal. 7,65, con proiettili artigianalmente modificati per renderli più efficaci, che non potè usare. Condotto in Questura in piazza del Collegio Romano (attualmente commissariato di PS Trevi-Campo Marzio), subì i primi interrogatori e pestaggi, mentre all’esterno fascisti facinorosi provocavano incidenti.
Già mezz’ora dopo l’attentato veniva arrestato Malatesta presso la propria abitazione e a distanza di poche ore la sua compagna, l’anarchica Elena Melli (1899-1946); a Roma, nella retata anti-anarchica finivano militanti noti quali i tre fratelli Turci, Aldo Eluisi, Francesco Porcelli, Carlo Monticelli, Eolo Varagnoli, Adelmo Preziosi ma anche semplici simpatizzanti oppure non anarchici, fra cui i comunisti Umberto Terracini e, a Milano, Ottorino Perrone. Non mancarono le spedizioni punitive, come quella contro l’onorevole socialista Attilio Susi a Santa Marinella.
A Livorno, col pretesto che fra i passanti feriti vi era il cappellaio Garibaldo Paoletti, originario di Livorno, i fascisti assaltarono il consolato francese. Sempre nella città labronica, innumerevoli furono i messaggi di felicitazione ed esecrazione, fra cui quello del Maestro Pietro Mascagni a cui Mussolini rispose personalmente. Nella chiesa di S, Giulia, invece, «venne cantato un solenne “Te Deum” di ringraziamento per lo scampato pericolo del Primo Ministro Benito Mussolini».
Nell’arco di pochi giorni furono effettuati almeno 500 arresti e 600 perquisizioni, soprattutto nella capitale ma anche altrove; ad esempio, tra minatori di S. Giovanni Valdarno. Tra i circa sessanta arrestati fra Carrara ed Avenza, vi erano gli amici, i familiari e i parenti di Lucetti ed anche la sua fidanzata, Nella Menconi (1899-1975). A Roma, furono subito tratti in arresto Baldazzi, Leandro Sorio (1899-1975) e Stefano Vatteroni (1897-1965). Quest’ultimi due vennero condannati dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, rispettivamente a 20 e 18 anni di carcere, «complicità non necessaria»[10]. Baldazzi, invece, ebbe una condanna a cinque anni di carcere per la complicità nell’attentato e ad altri cinque per aver poi fornito aiuto finanziario alla madre di Lucetti[11]. I familiari, fra cui il cugino Gino Bibbi e la madre, furono assolti «per il reato di concorso in mancato omicidio di S.E. il primo ministro» nel giugno del 1927. Nelle settimane seguenti, numerose furono pure le sentenze per «apologia di attentato» nei confronti di persone che avevano espresso, magari in un’osteria, il proprio rammarico per il tentativo non andato a buon fine. Accadde anche a Livorno, dove nei pressi di Piazza dei Mille tre «giovanotti» furono arrestati e denunciati per aver parlato «a voce alta dell’attentato contro la persona di S.E. Mussolini, esaltando l’attentatore, augurando un nuovo infame gesto contro il Duce»[12]. A Rio Marina, per lo stesso reato, il contadino anarchico Narciso Trenti fu condannato a 30 mesi di reclusione e 300 lire di ammenda[13].

CONDANNA E MEMORIA

Il processo, svoltosi dall’8 all’11 giugno 1927, apparve come una farsa, con l’avvocato d’ufficio Emilio Tommasi, che sembrava l’accusatore dell’imputato, mentre il P.M. Enea Noseda lo additava quale «parricida». A presiedere il Tribunale Speciale vi era il generale Carlo Sanna e della corte faceva parte il conte Antonio Tringali-Casanuova, futuro presidente del Tribunale speciale sino al 1943, nato a Cecina e fascista della prima ora. Lucetti venne condannato a 30 anni di reclusione; fra i delitti di cui fu ritenuto colpevole, quello di aver commesso il fatto «anche col fine d’incutere pubblico timore e di suscitare tumulto e pubblico disordine», con evidente allusione alle finalità di destabilizzazione del regime[14]. Da parte sua, durante l’udienza, Lucetti rifiutò decisamente l’accusa di essere un sicario eterodiretto, così come – sin dal primo interrogatorio – aveva tenuto a precisare che «il mio è stato un attentato da proletario».
Lo aspettavano 17 anni di carcere: dal Terzo Braccio di “Regina Coeli” nel luglio del 1927 fu condotto, via Livorno, nel penitenziario elbano di Portolongone (oggi Porto Azzurro) con i ferri ai polsi e «la lugubre casacca a righe», come riferito su «Il Telegrafo» dell’8 e 9 luglio.
Nel febbraio 1930 venne trasferito nel carcere di Fossombrone (PU), dove in occasione del Primo maggio 1932, assieme ad altri sei detenuti comunisti e anarchici – fra i quali il livornese Tito Raccolti e il veronese Giovanni Domaschi – realizzò artigianalmente e fece uscire dal carcere una quindicina di manifestini, oltre a cantare l’Internazionale e Bandiera rossa. A seguito di tale dimostrazione, il mese dopo fu deportato nell’isola-carcere di Santo Stefano (LT)[15]. Nel terribile penitenziario ex-borbonico, Lucetti rimase sino al settembre 1943, trattenuto dalle misure anti-anarchiche del governo Badoglio, anche dopo la “caduta” di Mussolini. Finalmente liberato da paracadutisti americani il 10 settembre, assieme ad una sessantina di “politici”, fu trasferito all’Isola d’Ischia dove, drammaticamente, il 17 dello stesso mese venne ucciso da un colpo d’artiglieria sparato dalle forze tedesche dalla costa napoletana, forse da Monte Procida o da Capo Miseno, con obiettivo le motosiluranti alleate presenti in porto.

Quando la tragica notizia raggiunse il carrarese dove era in corso la resistenza, la prima formazione partigiana di tendenza libertaria assunse il suo nome e così anche quella poi ricostituita come “Lucetti bis”. A liberazione avvenuta, il CLN di Carrara, accogliendo l’ampia sollecitazione popolare, decise di intitolare a Lucetti la centrale e storica piazza Alberica, ma nel 1963 la giunta comunale decise di intitolargli la piazza Rivellino ad Avenza, mentre quella di Carrara tornava all’antica denominazione.

La salma di Lucetti, da Ischia, avrebbe fatto ritorno ad Avenza il 27 aprile 1947, salutata da un’enorme manifestazione popolare nella piazza a lui dedicata, con comizio tenuto dall’anarchico Giuseppe Mariani (1898-1974), suo compagno di detenzione a S. Stefano, e poi accompagnata in corteo sino al cimitero di Turigliano, dove ancora si trova.
Imbarcata su una nave a Napoli era approdata nel porto di Livorno sabato 26 aprile, venendo accolta e salutata – dalle ore 12 alle ore 15 – presso la sede della Federazione anarchica livornese in via Ernesto Rossi 80[16]. Come riferisce «La voca apuana» del 3 maggio 1947, «la salma dell’eroe era posta nella sede degli anarchici coperta di bandiere e una numerosa schiera di persone attendevano l’ora della cerimonia. Erano presenti compagni di tutti i partiti e numerosi cittadini», quindi in corteo il feretro giunse in piazza San Marco e, dopo un breve discorso di commiato, fu caricato su un’autoambulanza per l’ultimo trasferimento.
Accompagnata da una delegazione di anarchici carrarini e livornesi, dopo brevi soste commemorative a Pisa, Massa ed Avenza, il trasporto giunse a Carrara attorno alle ore 20 e la bara venne esposta presso la sede della FAI, in piazza Lucetti, in attesa delle grandi manifestazioni dell’indomani.
Alcuni anni dopo, Alberto Tarchiani, uno dei fondatori del movimento antifascista “Giustizia e Libertà”, riferendosi agli attentati alla vita di Mussolini, avrebbe commentato: «chi condannerebbe oggi quei tentativi che non avevano bassi scopi di vendetta, ma convinti propositi di evitare sciagure infinitamente più vaste, eliminando un uomo che, vaneggiando di gloria conduceva l’Italia alla devastazione materiale e morale?».

NOTE

1. Augusto Consani (1883-1953), pastaio, militante di primo piano dell’Unione anarchica livornese, era stato segretario della Camera sindacale del Lavoro (USI) nonché tra gli organizzatori dell’arditismo antifascista. Condannato a cinque anni di confino quale «elemento pericoloso per l’ordine dello Stato», fu deportato a Lipari nel dicembre 1926, venendo rimesso in libertà nel marzo 1927, in via condizionale, poichè ammalato di tubercolosi; ciò nonostante avrebbe continuato l’attività clandestina. Paradossalmente, nel saggio di Nicola Badaloni e Franca Pieroni Bortolotti, Movimento operaio e lotta politica a Livorno 1900-1926 (Editori riuniti, 1977) viene ritenuto «uno dei principali sostenitori di una linea “attendista”». Virgilio Recchi (1900-1982), operaio elettricista, fra i fondatori degli Arditi del popolo, è schedato dal 1926 come anarchico. Nel 1945, è nel Comitato di liberazione aziendale del Cantiere navale OTO e fa parte del Gruppo sindacale libertario; partecipa al Congresso fondativo della FAI in rappresentanza del gruppo “Pietro Gori” e nel 1947 è nella Giunta esecutiva della Camera del lavoro, per la componente anarchica.
2. Secondo una ricostruzione pubblicata sulla «Gazzetta livornese» del 13 settembre 1926, «raggiunta la spiaggia il Lucetti sempre aiutato dal fratello suo Andrea, si imbarcava notte tempo sopra un piccolo gozzo, raggiungendo a forza di remi Lerici, ove all’alba del giorno dopo, un navicello carico di marmi, alzava l’ancora per la Francia».
3. Nei suoi saggi, lo storico Renzo De Felice l’ha ritenuto «nativo della Garfagnana», probabilmente perché, subito dopo l’arresto, Lucetti aveva declinato una falsa identità dichiarando d’essere nato a Castelnuovo Garfagnana (LU).
4. Nel Carrarese vi era una storica collateralità fra gli ambienti repubblicani e anarchici e, in particolare, proprio ad Avenza questa risultava evidente nella bandiera nera della locale sezione mazziniana.
5. Risaliva forse a tale esperienza negli Arditi il «tatuaggio sinistro» “W la morte” che Lucetti recava sull’avambraccio oppure, secondo la declinazione poetica di Virgilia D’Andrea, alludeva a «La morte che dona la vita / La morte che risveglia i popoli / Non quella che li distende inermi ed inetti dentro una tomba senza gloria / La morte che spezza il tiranno / Non quella che la tirannia riassoda ed eterna» (Gloria anarchica, 1933).
6. Il 17 gennaio 1926 si tenne segretamente un Convegno della UAI a Milano ed un altro in forma clandestina ai primi di agosto dello stesso anno. Esiste, tra l’altro, una lettera alquanto sibillina, scritta da Malatesta il 4 settembre 1926 all’anarchico Alfonso Coniglio, in cui comunicava che «Le seicento lire di cui mi parli furono ricevute al principio di quest’anno e furono adoperate non per Pensiero e Volontà[il giornale anarchico diretto da Malatesta] ma per un bisogno urgente del nostro movimento. Io ti scrissi e ti dissi vagamente che cosa avevamo fatto del denaro – senza però entrare in particolari, perché si trattava di cose che non conviene scrivere […] Siamo pieni di belle speranze, ma per ora sono… speranze. Noi però facciamo tutto quello che possiamo perché presto diventino realtà».
7. Nel 1922, Mussolini dopo aver trasferito il ministero delle Colonie nel Palazzo della Consulta, aveva destinato Palazzo Chigi a sede del Ministero degli Esteri e in virtù della sua doppia carica di Presidente del Consiglio e di ministro degli Esteri, ne aveva fatto la sua sede ministeriale.
8. Se invece che la SIPE, ad accensione manuale, fosse stata impiegata la variante a percussione (tipo “Gallina”), l’esito avrebbe avuto ben altra efficacia, scoppiando all’urto.
9. Il coinvolgimento di Baldazzi è stato confermato dalla moglie Elena Vitiello, intervistata da Alessandro Portelli: «lo avevano preparato insieme. La cosa che l’attentato non riuscì, con tutte le misure e tutti i calcoli che avevano fatto, non avevano tenuto conto che la strada era leggermente in discesa».
10. Le prove a loro carico erano labili, tanto che secondo Guido Leto, allora funzionario dell’Ufficio speciale movimento sovversivo ed in seguito a capo dell’OVRA, «l’inchiesta assodò che [Lucetti] non aveva complici», forse anche per giustificare il fallimento della sicurezza.
11. Nonostante la stretta sorveglianza, Baldazzi, riuscì ad incontrarsi con Malatesta (erano vicini di casa, in via Andrea Doria) e a prendere accordi con Attilio Paolinelli ed Aldo Eluisi – entrambi anarchici ed ex-arditi del popolo – nel tentativo «di organizzare la fuga» di Lucetti il giorno stesso del processo.
12. L’arresto di in terzetto per apologia di reato, «Gazzetta livornese», 15 settembre 1926. I tre erano l’operaio carpentiere Vittorio Pieracci, il facchino Licurgo Niccolai e il muratore Ilio Fiorini; i primi due schedati come comunisti, il terzo quale socialista.
13. Per offese al Primo Ministro, «Gazzetta livornese», 16 settembre 1926. Sullo stesso quotidiano si trova anche la notizia del rinvio a giudizio per il capitano marittimo Emilio Oliviero, «imputato di non aver esposta la bandiera in occasione dell’attentato al Duce».
14. Le pene accessorie, oltre a tre anni di vigilanza speciale, erano tragicomiche: 300 lire di ammenda, 600 lire per concessioni governative, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. In seguito, per effetto dei decreti governativi di amnistia e indulto del 1932, 1934 e 1937, la pena risultò ridotta a 17 anni, con scarcerazione prevista per il 10 settembre 1945.
15. Le inumane condizioni di prigionia sono descritte anche dal comunista livornese (seppure nato a Pisa) Athos Lisa in Memorie. Dall’ergastolo di Santo Stefano alla Casa penale di Turi di Bari, Milano, Feltrinelli, 1973.
16. Anche a Livorno, un gruppo anarchico – quello del quartiere S. Jacopo – assunse il suo nome.

 

Articolo pubblicato nel settembre del 2024.




Scolpiti nella memoria

 Dietro ogni cippo, una storia.

Dietro ogni pietra, una vita.

 

Oggi più che mai di fronte ad un certo revisionismo storico spalleggiato da una parte della classe politica che mal sopporta il dichiararsi antifascista si ha la necessità di continuare a parlare di quei valori della Resistenza da cui ha tratto origine la nostra costituzione e di raccontare le storie di coloro che hanno combattuto per liberare l’Italia dal nazifascismo e soprattutto di coloro che hanno dato la propria vita per sconfiggere la dittatura e farci riassaporare la democrazia. Ed è proprio per mantenere viva la memora che è stato utile negli anni, per circoscrivere come in un fermo-immagine il ricordo di chi è caduto per il nobile ideale di libertà, erigere monumenti o affiggere targhe commemorative. Scomparsa quasi del tutto la generazione protagonista di quella stagione storica, in un tempo in cui si sta perdendo o si tenta di offuscare la memoria di quegli avvenimenti che hanno dato vita alla Resistenza, i monumenti rimangono lì “immobili” a testimoniare il sacrificio ed il martirio di coloro che hanno combattuto per la liberazione del nostro paese. Monumenti e lapidi hanno il compito di tenere desta la memoria di quei fatti che hanno segnato il drammatico passaggio dalla caduta del fascismo all’Italia repubblicana, attraverso la conquista della libertà democratiche. Ed oggi assumono forse una nuova valenza ed una rinnovata importanza nella loro funzione di tramandare alle giovani generazioni il ricordo della Resistenza e dei suoi caduti. Ma spesso durante il passaggio per le vie e le piazze, distratti dal via vai della città, immersi nello stress della vita quotidiana o nei propri pensieri, questi monumenti rimangono quasi invisibili, se non addirittura per alcuni incomprensibili perché ne ignorano il significato. Purtroppo, sono targhe, lapidi e monumenti che spesso solo nel giorno dell’anniversario riprendono vita con fiori, corone, commemorazioni, bandiere, stendardi e bande musicali… ma il resto dell’anno sembrano perdere il loro valore simbolico rientrando in una sorta di anonimato e di indifferenza. Ed è per questo che abbiamo pensato, prendendo l’occasione dall’ottantesimo Anniversario della Liberazione di Arezzo, di creare un itinerario attraverso i monumenti dedicati alla Resistenza sparsi per la città, in modo tale da far conoscere a chi ne ignora la storia o a rammentarla agli altri l’esistenza ed il loro valore simbolico e di memoria.

 

Monumenti, lapidi e cippi che raccontano le tracce della guerra, della Resistenza e della Liberazione della città

 

“La storia si fa arredo urbano

e l’arredo urbano muta

con il variare delle fasi storiche…”

Mario Isnenghi

 

Mappa dell’itinerario.

 

  • Percorso: Piazza Poggio del Sole (Monumento ai caduti della Resistenza) – via Cavour (Liceo classico-musicale Francesco Petrarca) – Piazza della Libertà (Palazzo del Municipio) – Cimitero Urbano (Monumento ai caduti nella guerra di Liberazione) – via Francesco Severi (Lapide del Fiume) – via Anconetana (Cippo ad Eliseo Brocherel) – viale Giotto (Monumento ai caduti dell’artiglieria) – largo Inigo Campioni (Monumento ai caduti del mare) – piazzetta San Niccolò (Cippo a Isolina Boldi e Anna Lisa Innocenti).
  • Tempo di percorrenza: 1 ora e 45 minuti circa
  • Distanza: 7,3 km
  • Dislivello: + 91 m – 64 m

 

Iniziamo il nostro percorso da Piazza Poggio del Sole, dove troviamo il Monumento ai caduti della Resistenza, testimonianza significativa del sacrificio e del coraggio dimostrato dai partigiani e dai cittadini durante la lotta contro l’occupazione nazifascista. Arezzo e la sua provincia furono particolarmente colpiti dalla strategia stragista degli occupanti subendo l’impressionante cifra di 3110 caduti fra combattenti e popolazione civile. La provincia è stata insignita della medaglia d’oro per “l’irriducibile opposizione al nemico da parte di agguerrite formazioni armate e delle patriottiche popolazioni di città e campagna, sui monti e le valli…”[1]. I partigiani aretini, un esercito di poco più di 3500 uomini e donne, riuscirono ad impegnare, sottraendoli dal fronte alleato, ingenti forze nazifasciste infliggendo loro pesanti perdite.

Il Monumento ai caduti della Resistenza è posto all’interno dei giardini antistanti la Prefettura, una collocazione strategica, facilmente accessibile, situata in prossimità della stazione e del centro storico.

 

“Il Popolo delle vallate aretine ai caduti per la Resistenza”.

 

L’opera fu commissionata dal Comune di Arezzo e realizzata dallo scultore brasiliano di origini italiane Bruno Giorgi intorno al 1975. Il monumento è dominato da una figura centrale di bronzo che si protende nell’aria con le braccia alzate appoggiata a due “X” bronzee. Colpiscono nel monumento questi arti alzati al cielo, che troveremo successivamente anche nel monumento ai caduti nella guerra di liberazione all’interno del Cimitero Urbano, che simboleggiano un atto di estrema violenza “per uscire dall’età e dal periodo che ha visto troppe persone divenire corpi senz’anima e troppi corpi divenire caduti”[2].

 

Uscendo da piazza Poggio del Sole ci dirigiamo verso piazza Guido Monaco e procediamo in direzione nord-est percorrendo l’omonima via fino all’incrocio con via Cavour. Giunti al bivio svoltiamo a sinistra e dopo pochi metri ci troviamo di fronte al liceo Classico-Musicale Francesco Petrarca. All’interno vi sono una lastra e un monumento che commemorano studenti e professori caduti durante la prima e la seconda guerra mondiale e la guerra civile spagnola.

 

Monumento agli studenti del liceo ginnasio Francesco Petrarca di Arezzo.

Il monumento è costituito da una struttura a nicchia in travertino al cui interno è collocata la scultura in bronzo di un eroe accompagnato in cielo da un angelo, sopra un’altra figura alata che porta, correndo, una fiaccola e in basso un soldato nudo morente giace al suolo con la spada rivolta all’indietro. Ai lati della nicchia vi sono due lastre rettangolari che riportano i nomi dei caduti nella Grande Guerra e successivamente è stata aggiunta una lastra con i nomi dei caduti del secondo conflitto mondiale. Tra gli allievi del liceo rimasti vittime durante la guerra del 1940-45 si annoverano Sante Tani, animatore e martire della Resistenza aretina (a cui è dedicato anche un bassorilievo che visiteremo successivamente), e Pio Borri, primo caduto della Resistenza ad Arezzo.

 

Lastra in ricordo degli alunni del liceo Francesco Petrarca caduti nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza.

 

A Pio Borri è stata dedicata anche l’aula magna del liceo in cui sono presenti in una parete dei cimeli che ricordano lo studente, compresa la motivazione della medaglia d’argento.

 

Cimeli in onore di Pio Borri.

 

Pio Borri fu il comandante della prima brigata partigiana formatasi spontaneamente, la “Vallucciole”, che nel corso di uno dei primi rastrellamenti in grande stile dei nazifascisti in Casentino, proprio in località Vallucciole l’11 novembre del 1943 fu arrestato, torturato, giustiziato e gettato in un fosso in mezzo alla neve. Successivamente in onore del proprio comandante la formazione partigiana prese il nome di XXIII Brigata garibaldina “Pio Borri”.

 

Continuando il nostro percorso in direzione nord-ovest prendiamo via Andrea Cesalpino e dopo cinque minuti si arriva al Palazzo del Municipio in Piazza della Libertà. Qui all’interno si trova una Lastra in ricordo delle forze Alleate entrate in città il 16 luglio 1944 e un bassorilievo in pietra dedicato a Sante Tani.

 

Lastra in ricordo delle forze Alleate.

Questa lastra posta in una parete interna del Municipio è un importante simbolo della liberazione della città dall’occupazione nazifascista. La mattina del 16 luglio 1944 alle ore sette l’antico campanone posto sulla torre del comune cominciò a suonare a distesa, seguito dopo poco dalle altre campane cittadine e della campagna circostante, valido segnale per gli Sherman, i carri armati alleati, che nella tarda mattinata entrarono nella città ormai libera. Sulla targa è riportato un messaggio, scritto sia in italiano che in inglese, di gratitudine verso le forze Alleate per il loro fondamentale contributo.

 

Nel cortile del Municipio troviamo il bassorilievo dedicato a Sante Tani, primo fondatore e capo indiscusso dell’antifascismo aretino. Nato a Rigutino in provincia di Arezzo il 3 aprile 1904 e barbaramente trucidato sempre ad Arezzo il 15 giugno 1944, insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

 

Cortile del Municipio.

Bassorilievo dedicato a Sante Tani: “A Sante Tanti, animatore e martire della Resistenza, la Democrazia Cristiana al comitato antifascista nel trentesimo della liberazione”, 1974, Palazzo comunale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figlio di Angiolo Tani ed Elisa Meacci, Sante Tani fin da giovane fu aperto oppositore del fascismo. Si laureò in giurisprudenza a Roma e una volta rientrato ad Arezzo operò come agitatore e cospiratore in contatto con esponenti di tutti i partiti politici clandestini. Il 25 aprile del 1942 venne processato per le sue idee politiche e assegnato per quattro anni al confino in provincia di Benevento. Il fascismo cadde prima della conclusione della sua condanna ed egli, tornato ad Arezzo, dopo l’8 settembre del 1943 fu nominato presidente del Comitato Provinciale di Concentrazione Antifascista (CPCA). Prese anche parte direttamente alla lotta armata dirigendo alcune formazioni partigiane. Caduto in mano ai tedeschi, il 30 maggio 1944 a Casenovole insieme al fratello don Giuseppe e all’amico Aroldo Rossi – ventinovenne, commerciante aretino -, riuscì a resistere per diciassette giorni alle torture, alternate alle offerte di libertà in cambio di informazioni. Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) organizzò la loro evasione dal carcere per il successivo 15 giugno, ma l’operazione fallì e lo stesso giorno Sante insieme al fratello e al giovane Rossi furono barbaramente trucidati nella cella dove erano rinchiusi. Morirono anche due partigiani, il tenente belga Jean Mauritz Justin Meuret (al quale è stato eretto un cippo commemorativo ad Arezzo nella strada che porta verso San Domenico) e Giuseppe Oddone, che insieme ad altri avevano tentato inutilmente di attuare il piano di evasione.

 

Usciti dal Municipio costeggiamo il Prato della Fortezza Medicea percorrendo viale Bruno Buozzi per circa un chilometro fino ad arrivare al Cimitero Urbano dove è presente all’ingresso il Monumento ai caduti nella guerra di Liberazione.

 

Monumento ossario dei caduti per la libertà, “Arezzo ai 792 caduti durante la guerra di liberazione, partigiani, vittime per rappresaglia nazifascista, caduti per fatti di guerra settembre 1943 luglio 1944”.

Il monumento è un’opera commemorativa dedicata a tutti i combattenti che persero la vita durante la seconda guerra mondiale. Esso è composto da un muro nel quale da una parte vi è un bassorilievo che raffigura i caduti in guerra e per rappresaglia nazifascista con una lastra dedicatoria, dall’altra vi sono grosse lastre con i nomi dei caduti, oltre 700 nomi.

Nel 1973 si formarono due comitati per l’erezione dei più conosciuti monumenti ai caduti di Arezzo, l’Ossario ai caduti per la libertà, opera dello scultore Firenze Poggi ed il Monumento alla Resistenza dello scultore Bruno Giorgi (primo monumento incontrato durante il nostro itinerario). Entrambi i monumenti furono inaugurati in occasione delle celebrazioni del trentennale della Liberazione di Arezzo.

La scelta di collocare il monumento all’interno del cimitero urbano aggiunge un ulteriore livello di solennità e rispetto: questo luogo, già dedicato alla memoria dei defunti, diventa anche un santuario per ricordare i caduti della Resistenza. Colpisce in questa scultura la rappresentazione di questi corpi senza volto che sembrano voler lottare per liberarsi dall’agonia che li costringe[3]. Sono corpi addossati l’uno all’altro, chi in movimento, chi accasciato, chi con le braccia protese in alto “come a voler rompere il momento di disperazione”, le stesse braccia che si allungano, come abbiamo visto, nel monumento alla Resistenza in Piazza Poggio del Sole.

 

Dal Cimitero Urbano procediamo in direzione sud-est e percorriamo via Francesco Redi per circa 20 minuti, svoltando a sinistra in via Francesco Severi possiamo scorgere in un edificio all’altezza del primo piano, posta sul muro esterno, la Lapide del Fiume, una lapide marmorea con elementi di rilievo collocata a perenne ricordo dei partigiani Giuseppe Mugnani, Corrado Luttini e Quinto Genalti. I primi due furono partigiani di Sansepolcro della formazione “Eduino Francini” fucilati a Villa Santinelli di San Pietro (Città di Castello), il 27 marzo 1944 (ad entrambi è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare alla memoria)[4];  mentre il terzo Quinto Genalti, perse la vita nella strage di San Polo, l’eccidio commesso dalle truppe naziste in ritirata dall’aretino il 14 luglio 1944, due giorni prima della liberazione della città.

Dopo la guerra, nel 1961, la comunità di Arezzo decise di onorare la memoria di questi partigiani non ancora ventenni, nati ad Arezzo, con una lapide per mantenere vivo il ricordo di questi eroi locali che combatterono contro l’oppressione nazifascista, spesso a costo della propria vita.

(Alzando lo sguardo quando siamo lì dedichiamoli un pensiero).

 

Lapide del Fiume, “Il fiume ai partigiani, Giuseppe Magnani, Corrado Luttini, Quinto Genalti, caduti eroicamente per la libertà nel 17° del proprio sacrificio”.

 

Tornando indietro per via Francesco Severi, all’incrocio con Viale Redi svoltiamo a sinistra in via Eugenio Calò fino ad arrivare all’incrocio con via Anconetana, giunti al bivio svoltiamo a destra e percorriamo poche centinaia di metri fino a quando sulla sinistra troviamo il cippo commemorativo ad Eliseo Brocherel.

 

Cippo ad Eliseo Brocherel.

 

Giovane partigiano di appena 23 anni ucciso da un fascista repubblichino, Domenico Pancacci, per essersi rifiutato di fornire informazioni sui partigiani e sugli esponenti della Resistenza. Era il 6 giugno 1944 quando Eliseo Brocherel fu ammazzato con due colpi alla schiena. In sua memoria nel luglio 1964 in via Anconetana – luogo in cui avvennero i fatti – venne eretto un cippo. La stele che non versava in un buono stato di conservazione, come possiamo vedere dalla foto, è stata restaurata nel giugno del 2023.

 

Anche se non riguardano propriamente la Resistenza, ma sempre commemorativi ai caduti della seconda guerra mondiale, abbiamo inserito nel tour altre due tappe per rendere più uniforme il nostro percorso: il Monumento ai caduti dell’artiglieria e il Monumento ai caduti del mare.

Lasciato alle spalle il cippo di Brocherel proseguiamo in direzione nord-ovest, svoltiamo a sinistra e dopo pochi passi in via del Pantano ci immettiamo in via Raffaele Sanzio che percorriamo in direzione sud-ovest fino ad arrivare ad una rotonda dove svolteremo a destra su Viale Giotto. Dopo aver percorso pochi metri troviamo sulla sinistra una piccola area verde al cui interno è collocato il Monumento ai caduti dell’Artiglieria. Si tratta di un cannone in bronzo e ferro di colore verde militare che poggia su una piattaforma di cemento. Il monumento vuole rendere omaggio a tutti coloro che hanno dato la vita per difendere il paese combattendo contro mezzi terrestri e aerei per proteggere i confini.

 

Monumento ai caduti dell’artiglieria.

 

Poi percorriamo viale Giotto fino ad arrivare all’incrocio con viale Luca Signorelli, dove giriamo a destra fino a giungere largo Inigo Campioni, qui vi è un piccolo parco all’interno del quale è posto il Monumento ai caduti del mare. Il monumento è costituito da una base di pietra triangolare, su cui è posta un’altra pietra di forma piramidale simile ad uno scoglio, che sostiene una grande ancora di ferro, con la sua catena. Su una lastra di pietra posta davanti vi è la scritta “Arezzo ai caduti del mare”.

 

Monumento ai caduti del mare.

 

 

 

 

 

 

L’itinerario prosegue in direzione nord prendendo il viale Andrea Sansovino e svoltando poi a sinistra giungiamo in piazzetta San Niccolò dove si trova il Cippo in memoria di Isolina Boldi e Anna Lisa Innocenti, due donne, madre e figlia, vittime della ferocia della guerra. Un monumento inaugurato nel settantesimo anniversario dall’eccidio, che ricorda una vicenda terribile, legata ad uno dei tanti crimini compiuti dai nazisti nel territorio aretino.

 

 

Il Cippo di San Niccolò: “Isolina Boldi e Anna Lisa Innocenti, madre e figlia, il 3 luglio 1944 nel difendersi con coraggio caddero vittime della ferocia nazista nell’eccidio di Toppo Fighine di Policiano, per non dimenticare la figlia Vanda Innocenti dona al comune di Arezzo, 3 luglio 2024”.

 

Le truppe tedesche, sospinte dall’avanzata degli alleati, si ritiravano verso nord attestandosi su linee difensive sempre più arretrate con l’unico scopo di ritardare quanto più possibile la linea del fronte, così da ultimare la costruzione della Linea Gotica, ultima risorsa tedesca per bloccare l’avanzata degli angloamericani. Durante la ritirata i tedeschi, come lupi affamati, razziavano portandosi via generi alimentari, animali, e qualsiasi bene materiale che trovavano nelle case coloniche sparse per la campagna. In una di queste case dove si era rifugiata, scappando dai bombardamenti nella città di Arezzo, la famiglia Innocenti, il 3 luglio del ’44 fecero irruzione due soldati tedeschi. In quel momento in casa c’erano le figlie Adriana e Anna Lisa e la madre Isolina. Quest’ultima intuendo le intenzioni dei due uomini, che avevano invitato le ragazze a seguirli in camera da letto, tentò di opporsi ma una mitragliata la colpì insieme alla figlia Anna Lisa che rimasero inermi sul pavimento. Anche Adriana rimase ferita alle gambe ed uno dei due tedeschi volendole dare il colpo di grazia le sparò con la pistola all’addome. I due militari credendole tutte e tre morte se ne andarono via. Ma Adriana rimase solo ferita in quanto la pallottola perforandole il rene uscì dalla schiena. Solo nella tarda mattinata del giorno successivo fu trovata dagli abitanti della zona e fu portata all’ospedale di Cortona. La ragazza si salvò e raccontò questa sua terribile storia in un manoscritto inedito da cui Enzo Gradassi ha riportato l’avvenimento nel testo “Innocenti. Un eccidio aretino nel 1944”, edito da “Le Balze”[5].

 

Lasciando l’ultimo monumento alle spalle delle due donne barbaramente uccise, nella via di ritorno molto probabilmente le tristi e sofferenti storie dei caduti della Resistenza rimbalzeranno nella mente rendendoci consapevoli che la memoria è necessaria: dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano potrebbero ritornare (Mario Rigoni Stern).

 

Questo “percorso-resistente” si effettua in circa due ore di cammino che può variare in conseguenza al tempo che ognuno di noi decide di soffermarsi davanti ai vari luoghi della memoria.

 

NOTE:

[1] Motivazione di concessione della Medaglia d’oro per attività partigiana.

[2] Massimo Baioni e Camillo Brezzi (a cura di), Memorie scolpite. Itinerari tra i monumenti alla Resistenza nella provincia di Arezzo, Maschietto e Musolino, Arezzo 2000, p. 30.

[3] Ibidem.

[4] Nella notte dal 24 al 25 marzo un gruppo di partigiani toscani della formazione di Eduino Francini, che agiva sui monti di Sansepolcro e che era di passaggio per la zona, occuparono per qualche giorno Villa Santinelli. Scoperta la loro presenza, furono assediati e costretti alla resa da ingenti truppe fasciste e da un reparto corazzato tedesco. Dei 18 componenti della banda, 9 furono fucilati, 4 incarcerati, gli altri riuscirono a sfuggire alla cattura.

[5] Enzo Gradassi, Innocenti. Un eccidio aretino nel 1944, Le Balze, Montepulciano 2006.

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo pubblicato nel settembre 2024.

 

 

 




Sulle tracce della Linea Gotica nelle Apuane

Nel 2019 il Parco delle Alpi Apuane ha promosso un progetto di valorizzazione del territorio e di commemorazione del passato attraverso il recupero e la creazione di sette sentieri di diversa difficoltà che ripercorrono i luoghi e le zone attraversate dalla Linea Gotica. Costruita dai tedeschi sul finire del secondo conflitto mondiale la Linea aveva lo scopo di arrestare e rallentare l’avanzata delle truppe alleate che erano nel frattempo sbarcate nella penisola. Si trattava di una struttura fortificata che da Massa (affacciata sul Mar Tirreno) fino a Pesaro (posta sul Mar Adriatico) attraversava orizzontalmente il paese, sbarrando l’accesso alla Pianura Padana. Come le altre zone e catene montuose attraversate dalla Linea le Apuane divennero teatro di violenti scontri che contrapposero da un lato le truppe nazifasciste e dall’altro gli Alleati e le formazioni partigiane che operavano nella zona.

Grazie a questa rete di sentieri coloro che vorranno visitare il Parco e le sue montagne potranno ripercorrere luoghi dall’importante valenza storica, visitando postazioni fortificate come bunker e trincee, attraversando i paesi vittime delle stragi nazifasciste e ripercorrendo gli stessi itinerari che intraprendevano i civili che volevano sfuggire dalla guerra. L’iniziativa – realizzata attraverso il contributo di diversi enti e associazioni culturali della zona – mira a coniugare la divulgazione storica con il piacere di poter visitare luoghi dall’immensa bellezza naturalistica.

 

Mappa dei sentieri

 

 

Sentiero 1

Attraverso i luoghi della “zona bianca” (itinerario circolare)

Ripercorre i luoghi che furono teatro di uno dei peggiori crimini compiuti dai nazisti durante la seconda guerra mondiale

  •  Percorso: Sant’Anna di Stazzema – Vaccareccia – Focetta – Ossario – Sant’Anna di Stazzema
  • Tempo di percorrenza: 1 ora
  • Difficoltà: turistico / escursionistico
  • Dislivello: ± 113 m

Il sentiero (n. 2 arancione) prende avvio dallo spiazzo situato di fronte alla chiesa di Sant’Anna, dove il 12 agosto 1944 vennero uccisi 132 innocenti . Dopo aver superato l’abitato il percorso prosegue in direzione della borgata di Vaccareccia, anch’essa vittima nell’estate 1944 della violenza nazista, e continua fino ad arrivare al punto panoramico di Focetta. L’ultima parte del sentiero attraversa il Monumento dedicato alle vittime della strage, realizzato dall’architetto Tito Salvatori nel 1948 e si conclude dopo circa un’ora di marcia al Museo Storico della Resistenza, situato a poche centinaia di metri dalla chiesa di Sant’Anna. Oltre al sentiero appena descritto, nella zona sono presenti altri percorsi che permettono ai visitatori di poter ampliare la loro visita e di recarsi  nelle altre borgate vittime delle stragi, come ad esempio i “Sentieri di Pace”, sei percorsi storico-naturalistici creati nel 2012 che ripercorrono i luoghi attraversati dalle truppe nazifasciste.

 

 

Sentiero 2

Dove l’ultimo assalto alleato spezzò la Linea Gotica

Il sentiero attraversa i luoghi dove il 5 aprile 1944 le truppe alleate insieme ai partigiani assaltarono le posizioni nemiche, aprendo il primo varco nella parte occidentale della Linea Gotica e creando le premesse per l’imminente liberazione di Montignoso, Massa e Carrara

  • Percorso: Pasquilio di Montignoso – Monte Folgorito – Cerreta San Nicola – Passo della Canala – Seravezza
  • Tempo di percorrenza: 3.20 ore andata, 3.50 ore ritorno
  • Difficoltà: escursionistico (per “escursionisti esperti” in alcuni tratti lungo il crinale)
  • Dislivello: + 171 m, – 931 m

Pasquilio di Montignoso dista poco più di venti minuti di macchina da Massa. Prima di intraprendere il cammino meritano una breve visita il monumento eretto in memoria della guerra di Liberazione e la chiesetta dei partigiani, entrambi posti all’inizio del sentiero. Dopo una prima parte ascensionale, che termina con l’arrivo sulla cima del Monte Folgorito (911 m), il percorso perde progressivamente quota, fino ad arrivare a Seravezza (65 m). Lungo il percorso sono presenti numerose tracce che testimoniano lo scontro che contrappose gli Alleati e i partigiani con le truppe nazi-fasciste, come bunker, trincee o caverne adibite al riposo dei soldati. Il percorso può essere compiuto anche in senso contrario, partendo da Seravezza ed arrivando a Pasquilio di Montignoso.

 

 

Sentiero 3

Sulla via della libertà dei “patrioti apuani”

Sentiero che ripercorre in parte il percorso gestito dal “Gruppo Patrioti Apuani” che i civili compivano per sfuggire alla guerra e “sconfinare” nell’Italia liberata

  • Percorso: Antona di Massa – Tecchia – Passo della Greppia – La Polla – Azzano di Seravezza
  • Tempo di percorrenza: 4.30 ore
  • Difficoltà: escursionistico / per escursionisti esperti ( per “escursionisti esperti con attrezzature” dal Passo della Greppia all’innesto del sentiero CAI 32)
  • Dislivello: + 885 m; – 835 m

Il percorso può essere iniziato ad Antona, distante otto chilometri da Massa, oppure dal “Sacrario della Tecchia”, raggiungibile in automobile proseguendo in direzione di Arni. Dopo un’iniziale tratto caratterizzato dalla presenza di saliscendi, il percorso diviene più arcigno fino ad arrivare al Passo della Greppia (1.209 m). Superato questo tratto l’itinerario non presenta rilevanti difficoltà altitudinali, ripercorrendo l’antico “Sentiero della Libertà” fino ad arrivare ad Azzano di Seravezza.

 

 

Sentiero 4

Lungo l’antica via di transumanza dei Liguri Apuani

Il sentiero ripercorre le antiche vie della transumanza che i Liguri Apuani utilizzavano prima della colonizzazione romana

  • Percorso: Forno di Massa – Case del Vergheto – Foce Luccica – Foce di Vinca – Foce Rasori – Vinca di Fivizzano
  • Tempo di percorrenza: 5.30 ore da Forno di Massa; 4 ore da Case del Vergheto
  • Difficoltà: escursionistico
  • Dislivello: da Forno di Massa + 1.275 m, – 657 m; da Case del Vergheto + 611 m, – 657 m

La frazione di Forno dista solamente sette chilometri dal centro storico di Massa ed è facilmente raggiungibile con la macchina. Poco prima di giungere nel piccolo paese si incontra il monumento dedicato alle 68 vittime che il 13 giugno 1944 persero la vita a causa di un eccidio nazifascista. Il percorso può essere intrapreso sia partendo da Forno di Massa, sia proseguendo con la macchina e incominciando il cammino da Case del Vergheto. Lungo il percorso, in particolar modo nel tratto da Foce di Vinca a Foce dei Rasori, sono individuabili trincee e gallerie che vennero costruite dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Nell’ultima parte del sentiero, poco prima di giungere a Vinca di Fivizzano, si attraversa Prada-Maestà di Doglio, paese che tra il 24 e 27 agosto fu vittima di un eccidio nazista nel quale persero la vita 173 persone, in maggioranza donne, bambini ed anziani.

 

 

Sentiero 5

Le trincee e i rifugi della “Monterosa”

Il sentiero attraversa le trincee e i rifugi presidiati dagli Alpini della “Monterosa” che nel corso della seconda guerra mondiale combatterono nelle fila della Repubblica Sociale Italiana (RSI) 

  • Percorso: Levigliani di Stazzema – Antro del Corchia – Passo dell’Alpino – Foce di Mosceta
  • Tempo di percorrenza: 2 ore da Levigliani di Stazzema; 1 ora da Antro del Corchia
  • Difficoltà: escursionistico
  • Dislivello: da Levigliani di Stazzema + 658 m, – 58 m; da Antro del Corchia + 380 m, – 58 m

L’itinerario prende tradizionalmente avvio da Levigliani, ma può essere anche intrapreso partendo da Antro del Corchia, raggiungibile in auto o con il bus navetta (negli orari di apertura della grotta). Da Antro del Corchia inizia un ripido tratto, caratterizzato dalla presenza di 20 tornanti che dopo 40 minuti portano al Passo dell’Alpino (1.095 m), chiamato in questo modo per la presenza su queste alture degli alpini della “Monterosa” durante l’inverno 1944-1945. In questa porzione del sentiero sono presenti indicazioni e pannelli illustrativi che aiutano il visitatore ad individuare le cinque postazioni militari presenti lungo il cammino. Percorrendo il sentiero sono inoltre presenti alcune lapidi dedicate ai civili che persero la vita nel secondo dopoguerra a causa delle mine presenti nella zona. Giunti a Foce di Mosceta (1.182 m) si trova il cippo dedicato ai caduti della guerra di Liberazione. Arrivati al termine del sentiero i visitatori percorreranno l’itinerario in direzione opposta, impiegando approssimativamente 45 minuti per giungere ad Antro del Corchia e 1.15 ore per raggiungere Levigliani di Stazzema.

 

 

Sentiero 6

Sui passi del “Gruppo Valanga” (itinerario circolare)

Sentiero che attraversa i luoghi teatro dello scontro che oppose i partigiani del gruppo “Valanga” e le truppe nazifasciste

  • Percorso: Foce di Piglionico – Colle a Panestra – Casa Trescola – Monte Rovaio – Pasquigliora – Colle a Panestra – Foce di Piglionico
  • Tempo di percorrenza: 3.20 ore
  • Difficoltà: escursionistico (per “escursionisti esperti” per un breve tratto)
  • Dislivello: ± 270 m

Rispetto alle altre località di partenza Piglionico non è altrettanto vicina alle principali città della zona e dista poco più di un’ora di macchina da Lucca ed oltre un’ora e mezzo da Massa. Giunti nella località di partenza i visitatori potranno visitare la cappella dedicata ai 19 ragazzi del “Gruppo Valanga” che nell’agosto 1944 persero la vita nella battaglia del Monte Rovaio. Partiti da Piglionico gli escursionisti giungeranno al Colle a Panestra (1.011 m), da dove la strada si biforcherà ed avrà inizio il sentiero ad anello che si sviluppa fuori dalla sentieristica del CAI. Generalmente il sentiero viene percorso in senso orario, svoltando a sinistra in direzione di Casa Trescola, dove Violante Bertoni Mori forniva rifugio e soccorso ai giovani partigiani. Nella località un pannello ed una lapide ricordano i nomi dei 19 membri del “Gruppo Valanga” e ripercorre i principali momenti della loro presenza sulle Alpi Apuane. Dopo aver superato Casa Trescola una deviazione si stacca dal sentiero principale e sale sulla cime del Monte Rovaio (1.060 m) dove nell’agosto 1944 si combatté la battaglia poc’anzi citata. Dopo questa breve sosta si ritorna sul percorso principale e si continua il cammino attraversando Pasquigliora, giungendo successivamente a Colle Panestra da dove sarà possibile poter prendere il sentiero iniziale che riporterà a Foce di Piglionico.

 

 

Sentiero 7

Bunker e camminamenti della Linea Gotica

Visita delle strutture difensive create nella Valle del Serchio durante la seconda guerra mondiale

  • Percorso: Borgo a Mozzano – Anchiano – Domazzano – monte dell’Elto
  • Tempo di percorrenza: da Borgo a Mozzano ad Anchiano 2 ore; con l’escursione al monte dell’Elto 5 ore (a/r)
  • Difficoltà: turistico / escursionistico
  • Dislivello: ± 10 m da Borgo a Mozzano ad Anchiano; ± 165 m con l’escursione al monte dell’Elto

Borgo a Mozzano dista circa 20 chilometri da Lucca e può essere raggiunto impiegando 20 minuti sia in automobile che in treno. Per il sentiero n. 7 viene proposto un percorso differente rispetto a quelli precedentemente descritti, caratterizzato dalla pressoché totale assenza di dislivello e dalla visita di alcune strutture militari presenti nel fondovalle. Inoltre l’itinerario può essere svolto a piedi o utilizzando l’automobile. Dopo aver visitato il Museo della Memoria di Borgo a Mozzano i visitatori possono proseguire in direzione di Domazzano e raggiungere dopo meno di un chilometro la località Madonna di Mao, dove sono presenti i resti di un muro anticarro, alto più di due metri. In prossimità del muro sono inoltre situati i bunker di Madonna di Mao e Pozzori, accessibili solamente con l’accompagnamento di una guida. L’itinerario prosegue poi verso Anchiano, sull’altra sponda del fiume Serchio, dove è presente il continuamento del muro precedentemente visitato. In aggiunta alla visita di Borgo a Mozzano ed Anchiano è possibile raggiungere in auto Domazzano e compiere un piccolo sentiero che permette di osservare le fortificazioni presenti sul monte dell’Elto. In questo caso i riferimenti cronologici sono puramente indicativi, visto che il tempo impiegato da ciascun escursionista dipenderà dalla decisione di voler percorrere il percorso in auto o a piedi e dal tempo impiegato per visitare i luoghi d’attrazione.

 

Prima di concludere poniamo l’attenzione su due importanti aspetti che meritano una breve analisi. Per quanto riguarda la difficoltà riportata per ciascun sentiero abbiamo fatto riferimento ai parametri utilizzati dal Parco delle Alpi Apuane e dal CAI, che possono essere facilmente consultati sul sito del Club Alpino Italiano. In modo sommario possiamo affermare che i sentieri “turistici” sono classificabili come sentieri facili, quelli di livello “escursionistico” equivalgono ad un livello di media difficoltà, mentre quelli per “escursionisti esperti” con o senza attrezzature speciali sono itinerari di elevata difficoltà, adatti a trekkers abili e competenti. Infine prima di intraprendere un sentiero invitiamo gli escursionisti a controllare lo stato e le criticità dei percorsi sul sito del Parco delle Alpi Apuane, cliccando la voce “percorribilità dei sentieri CAI”. In questo modo gli escursionisti potranno conoscere l’attuale stato dei sentieri che sono intenzionati a percorrere, evitando spiacevoli sorprese.

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.




L’eccidio di Berceto tra luci ed ombre: quando la Storia non è univoca

Una delle vicende forse più tristi, dal forte impatto morale e ancora controverse, verificatasi nelle campagne tra Monte Giovi e Pratovecchio, verso gli Appennini, è sicuramente quella di Berceto, piccola località del comune di Rufina, in provincia di Firenze, tappa del Sentiero della Memoria.

Immagine satellitare di Berceto. Fonte: Google Maps

Nel periodo tra marzo e aprile del 1944, sul Monte Giovi si riunirono pian piano vari nuclei di combattenti, fra cui il gruppo Lanciotto Ballerini proveniente da Monte Morello. Per tutto l’inverno dovettero sopportare non solo il freddo, ma soprattutto le varie marce forzate di spostamento, rese necessarie dai continui rastrellamenti operati dalle milizie repubblichine e dai reparti nazisti della divisione Hermann Goering, fatti giungere nel centro Italia con funzioni antipartigiane [1].

Ai primi d’aprile, tedeschi e repubblichini misero in atto un rastrellamento su vasta scala nella zona tra la Calvana e il monte Falterona. Incendi, distruzioni ed uccisioni indiscriminate caratterizzarono quell’operazione di polizia con l’intento di dissuadere i contadini della zona a dare aiuto ai partigiani.

Furono proprio costoro a subire le più gravi conseguenze per il sostegno dato alla causa della Resistenza. I contadini, inoltre, erano spesso succubi di un apparato agrario dominato dai grandi latifondisti, coadiuvati da fattori asserviti al regime, controllori attenti del territorio [2].

È in tale clima che avvenne l’eccidio di Berceto.

Lunedì 17 aprile del 1944, infatti, a Berceto, non distante da Pomino, sempre nel comune di Rufina, arrivarono sette uomini, che si definirono partigiani sbandati. In quei giorni, nella zona di Pomino, era presente in perlustrazione una formazione partigiana comandata da Pietro Corsinovi detto “Pietrino” (a cui faceva capo il gruppo Lanciotto Bellerini). La formazione aveva lasciato ad inizio aprile il Monte Morello, spostandosi in direzione del Falterona. Dopo i fatti di Vallucciole (frazione di Stia, in provincia di Arezzo) di Pasqua, stava rientrando verso Rufina. Corsinovi dette ordine di muoversi verso il passo della Consuma, attraverso il quale sperava di giungere al Pratomagno. Durante il trasferimento però, la squadra di Romolo Moretti “Capitan Tempesta” rimase indietro: lui riuscì a ricongiungersi con i compagni, ma sette dei suoi uomini si erano fermati in una casa colonica di Berceto, all’alba del 17 aprile [3].

Questi uomini, tutti tra i 19 e i 22 anni, erano saliti sul Monte Morello dopo l’8 settembre: tre erano fiorentini, Osvaldo Toci del Medico, detto “Sindic”, il suo futuro cognato Dino Bolognesi “Onid” e Carlo Uttummi; due erano di Carmignano, come Mauro Chiti e Adelindo Bocci; uno di Campi Bisenzio, tale Guglielmo Chiti “Teotiste”. Il settimo era un disertore austriaco della Wermacht, che si era unito agli altri solo da poco [4].

Questi chiesero al signor Lazzaro Vangelisti, uno dei coloni della vicina fattoria di Pomino dei marchesi Frescobaldi, cibo e ospitalità e pernottarono lì, nonostante Vangelisti stesso e i paesani, anch’essi coloni, avessero detto loro di non trattenersi a lungo, onde evitare rischi.

Vecchia foto di Lazzaro Vangelisti a Berceto Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [2ª edizione]

 

Vangelisti nei giorni precedenti si era già mostrato solidale con i soldati alleati e i partigiani, fatto forse noto ad Uttummi e al Tesi. Quel giorno però Vangelisti si mostrò diffidente. Era infatti noto che i soldati della Divisione Göring fossero impegnati sui rilievi dei monti Morello, Falterona, Giovi e nell’area del Casentino in una grande operazione di rastrellamento antipartigiano.

I partigiani non si decisero a ripartire e, anzi, si fermarono a farsi rammendare e sistemare i vestiti dalle donne del posto, mostrandosi -secondo la testimonianza di Vangelisti- ostili, fatto che aveva destato in lui, ex post, sospetti sulle reali intenzioni dei ribelli.

Come temuto però, poco dopo, giunsero a Berceto gli uomini della Göring, tra i quali alcuni militi della 92° Legione GNR di Firenze, distaccati a Dicomano [5]. Cinque partigiani vennero catturati, due dei quali, Guglielmo Tesi e Mauro Chiti, fucilati all’istante. Gli altri, stando ai loro racconti, colpiti da un calcio, avrebbero perso l’equilibrio e sarebbero caduti, evitando così le raffiche di mitra che uccisero gli altri due ragazzi. Furono dapprima portati alla Consuma, poi a Firenze, nella Fortezza da Basso, quindi alle Murate, dove sarebbero stati torturati, prima di riuscire a fuggire, per ricongiungersi con i ribelli [6].

Nel frattempo, a Berceto, la furia dei soldati si era abbattuta sulla famiglia Vangelisti, ritenuta fiancheggiatrice dei partigiani: la moglie di Lazzaro, Giulia, assieme a quattro figlie, vennero seviziate e uccise , mentre la loro abitazione fu data alle fiamme. Lo stesso copione venne adottato nei confronti delle famiglie Ebicci e Soldeti, vicine dei Vangelisti: furono uccisi i coniugi Alessandro e Isola Ebicci, poi Fabio e Iolanda Soldeti, rispettivamente nonno e nipote, e le loro case date alle fiamme [7]. Sopravvissero solo coloro che al momento dell’eccidio si trovavano al lavoro nei campi.

Giulia Vangelisti con le quattri figlie. Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [2ª edizione]

I due partigiani colpiti a morte. Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi

Gli Ebicci e i Soldeti. Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi

Elina Vangelisti, una delle figlie di Vangelisti sopravvissuta alla strage, così racconta le ore successive:

«I corpi delle vittime furono sistemati al coperto e ricomposti con la collaborazione della Signora Ada Barducci, una vedova amica di famiglia, giunta nel primo pomeriggio a dare aiuto» [8]. I corpi delle vittime, come lo stesso Vangelisti ha raccontato, era stati infatti martoriati [9].

Più tardi, sempre durante i rastrellamenti antipartigiani per indebolire la popolazione civile, i tedeschi uccisero a Cigliano, non distante da Berceto, un pastore, Giuseppe Poggiolini, e un partigiano non identificato.

Il giorno seguente, il 18 aprile, le salme furono sistemate nelle casse di castagno e il giorno successivo sepolte in un’unica fila al cimitero di Pomino come testimonia l’atto di morte della parrocchia redatto dal sacerdote don Fanetti [10].

Non erano ancora stati identificati però i due partigiani uccisi, quindi furono tumulati senza nome. Sette mesi dopo, terminata la guerra, le autorità del C.L.N. invitarono degli esponenti della Resistenza campigiana a riconoscere i due partigiani morti nella strage di Berceto. Guglielmo Tesi era infatti originario di Campi Bisenzio e fu identificato per le sue fattezze fisiche [11].

Molte le polemiche sorte dopo la fine della guerra sui fatti di quel triste giorno. Secondo Corsinovi si sarebbe trattato di una «malvagia rappresaglia» dei nazifascisti, in risposta a quello che chiamò un «combattimento» armato, a causa del quale la formazione partigiana avrebbe subito ingenti perdite [12]. In realtà non ci sarebbe stato un vero e proprio conflitto a fuoco precedente, bensì, come ha scritto Fusi, l’eccidio rientrerebbe nella «guerra ai civili», oramai in atto da settimane nel territorio toscano [13].

Secondo la testimonianza di Lazzaro Vangelisti, mosso dalla voglia di vendetta e per il grande dolore, nel gruppo di partigiani che aveva trovato rifugio presso il suo capanno, vi erano una o più spie (“falsi partigiani”) al servizio dei tedeschi, forse allertati dall’allora fattore, poi portato a processo dallo stesso Vangelisti. Basandosi sui propri ricordi, sulle spiegazioni ricevute e suggestionato da varie illazioni, Vangelisti accusò di aver ordito tale vendetta, coadiuvato da alcuni dei sette partigiani, il marchese Frescobaldi, proprietario della tenuta di Pomino e il suo fattore, Giuliano Franciolini, animati da simpatie fasciste e, a suo dire, desiderosi di fargli pagare il suo sostegno alla Resistenza [14].

Aveva mosso già tali accuse nell’aprile del 1945, quando venne interrogato allo Special Investigation Branch britannico che indagava sul caso. Lo stesso farà poi con le autorità italiane nel dopoguerra. Ne nacque una vicenda giudiziaria, sia nei confronti dei tre partigiani superstiti, sia verso il Frescobaldi e il fattore, che sfociò in un processo durante il quale «L’Unità», organo ufficiale del Pci, difese il partigiano Sindic e gli altri due accusati con un’inchiesta molto documentata. La sentenza del processo non lasciò adito a dubbi perché Sindic e gli altri vennero assolti con la formula più ampia, ovvero «per non aver commesso il fatto» [15]. Nel novembre del 1948, infatti, la sezione istruttoria della Corte di Appello di Firenze concluse che le accuse mosse verso il Frescobaldi, il fattore e i partigiani di Corsinovi erano infondate [16].

Nessuna giustizia, dunque, ha ripagato per i dolori di quel giorno, mentre luci e ombre caratterizzano , anche perché la verità giudiziaria non ha sostenuto la tesi di Vangelisti. La vicenda di Berceto è, difatti, caratterizzata da «reticenze giudiziarie e operazioni politico-culturali di rimozione di fatti ed episodi», storie troppo scomode nel secondo dopoguerra, come ha scritto l’oramai ex sindaco di Rufina Mauro Pinzani [17].

Come chiaramente scrive Fusi, si può dubitare -come fece Vangelisti- che le accuse da lui mosse fossero state insabbiate per motivi politici, dovuti alle forti polarizzazioni della politica italiana d’allora, come avvenne per altri crimini dei nazifascisti. Tuttavia, in mancanza di prove verificabili, resta lacunosa la ricostruzione dei fatti e resta difficile ipotizzare che un simile eccidio sia stato pianificato così nel dettaglio [18].

Come per molti altri eccidi, le popolazioni martirizzate hanno sempre cercato verità, senza contestualizzare però l’evento, difficile da accettare e metabolizzare, ricercando cause razionali.

Vera Vangelisti con una vecchia foto del padre Fonte: Vangelisti Lazzaro, Immagini, in Una vita trascorsa sotto tre regimi

Lazzaro Vangelisti, per avere una qualche giustizia, ha lottato a lungo con la figlia Vera, sopravvissuta alla strage e autrice di un libro, La strage di Berceto (DEA, Firenze, 2013), mentre lui ha affidato le proprie memorie biografiche e i ricordi di quel giorno ad un altro testo, intitolato Una vita trascorsa sotto tre regimi (Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [1ª edizione 1979]). Il titolo parla da sé: Vangelisti racconta la vita che aveva vissuto durante la Prima Guerra mondiale, poi sotto il fascismo e con la Seconda Guerra mondiale, infine, quando aveva dovuto lottare ancora per avere giustizia [19].

Copertina della prima edizione del testo di Vangelisti, presentato da Vasco Pratolini, che conobbe tale testo grazie a Don Masi, prete molto vicino a Lazzaro Vangelisti.

Il libro di Vangelisti va dunque letto come una testimonianza delle atrocità commesse dai nazifascisti e come «esempio di una lacerante ricerca personale di una spiegazione e di un senso di giustizia in grado di lenire in qualche modo il peso angosciante di un’incolmabile perdita subita; ma non possono però essere intese come una ricostruzione provante delle presunte responsabilità di cui egli al tempo, pur coscienziosamente, si convinse» [20].

A proposito delle vicende di Berceto così le introduce:

«Era il 17 aprile 1944. Quel giorno ci fu troncata definitivamente la felicità che ci restava [21]».

Nel 1978, quando uscì il libro, l’autore ripropose le sue idee e le sue verità, accusando nuovamente i tre partigiani sopravvissuti, il Frescobaldi e il Franciolini.

Così parla Marzia Toci del Medico, la figlia di Sindic: «Ho scoperto solo molti anni dopo questo libro e da quel momento ho cominciato a lottare in difesa della memoria di mio padre, ritrovando documenti e sentenze e iniziando una battaglia legale che ha portato al ritiro del libro di Vangelisti. Adesso con questo volume spero che finalmente la verità sia ristabilita e accettata da tutti, anche se fino ad adesso non ho trovato disponibilità da parte di Anpi che è rimasta arroccata sulla versione del Vangelisti» [22].

Come ricordato da Francesco Fusi, Marzia Toci del Medico ha pubblicato una ricostruzione dei fatti, supportata da materiale archivistico dell’Archivio di Stato di Firenze, per riabilitare la memoria del padre, oramai scomparso (Marzia Toci del Medico, Sindic, la storia non si cambia! Albatros, Roma, 2022) [23].

Le memorie contrapposte, segnate dal tremendo trauma, restano quindi divise. La Storia deve rispettarle e soprattutto può restituire la complessità degli eventi entro cui questo episodio si è svolto, pur senza pretesa di offrire soluzioni alle legittime aspirazioni dei singoli né tanto meno sentenze.

Unidici le vittime di quel giorno, tra luci ed ombre: nove civili, tra donne, uomini e bambini e due partigiani.

Ebicci Alessandro, 78 anni

Ebicci Isola, 49 anni

Soldeti Fabio, 81 anni

Soldeti Iolanda, 19 anni

Vangelisti Giulia, 46 anni

Vangelisti Iole, 9 anni

Vangelisti Anna Maria, 3 anni

Vangelisti Angelina, 22 anni

Vangelisti Bruna,  23 anni

Chiti Mauro, 19 anni

Tesi Guglielmo, 19 anni

 

Il 17 aprile 1945, il comune di Rufina pose a Berceto una lapide in ricordo delle vittime su di una parete del casolare dei Vangelisti, teatro dell’eccidio e, nel Sessantesimo anniversario della strage, una seconda lapide in loro memoria. Infine, il 25 aprile 1972, lo stesso comune fece erigere nel centro di Pomino un cippo-monumento in ricordo delle vittime dell’eccidio [24].

Lapide per il 60° dell’eccidio di Berceto, Comune di Rufina (FI) Fonte: Giovanni Baldini, Lapide per il 60° dell’eccidio di Berceto, 2005, https://memo.anpi.it/monumenti/1615/lapide-per-il-60-delleccidio-di-berceto/

Giovanni Baldini, Monumento per la strage di Berceto, in ResistenzaToscana.it, 2 ottobre 2006

Giovanni Baldini, Monumento per la strage di Berceto, in ResistenzaToscana.it, 2 ottobre 2006

Il nome del partigiano Mauro Chiti è riportato anche su una lapide in ricordo dei cittadini caduti, posta sul Municipio di Carmignano, presso Prato, luogo da cui proveniva [25].

Lapide del municipio, Comune di Carmignano (PO). Fonte: Giovanni Baldini, Lapide del municipio di Carmignano, Memo, 2007, https://memo.anpi.it/monumenti/59/lapide-del-municipio/

Nell’aprile del 2013, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito al comune di Rufina la Medaglia di Bronzo al Merito Civile per l’opposizione al fascismo e per il sacrificio pagato con l’eccidio di Berceto, «nobile esempio di spirito di sacrificio e di amor patrio» [26].

Ogni anno, in occasione dell’anniversario dell’eccidio, l’amministrazione comunale di Rufina organizza a Berceto una commemorazione delle vittime.

Tomba delle donne di Berceto, Comune di Rufina (FI). Fonte: Giovanni Baldini, tomba delle donne di Berceto, 2005, https://memo.anpi.it/monumenti/430/tomba-delle-donne-di-berceto/

Il 4 gennaio 1945, qualche mese dopo la liberazione di Firenze, al partigiano Guglielmo Tesi venne intitolata una strada a Campi, quella che un tempo era Via delle Lame [27] e dal 1947, in suo ricordo, si organizza una corsa ciclistica, la cosiddetta Coppa Guglielmo Tesi [28]. Il suo nome compare, inoltre, sul monumento ai caduti di Campi.

Monumento ai caduti e ai deportati, Comune di Campi Bisenzio (FI) Fonte: Fulvio Conti, Monumento ai caduti e ai deportati del Comune di Campi Bisenzio, 2007, https://memo.anpi.it/monumenti/51/monumento-ai-caduti-e-ai-deportati/

Stando a recenti notizie di cronaca, a Berceto potrebbero essere effettuati presto lavori di restauro per conservare la memoria di quel luogo, come Vangelisti desiderava e come la figlia Vera ha a lungo sperato [29].

Berceto oggi (https://ecomuseomontagnafiorentina.it/siti-di-interesse/berceto/)

Note:

  1. Bernardi Renzo, Conti Fulvio, Risi Mendes, Rizzo Vincenzo (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, Comune di Campi Bisenzio, Campi Bisenzio, [2005], pp. 30-31
  2. Ivi, p. 31
  3. Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, Pacini, Pisa, 2024, pp. 313-314
  4. Ivi, p. 314
  5. La Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) fu una forza armata istituita dalla Repubblica Sociale Italiana l’8 dicembre 1943 con compiti di polizia interna e militare.
  6. Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, 315-316
  7. Atlante stragi nazifasciste, Berceto, Rufina, Francesco Fusi (a cura di), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2308 [consultato nel mese di maggio 2024]; sulla vicenda vedi anche Casalini, Giovanna, L’eccidio nazifascista di Berceto a Rufina, in Del Buffa, Roberto (a cura di), Cronache di guerra fra Arno e Sieve (1943-1944), Pagnini, Gorgonzola, 2011, pp.63-65
  8. Bernardi R., Conti F., Risi M., Rizzo V. (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, cit., p. 37
  9. Vangelisti Lazzaro, Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014, p. 75
  10. Bernardi R., Conti F., Risi M, Rizzo V. (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, 37
  11. Ivi, , p. 37
  12. Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, , p. 316
  13. Ivi, cit., p. 317
  14. Ivi, pp. 317-318
  15. s., “Un libro verità sulla morte di Guglielmo Tesi. La strage di Berceto dell’aprile 1944 ha avuto sorprendenti strascichi giudiziari”, in PrimaFirenze, https://primafirenze.it/altro/un-libro-verita-sulla-morte-di-guglielmo-tesi/ [consultato nel mese di giugno 2024]
  16. Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, 318
  17. Pinzani, Mauro, Prefazione, in L. Vangelisti, Una vita trascorsa sotto tre regimi, p. 9
  18. Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, 321-322
  19. Vagelisti Vera, La strage di Berceto, DEA, Firenze, 2013; Vangelisti Lazzaro, Una vita trascorsa sotto tre regimi, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2014 [1ª edizione 1979]
  20. Fusi, Francesco, Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944,, p. 322
  21. Vangelisti L., Una vita trascorsa sotto tre regimi, cit., p. 70
  22. Citazione di Marzia Toci del Medico, in A.s., “Un libro verità sulla morte di Guglielmo Tesi. La strage di Berceto dell’aprile 1944 ha avuto sorprendenti strascichi giudiziari”
  23. nota 61, in Fusi, F., Comunità in guerra. Valdisieve 1940-1944, p. 322
  24. Atlante stragi nazifasciste, Berceto, Rufina, Francesco Fusi (a cura di), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2308 [consultato nel mese di maggio 2024]
  25. Ibidem
  26. Ibidem
  27. Bernardi R., Conti F., Risi M., Rizzo V. (a cura di), Guglielmo Tesi nella memoria di Campi Bisenzio, pp. 47-50
  28. Ivi, pp. 51-77
  29. Bartoletti, Leonardo, “La casa di Berceto restaurata dalla proprietà Frescobaldi”, La Nazione, 23 aprile 2023, https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/la-casa-di-berceto-restaurata-dalla-proprieta-frescobaldi-f730c3b4 [consultato nel mese di maggio 2024]

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo scritto nel mese di luglio 2024.