Narrazioni del passato e pratiche di Public History. Il Farestoria e il Docufilm Festival 2026

Che cosa significa raccontare il passato nello spazio pubblico? Quali linguaggi utilizziamo per trasformare la ricerca storica in conoscenza condivisa? E in che modo il pubblico partecipa alla costruzione delle interpretazioni storiche? Da queste domande prendono forma la seconda edizione del Farestoria Festival e la sesta edizione del Docufilm Festival organizzati dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia (ISRPT) nei mesi di giugno e luglio 2026.

La scelta di organizzare una serie di rassegne di Public History a Pistoia non è casuale. La città è da anni attraversata da una ricca offerta di festival, incontri e iniziative culturali che hanno contribuito a trasformare lo spazio urbano in un luogo di ricaduta del sapere, al di fuori delle sedi accademiche o istituzionali. Nel panorama dei festival culturali contemporanei, tuttavia, questa funzione tende spesso ad assumere una forma che affida la legittimazione degli eventi alla presenza di figure di alto profilo pubblico, costruendo un’esperienza che valorizza la qualità dei contenuti ma la veicola attraverso una logica in parte spettacolare, in cui il pubblico è chiamato ad assistere più che a partecipare.

In questo contesto, il Farestoria e il Docufilm Festival si propongono con l’intenzione di interrogarsi su come la conoscenza storica viene prodotta e condivisa. Il modello adottato non rinuncia né alla qualità né alla presenza di interlocutori autorevoli, ma privilegia al contempo la costruzione di uno spazio in cui quella competenza diventa materia di discussione collettiva, piuttosto che oggetto di fruizione. Se la divulgazione tende infatti spesso a muoversi in una direzione univoca (dall’“esperto” al fruitore), il modello di Public History proposto dall’ISRPT intende ribaltare questa logica, interrogandosi su quali forme di conoscenza possano nascere dall’incontro e dal confronto fra saperi diversi.

È da questa convinzione che nasce il concept scelto per questa edizione, “Narrazioni”: un invito a interrogare i processi che stanno alla base di ogni racconto storico, a rendere visibili le scelte di linguaggio e di formato che trasformano la ricerca in narrazione condivisa. La narrazione è infatti una delle dimensioni privilegiate attraverso cui la conoscenza prende forma e acquisisce rilevanza sociale e politica nel corso dei secoli. Lungi dal ridurre la storia ad un racconto arbitrario o tantomeno mettere in dubbio il rigore della ricerca, parlare di “narrazioni” significa riconoscere che ogni forma di conoscenza storica passa attraverso scelte (di fonti, di significati, di forme di restituzione) e rendere visibili quelle scelte è essa stessa una pratica scientifica.

Quella del formato non è poi una questione secondaria rispetto ai contenuti. Un festival di Public History può infatti configurarsi come uno spazio in cui ricerca, comunicazione e partecipazione si incontrano secondo modalità che altri contesti più rigidi difficilmente consentono. A partire da questo presupposto, il Farestoria e il Docufilm Festival provano a mettere in pratica questa idea attraverso una programmazione volutamente eterogenea – tavole rotonde con ricercatrici e ricercatori, insegnanti, artiste e artisti; letture teatrali; giochi da tavolo; proiezioni – nella convinzione che la pluralità dei linguaggi non sia un elemento accessorio, ma costituisca essa stessa una presa di posizione sul modo in cui la conoscenza storica può essere prodotta e condivisa nello spazio pubblico.

La centralità del tema delle narrazioni emerge in forme differenti all’interno dell’intero programma. Gli incontri di avvicinamento al Farestoria Festival dedicati al volume di Francesco Casales L’invasione immaginata (24 giugno) e al tema della memoria delle stragi nazifasciste (2 luglio) affrontano due questioni fondamentali per la storiografia contemporanea: il rapporto tra produzione culturale e immaginari del passato e del futuro, e quello tra memoria, testimonianza e interpretazione del passato.

Dal 6 al 9 luglio il Polo culturale Puccini-Gatteschi ospiterà poi il cuore della manifestazione. Ad inaugurare la rassegna sarà l’evento Cosa resta. Festival, archivi e storia audiovisiva: una riflessione collettiva sulla costruzione di archivi del tempo presente a partire dalle fonti audiovisive. A seguire si terrà la prima delle tre proiezioni del Docufilm Festival con I diari di mio padre di Ado Hasanović, il quale partendo dalle riprese amatoriali e dai diari del padre, testimone della vita quotidiana a Srebrenica durante la guerra, ricostruisce dall’interno la storia di un genocidio. L’unione, nella giornata del 6 luglio, delle due esperienze del Farestoria e del Docufilm consentirà di riflettere a tutto tondo sul documentario non soltanto come prodotto culturale, ma come dispositivo di costruzione della memoria e della narrazione del passato.

Lo stesso approccio caratterizza la tavola rotonda dedicata al rapporto tra storia e fumetto (7 luglio). Negli ultimi anni la graphic novel storica si è infatti affermata come un importante e diffuso strumento di diffusione della conoscenza storica presso pubblici ampi e diversificati. Discuterne significa interrogarsi sulle opportunità e sui limiti di un linguaggio che traduce la ricerca in immagini, sequenze narrative e forme di immedesimazione emotiva. Una riflessione analoga attraversa l’incontro dedicato alla didattica della storia (8 luglio), in cui il problema della narrazione si declina nella sua forma più concreta legata alla trasmissione e al coinvolgimento di studentesse e studenti. Il 9 luglio si terrà poi un incontro dedicato ad una riflessione di lungo periodo sulle culture della protesta e sulle forme della partecipazione politica dal basso.

Anche gli appuntamenti serali contribuiscono a sviluppare il tema del festival. Il reading musicale Provate a riparare il mondo dedicato alla storia dell’ecologismo contemporaneo e accompagnato da una discussione a partire dalla figura di Alexander Langer (7 luglio), mostra come la combinazione tra parola, musica ed esperienza performativa possa diventare uno strumento di riflessione. L’incontro sugli usi politici dell’opera di Tolkien insieme a Wu Ming 4 (8 luglio) affronta invece un altro aspetto cruciale della Public History: la circolazione pubblica delle narrazioni e la loro continua reinterpretazione, anche strumentale, in contesti politici e culturali differenti. Particolarmente significativa appare inoltre la scelta di dedicare una serata conclusiva ai giochi da tavolo di storia contemporanea. Negli ultimi anni il gioco è diventato un terreno sempre più frequentato da studiose e studiosi, poiché consente di sperimentare forme di apprendimento basate sulla partecipazione diretta e sulla simulazione. Anche in questo caso la questione centrale riguarda il rapporto tra esperienza e costruzione del racconto storico.

Il Pistoia Docufilm Festival si protrarrà poi con altri due appuntamenti serali. Il 13 luglio è prevista la proiezione di La Dea di Pietra di Michelangelo Ricci, documentario fondato su decine di testimonianze orali e dedicato alla memoria della strage di Vinca, lungo la Linea Gotica. Il 20 luglio chiuderà il ciclo Paura Non Abbiamo di Andrea Bacci, che ricostruisce le lotte per i diritti delle donne lavoratrici nell’Italia degli anni Cinquanta a partire dall’arresto di quattro operaie bolognesi.

Il Farestoria Festival fa parte della programmazione di Pistoia Capitale italiana del libro 2026 ed è realizzato con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione generale Biblioteche e Istituti culturali, di Fondazione Caript, dell’Associazione italiana di Public History e di Unicoop Sezione soci Pistoia. Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito. Il programma completo è disponibile sui canali dell’ISRPT.

 

 

Brenda Fedi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa nel 2026. I suoi interessi di ricerca si collocano all’incrocio tra storia della musica, storia del lavoro creativo e storia dei movimenti sociali nel secondo Novecento. È vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia, dove coordina il gruppo “Paura Non Abbiamo” per la promozione della storia pubblica di genere.




Dalla Resistenza al Referendum: gli 80 anni del suffragio universale in Italia. Una proposta didattica dell’ISRPT

In occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale in Italia, l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia ha lavorato con due classi terze dell’Istituto Comprensivo Raffaello – secondaria di primo grado – sul crescente protagonismo politico delle donne tra la lotta resistenziale e la conquista e l’esercizio del diritto di voto.

Il laboratorio si è sviluppato in tre incontri. Il primo è stato una lezione partecipata: con l’aiuto di immagini tratte da fonti scelte e l’utilizzo di domande stimolo, abbiamo cercato di ricostruire la storia del ruolo delle donne dalla Resistenza alla Repubblica. Come punto di partenza è stato individuato l’8 settembre del 1943, che segna non solo il crollo dello stato monarchico, ma anche l’inizio di una partecipazione politica delle donne che avrebbe scardinato i paradigmi sociali precedenti. Abbiamo discusso di Resistenza, constatando che, nell’immaginario delle ragazze e dei ragazzi, fosse soprattutto una storia di uomini. Le donne, al limite, preparavano da mangiare o rammendavano i vestiti. Questo aspetto, decostruito e ricostruito alla luce della doppia lotta di liberazione intrapresa dalle donne, ci ha portati ad approfondire i Gruppi di Difesa della Donna e il loro Atto costitutivo, del quale abbiamo evidenziato le rivendicazioni legate al diritto di voto e al lavoro. Sul tema del lavoro abbiamo osservato come molte delle istanze sollevate dalle partigiane siano ancora oggi argomento di discussione, tra queste: parità salariale, possibilità di accedere a qualsiasi impiego, assistenza nel periodo che precede e segue il parto.

Per dare alle studentesse e agli studenti maggiore ancoraggio al momento storico trattato abbiamo sfruttato la storia locale, presentando alcune partigiane pistoiesi e le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia alle amministrative del 1946. Sulle consigliere – Laura Taddeoli per il Partito Socialista Italiano (PSI), Nora Vannucci per la Democrazia Cristiana (DC) e Renata Marchionni per il Partito Comunista Italiano (PCI) – abbiamo reperito poche e frammentate informazioni. L’unica sulla quale si sono potute fare maggiori considerazioni è Renata Marchionni, eletta alla Camera dei deputati nelle fila del PCI dal 1953 al 1958. La sua traiettoria politica è figlia di quel tornante storico in cui la Resistenza aveva aperto alle donne uno spazio di protagonismo che il voto, conquistato nel 1946, aveva trasformato in rappresentanza.

«Chi doveva dare il voto a chi? Avevamo lottato insieme, eravamo privi di diritti politici tutti e tutte, ma gli uomini recuperavano il diritto di voto e per le donne si doveva discutere se concederlo?» dice la partigiana Lidia Menapace.

È a partire da questi snodi che abbiamo costruito il secondo incontro, questa volta interamente laboratoriale.
Le classi sono state divise in tre gruppi, ciascuno dei quali ha lavorato su un tema specifico a partire da un set di fonti selezionate: le partigiane pistoiesi, le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia nel 1946 e le Madri costituenti. Il primo gruppo ha lavorato su Alberta Fantini e Lea Cutini consultando le relative schede su questo portale.
Il secondo gruppo, interrogando il portale storico della Camera dei deputati, ha lavorato sulle proposte di legge cui ha partecipato la deputata Marchionni.
Il terzo, attraverso il sito Elette ed eletti – piattaforma tematica dedicata a rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana, con parte dei diari digitalizzati dell’Archivio diaristico nazionale – ha lavorato sulla biografia di Bianca Bianchi e di altre elette all’Assemblea Costituente. Il lavoro con le fonti — documenti, fotografie, testimonianze — ha chiesto alle ragazze e ai ragazzi non di ricevere informazioni già elaborate, ma di interrogare il materiale.

Il terzo incontro è stato dedicato alla restituzione. Il primo gruppo, che aveva lavorato sulle partigiane pistoiesi, ha restituito le modalità della loro “scesa in campo”: come e perché le donne avevano scelto di partecipare alla lotta.
Il secondo gruppo ha messo in luce il filo diretto che corre tra la Resistenza e le istanze politiche che le donne portano con sé quando vengono elette per la prima volta: le rivendicazioni non erano cambiate, erano cambiate le modalità e il luogo in cui venivano espresse. Marchionni, insieme con altre deputate del PCI come Nilde Iotti, Elettra Pollastrini e Teresa Noce, si batte per l’indennità di asilo per i figli delle lavoratrici, per la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio, contro il licenziamento delle donne che si sposano — istanze che riecheggiano direttamente l’Atto costitutivo dei Gruppi di Difesa della Donna.
Il terzo gruppo, che aveva esplorato il sito Elette ed eletti, ha osservato come molte delle donne dell’Assemblea Costituente, non a caso, venissero direttamente dall’esperienza resistenziale.

Resta, in chiusura, una considerazione che il lavoro svolto rende difficile tacere: le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025 esprimono più di una riserva sull’uso didattico delle fonti storiche. Eppure l’esperienza condotta suggerisce che l’obiettivo «di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente»[1] non è affatto irrealistico.

I temi trattati e la proposta didattica individuata sono il risultato della collaborazione tra tre gruppi di lavoro interni al consiglio direttivo dell’Isrpt: Paura non abbiamo, che lavora sulla storia di genere; Didattica, per la proposta metodologica; Passi di storia, per i collegamenti con la storia locale e la public history. Gli incontri sono stati condotti da Giulia Bruni, Brenda Fedi e Andrea Borelli.
Il lavoro svolto sulla figura di Renata Marchionni confluirà nel prossimo percorso di Passi di storia, per il quale verrà censita la sede del PCI pistoiese.

 

[1] Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, decreto 9 dicembre 2025, n. 221.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche all’Università di Firenze. Fa parte del consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e collabora con alcuni dei suoi gruppi di lavoro: Paura non abbiamo, Didattica e Passi di storia.
Nel 2025 ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento delle discipline letterarie negli istituti secondari di I e II grado.




L’Archivio Giglioli tra passato e futuro

L’Archivio della famiglia Giglioli di Pisa, donato tra il 2020 e il 2023 da Antonio Ricci alla Biblioteca Franco Serantini, è una parte della documentazione di una famiglia italiana che prima dell’Unità d’Italia visse in esilio nel Regno Unito e che, tornata in Italia, mantenne il bilinguismo e i rapporti con i parenti d’oltremanica.

Dorso dell’App. XXIII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Risorgimento I. Garibaldi e Mazzini

Domenico Giglioli, notaio di simpatie napoleoniche, nel 1821 è coinvolto nei moti carbonari. Incarcerato, negli anni successivi, insieme ai figli Luigi, Domenico Napoleone e Giuseppe, sconta l’esilio in Francia. Dopo il fallimento dei moti del 1831, il figlio Giuseppe, laureato in giurisprudenza, conosce Mazzini a Marsiglia, al quale resta legato da un’amicizia che dura anche nel periodo dell’esilio londinese. In Inghilterra, Giuseppe si laurea in medicina e nel 1844 sposa la protestante Ellen Hillyer. Dal loro matrimonio nascono Enrico, Augusto e Alfredo, questi ultimi militari di carriera. Enrico, zoologo e antropologo, partecipa ad alcune spedizioni scientifiche, come il viaggio intorno al mondo della pirocorvetta Magenta (1865-1868), sul quale pubblica una monumentale relazione. La maggior parte delle sue collezioni di reperti, documenti e volumi verrà poi donata e in parte venduta dalla famiglia a istituti culturali, tra i quali l’attuale Museo delle Civiltà di Roma. Dei figli di Enrico, Odoardo diventa storico dell’arte e direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze a partire dal 1918, mentre Guido Yule è medico e docente di patologia del lavoro.

Italo Giglioli ritratto nei primi mesi del 1920 nel suo studio.

Quando Giuseppe Giglioli, dopo le alterne vicende della storia risorgimentale, torna in Italia, ricopre incarichi nell’ambito della pubblica amministrazione e svolge attività di insegnamento sulle cattedre di logica e antropologia dell’università di Pavia e di Pisa, dove muore nel 1865. Durante il soggiorno a Genova nascono anche Italo, nel 1852, ed Elena, nel 1858. Italo, formatosi in Inghilterra, diventa agronomo di fama internazionale, tra i principali innovatori delle pratiche agricole in Italia. Docente e direttore di istituti e stazioni di sperimentazione agraria (Portici e Roma), viene chiamato anche a ricoprire la cattedra di chimica agraria all’Università di Pisa dove si stabilisce con la famiglia. Dal suo matrimonio con la scrittrice Constance Hamilton Dunbar Stocker, nascono Lilia (musicologa e insegnante), Alberto morto prematuramente, Beatrice (docente di inglese), Margherita anch’essa morta in tenera età, Giorgio (medico specializzato in malattie tropicali, noto sul piano internazionale per i suoi studi sulla malaria) e Irene (pittrice e docente di lettere classiche).

L’ultima figlia di Giuseppe Giglioli, Elena, si sposa con Raffaello Casella. La loro figlia Maria Elena, grazie al suo lavoro di bibliotecaria alla Biblioteca Nazionale di Torino, alla Biblioteca Alessandrina e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, oltre alle competenze bibliografiche affina anche quelle archivistiche. Sarà lei una delle principali artefici, insieme alla zia Constance e alle cugine Lilia, Beatrice e Irene, ad organizzare una parte consistente dell’archivio di famiglia.
I documenti e i contenuti dell’Archivio Giglioli di Pisa possono essere analizzati non solo come fonte per gli studi storici, ma anche in una prospettiva didattica perché si prestano ad essere affrontati da vari punti di vista, ponendone in rilievo l’attualità anche per chi, per ragioni anagrafiche, culturali, geografiche, ecc. è distante da quelle esperienze.

Un primo contributo alla conoscenza dell’Archivio è apparso pochi mesi fa proprio su Toscana Novecento, per raccontare la vita di Beatrice Giglioli (1892-1988) in un momento particolare della sua esistenza quando, durante l’occupazione nazifascista di Pisa tra il 1943 e 1944, tenne un diario dei fatti vissuti da lei, dalla sorella Irene e da amici e conoscenti in quel periodo. Di tale diario è stata pubblicata una traduzione annotata[1]. Si tratta di due taccuini minuti, due anni “tascabili”, fitti di rapidi appunti giornalieri che, confrontati con altri documenti dentro e fuori da quell’Archivio, restituiscono un punto di vista privilegiato per osservare ciò che avvenne attorno a una casa diventata, nel corso della guerra, centro di aggregazione e punto di passaggio nel quartiere periferico di Cisanello. Vi si legge la quotidianità che si fa storia: dalle attività giornaliere più comuni (in un’economia di guerra, Beatrice annota ad esempio il sistema per preservare dalla muffa i vasi di conserve), si passa a una drammatica sequenza di eventi in cui la casa di Cisanello vede la “grande storia” fare irruzione dal cancello del giardino, quasi demolito da un carro armato tedesco con i soldati occupanti che costringono allo sfollamento le proprietarie e i loro ospiti.

Se le agendine di Beatrice consentono di approfondire due anni di vita cruciali per lei, la sorella e lo stesso Antonio Ricci, che all’epoca era un ragazzino vissuto fin da piccolo in casa Giglioli insieme alla madre, il resto dell’Archivio Giglioli permette di ampliare lo sguardo a molte altre vicende che attraversano il periodo che va dalla metà dell’800 fino al secondo dopoguerra.
Il suo riordino è stato realizzato nel 2025 con un primo elenco analitico di consistenza che permetterà prossimamente di rendere l’archivio disponibile agli studi. Tale riordino ha permesso di scoprire come la conservazione delle carte arrivate sino ad oggi, sia stata determinata in gran parte dalla volontà della famiglia di trasmetterle da una generazione all’altra, di accrescerle nei decenni a partire dal nucleo originario del periodo risorgimentale. Nello stesso momento in cui la famiglia si preoccupa di conservare le carte, dall’altra ne seleziona alcuni nuclei, che trasferisce a diversi istituti culturali italiani conservando per sé il nucleo più strettamente privato. Beatrice, l’ultima sopravvissuta della sua generazione, alla sua morte lascerà ciò che resta dell’Archivio ad Antonio Ricci che lo ha donato alla Biblioteca Franco Serantini.
Le vicende della seconda guerra mondiale avrebbero potuto determinarne la perdita. Nel suo diario Beatrice annota infatti come durante l’occupazione di Pisa e della casa di Cisanello da parte dei tedeschi, lei e la sorella nascondano beni di prima necessità ma anche ricordi di famiglia. Attraverso di essi si trattava di salvaguardare la propria storia.

Dorso dell’App. XXII dei Family Memorials of the Giglioli-Casella. Ricordi della guerra 1914-1918

Negli anni di formazione dell’Archivio si stabilisce un patto tra generazioni in cui genitori e figli, zii e cugini, si riconoscono in una storia comune ed ognuno si sente responsabilizzato a fare la sua parte. Proprio questo dialogo tra generazioni smentisce in parte le divisioni tra le età della vita a cui si è abituati a pensare.
Nel 1917 Beatrice, che era stata anche crocerossina nel primo conflitto mondiale, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Nell’agosto 1918 si trasferisce a Londra, dove, il 26 dello stesso mese, ottiene per esame il posto di traduttrice al War Office, con il compito di tradurre in inglese documenti e opuscoli italiani e francesi concernenti la guerra europea. Poche settimane dopo, il 21 settembre 1918, si dimette dall’incarico in seguito alla sua nomina ad assistente presso la Facoltà italiana dell’Università di Cambridge, dove dal 1919 insegna lingua e letteratura italiana fino al 1920, quando rientra in Italia per le condizioni di salute del padre Italo, professore di chimica agraria all’Università di Pisa.

Di questo soggiorno tra Londra e Cambridge è rimasta una significativa corrispondenza tra Beatrice e sua madre Constance.
Nell’Archivio della famiglia Giglioli sono conservate migliaia di lettere, la maggior parte delle quali scambiate tra i vari componenti della famiglia, come quelle, appunto, tra Beatrice e sua madre. Non si tratta di semplici comunicazioni quotidiane. Nello spazio limitato di una cartolina postale, con una grafia fitta e minuta, vengono riversate informazioni e riflessioni su incontri, attività e progetti. È intuitivo riconoscere l’attualità della storia di una ragazza di ventisei anni che, poco più di cent’anni fa, parte dall’Italia per una prima esperienza lavorativa all’estero, appoggiata dalla famiglia e in particolare dalla madre, alla quale non fa mancare dettagli della sua vita quotidiana. “I will now give you a detailed account of my movements in the last few days and of my life here”, scrive in una lettera del 29 settembre 1918 dal numero 10 di Endsleigh Street a Londra. Dal 25 novembre si trasferisce al 10 di Millmann Street. Entrambi gli alloggi sono in una zona centrale della metropoli e Beatrice disegna sulle lettere le planimetrie delle sale in cui studia, lavora, vive, arricchendole di legende intepretative che segnalano il posto dal quale sta scrivendo alla madre, la posizione delle finestre, dei tavoli, dei vasi di fiori, ecc. C’è qualcosa di molto familiare in questa esperienza di Beatrice: con i mezzi di allora (carta e penna), rende partecipe la famiglia di ogni momento della sua vita; oggi, lo avrebbe fatto probabilmente in tempo reale con una videochiamata in chat.
Sarebbe superficiale e riduttivo, tuttavia, voler ricondurre una corrispondenza famigliare di inizio Novecento a un mero confronto tra la comunicazione odierna e quella di allora. Resta comunque un esempio concreto sul valore delle testimonianze documentali che, come in questo caso, possono essere rilette e comprese per l’universalità di esperienze, aspettative, emozioni espresse da una giovane di un secolo prima. Diventa così più comprensibile richiamare l’attenzione sul ruolo degli archivi e della loro conservazione, sulla possibilità che le carte d’archivio non siano solo fonti per gli storici ma anche strumento per confrontare il vissuto delle persone e i cambiamenti della società. Gli scambi tra madre e figlie, mettono in evidenza un rapporto che punta a renderle culturalmente e professionalmente autonome. Oltre che nei confronti di Beatrice, lo si vede anche in quelli con Lilia, che sceglierà la strada dell’insegnamento musicale (e che documenterà con album di fotografie, programmi di saggi scolastici, ritagli di giornale); con Irene, incoraggiata ad esprimersi attraverso il disegno e la pittura, che la porteranno a pubblicare nel 1922, insieme alla madre, un libro per bambini (Rebecca. Not a Moral Tale, stampato a Londra da Thornton Butterworth), del quale sono conservate le tavole originali. Beatrice e le sorelle sono immerse dalla nascita in una cultura internazionale (una famiglia vissuta tra Italia e Gran Bretagna, con rapporti non occasionali con la Germania, parenti e amici negli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Sud Africa, India) e, grazie ai documenti che hanno prodotto e conservato, si possono seguire nella loro crescita culturale e professionale, nelle relazioni che hanno saputo costruire. In definitiva, queste carte non sono arrivate per caso fino ai nostri giorni: la famiglia Giglioli ha voluto dare spazio e ordine alla propria memoria.
Probabilmente è proprio Italo il primo ad averne una chiara consapevolezza quando il 3 maggio 1896 scrive da Portici, dove era direttore della Scuola superiore di agricoltura, al fratello Alfredo, militare di carriera:
… A proposito dei figliuoli, io ho parecchie volte pensato che quelle due vite nobilissime e sante che furono le vite del nostro Padre e della nostra Madre [Giuseppe ed Ellen n.d.r.] sparirebbero dalla memoria dei loro discendenti, se non vi sarà qualcheduno che pensi a narrare loro qualche cosa sopra il significato e gl’intenti di quei due, ai quali noi tutti dobbiamo tanto. Avevo, dunque, pensato gradatamente di raccogliere ed ordinare le notizie sulla loro vita, per poi farne un racconto, che dovrebbe essere quasi come un testamento di esempi e di insegnamenti ch’essi lasciano a quelli che vengono dopo di loro… Dunque, tu pensa su questo mio progetto e, se ti pare buono ed utile, aiutami a compierlo; in modo che, prima che venga il mio tramonto, io abbia fatto il dover mio verso quelli che vennero prima di me, ed ai quali tutti noi abbiamo il debito di una eredità ricca di quanto può servire a rendere nobile ed utile ed operosa la vita”.
Nonostante la morte di Alfredo dell’anno successivo, Italo sarà sostenuto nel suo progetto dalla moglie che, aiutata anche dalle figlie e dalla nipote Maria Elena Casella, pubblicherà nel 1935 un volume sui Giglioli di Brescello, ramo originario della famiglia del marito[2].
La conservazione e il riordino delle carte si concentra inizialmente proprio sul nucleo risorgimentale. Constance si occupa ad esempio di trascrivere la corrispondenza di Giuseppe Giglioli, probabilmente anche a causa dell’estrema fragilità dei supporti cartacei, corrosi dagli inchiostri ferro-gallici.
An even greater admiration, gratitude and love for Aunt Cona [diminutivo di Constance n.d.r.], who undertook the immense work of copying the letters, which make 2 volumes of manuscript, respectively of 395 and 101 pages”, dirà di lei la nipote Maria Elena Casella per questa opera di trascrizione.
Contestualmente, dopo la morte di Italo nel 1920, la famiglia si prende cura anche di ciò che la stessa generazione di Italo e dei suoi fratelli ha prodotto. È un lascito intellettuale che non va sperperato. Constance e i figli, ad esempio, si trovano a decidere sul destino della raccolta bibliografica di opuscoli ordinati e schedati da Italo. Il 19 luglio 1925 Constance scrive a Beatrice, in quel momento a Torino:
My Dear Trice,
I think yesterday I hadn’t room to tell you I had a note from the Librarian of the
International Institute at Rome about the Schede, which he thinks would be useful in helping to build up the Library there, which he says in on the way to becoming the most important of its kind in the world”.
La madre si consiglia con la figlia sulla possibilità di donare circa 10.000 opuscoli alla Biblioteca dell’Istituto Internazionale d’Agricoltura, fondato nel 1905 dal filantropo David Lubin. L’Istituto era sorto per la cooperazione agricola internazionale e, dal suo scioglimento nel 1945, nascerà la FAO. Dal 1909, presso lo stesso Istituto, Italo era stato direttore della sezione di informazioni agricole e malattie delle piante. Grazie alla traccia fornita da questa corrispondenza è quindi possibile ricostruire le origini della donazione: se oggi gli opuscoli di Italo Giglioli costituiscono ancora uno dei fondi storici più significativi della Biblioteca della FAO, lo si deve non a una eredità casuale, ma ad una precisa pianificazione tra l’istituzione e la famiglia. Constance manifesta nella cartolina un solo desiderio, che il dono venga contrassegnato su ogni pezzo con il nome del marito:
“I should only like to ask that they should put a label on each publication, p. es. Dono Giglioli, or better, something which recalls Italo Giglioli”.
Il dono del 1925 non è il solo di quell’anno. Il 30 aprile 1925 viene rogato l’atto di donazione al costituendo Museo mazziniano di Pisa, di 17 lettere autografe di Giuseppe Mazzini a Giuseppe Giglioli (1831-1847), oltre che ritratti di Giuseppe Giglioli, una medaglia commemorativa della Giovine Italia in ricordo dei fratelli Bandiera (1844) e una fotografia di Italo Giglioli.

Come in tutti i lavori di riordino e inventariazione, anche per le carte Giglioli pervenute alla Biblioteca Franco Serantini i due primi obiettivi sono stati quelli di individuare i soggetti produttori delle carte e verificare l’esistenza di documenti che facessero emergere eventuali criteri adottati dalla famiglia nell’ordinare e conservare le carte stesse. Proprio in riferimento a questo secondo aspetto, come risulta chiaro dagli esempi precedenti, l’archivio offre una significativa quantità di documenti che parlano dell’archivio e del suo destino. Accanto a corrispondenza occasionale, appunti e note, sono presenti anche materiali maggiormente strutturati in forma di registri e indici, aspetto che rinforza l’idea che la famiglia avesse chiaro il valore del proprio archivio come testimonianza della propria storia. La terza e quarta generazione della famiglia (cioè quella di Italo e Constance e dei loro figli) ha tenuto in considerazione le intenzioni originariamente manifestate da Italo nella lettera al fratello Alfredo e le ha poi applicate in modo sistematico.
Benché corrispondenza, documenti personali, scritti per studi e pubblicazioni, fotografie, disegni, album dei componenti della famiglia si riferiscano in larga misura al ramo dei Giglioli di Pisa, cioè di Italo e dei suoi discendenti, vi è la presenza significativa di documenti riferibili anche agli altri rami parentali, cioè quelli dei fratelli e della sorella di Italo. È a quest’ultima, Elena, scrittrice a sua volta, che si deve il primo contatto con Constance Stocker nel 1884 per ragioni editoriali legate alla proposta di traduzione in italiano di un racconto della Stocker apparso sulla rivista inglese «Leisure hour». La storia d’amore tra Constance e Italo, maturata a seguito dell’amicizia di penna tra Elena e Constance, non è tanto una romantica storia ottocentesca, ma l’incontro di due culture e di due famiglie. Anche se meno documentato, infatti, non manca anche quella parte di archivio legata alla famiglia della Stocker. Le lettere che riceve dalla sorella Beatrice Alicia Ramsay Stocker, missionaria presbiteriana tra le popolazioni native degli Stati Uniti, sono interessanti da vari punti di vista: i fatti che narrano, il contesto storico a cui fanno riferimento, la relazione tra le due sorelle. Se si pensa che il loro legame famigliare si mantiene solo tramite la corrispondenza perché, data la difficoltà dei viaggi, non si sarebbero più incontrate di persona, è facile comprendere il coraggio e la determinazione di chi affrontava rischi “senza rete”. Conservare tali documenti non è quindi per i Giglioli solo una scelta determinata dagli affetti, ma la speranza di tramandare virtù ed esempio. Per questo non è un caso che Beatrice Giglioli, nata nel 1892, porti proprio il nome della zia appena partita per la missione statunitense.

Copertina del quaderno “I Giglioli di Brescello. Recensioni e Lettere”

La generazione di Beatrice Giglioli e della cugina Maria Elena Casella è l’ultima che si fa carico della trasmissione di ciò che resta dell’Archivio dopo i diversi lasciti. Maria Elena, rimasta presto orfana di padre, troverà negli zii Italo e Constance e nelle cugine un punto di riferimento. La professione di bibliotecaria, come accennato, la porterà ad acquisire anche una particolare sensibilità archivistica. Lo ricorda sua cugina Lilia scrivendo che la pubblicazione dei Giglioli di Brescello era avvenuta “quando mia madre aveva 79 anni! Le mancarono le forze per raccogliere, per la famiglia, ricordi e corrispondenze dei figli di Giuseppe e Ellen Giglioli. Lo ha fatto ora Maria Casella”.
La Casella, in realtà, non si limita semplicemente a “raccogliere” i materiali appartenuti a genitori e zii, ma li organizza e arricchisce con annotazioni, etichette, inserti fotografici, interventi di rilegatura che rendono anche semplici opuscoli a stampa dei veri e propri “pezzi unici”. Indicizza documenti per temi e per autori, li riporta su rubriche. Crea, in definitiva, mappe di riferimento così da potersi orientare nella molteplicità delle carte. Alla fine di questo immenso lavoro, scrive quelli che intitola i Family Memorials of the Giglioli-Casella. Si tratta di quaderni, poi riprodotti in ciclostilato, che dedica ad ognuno dei figli di Giuseppe Giglioli e alla loro discendenza.

Frontespizio del dattiloscritto “Italo Giglioli. Family Memorials of the Giglioli-Casella. Book IV.1

I Family Memorials si dipanano come un racconto che, tuttavia, a differenza della maggior parte della memorialistica di famiglia, affidata molto spesso ai soli ricordi, si basa anche sulle fonti per certificarne l’attendibilità. In questo, probabilmente, Maria Elena Casella oltre che alla sua formazione di bibliotecaria, deve molto anche all’esempio della zia Constance, non solo scrittrice, ma anche storica attenta, già a partire dalla pubblicazione del volume Naples in 1799, an account of the revolution of 1799 and of the rise and fall of the Parthenopean republic, pubblicato a Londra nel 1903 presso l’editore Murray. L’attenzione sull’uso delle fonti dei Family Memorials si comprende anche dalla loro organizzazione secondo un doppio binario: da un lato i Books, cioè i racconti storicamente documentati dei membri della famiglia, dove le fonti vengono citate in nota o nel testo;
dall’altro le Appendix, appendici di testi e documenti per la maggior parte a stampa quali fonti di contesto e di riferimento alle vicende narrate nei Books.
In un documento del 1962 lasciato alle cugine, la Casella scrive:
La prima copia dei ‘Ricordi’ (scritti in Inglese), con gli Album, le Appendici e gl’Indici resta a me. Alla mia morte, tutto passerà ai Giglioli di Pisa. Se mi sarà possibile, farò una copia dei Libri (senza fotografie) per i varii rami dei Giglioli. I Casella si estinguono con me. Ho scritto i “Ricordi” per la Famiglia, e non ne desidero la pubblicazione, almeno finché sono in vita. Dopo, la Famiglia deciderà. Dovendoli pubblicare, andrebbero però rifusi e completati, giacché restano ancora molte ricerche da fare”.
Mentre i Family Memorials costituiscono una serie archivistica organica, frutto di una rielaborazione di materiali d’archivio, nel lavoro attuale di riordino, il resto dell’Archivio Giglioli è stato descritto in altre 16 serie: una di esse è dedicata ai documenti “comuni” di famiglia (come album fotografici e fotografie, materiali relativi alle donazioni decise collegialmente, ecc.), le altre 15 serie descrivono le carte di singole figure dei diversi rami famigliari.

Le carte dell’Archivio Giglioli presentano quindi almeno tre motivi di interesse: per i loro contenuti; per come sono giunte fino a noi e per come sono state organizzate dalla famiglia; per il modo in cui possono essere utilizzate anche in chiave didattica.
Da ciò che è stato delineato fin qui, c’è una domanda che occorre porsi pensando al ruolo delle generazioni odierne: fra una settantina d’anni, quando agli adolescenti e ai giovani di oggi subentreranno i loro discendenti, nelle case ci saranno ancora scatoloni di fotografie, documenti, lettere? Cosa erediteranno i nipoti della memoria di vite vissute dai propri famigliari?
Non si tratta solo del noto processo in corso che riguarda la dematerializzazione della documentazione in tutti gli ambiti delle attività umane, ma anche del fatto che ricade sulla sensibilità dei singoli la lungimiranza o meno nel conservare racconti, descrizioni, fotografie e video che viaggiano su messaggi in chat tra famigliari e amici, nelle e-mail, negli album condivisi via social, ecc. Se sul fronte pubblico è importante per il singolo potersi appellare al diritto all’oblio, su quello privato tutto è lasciato all’iniziativa individuale: conservare su cloud o sull’hardware di casa i propri ricordi, preoccuparsi che in futuro siano accessibili ai propri congiunti, eventualmente stamparli, ordinarli, ecc., sono operazioni che presuppongono una consapevolezza del futuro che rischia di passare in secondo piano, pressati dalle sollecitazioni esterne del “qui e ora” della società contemporanea.
Il discorso è troppo ampio e da tempo al centro del dibattito su aspetti tecnologici, sociologici, giuridici, ecc. perché se ne possa anche solo minimamente far cenno qui. Per lo stesso motivo, nel porre la domanda sulle generazioni di oggi fra settant’anni, le etichette “generazione Z”, “millennials”, ecc., comunemente utilizzate nella conversazione quotidiana, non hanno valore dal punto di vista degli studi sociali, i quali hanno reso evidente che le persone non si comportano in modo diverso solo perché appartengono a gruppi di età diversa5.
Le domande delle righe precedenti e la riflessione su quello che potranno essere un domani gli archivi di singole persone o di famiglie, si basano su ciò che oggi si intende per archivi, vale a dire raccolte più o meno organizzate di documenti, corrispondenza, fotografie, ecc. Oltre che essere una fonte per gli studi storici, possono avere anche una funzione culturale in senso lato. I giovani che, per il progressivo cambiamento delle pratiche e delle abitudini sociali, potrebbero già percepire un archivio di famiglia come qualcosa di lontano dalla loro esperienza, nell’avvicinarsi ad un archivio come quello della
famiglia Giglioli potrebbero essere indotti a porre maggiore attenzione a ciò che essi stessi producono con altri mezzi e con altre possibilità di trasmissione futura, rispetto a ciò che si faceva nel passato.

NOTE

1 B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1945, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo e G. Mangini, BFS edizioni, Pisa, 2025. Il diario di Beatrice è scritto in inglese ed è stato tradotto in italiano.

2 C. Giglioli Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello, Società anonima editrice Dante Alighieri, Milano-Genova-Roma-Napoli, 1935 (Biblioteca storica del Risorgimento italiano, 3).

3 Cfr. M. G., Perennials, Società e lavoro dopo la fine delle generazioni, Luiss University Press, Roma, 2024.

L’Autrice è libera professionista impegnata nella valorizzazione di archivi iconografici e documentari come fonte e
strumento per la ricerca storica e la didattica collaboratrice della Biblioteca F. Serantini

Tutte le fotografie appartengono all’archivio della famiglia Giglioli (Biblioteca Franco Serantini) e vengono concesse al sito di ToscanaNovecento in relazione all’articolo ma non è concessa l’autorizzazione alla riproduzione.

Articolo pubblicato nel marzo 2026

 




Come un fiume che prende acqua da immissari diversi e scorre talora impetuoso

Nei mesi scorsi mi è stato proposto dall’antropologo Pietro Clemente di presentare il libro Io e il mondo di Michele Della Corte. Le poche notizie da me conosciute su Della Corte (1915-1999) si limitavano all’essere stato un fisico della scuola fiorentina di Arcetri. E io sono uno storico della Medicina: non riuscivo a cogliere punti di contatto con un personaggio tanto lontano dalla mia formazione. Al contempo, tuttavia, le parole con le quali Pietro Clemente mi invitò a leggerlo crearono in me una grande curiosità. Ed è stato così che è iniziata la conoscenza di una personalità assolutamente inaspettata, che ha vissuto una vita singolare.

Io e il mondo non è semplicemente un libro. È il racconto di tante vite che si dipanano su uno scenario che attraversa il ventennio fascista, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione dell’Italia dopo il secondo conflitto mondiale. Ed è la storia del lavoro di Della Corte come ricercatore di Fisica e uno dei primi tre professori ordinari di Fisica medica. Nelle pagine di questo libro ogni aspetto si intreccia all’altro, senza soluzione di continuità, andando a completarlo e ad arricchirlo.

È un racconto autobiografico che Michele Della Corte, ormai anziano, dedica ai suoi nipoti, spinto da un bisogno di scrivere per “rivivere in tempi passati episodi distillati dalla maturità di giudizio, cose da ricordare e cose da dimenticare, ma che dimenticare non si possono”.

Questo nucleo fondamentale che Della Corte ha lasciato è stato depositato presso l’Archivio Storico dei Diari di Pieve Santo Stefano[i], ma grazie al lavoro della figlia Laura è divenuto un libro, arricchito di molti inserimenti che “rappresentano il punto di vista di Liliana, amata compagna di una vita” di Michele[ii].

Quello che il lettore si trova di fronte sfogliando le pagine di questo libro è una sorta di fiume che scorre talora placido, altre volte impetuoso, raccogliendo acqua da tanti diversi immissari.

Due famiglie, i Della Corte e i Ciupi, sono protagoniste del libro che si apre con pagine nelle quali si descrive la vita di una famiglia borghese nella villa Il Giardino a Santa Colomba, nei pressi di Siena, dove, bambino, Michele trascorreva le sue vacanze. È un universo di zie che si muovono intorno al capofamiglia che, spinto da una irrefrenabile passione per il gioco, perde tutto, provocando un dissesto non solo economico alla famiglia ma soprattutto sociale.

Presto alla tranquilla vita senese si aggiunge la frequentazione di un nuovo luogo che risulterà fondamentale nella vita e nella formazione di Della Corte: la sede storica del Dipartimento di Fisica sulla collina di Arcetri alle porte di Firenze.

Negli anni in cui Della Corte iniziò a frequentarlo Arcetri rappresentava un luogo molto importante per la fisica italiana, che era riuscita a raggiungere una fama internazionale grazie al lavoro di due eccellenti studiosi, Orso Mario Corbino (1876-1937)[iii] e Antonio Garbasso (1871-1933)[iv]. Il primo era all’Università di Roma, il secondo in quella di Firenze. Entrambi avevano un atteggiamento positivo nei confronti della nuova Meccanica quantistica e riuscirono a dar vita a due scuole che raggiunsero fama internazionale: la scuola dei ragazzi di Via Panisperna, intorno a Enrico Fermi, e la scuola di Arcetri, intorno a Bruno Rossi, assistente di Garbasso e fondatore della scuola fiorentina di Fisica dei raggi cosmici.

In questo contesto Della Corte giunse a metà degli anni Trenta, iscrivendosi al corso di laurea in Fisica all’Università di Firenze nel 1934.

Si laureò nel 1938, nel periodo in cui molti fisici della scuola fiorentina lasciavano Arcetri, sia per migliori opportunità di lavoro che per l’entrata in vigore delle leggi razziali.

Dall’anno accademico 1938-1939 Della Corte ricoprì la carica di assistente all’Università di Firenze, iniziando a collaborare con Carlo Ballario (1915-2002)[v] sugli sciami della radiazione cosmica. Insieme realizzarono un

esperimento sull’assorbimento dei raggi cosmici nella galleria ferroviaria della direttissima Firenze-Bologna: nelle pagine del libro Michele racconta quanto questo studio si intrecciò con avvenimenti politici che lo portarono a incontrare, inconsapevolmente e a distanza, addirittura il Duce del Fascismo che si recava a un colloquio con Hitler[vi].

Della Corte si preparava così a essere tra quei giovani ricercatori che hanno contribuito alla rinascita della Fisica fiorentina nel Dopoguerra.

Gli anni del secondo conflitto mondiale significarono per tutti un periodo difficile e di perdita di certezze e di quanto ciascuno aveva costruito o pensava di realizzare. Lo stesso fu per Della Corte che nel 1941 fu chiamato alle armi, prima nei corpi della fanteria poi, dal 1942, presso la Scuola di Guerra Aerea delle Cascine, dove conobbe il capitano dell’aeronautica Italo Piccagli, convinto antifascista[vii]. Questo incontro fu determinante per il giovane Della Corte che apparteneva al Partito d’Azione fin dal 1936. Egli stesso scrisse: “Intorno al 1936, fu proprio attraverso un vecchio amico, Mario Delle Piane, che entrai a far parte del Partito d’Azione, allora in clandestinità”[viii]: una scelta nella quale furono fondamentali gli insegnamenti dello zio Nello Ticci, dirigente della Lega dei Ferrovieri, militante socialista, prima ferroviere e poi gestore di una famosa libreria nel centro di Siena, sede segreta della sezione senese del Comitato di Liberazione Nazionale.

Fu così che nel periodo immediatamente precedente all’8 settembre 1943, Della Corte ebbe un ruolo non secondario nel trasferimento suggerito da Piccagli degli strumenti e degli apparecchi dei Laboratori di Meteorologia e di Navigazione Aerea all’Istituto di Fisica di Arcetri, per sottrarli alle requisizioni dell’esercito tedesco. L’Istituto fu poi oggetto di perquisizione da parte delle SS tedesche, che avevano avuto una segnalazione sulla presenza in quei locali del materiale dell’aeronautica. Della Corte fu costretto ad accompagnare l’ufficiale delle SS durante la perquisizione. Fortunatamente, il materiale era stato ben nascosto e i tedeschi portarono via solo pochi oggetti. Un’esperienza assai dura e particolarmente pericolosa per un giovane assistente universitario!

Sempre su proposta del capitano Piccagli, Della Corte e Ballario entrarono a far parte dell’emittente clandestina promossa dalla Commissione Radio del Partito d’Azione, radio CORA. La radio, che aveva il compito di trasmettere informazioni ai comandi alleati e alle truppe partigiane, aveva varie basi a Firenze tra le quali lo stesso Istituto di Fisica di Arcetri.

Nel frattempo Michele aveva sposato la sua Liliana il 1° giugno 1940, dopo 5 anni di fidanzamento e il 18 aprile 1941 era nata la loro prima figlia, Laura.

Il racconto degli anni della guerra offre una rappresentazione corale di episodi di politica nazionale e locale, di vicende legate alla carriera universitaria e di avvenimenti familiari, che culminarono nel 1949 con la morte dello zio Nello che dopo l’8 settembre 1943 era stato arrestato e imprigionato nella famigerata Casermetta a Siena e che durante la prigionia aveva contratto una grave forma di tubercolosi.

Il dopoguerra vide Della Corte profondamente impegnato nel suo lavoro di fisico ad Arcetri.

La disciplina intanto andava sviluppandosi intorno a tre principali aree di ricerca:

– la Fisica delle alte energie, che vide il passaggio dagli esperimenti con i raggi cosmici a quelli effettuati agli acceleratori con fasci di particelle,

– la Fisica del nucleo, dove, anche in questo caso, avvenne il passaggio dall’uso di sostanze radioattive all’utilizzo di fasci di acceleratori per bombardare i nuclei da attivare,

– la Fisica teorica.

Nel 1950 Della Corte ottenne dal CNR una borsa di studio per attività di ricerca sui raggi cosmici: si recò così a Parigi all’Ecole Polytechnique, laboratorio all’avanguardia nel settore delle emulsioni (o lastre) nucleari, per imparare questa tecnica. Tornato a Firenze ha creato un “gruppo di ricerca che, con le «lastre», ovvero le emulsioni fotografiche, ha studiato i processi di radiazione cosmica e poi i processi di particelle elementari, utilizzando i fasci di particelle provenienti dai primi acceleratori costruiti al CERN”[ix]. Era il nucleo iniziale che darà vita al gruppo fiorentino di Fisica delle Alte Energie.

Alla fine degli anni Sessanta, avendo maturato un interesse sempre maggiore per le applicazioni della Fisica alla Medicina, passò alla Medicina nucleare, abbandonando le ricerche di particelle elementari che richiedevano grandi gruppi di lavoro, in cui il ruolo del singolo ricercatore diventava sempre più anonimo.

In quegli anni, il suo interesse si rivolse anche al rapporto tra Fisica e Medicina maturato, sin dal 1942, nei lunghi anni di appassionato insegnamento universitario della disciplina fisica ai futuri medici.

“Da un lato volevo interessare i medici ad un approccio fisico dei loro problemi e dall’altro interessare i fisici a considerare la realtà biomedica come un loro possibile campo di studio, una delle Fisiche applicate. – scriveva – È vero che c’era la Biofisica, ma per tradizione era un approccio fisico alla Biologia e non alla Medicina. La mia idea base era molto semplice: La realtà dell’universo è una. La distinzione fra universo fisico ed universo biologico è solo funzionale alla ricerca. La condizione ottimale per arrivare al modello più vero è considerare la Fisica e la Biologia come due modi complementari di studiare le realtà”[x].

Essendo un uomo di scienza ma anche – come ampiamente dimostrato dalla sua vita – un uomo di azione, Della Corte con alcuni suoi colleghi pensò di “fondare una nuova materia: la Fisica Medica ed introdurre la Fisica, e quindi la Matematica, nelle facoltà mediche: una Fisica che fosse qualcosa di serio e non l’insegnamento risibile che esisteva allora”.

In quest’ottica Della Corte iniziò a occuparsi di radioprotezione in un periodo in cui la cultura della radioprotezione non era ancora diffusa. La sua collaborazione con i medici si estese successivamente anche alla Biofisica del sistema cardiocircolatorio, a modelli matematici per lo studio del metabolismo del glucosio e dell’insulina, allo studio dei ritmi circadiani e infine alle ricerche sulla soglia del dolore, generato da stimoli termici ed elettrici.

Il suo obiettivo era chiaro: creare nelle facoltà mediche delle Università italiane delle cattedre di Fisica Medica.

I risultati di tale attività hanno portato il 1° novembre 1969 alla nascita delle prime tre cattedre di Fisica nelle Facoltà di Medicina delle Università di Cagliari, Bologna e Firenze.

Michele Della Corte divenne uno dei primi tre Professori Ordinari di questa nuova disciplina in Italia, insieme a Mario Ladu (1917-2014), un fisico suo coetaneo che aveva una parte della sua produzione nell’ambito della Fisica delle radiazioni che si inquadrava bene nella Fisica Medica, e a un anziano fisico Bolognese, Stefano Petralia (1909-?), che aveva lavorato sugli ultrasuoni, altro ambito di studio della Fisica Medica.

Iniziava così un ulteriore fase della sua intensa vita professionale, che riassumeva quanto fatto negli anni e apriva un percorso completamente nuovo.

In questa veste è stato tra i fondatori della Associazione di Fisica biomedica (AIFB), della quale è stato presidente onorario, continuando a occuparsi di Fisica sanitaria e di radioprotezione fino alla morte, avvenuta nel 1999 a Firenze. Attraverso l’Associazione fu possibile chiedere e ottenere l’istituzione di una nuova disciplina universitaria: la Fisica Medica.

I Fisici non gradirono e la loro reazione non si fece attendere.

Non sappiamo cosa Della Corte avrebbe voluto rispondere ai suoi ‘vecchi’ Colleghi: il suo racconto si interrompe nel marzo 1999, quando Michele Della Corte si ammala. Morirà pochi mesi dopo, il 21 giugno.

Oggi sappiamo che il seguito non fu facile per la nuova disciplina. I Fisici non volevano rinunciare ma alla fine quanto Della Corte, Ladu e Petralia avevano pensato è divenuto realtà. La Fisica biomedica è oggi un insegnamento caratterizzante del primo anno degli studi di Medicina ed è assolutamente inquadrato nello studio del corpo umano e della sua fisiologia.

Quello che emerge dalle pagine della “Lettera ai nipoti” che Della Corte ci ha lasciato e dal libro che sua figlia Laura Della Corte ha voluto donarci, arricchendo lo scritto originale con pensieri di sua madre Liliana e sue riflessioni, è lo straordinario percorso di un giovane studioso che si muove tra passione per lo studio della Fisica, un forte impegno politico vissuto più che ostentato e un amore senza limiti per la sua grande famiglia.

 

Note

[i] Le carte di Michele Della Corte sono state donate in copia all’Istituto storico della Resistenza in Toscana dalla figlia dottoressa Laura Della Corte nella primavera 2015. Gli originali sono conservati presso la Biblioteca di Scienze dell’Università di Firenze, all’interno del più ampio fondo Della Corte là depositato. https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=comparc&Chiave=416755

[ii] M. Della Corte, Io e il mondo, Effigi Edizioni 2024.

[iii] Orso Mario Corbino (1876-1937) è stato un Fisico e politico italiano. Nel 1926, chiamando a Roma Enrico Fermi e Franco Rasetti, diede avvio alla Scuola dei Ragazzi di via Panisperna. Tale denominazione venne infatti data al gruppo di scienziati italiani, quasi tutti molto giovani e con a capo Enrico Fermi, che negli anni Trenta operò presso il Regio istituto fisico dell’Università di Roma, ubicato fino al 1935 al numero civico 90 di via Panisperna, producendo studi di importanza storica nell’ambito della Fisica nucleare.

[iv] Antonio Garbasso (1871-1933), Fisico. Dopo un periodo di studio in Germania, rientrato in Italia ha insegnato nelle Università di Torino, Pisa e Genova. Nel 1913 divenne professore a Firenze. Grazie al suo decisivo intervento venne creato tra il 1914 e il 1920 l’Istituto di Fisica di Arcetri, a lui poi intitolato. Ricoprì anche il ruolo di sindaco di Firenze dal 1920 al 1927 e di podestà fino al 1928.

[v] Carlo Ballario (1915-2002), Fisico, è stato assistente all’Università di Firenze fino al 1944. Si trasferì quindi all’Università di Bologna e infine, nel 1947, a quella di Roma.

[vi] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., pp. 127-130.

[vii] Italo Piccagli (1909-1944) è stato Capitano dell’Aeronautica militare e partigiano. Aderì subito al movimento di Resistenza. Nel 1944 fondò il servizio informazioni di Radio CORA insieme ad Enrico Bocci (1896-1944), avvocato, partigiano e antifascista italiano conosciuto col nome di battaglia Placido.

Il 7 giugno 1944, nel tentativo di salvare i membri di Radio Cora arrestati, Piccagli e Bocci si consegnarono spontaneamente ai nazifascisti, assumendosi la responsabilità di tutta l’organizzazione, tacendo i nomi di tutti coloro che avevano partecipato al progetto, compreso quello di Michele Della Corte. Fucilati il 12 giugno 1944, hanno entrambi avuto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valor militare alla memoria.

[viii] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 101.

[ix] D. Dominici, A fianco di Radio CORA: Arcetri ‘resistente’ nei ricordi di Michele Della Corte, PILLOLE DI STORIA https://www.fisica.unifi.it/upload/sub/storia/dominici2015.pdf

[x] M. Della Corte, Io e il mondo, cit., p. 237.




Costanzo Ciano e il controverso affondamento della “Viribus unitis” (1° novembre 1918)

Tra le numerose onorificenze conferite a Costanzo Ciano (Livorno 1875 – Ponte a Moriano 1939), “eroe navale” nonché ricchissimo armatore e gerarca ministeriale del regime fascista, è annoverata quella di Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia, attribuitagli il 19 gennaio 1919; tale riconoscimento rimane però il più controverso ed anche il meno conosciuto fra quelli ricordati nelle biografie – sia agiografiche che critiche – del noto esponente militare, politico e imprenditoriale livornese.
L’attribuzione onorifica della “commenda” era infatti legata ad un episodio bellico, costato la vita a circa trecento marinai (le stime a riguardo oscillano fra 250 e 350) quando ormai il conflitto si era virtualmente concluso; inoltre, poneva non poche ombre sull’atteggiamento morale e la fama dell’intrepido “violatore” di porti nemici[1].
L’azione di guerra in questione avvenne nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 1918, nel porto adriatico di Pola (Pula), base strategica della Marina austro-ungarica, dove furono affondate la corazzata “Viribus unitis” e la nave passeggeri “Wien” del Lloyd Austriaco ad opera di due ufficiali della Regia Marina italiana, mentre a Padova erano in corso i negoziati per stipulare l’armistizio fra Italia e Austria-Ungheria, poi formalizzato il 3 novembre con la firma delle rispettive delegazioni che, il giorno seguente, mise fine alle ostilità.
L’imperatore Karl I d’Asburgo, fin dal 16 ottobre 1918, aveva emanato un proclama che offriva la trasformazione della Duplice Monarchia in uno stato federale. Tra i provvedimenti connessi, era prevista la cessione della flotta imperial-regia alla nuova, ipotetica, federazione jugoslava, ossia dei Croati e degli Sloveni.
Di fatto, dunque, fin dal 17 ottobre era da ritenersi conclusa per l’Austria la guerra sul fronte navale.
Il 29 ottobre, il Comando supremo delle forze armate austriache aveva quindi accettato le condizioni per la resa imposte dalle forze alleate, fra cui la consegna dell’intera flotta alle nazioni vincitrici e il 30 ottobre, venerdì, l’imperatore Karl I aveva preventivamente disposto la consegna della flotta al Consiglio nazionale degli Sloveni, Croati e Serbi[2].
Infatti, fin dal pomeriggio del 30, sulle unità navali ancorate nel porto di Pola erano state ammainate le bandiere austriache, per essere sostituite da quelle croato-slovene. Sulla “Viribus unitis”, prontamente ribattezzata “Jugoslavija”, la bandiera imperiale venne ammainata alle ore 16.45 del 31 ottobre e, poco dopo, furono issate le bandiere croato-slovene sui due alberi principali della nave, così come altrettante bandiere rosse, salutate da 21 salve di cannone. Molti marinai avevano già cucito sui berretti i distintivi jugoslavi, mentre il comando della flotta era stato trasferito, su decisione del Consiglio nazionale jugoslavo, al capitano di fregata, croato, Janko Vukovič von Podkapelski che sarebbe perito nell’affondamento.
A terra, come a bordo delle navi ormeggiate, marinai, soldati e operai dell’Arsenale militare, oltre a festeggiare la fine della guerra, avevano formato comitati dei soldati e dei marinai, alla stregua di soviet, secondo le rispettive nazionalità (austriaci, boemi, cecoslovacchi, polacchi, ucraini, ungheresi e romeni), reclamando l’immediato congedo ed issando bandiere coi colori nazionali ma anche rosse. Anche la città era in tumulto e ovunque erano apparse bandiere italiane.
L’equipaggio effettivo della corazzata – 1.087 uomini tra marinai, sottufficiali e ufficiali – era assolutamente composito: 47% slavi (croati, sloveni, serbi…), 20% ungheresi, 16% austriaci, 15% italiani. Alcuni marinai di nazionalità austriaca ed ungherese erano già sbarcati, altri (inclusi gli italiani) sarebbero partiti l’indomani; il restante equipaggio era formato solo da sloveni e croati. Nessuno avrebbe più obbedito e combattuto e, nell’illusione della pace ormai venuta, sia in città che sulle navi, si era rinunciato alle misure d’oscuramento e la vigilanza era stata allentata.
L’obiettivo dell’incursione subacquea, la “Viribus unitis”, varata il 24 giugno 1911 a Trieste ed entrata in servizio nel 1912, assumeva una valenza simbolica in quanto ammiraglia della flotta imperiale. Inoltre, a fine giugno 1914 aveva riportato a Trieste le salme dell’erede al trono Franz Ferdinand e della consorte Sofia, uccisi nel fatidico attentato di Sarajevo e, il 24 maggio 1915, aveva partecipato al bombardamento navale di Ancona. Costata 67 milioni di corone, dal punto di vista militare, era risultata inadatta alla guerra marittima nell’Adriatico ed infatti, nel corso del conflitto, la “dreadnought” rimase quasi sempre alla fonda nel porto di Pola.

LA MISSIONE IN EXTREMIS

La missione di guerra subacquea, a lungo progettata, divenne operativa il 29 ottobre quando giunse a Venezia il telegramma con l’ordine di esecuzione immediata, da parte dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, Capo di Stato maggiore della Marina italiana, impartito al capitano Costanzo Ciano, capo dell’Ispettorato dei Motoscafi Antisommergibili[3].
Alle due pomeridiane del 31 ottobre 1918, due torpediniere (65-PN e 66-PN) e due Mas (94 e 95), a traino di queste, lasciarono dunque il porto di Venezia, al comando di Ciano, imbarcato sulla torpediniera 65-PN[4].
Verso sera, secondo il piano prestabilito, il Mas 95, su cui prese posto Ciano, fu “mollato” dalla torpediniera e fece rotta verso Pola, trasportando a bordo la “mignatta” S2, ossia un siluro modificato e munito, a prua, di due cariche esplosive magnetiche con 175 kg di tritolo ciascuna. Giunto nei pressi delle Isole Brioni, a circa tre miglia da Pola, il Mas 95, alle 22.13, mollò la “mignatta” lasciandola alla guida dei due “incursori” subacquei che, dopo circa quattro ore di navigazione semi-sommersa, riuscirono a superare gli ultimi sbarramenti del porto e raggiungere l’obiettivo. Non senza difficoltà, una delle due cariche fu

Mignatta (Museo navale La Spezia)

assicurata allo scafo della ex “Viribus unitis”, mentre l’altra, innescata e trasportata dalla “mignatta” abbandonata alla deriva, sarebbe finita nei pressi del piroscafo “Wien” affondandolo, senza causare altre vittime. I due «motonauti», scoperti e condotti a bordo della corazzata, avvisarono il comandante che la nave stava per saltare in aria, ma a causa di un ritardo del meccanismo ad orologeria, l’equipaggio tornato a bordo, dopo un primo abbandono, fu tragicamente coinvolto dell’esplosione e nel rapido naufragio della nave da battaglia, ormai non più “belligerante”.
Le ragioni di tale affondamento restano controverse; se forse i due “incursori” erano all’oscuro che ormai la “Viribus unitis” non poteva più essere ritenuta un’unità nemica, gli alti Comandi italiani ne erano verosimilmente al corrente. Innanzi tutto, a Pola, oltre al Consiglio nazionale degli jugoslavi si era costituito anche un Consiglio nazionale degli italiani in contatto con l’Italia così come, sicuramente, in città operavano agenti dell’intelligence militare italiana. Inoltre i servizi di informazione della Marina italiana sin dalla mattina del 31 ottobre avevano intercettato messaggi che riferivano dell’avvenuto passaggio di poteri. La notizia della cessione della flotta era peraltro già di dominio pubblico ed aveva raggiunto le redazioni dei giornali.
Nonostante ciò, alle torpediniere in navigazione non fu trasmesso via radio alcun contrordine da parte dell’Ammiragliato e su tale circostanza si possono fare almeno due ipotesi: i vertici della Marina italiana intendevano concludere il conflitto con una propria clamorosa affermazione, volta a bilanciare l’ultima “gloriosa” offensiva dell’Esercito italiano a Vittorio Veneto, oppure gli stessi comandi – d’intesa con il Ministero della guerra – miravano a indebolire la flotta del nascente stato jugoslavo, per assicurarsi il controllo navale dell’Adriatico nel dopoguerra[5].
Di fatto, circa trecento marinai di varie nazionalità morirono, assurdamente, ormai convinti d’essere sopravvissuti a quattro anni di guerra.
I due ufficiali italiani, protagonisti dell’incursione, rimasero prigionieri a bordo di due unità sino al 5 novembre quando vennero liberati all’arrivo della navi italiane che presero possesso del porto di Pola; i due ardimentosi, decorati entrambi con Medaglia d’oro al valor militare e promossi di grado, erano il maggiore Raffaele Rossetti[6] e il sottotenente Raffaele Paolucci[7].
La tragica vicenda però non si concluse con tali riconoscimenti; come ha scritto Pietro Spirito: «dall’oscuro fondo del mare, in quel remoto punto dell’Adriatico, dal relitto capovolto e silenzioso della corazzata adagiata nel fango, escono un po’ alla volta i fantasmi dei marinai morti nel naufragio, e chiedono conto».

Raffaele Rossetti

Nel marzo-aprile 1919, Raffaele Rossetti scoprì casualmente i provvedimenti che la Marina italiana aveva decretato a tutto favore di Costanzo Ciano, al quale era attribuito il merito principale dell’impresa di Pola e persino dell’invenzione della “mignatta”, ossia della “Torpedine semovente Rossetti”, per cui a Ciano veniva assegnato anche un terzo del premio in denaro previsto per l’affondamento, «in ragione del tipo della nave distrutta di L. 1.300.000, secondo la percentuale del 2 per cento sul costo della nave stessa»[8] che, teoricamente, doveva spettare ai soli Rossetti e Paolucci, secondo quanto previsto dal Decreto luogotenenziale n. 615 del 21 aprile 1918.
Di fronte a quella che riteneva un’ingiustizia si rivoltò Rossetti che, a tutti gli effetti, era stato l’ideatore, il sostenitore, il progettista, il collaudatore ed infine il pilota dell’ordigno subacqueo, mentre Ciano era intervenuto quale “supervisore” solo nella fase sperimentale con alcuni suggerimenti tecnici (qualcuno accolto e qualcuno errato). Le rimostranze di Rossetti peraltro si collegavano all’analoga partecipazione di altri 14, fra ufficiali e marinai, imbarcati sui due Mas dell’impresa di Pola, che potevano avere simili diritti[9].
Rossetti, dopo aver dato le proprie dimissioni dalla Marina, intraprese ricorsi legali, proteste e rimostranze di vario genere, comprese due lettere dirette a Ciano, il quale – pur riconoscendo in privato – il diritto reclamato da Rossetti, non si sarebbe attivato conseguentemente presso i vertici della Marina, dando adito al sospetto che fosse stato proprio Ciano ad avanzare la pretesa “tripartizione”. Il dubbio si rafforzò dopo che Rossetti apprese dall’ammiraglio Eugenio Cento che nel dicembre 1918 Ciano era andato a Parigi, in occasione delle consultazioni per il Trattato di Versailles, per incontrare l’ammiraglio Thaon di Revel allo scopo di esigere una parte del premio d’affondamento tanto che, in effetti, l’ammiraglio, accogliendo l’istanza di Ciano, inoltrò al ministro della Marina, Alberto del Bono, e al Consiglio superiore della Marina l’indicazione di dividere il compenso fra Rossetti, Paolucci ed appunto Ciano.
La vertenza aperta da Rossetti durò un anno, concludendosi con un parziale riconoscimento delle sue motivazioni; mentre a Ciano, al quale era stato negato pure l’avanzamento di grado, venne concessa la “commenda”, a titolo di consolazione. Per sottolineare la sua rivendicazione, nel 1924 Rossetti ritenne opportuno dare alle stampe un documentato quanto polemico libro sull’intera vicenda. Il libro, intitolato Contro la “Viribus Unitis” (sottotitolo: Le vicende di un’invenzione di guerra), fu edito all’inizio del 1925 dalla Libreria Politica Moderna di Roma, ma, appena stampato, un’incursione fascista incendiò la tipografia e quasi tutte le copie. Fortunatamente, il piombo dei caratteri e parte dei clichés delle fotografie si erano salvati permettendo una seconda edizione, stampata presso la Società anonima poligrafica italiana, nel settembre 1925[10].
Significativamente, il libro era dedicato alla memoria di Janko Vukovič, il capitano della “Viribus unitis”, «avversario di guerra che mi lasciò, morendo, esempio indimenticabile di generosa umanità».
A dimostrazione del suo disinteresse economico, Rossetti nel 1919 devolse l’intero importo del premio e, in particolare, destinò centinaia di migliaia di lire alla vedova e al figlio undicenne del capitano Vukovič, a favore dei quali s’aggiunse un analogo ingente contributo da parte di Paolucci.
Successivamente, le strade dei due protagonisti dell’impresa si sarebbero divise, anche politicamente.

SU OPPOSTI FRONTI

Terminato il conflitto, con decreto dell’11 novembre 1919 Rossetti fu dispensato, su sua richiesta, dal servizio attivo permanente e inserito nel ruolo degli ufficiali di complemento; l’anno successivo rinunciò al grado e venne posto in congedo a decorrere dal 1° settembre 1920. Rossetti, dopo aver appoggiato l’impresa dannunziana di Fiume di Gabriele D’Annunzio, con l’ascesa del fascismo si iscrisse al Partito repubblicano italiano, entrando in rotta di collisione col regime, in conseguenza anche dello sdegno suscitato dal comportamento di Ciano che nel 1921 era stato eletto deputato per i Fasci di combattimento (del cui Consiglio nazionale era membro) nella lista del Blocco nazionale e poi, nel primo governo Mussolini, divenuto sottosegretario di Stato per la Regia Marina, nonché commissario per la Marina Mercantile.
Sin dal 1922, Rossetti fu invece posto sotto sorveglianza poliziesca e schedato, come sovversivo repubblicano, nel Casellario politico centrale[11]. Nel marzo del 1923, riteneva governo e partito fascista «entrambi ripugnanti», soprattutto per i metodi violenti e corrotti. Il 4 aprile 1923, a Santa Margherita Ligure subì quindi un’aggressione squadristica per aver gridato «Viva la libertà, abbasso il fascismo, viva l’Italia libera!» durante un comizio fascista e, dopo essere stato oggetto di un pestaggio, fu arrestato e tradotto a Genova, prima in Questura e poi in una caserma dei carabinieri.
Nel giugno del 1923 fu tra i fondatori del movimento Italia Libera che raccoglieva ex-combattenti di tendenza repubblicana ed ex-legionari fiumani su posizioni antifasciste e, proprio il grido di Rossetti, fu assunto come nome dell’organizzazione, divenendone una sorta di “padre spirituale”.
Il 13 giugno 1925, mentre era impegnato a testimoniare solidarietà nei confronti di Gaetano Salvemini, arrestato per reati d’opinione, fu nuovamente aggredito da alcuni fascisti dovendo essere ricoverato in ospedale per le lesioni subite. Dopo questo episodio lasciò l’Italia stabilendosi a Parigi, dove trovò lavoro come tipografo. Nel 1930 aderì prima al movimento antifascista Giustizia e Libertà. Nel 1932, su posizioni di sinistra, fu eletto segretario del Partito repubblicano, carica passando, successivamente, a quello de La Giovine Italia. che mantenne sino al 1933 quando venne soppiantato da Randolfo Pacciardi. Nel gennaio 1935, assieme all’ex legionario fiumano Silvio Bettini, fondò, su posizioni antifasciste, l’Association franco-italien des Ancient combattants.

Durante la guerra di Spagna partecipò ad alcune trasmissioni di Radio Barcellona lanciando proclami antifascisti e, per questo “tradimento” il regime fascista annullò la sua Medaglia d’oro al valor militare (confermata dopo la Liberazione) ma, soprattutto, la sua figura fu emarginata dalla storia ufficiale[12].
Nel 1939, in occasione della morte di Costanzo Ciano, si giunse a sostenere che «a lui, al suo inesauribile talento, si dovettero poi i sagaci studi e il perfezionamento degli ordigni necessari per forzare i porti di Trieste e Pola e colpire le grandi unità austriache; geniali fatiche che nell’ottobre 1918 si conclusero con l’affondamento della Viribus Unitis»[13].
Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nel dicembre del 1939 Rossetti fu espulso dalle autorità francesi e a Modane consegnato alla polizia italiana che gli concesse di ritirarsi nella sua residenza a Rapallo. Nella primavera del 1941 trovò lavoro come linotipista presso l’editore Pirola di Milano; in tale periodo, pur vivendo in modeste condizioni economiche, accettò una somma di denaro dalla Marina, a patto però che fosse versata sul conto corrente di un orfanotrofio.
Dopo la Liberazione divenne membro del Consiglio comunale di Santa Margherita Ligure come consigliere indipendente in una lista comunista e capo dell’opposizione e, alle elezioni del 18 aprile 1948, fu candidato del Fronte popolare al Senato nella circoscrizione di Lucca.

Raffaele Paolucci

Al contrario, una volta tornato alla vita civile, l’ex-capitano Paolucci intraprese una rilevante attività medico-scientifica unitamente alla carriera accademica e politica all’ombra della monarchia e del regime fascista[14]. Nel 1921, assunse la guida dello squadrismo nazionalista quale comandante generale dei “Sempre Pronti per la Patria e per il Re” e fu eletto deputato al Parlamento per il Blocco Nazionale e poi del PNF, carica mantenuta sino al 1943. Nel 1935 era tornato ad indossare l’uniforme durante la guerra d’Etiopia, quando fu richiamato alle armi alla direzione di una Ambulanza Speciale Chirurgica della C.R.I. raggiungendo il grado di Maggiore generale medico. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia fascista, fu richiamato in servizio dal 5 settembre 1940, anno nel quale venne nominato dal re conte di Valmaggiore, una località nei pressi di Pola. Destinato a Roma presso il Ministero della Marina, il 22 marzo 1943 fu promosso tenente generale, per poi essere esonerato dal richiamo in servizio dal 5 agosto 1944. Nel secondo dopoguerra, Paolucci sarebbe tornato in Parlamento (1953) come presidente e senatore del Partito Nazionale Monarchico, in rappresentanza dell’Abruzzo e Molise.
Ben diverso il percorso di Costanzo Ciano, figura di primo piano del sistema di potere fascista, legato a Mussolini anche dall’acquisita parentela a seguito delle nozze fra il figlio Galeazzo e Edda Mussolini, nonché “padrone” di Livorno.
Nel 1925, nell’ambito della tendenza invalsa dopo il conflitto e incrementata durante il fascismo di creare una nuova nobiltà per meriti guerreschi, Ciano venne anche insignito, in onore dell’episodio del novembre 1917[15], del titolo nobiliare di conte di Cortellazzo che, di certo, a Livorno deve essere stato motivo di popolaresca ironia.

 

 

 

NOTE

  1. La motivazione venne riportata, con scarso rilievo, su «Il Telegrafo» del 6 marzo 1919: «Con regio decreto al capitano di vascello Costanzo Ciano, di Livorno, è stata conferita la commenda dell’ordine militare di Savoia, perché ispettore dei M.A.S. con intelligenza e perizia attendeva sino all’inizio al loro miglioramento, mentre nello stesso tempo preparava con grande fede ed amore i comandanti che dovevano portare alla vittoria le piccole unità. Nell’ultima spedizione di Pola studiò dapprima il congegno con il quale due eroi riuscirono ad affondare la nave ammiraglia della flotta nemica e accompagnò la spedizione sino sotto la diga di Pola, attendendo fino all’alba il ritorno».
  2. Il 6 ottobre 1918, a Zagabria, era stato fondato il Consiglio Nazionale degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi (della Croazia). Il 29 ottobre il Consiglio interruppe tutte le relazioni politiche e diplomatiche tra Croazia e Austria, e tra Croazia e Ungheria. In seguito, Croazia, Slovenia e Bosnia si unirono nello Stato di Slovenia, Croazia a Serbia (SHS), poi Regno di Jugoslavia.
  3. Dopo essere entrato all’Accademia Navale di Livorno nel 1891, Ciano era stato nominato guardiamarina nel 1896, sottotenente di vascello nel 1898, tenente di vascello nel 1901. Partecipò alla guerra di Libia (1911-’12), ricevendo nel 1913 un encomio solenne per aver compiuto missioni speciali di polizia coloniale al comando del piroscafo Siracusa, requisito durante le azioni di guerra. All’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915, venne destinato alla direzione del silurificio di Venezia della Regia Marina, ottenendo il grado di Capitano di corvetta nell’agosto del 1915 e nel 1916 sostituì il fratello Arturo al comando del cacciatorpediniere “Zeffiro”. Nel giugno 1917 venne promosso capitano di fregata e, dal luglio 1917 al maggio 1919, quale comandante di unità siluranti di superficie (Mas e torpediniere), venendo decorato con medaglia d’oro al valor militare per la famosa “beffa di Buccari” (febbraio 1918), operazione militarmente fallimentare ma che ebbe grande risonanza propagandistica grazie alla partecipazione di D’Annunzio. Nell’agosto del 1918, era stato quindi promosso capitano di vascello per meriti di guerra.
  4.  Entrambi i Mas (94 e 95) erano stati costruiti a Livorno, presso il Cantiere Navale “F.lli Orlando”, e consegnati alla Marina italiana nel 1917.
  5. L’ordine impartito era, secondo quanto riportato dallo storico Giacomo Scotti, di entrare in azione «prima che fosse inalberata la bandiera jugoslava sulla nave ammiraglia ex austriaca, per impedire che ciò avvenisse. Se fossero arrivati dopo, avrebbero dovuto distruggere la bandiera insieme alla nave».
  6. Raffaele Rossetti (Genova 1881 – Milano 1951). Laureato in ingegneria industriale nel 1904; dopo aver ha frequentato la regia Accademia Navale di Livorno, divenne tenente del Genio navale;. Nel dicembre del 1906 dopo aver conseguito la laurea in ingegneria navale e meccanica presso il politecnico di Milano fu destinato presso la Direzione delle Costruzioni Navali dell’Arsenale Militare marittimo di Taranto quale capitano del Genio navale. Nel 1912, imbarcato sull’incrociatore “Pisa” prese parte alla Guerra di Libia. Dall’aprile del 1915 al maggio del 1917 prestò servizio presso l’Ufficio Tecnico della Regia Marina a Genova, passando poi alla Direzione delle Costruzioni Navali dell’Arsenale di La Spezia col grado di maggiore del Genio navale, impegnandosi nella realizzazione di “mezzi insidiosi” per incursioni nei porti nemici. Promosso al grado superiore per merito di guerra, il 16 novembre 1919, a domanda, venne posto in congedo e promosso Tenente colonnello nella Riserva Navale.
  7. Giovanni Raffaele Paolucci (Roma 1892 – 1958). Dopo il servizio militare nel 1913 nella 10ª compagnia di sanità militare dell’Esercito, col grado di caporale e poi di sergente, allo scoppio della guerra venne richiamato e assegnato ad un lazzaretto per colerosi sul Carso. Laureatosi in medicina nel luglio del 1916, fu promosso sottotenente medico di complemento in forza all’8° Rgt. bersaglieri in Cadore. Successivamente divenne tenente e, su sua richiesta, passò in Marina, prestando servizio presso l’ospedale militare marittimo di Piedigrotta e successivamente presso il Forte San Felice a Chioggia (Ve). Imbarcato sulla “Emanuele Filiberto” come secondo medico di bordo, aveva iniziato ad interessarsi alle armi subacquee per colpire unità nemiche, entrando in contatto nel luglio del 1918 col capitano Rossetti.
  8. Il valore della “Viribus unitis” era stato stimato in Lire 65.000.000. Secondo il contatore de «Il Sole-24 Ore», l’importo di Lire 1.300.000 nel 1919 corrisponderebbero attualmente a quasi 2 miliardi di Euro (1.959.778,19).
  9.  Infatti, un ricorso in tal senso venne presentato anche dal capitano di fregata Giovanni Battista Scapin che, a bordo del Mas 95, era stato il comandante di entrambi i Mas impegnati nella missione.
  10.  Una copia originale della seconda edizione del libro è conservata presso al Biblioteca “F. Serantini” di Pisa ed è possibile riscontrarvi la mancanza di buona parte dell’apparato fotografico andato distrutto. Il libro è stato riedito dall’Associazione Culturale Sarasota (Massa, 2014).
  11. Secondo Sergio Benvenuti avrebbe invece militato nelle file del Partito Socialista Unitario (Il fascismo nella Venezia Tridentina (1919-1924), Trento, Società di studi trentini di scienze storiche, 1976, p. 114); tale affermazione appare però derivare dal fatto che nel 1922 Rossetti sostenne economicamente e collaborò, con alcuni suoi articoli contro il fascismo, a «La Giustizia», organo del Partito Socialista Unitario, oltre ad intrattenere rapporti di stima ed amicizia con Turati, Kuliscioff e Treves.
  12. Già nel 1934, nel capitolo L’affondamento della «Viribus Unitis», nel libro di Corrado Rossi Corrado, Gli Arditi del Mare, l’autore aveva preferito utilizzare le memorie di Paolucci, piuttosto che quelle scomode di Rossetti, dando rilievo alla partecipazione di Ciano e definendo «grottesca favola» e «ignobili calunnie» ad opera degli ex-alleati le obiezioni in merito all’opportunità dell’affondamento.
  13.  La risibile affermazione citata era all’interno di un articolo commemorativo pubblicato su «Il Legionario», riproposto nella raccolta di scritti necrologici (Costanzo Ciano, Roma, Pinciana, 1939), curata da Angelo Chiarini, avente come prefazione il discorso celebrativo pronunciato alla Camera da Raffaele Paolucci il 15 luglio 1939.
  14. Libero Docente di Patologia Chirurgica nel 1924, meritò la fama quale “chirurgo dei poveri” fin dal 1925, quando diresse l’Ospedale di Lanciano. Fu incaricato di Patologia Chirurgica all’Università di Bari dal 1926 al 1930, direttore della Clinica Chirurgica a Parma dal 1930 al 1932, a Bologna dal 1933 al 1938 e a Roma dal 1939 in poi come direttore dell’Istituto di Chirurgia Generale dell’Università degli Studi di Roma ”La Sapienza”. Dopo un anno di “epurazione”, nel 1946 riprese l’insegnamento all’Ateneo di Roma. Nel campo medico fu un pioniere della chirurgia polmonare, pubblicando numerosi lavori scientifici oltre a diversi volumi di tecnica chirurgica.
  15.  Il 16 novembre 1917, due corazzate austriache, scortate da 14 unità minori, bombardarono per circa quattro ore la batteria costiera della Marina italiana a Cortellazzo (Ve), venendo invano attaccate da due Mas, uno dei quali comandato da Ciano.



Pistoia Docufilm Festival, il cinema che dà voce alla storia

Nato per raccontare la storia attraverso il documentario, il Pistoia Docufilm Festival è diventato in cinque anni un punto di riferimento culturale in Toscana e in Italia. Ogni estate Pistoia si trasforma in uno spazio aperto alla memoria, dove film e incontri invitano a riflettere sulle sfide passate e su quelle ancora attuali. In un’epoca in cui la narrazione autentica è sempre più preziosa, il festival offre una piattaforma per dare voce a storie e punti di vista spesso dimenticati o poco ascoltati.

Il Pistoia Docufilm Festival nasce da un’intuizione dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Pistoia, e in particolare da un’idea di Francesca Perugi, maturata durante i mesi difficili del lockdown causato dalla pandemia di Covid-19. In un momento in cui il cinema sembrava sospeso e i tradizionali spazi di socialità a rischio di scomparire, è germogliata la volontà di creare nuovi luoghi di incontro. Il documentario è stato scelto come mezzo ideale: un linguaggio capace di affrontare temi complessi con profondità, restando però accessibile e coinvolgente per tutti.

Un altro traguardo essenziale del festival è stato quello di mettere in dialogo diverse professionalità – storici, ricercatori, registi – accomunate dalla passione per la storia e la narrazione documentaristica, per offrire al pubblico un’esperienza culturale ricca, sfaccettata e stimolante. Inoltre, il pubblico non è mero spettatore, ma è invitato a partecipare attivamente agli incontri e ai dibattiti finali, diventando così protagonista di una riflessione collettiva e viva.

Dal 2021 il Pistoia Docufilm Festival si è affermato come uno spazio unico per riflettere sul potere del documentario come strumento di racconto della realtà. La prima edizione ha preso le mosse dalla definizione stessa di documentario – “film senza aggiunta di elementi fantastici”, secondo la Treccani – per esplorare insieme al pubblico come si realizzano documentari di qualità, come i registi scelgono i temi e le immagini tra migliaia di possibilità. Nel 2022 il tema si è spostato su “Come raccontare la storia?” affrontando la storia con la S maiuscola. Il festival ha proposto quattro serate per dialogare con registi e storici su fatti significativi della storia contemporanea. Il 2023 ha portato il pubblico a riflettere su “Geografie umane: storie di comunità”. Le serate hanno proposto documentari recenti che raccontano storie di comunità da tutta Italia, dalla resilienza ai conflitti, passando per sfide e progressi che hanno lasciato un’impronta nella storia collettiva. Nel 2024 il tema è stato “Per non confondere i confini del nostro campo visivo con i confini del mondo”. L’edizione ha esplorato il tema dei confini e delle migrazioni, attraversando la storia dei migranti italiani del dopoguerra, i primi arrivi dall’Albania negli anni ’90, fino alle recenti vicende al confine tra Italia e Francia. Tre film hanno raccontato come le migrazioni siano un fenomeno naturale e i confini solo linee artificiali da interrogare e superare.

Fin dalla prima edizione, il Pistoia Docufilm Festival si è avvalso di collaborazioni con realtà di spicco nel mondo del documentario e della ricerca storica. Tra i principali partner figurano il Festival dei Popoli di Firenze, la Cineteca di Bologna, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO). Il Festival dei Popoli, tra i più antichi e prestigiosi festival internazionali di cinema documentario, promuove il documentario come strumento di conoscenza e testimonianza. La Cineteca di Bologna, fondamentale per la conservazione e il restauro del patrimonio cinematografico, contribuisce a mantenere viva la memoria visiva. L’Archivio Audiovisivo di Roma conserva testimonianze sui movimenti operai e democratici. L’AISO valorizza le testimonianze orali, offrendo un punto di vista umano che integra il racconto visivo del documentario. A queste collaborazioni si aggiunge quest’anno TVL – Televisione Libera Pistoia, che amplia la diffusione del festival trasmettendo alcune produzioni, raggiungendo così un pubblico più ampio.

La quinta edizione del Pistoia Docufilm Festival, in programma nei giorni 7, 14 e 21 luglio 2025 all’Arena Cinema Porta al Borgo, porta quest’anno un focus speciale sulle voci dei registi toscani. Il tema scelto, “Simboli. Storie, bandiere e canti di libertà”, offre una riflessione sui simboli e sui linguaggi della lotta per i diritti, attraverso documentari che raccontano storie di impegno, resistenza e mobilitazione sociale.

Tre serate di cinema e incontri accompagneranno il pubblico nel racconto di chi ha lottato per dignità, pace e giustizia. Si parte lunedì 7 luglio con Il rovescio della medaglia (1974), film di Alvaro Bizzarri, regista pistoiese emigrato in Svizzera, che descrive con uno sguardo partecipe le dure condizioni dei lavoratori stagionali italiani.

La seconda serata, lunedì 14 luglio, è dedicata a Bella ciao – Song of Rebellion (2021), documentario di Andrea Vogt che ripercorre la storia del celebre canto popolare italiano, simbolo internazionale di libertà e resistenza.

Il festival si chiude lunedì 21 luglio con Bandiere della pace (2023), di Silvia Folchi e Alessandro Bartoli, che racconta le mobilitazioni delle campagne italiane del dopoguerra contro il riarmo e per una giustizia sociale duratura.

Nel contesto del festival, martedì 8 luglio l’emittente TVL – Televisione Libera Pistoia trasmetterà il film Lo stagionale, sempre di Alvaro Bizzarri, ampliando così l’omaggio al regista di origini pistoiesi.

Il Pistoia Docufilm Festival 2025 è promosso dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Pistoia in collaborazione con TVL, l’Istituto Ernesto de Martino, il Festival dei Popoli e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO), con il sostegno della Fondazione Caript e grazie al contributo della Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura.

Tutte le serate sono a ingresso gratuito.

 

 

Francesca Perugi è una storica specializzata nella storia contemporanea della Chiesa cattolica. Vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Pistoia, è l’ideatrice del Pistoia Docufilm Festival.
Autrice di numerosi podcast, articoli e libri, ha completato un dottorato e un post-dottorato presso l’Università Cattolica di Milano. Attualmente insegna in una scuola secondaria superiore.
Appassionata di cinema e divulgazione, Francesca unisce ricerca storica e linguaggi audiovisivi per raccontare storie spesso poco conosciute, con l’obiettivo di coinvolgere il pubblico in un dialogo critico e partecipato.




Farestoria Festival, I edizione

Questa importante iniziativa nasce dalla volontà di arricchire l’offerta culturale della provincia pistoiese con un festival dedicato alla storia contemporanea, trasformando temi di ricerca accademica in un’occasione di dialogo e confronto aperti con la cittadinanza. A questo proposito le iniziative saranno ospitate in alcuni luoghi simbolo della vita pistoiese – la Libreria Lo Spazio, la Sala Soci Coop e il Polo culturale Puccini-Gatteschi – per rendere il territorio urbano vero protagonista di confronti nati dalla collettività e consolidare il rapporto tra l’Istituto e la città di Pistoia.

L’iniziativa si pone pertanto anche come esperimento di public history, prevedendo una partecipazione attiva del pubblico alla discussione e rendendo accessibili i risultati della ricerca storica ad un pubblico ampio e diversificato, contribuendo per quanto possibile alla formazione di una cittadinanza consapevole con strumenti critici per la comprensione del mondo contemporaneo.

In questo senso l’ambizione del festival è quella di trattare temi di respiro internazionale, da una riflessione sull’antifascismo attraverso un secolo di storia, passando per una problematizzazione delle categorie di dissidenza e resistenza nei conflitti del secolo attuale, fino alla storia della Palestina, del vicino oriente e all’attenzione per l’ambientalismo. Tutti questi temi, ognuno con le proprie specificità, sono tra loro intrecciati e sono tenuti insieme dalla convinzione che possano contribuire a gettare una nuova luce sul significato e sull’interpretazione di “Resistenza” nel mondo contemporaneo. La scelta degli eventi e delle tematiche caratterizza quindi un percorso di riflessione che trova in questa categoria il proprio filo conduttore, con l’intento di rinnovare il dibattito sulla “Resistenza” (e sulle resistenze) non come categoria appartenuta al passato, bensì come un fenomeno quanto mai attuale e vitale per comprendere le dinamiche del mondo di oggi.

Inoltre, tra i vari momenti in programma, particolare attenzione sarà rivolta alla didattica della storia, che farà da trait d’union con l’appuntamento finale del festival dedicato ai giochi da tavolo a tema storico.

 

 

Luca Cappellini è dottore magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze ed è studioso dell’età contemporanea. È docente presso le scuole superiori Mantellate di Pistoia. Fa parte dal 2018 dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, dove è responsabile della biblioteca e con cui collabora come ricercatore e divulgatore. Ha pubblicato “Genova 2001. Una memoria multimediale” in «Farestoria», III, n.1, 2021; ha pubblicato con Stefano Bartolini e Francesco Cutolo “Public History: laboratori partecipativi e memoria pubblica”, in «Clionet», Vol. VII, (2023).

 




Nada. Tra Storia e Letteratura

Nada Giorgi

 

Nada da giovane

Nada Giorgi con Renato Ciandri

Nada Giorgi nacque il 25 gennaio 1927 a Pontassieve, in provincia di Firenze, da una famiglia di umili origini. Negli anni dell’adolescenza, durante la Resistenza, incontrò il partigiano Renato Ciandri, noto col nome di battaglia “Baffo”, modificato in Bube da Carlo Cassola nel romanzo La ragazza di Bube [1].  Dopo l”8 settembre 1943, lui, proveniente da Volterra, si era unito al gruppo di partigiani di Pontassieve. Era infatti sfollato a Torre a Decima, presso Molino del Piano, frazione di Pontassieve dove, tramite l’amico Pietro Verniani, conobbe Nada, anch’ella sfollata con la famiglia. Ciandri -durante la Resistenza- combatté infatti in varie formazioni (in special modo nel “Gruppo di Pontassieve” e nella “Ciro Fabbroni”) nella zona fra Pontassieve, Monte Giovi e Dicomano. Nel febbraio 1944, dopo essere riuscito a sfuggire all’arresto dei tedeschi, operava stabilmente sul monte Giovi con la formazione partigiana “Stella Rossa”. Pare abbia partecipato anche alla liberazione di Firenze rimanendo ferito nei pressi della stazione di Santa Maria Novella. Il 21 agosto 1944, quando le truppe alleate liberarono Pontassieve, Bube, come anche altri partigiani, rispose alla chiamata dei partiti antifascisti e si arruolò nel gruppo volontario 22° Fanteria “Cremona”. La disciplina e le regole militari però gli andavano strette, come viene raccontato nel libro di Massimo Biagioni; il suo temperamento e l’insofferenza per gli atti che non condivideva, gli fecero collezionare ben quattordici capi d’imputazione per insubordinazione; fu condannato poi amnistiato.

«Definito “ribelle fra i ribelli” per l’insofferenza verso la disciplina e i numerosi atti di insubordinazione, alla fine della guerra venne amnistiato di un totale di sedici anni di reclusione collezionati in pochi mesi come soldato nel “Cremona”[2]».

Dopo la guerra, la storia tra Renato a Nada proseguì e i due vissero per un periodo a Volterra, dove Renato trovò lavoro come guardia municipale.

Nel maggio 1945, tornarono a Pontassieve e per la Festa della Madonna del Sasso, evento molto atteso nella zona, dove avvenne il triste fatto che riportò nell’ombra della guerra e del dolore un’intera vallata, loro erano presenti.

I due giovani si dovettero presto separare: Renato venne, infatti, coinvolto nella sparatoria avvenuta il 13 maggio 1945, proprio in occasione di quella Festa. Al Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso, non distante da Santa Brigida, sempre nel Comune di Pontassieve, furono uccisi un Carabiniere, il Maresciallo Carmine Zuddas e suo figlio Antonio. Il conflitto era da poco terminato, ma tra le macerie ancora visibili, la popolazione era divisa dalla guerra civile.

Ogni anno, la seconda domenica di maggio, veniva celebrata una solenne Messa cantata con l’offerta dei doni alla Madonna da parte dei vari compaesani dei paesi limitrofi, seguita dalla processione con la “benedizione della campagna”, e poi ancora, il pranzo. Seguiva nel pomeriggio la festa con musiche, danze e canti.

Processione della seconda domenica di maggio in Le Grazie e miracoli al Santuario https://www.conoscifirenze.it/toscana-firenze/517-le-grazie-e-miracoli-al-santuario.html

Una giornata di preghiera e di celebrazioni religiose, sfociò però nel caos. Fuori dalla chiesa, il Rettore del Santuario e tre giovani, ex partigiani, ebbero un acceso diverbio. Il motivo, apparentemente, pare fosse legato alle vesti succinte di questi, non adatte al contesto; stando, invece, ad altre testimonianze, i giovani avrebbero indossato il fazzoletto rosso al collo, simbolo inequivocabile e motivo di diverbio. Nella discussione intervenne il Maresciallo dei Carabinieri Zuddas, Comandante della Stazione dei Carabinieri di Molino del Piano, incaricato al servizio d’ordine, necessario per il regolare  svolgimento di una festività religiosa di ringraziamento per la fine della guerra, recatosi al Sasso con la moglie e il figlio diciassettenne. Chiese spiegazioni al prete, invitandolo a fare entrare i giovani, che avevano collaborato per liberare l’Italia dai tedeschi. Il figlio però, poco distante, non capendo forse bene cosa stesse succedendo e vedendo il padre accerchiato, seppur in modo innocui al momento, pare abbia estratto una pistola e abbia sparato, uccidendo uno dei giovani, il pollivendolo Luigi Panchetti. Stando, invece, ad altre ricostruzioni, pare che alcuni partigiani avessero tentato di disarmare il Carabiniere, dopo che questi aveva sparato un colpo in aria per ristabilire l’ordine, a causa del tafferuglio creatosi. Secondo la ricostruzione degli eventi, riportati in un dettagliato rapporto dell’Arma, coincidente con le notizie riportate dai giornali e con le testimonianze che hanno dato in seguito alcuni giovani incriminati, il figlio, visto il padre in pericoli, impugnata la pistola, avrebbe sparato in direzione di uno dei giovani, tale Panchetti, colpendolo a morte. Le persone attorno fermarono i due uomini, il Maresciallo e il figlio, rinchiudendoli in una stanza della canonica, fino all’intervento di alcuni partigiani, tra cui Renato Ciandri (Bube), presente assieme a Nada alla Festa e che -secondo le accuse- sparò contro il ragazzo, uccidendolo. Morirà assieme al figlio anche Carmine Zuddas [3].

Carmine Zuddas e la sua famiglia. Davide Batzella, Maresciallo Carmine Zuddas di Serramanna (dal libro di Cassola “La ragazza di Bube”), in ASerramanna, 22 Aprile 2013, https://www.aserramanna.it/2013/04/maresciallo-carmine-zuddas-di-serramanna-dal-libro-di-cassola-la-ragazza-di-bube-2/

Secondo Nada Giorgi, dopo che il diciassettenne Zuddas ebbe colpito a morte l’ex partigiano, gli altri membri della banda, che avevano nascosto precedentemente delle armi, al contrario di Ciandri, che era disarmato, correndo verso la chiesa, invitarono Bube a non tirarsi indietro, a restare fedele ai suoi ideali. Pare, perciò, che questi abbia tentato di disarmare il ragazzo e che, dopo una colluttazione, qualcuno abbia raggiunto il giovane con una raffica di mitra. Contemporaneamente, qualcuno aveva sparato anche al Maresciallo. A testimoniare l’innocenza del Ciandri, la Giorgi avrebbe presentato anche la deposizione della moglie del Carabiniere, Margherita Rotelli, unica sopravvissuta.

La vicenda non è tutt’oggi chiara: molte le versioni dei fatti, alcune delle quali vedono il Ciandri realmente coinvolto. Ogni protagonista di quel giorno ha raccontato dettagli diversi, che rendono difficile, oggi come allora, la ricostruzione di quella giornata di maggio [4].

I giovani trovati con le armi furono portati alle carceri a Firenze, in via Ghibellina. Renato e Nada tornarono invece a casa. Presto però, i compagni del Partito comunista, al quale Ciandri sarà sempre legato, lo invitarono a fuggire, a tornare verso Volterra, onde evitare di essere arrestato. Bube era infatti il più noto tra i ragazzi del Sasso. Inoltre, le elezioni del 2 giugno si stavano avvicinando e le tensioni politiche aumentavano.

Nonostante l’invito a consegnarsi, emersa anche la possibilità di esser scagionato, Bube si dette alla macchia. Dopo giorni passati in campagna, a Torre a Decima, sopra Molino del Piano, un amico camionista di Ellera lo aiutò a tornare verso Colle Val d’Elsa. Fu in quest’occasione che Nada e Bube conobbero Carlo Cassola, “comandante Carlino”, che era stato con i partigiani in montagna ed era il figlio del maestro di Ciandri. Si conobbero in un bar e i due raccontarono la vicenda del Sasso. Cassola ne rimase colpito e offrì a Bube una sistemazione momentanea a Volterra. Sembra che i tre abbiano passato anche la giornata del 2 giugno assieme [5].

Durante il viaggio verso quella cittadina, sul pullman (o meglio sulla sita), dove Ciandri si trovava con Nada, pare ci fosse Mons. Dolfi (Ciolfi nel libro), antipartigiano convinto. Alcuni passeggeri, inferociti, pare avessero addirittura minacciato il parroco, prima che, giunti a destinazione, Cassola e Bube non avessero portato il religioso in Caserma, salvandolo così dalle aggressioni della folla [6].

Bube riprese a vivere nel paese natio, ma presto i Carabinieri lo invitarono a presentarsi al tenente. Pareva convinto a consegnarsi, ma alcuni giovani dell’Anpi di Volterra, Ciaba e Niccolò, allertati dall’Anpi fiorentino, lo invitarono a non farlo. La notte una motocicletta andò a prenderlo: scappò prima verso Pisa, poi a Milano e infine in Francia, dove trovò lavoro come operaio tappezziere. Ottenne asilo politico come comunista, ma presto ebbe la condanna in Italia in contumacia a 19 anni di carcere. Per poter restare in Francia, doveva procurarsi i documenti: tentò così di arruolarsi prima nella Legione straniera, poi fuggì in Olanda e in Tunisia, per poi tornare in Francia e riprendere la sua attività di tappezziere. L’esilio di Ciandri durò fino al 1950, quando scoperto dall’Interpool, fu estradato in Italia. Rimarrà in carcere, prima a Torino, poi per un breve periodo a Pisa, poi ad Alessandria, a Bologna, all’Elba e, infine, a San Gimignano, dove rimase fino al 1961.

Il processo si era tenuto a Torino nel settembre 1946: alla difesa dei giovani contribuirono molti pontassievesi, con una raccolta fondi organizzata nella Casa del popolo di Santa Brigida. Il secondo giorno il processo verrà spostato negli ampi locali della Corte d’Assise, dove era presente anche una delegazione di operai della Fiat-Mirafiori.

Dopo il processo, infatti, erano state arrestate dieci persone, dopo le prime indagini, sette delle quali facenti parte del Corpo Volontari della Libertà. Tutti si dichiararono colpevoli, eccetto Bube, che si è sempre dichiarato innocente [7].

Nei giorni successivi alla Festa della Madonna, infatti, erano state molte le voci ad alzarsi. Membri del CLN si recarono sul posto. Molti capi delle formazioni partigiane tentarono di giustificare quanto era successo, come Romeo Fibbi, Lazio Cosseri, Giuseppe Maggi, commissario politico della brigata “Lavacchini” e futuro sindaco di Borgo San Lorenzo. L’evento, significativo di quel clima di passaggio, di tensione e di giustizia sommaria nel dopoguerra italiano, sconvolse un’intera comunità. Chiunque si riteneva portatore di giustizia, spesso in contrasto con altri. Qualcuno giustificò l’accaduto poiché il Carabiniere era stato antipartigiano e fascista, stando a certe voci. La vicenda stessa è caduta nell’oblio, già al tempo, complice il Partito Comunista di Pontassieve, reticente e forse -inconsciamente- desideroso di guardare al futuro nel clima di psicosi generale anticomunista, tipica degli ultimi anni Quaranta.

Il 26 agosto 1951, Ciandri e la Giorgi si sposarono nel carcere di Alessandria. Nada, infatti, gli era sempre rimasta accanto e aveva sempre cercato di mantenere i rapporti con il fidanzato prima e con il marito poi, tramite lettere, scambi di fotografie e, quando possibile, con i colloqui e le visite.

Intanto Renato in carcere frequentava la scuola, [8] mentre Nada lavora a Pontassieve come fiascaia.

Nel 1953 vennero scarcerati i compagni di Bube incriminati per i fatti del Sasso, ma con una condanna di minor durata. L’anno successivo Ciandri venne trasferito al carcere di Porto Longone, all’Isola d’Elba, a causa di un violento litigio con un altro detenuto [9]. Verrà poi trasferito a San Gimignano, dove Nada poteva andare più frequentemente. Come ricorda lei stessa nel libro di Biagioni, nessuno degli ex compagni di Partito, gli era rimasto vicino.

È in questo periodo che Bube, durante una visita in carcere, ricevette da Cassola la copia del libro. Alla storia di Nada e Renato, Carlo Cassola aveva dedicato le pagine del suo celebre romanzo, La ragazza di Bube, mettendo al centro della narrazione Nada, pur lasciando che nel titolo comparisse il nome del suo compagno, Bube appunto, rilegando la sua figura come secondaria. La Giorgi non apprezzerà perciò il romanzo, non sentendosi rappresentata dallo scrittore e non riconoscendo i suoi cari in quelle pagine. Dal libro emerge inoltre un Bube colpevole; per Nada, dunque, l’opera era un’eredità negativa dalla quale doversi liberare.

Potremmo dire che il romanzo non ricalca, infatti, la vera vita dei due protagonisti, sebbene prenda ispirazione dalle loro storie. La vicenda è ambientata in Valdelsa, poco dopo la Liberazione, e non nel Pontassievese, come nella realtà. I protagonisti sono due giovani, Mara Castellucci e Bube, ovvero Nada Giorgi e Renato Ciandri, detto Baffo. Mara è una ragazza di sedici anni che vive a Monteguidi insieme al padre, comunista militante, alla madre e a un fratello, Vinicio. La vera Nada il padre lo aveva conosciuto appena in quanto morì quando lei aveva solo tre anni.

In quel paese conosce Arturo Cappellini, detto Bube. Il giovane, amico e compagno di Sante, il fratellastro di Mara morto durante la Resistenza, si era recato nel paese dell’amico per conoscere la famiglia e in questo modo avviene il primo incontro con Mara. Tra i due nasce subito una simpatia e Mara, lusingata dall’interesse del ragazzo, inizia a scambiare lettere con lui. Tutta la trama, riproposta poi da Comencini nel celebre film, è un intreccio di fantasia e qualche riferimento reale.

Come lei stessa ha detto:

Non ho mai avuto un fratello nato fuori dal matrimonio: semplicemente non ho fratelli. Non ebbi mai amanti: tanto meno uno che si chiamava Stefano. Non feci l’amore con Bube nella capanna. So bene che Cassola scrisse un romanzo, una storia in parte inventata, ma la realtà sono io. La realtà è la mia famiglia, è mio figlio Moreno… Per lui, perché non avesse mai l’idea che suo padre fosse un assassino […] [10]

Secondo il libro, infatti, dopo il loro incontro, Bube e Mara si devono allontanare: Bube è, infatti, accusato di un delitto. Era accaduto che, mentre si trovava a San Donato con i compagni Ivan e Umberto, un prete aveva impedito loro di entrare in chiesa. Secondo i ragazzi, la ragione era il loro orientamento comunista. I giovani avevano allora iniziato a protestare, e un Maresciallo dei Carabinieri era intervenuto insieme al figlio a sostegno del prete. Bube e gli amici avevano inutilmente cercato di far valere le loro ragioni e, spinti dall’ira, avevano messo il prete contro il muro. Il maresciallo aveva perciò reagito sparando ad Umberto, uccidendolo. Per vendicare l’amico, Ivan, l’altro compagno di Bube, aveva ucciso il Maresciallo. A sua volta, Bube aveva rincorso fin su per una scalinata e ucciso il figlio del Maresciallo, mentre scappava.

Mara e Bube fuggono così verso Volterra, dove abita la famiglia di lui. A bordo della corriera si trova una donna che riconosce Bube e lo sprona a dare una lezione ad uno dei passeggeri: si tratta del prete Ciolfi, il quale durante la guerra aveva collaborato con i nazisti, causando così la morte del nipote della donna. Suo malgrado, dopo essere sceso, Bube viene praticamente costretto dai presenti a picchiare il prete per poter salvare la faccia: il suo ruolo nella zona era infatti quello del Vendicatore, appellativo con il quale viene talvolta ancora chiamato dagli abitanti del posto.

Arrivato a casa dai familiari, Bube viene avvertito dal compagno Lidori del rischio di essere arrestato per il delitto commesso e gli consiglia la fuga. Qualche giorno dopo, una macchina passa a prendere Bube per farlo rifugiare in Francia, mentre Mara ritorna a casa. Nel frattempo, qualcosa in lei è cambiato: non è più la ragazza spensierata di prima e si dimostra angosciata per la mancanza di notizie da parte di Bube.

Verso novembre, Mara decide di andare a lavorare come domestica in una famiglia a Poggibonsi. Qui stringe amicizia con una compaesana, Ines, con cui esce spesso e che le presenta Stefano. Mara, inizialmente fredda, lentamente comincia ad apprezzare la sua compagnia.

Dopo un anno, Bube, costretto al rimpatrio, viene arrestato alla frontiera ed è condotto a Firenze. Mara, accompagnata dal padre, si reca a sua volta nel capoluogo toscano per un colloquio con Bube. Durante l’incontro, la ragazza si accorge che il suo attaccamento a Bube era ancora molto forte, così decide che, da quel momento, sarebbe per sempre la sua donna. Bube viene condannato a quattordici anni di carcere. Mara, tornata a Poggibonsi, racconta a Stefano di aver preso una decisione: ha scelto Bube, che andrà spesso a trovare in carcere.  Il romanzo termina con Mara che attende la liberazione del suo amato.

«I primi tempi sono i più terribili, disse poi. Ma, in seguito, ci si fa quasi l’abitudine… sono passati questi sette anni , passeranno anche questi altri sette. E poi, io cerco di non pensarci. Conto solo i giorni che mi separano dal colloquio. Perché è tale una gioia quando lo rivedo [11]…»

Tale opera sarà un vero e proprio successo editoriale, che porterà Cassola a vincere il Premio Strega nel 1960. Venne tradotta in molte lingue, rendendo celebre la storia di Baffo e della Giorgi, divenuti Bube e Mara per i lettori, dove però la finzione supera la realtà [12].

Complici la fama del libro e l’eco ottenuta [13], grazie anche all’aiuto di Cassola stesso, che si mobilitò per aiutare Ciandri ad ottenere uno sconto di pena, il 22 dicembre 1961, Renato ottenne la libertà desiderata.

Entrambi i protagonisti, però, non si sentirono rappresentati dal libro di Cassola: Ciandri lamentava di essere stato dipinto come una figura a tratti negativa, che rinnegava i compagni, il Partito, gli ideali. La storia dei sentimenti, come affermò, non era in linea con la storia dei fatti, non fedele alla realtà. Neppure Nada si sentiva rappresentata, tanto che non riuscì nemmeno a finire il libro [14].

Pian piano i due ripresero una vita normale: Ciandri trovò finalmente un lavoro al Centro Carni e ne diventerà presto socio a tutti gli effetti.

Già pochi mesi dopo l’uscita del libro, Luigi Comencini, noto regista, aveva deciso di trarne un film dove apparirono come interpreti principali, attori della caratura di Claudia Cardinale e George Chakiris, rispettivamente nei panni di Nada (Mara) e Ciandri (Bube).

Claudia Cardinale e George Chakiris in una scena del film di Comencini

Anche le vicende attorno all’uscita del film sono controverse: Renato Ciandri non voleva che venisse proiettato, in quanto avrebbe contribuito a fissare, ancor più del libro, l’immagine già stereotipata che la gente si era fatta sulla sua persona. I produttori prima promisero ai Ciandri un ricco compenso per ottenere l’approvazione per la proiezione del film, poi – vista l’irremovibilità dei soggetti coinvolti- minacciarono Ciandri e la sua famiglia di querelarli. Non erano però le uniche querele: i Ciandri a loro volta ne firmarono una per non essere stati ascoltati, la sorella di Nada un’altra per informazioni false sulla figura del marito, scomparso durante la guerra, una, infine, da un figlio del Maresciallo Zuddas, critico sulla narrazione dei fatti, oltraggiosi per la memoria del padre e del fratello scomparsi e -a suo parere- poco fedeli ai fatti [15].

Nel frattempo, dall’unione di Nada e Renato nacque un figlio nel 1963, Moreno, autore, compositore e musicista.

Ciandri presto cambierà mansione e inizierà a lavorare in ufficio. Nel clima di rinnovata serenità, partecipa attivamente anche alle cerimonie degli eccidi della Seconda Guerra mondiale, agli anniversari e alle manifestazioni, continuando a coltivare gli ideali della Resistenza [16].

A metà degli anni Settanta, «Tuttolibri», il settimanale del quotidiano «La Stampa»,  rilegge il fortunato libro di Cassola. L’inviato Lamberto Furno incontra la coppia: è l’unica vera intervista di Ciandri [17].

Quando però la vita comincia a riprendere tranquillamente il suo corso, Renato scopre di avere un tumore, che il 6 novembre 1981 lo porterà alla morte [18]. Sentiti e partecipati i funerali. Venne sepolto presso il Cimitero di San Martino a Quona, a Pontassieve. Questa l’epigrafe sulla sua tomba [19]:

“Bube”

Renato Ciandri (3-3-1924/ 6-11-1981)

E voi imparate che occorre

vedere e non guardare in aria

questo mostro stava una volta

per conquistare il mondo

i popoli lo spensero

ma ora non cantiamo

vittoria troppo presto

il grembo da cui nacque

è ancora fecondo

Brecht

Alessandro Bargellini, 16-1-2009 https://resistenzatoscana.org/monumenti/pontassieve/sepolcro_di_ciandri/

La fama innescata dal libro non si arresta, anzi, ci saranno anche rappresentazioni teatrali sulla vicenda di Bube, come quella firmata dal registra Alessandro Gatto, di grande successo.

Nada, desiderosa di lasciarsi alle spalle gli anni della Guerra e della carcerazione del marito, ma volendone mantenere viva la memoria, comincerà a fare attività nelle scuole del territorio, per parlare ai ragazzi delle classi. Si spengerà il 24 maggio 2012 a 85 anni.

Negli ultimi anni di vita, Nada, per riabilitare la memoria del marito e per lasciare ai posteri la sua versione dei fatti, incaricò Massimo Biagioni, scrittore di Storia locale, giornalista pubblicista, oggi dirigente regionale di Confesercenti, con precedenti esperienze politiche, il compito di stendere in un secondo libro la sua biografia, da cui sono tratte molte delle informazioni qui riportate. Nada ha così scacciato la Mara del romanzo, e con Renato, è voluta tornare ad essere persona e non personaggio. «Ora posso anche morire!» disse a Biagioni, stringendo la prima copia uscita dalla Polistampa. Anche il figlio Moreno ha vinto il riserbo del padre che non ne aveva voluto parlare più, per dare spazio invece al volere della mamma [20].

 

Nada Giorgi, nominata cittadina onoraria del Comune di Pelago (FI) in News dalle Pubbliche Amministrazioni della Città Metropolitana di Firenze, http://met.provincia.fi.it/news.aspx?n=182704

Note

1.Sulla vita di Renato Ciandri e sulla sua attività di partigiano, prima del 13 maggio 1945, rimando alle pagine di Biagioni, pp. 27-46.

2. Giovanni Baldini, Renato Ciandri, “Bube”, in ResistenzaToscana, 14 luglio 2003, https://resistenzatoscana.org/biografie/ciandri_renato/ [consultato il 4 novembre 2024].

3. Per un’ulteriore ricostruzione della vicenda, si veda Dania Mazzoni, Attraverso la bufera: Pontassieve fra guerra, Resistenza e ricostruzione, 1943-1948, (con una nota introduttiva di Simonetta Soldani), Comune di Pontassieve, Pontassieve 1990, pp. 142-144.

4. Diversa la versione dei fatti esposta nell’articolo di Davide Batzella, Maresciallo Carmine Zuddas di Serramanna (dal libro di Cassola “La ragazza di Bube”), in ASerramanna, 22 Aprile 2013, https://www.aserramanna.it/2013/04/maresciallo-carmine-zuddas-di-serramanna-dal-libro-di-cassola-la-ragazza-di-bube-2/ [consultato il 5 novembre 2024]. Tale versione incolperebbe infatti Bube e la sua compagnia.

5. Massimo Biagioni, Nada, la ragazza di Bube, Polistampa, Firenze, 2006, pp. 51-52.

6. Rimando alle pagine di M. Biagioni, Nada, la ragazza di Bube, pp. 52-53, per la ricostruzione delle vicende antecedenti che vedono coinvolto Dolfi.

7. D. Mazzoni, Attraverso la bufera: Pontassieve fra guerra, Resistenza e ricostruzione, 1943-1948, pp. 144-144.

8.  M. Biagioni, Nada, la ragazza di Bube, p. 85

9. Ivi, p. 93

10. Da Sandro Bennucci, «Io, Nada, vi racconto la vera storia della ragazza di Bube», «La Nazione», 13 aprile 2006 in LeonardoLibri, [consultato il 4 novembre 2024, https://www.leonardolibri.com/recensione.php?i=3314]

11. Carlo Cassola, La ragazza di Bube, Oscar Mondadori, Milano, 2010, p. 217.

12. M. Biagioni, Nada, la ragazza di Bube, p. 100. Per la trama del libro, vedi anche pp. 98-100.

13. Ivi, pp. 100-103.

14. Ivi, p. 109.

15. Ivi, p. 129.

16. Ivi, pp. 133-137.

17. La minuta dell’intervista è riprodotta in M. Biagioni, Nada, la ragazza di Bube, pp. 141-144.

18. Ivi, p. 145.

19. Cfr. M. Biagioni, Nada, la ragazza di Bube, p. 150. Nella primavera del 2005 la salma di Ciandri venne traslata in un forno non distante dalla Cappella dei caduti e degli ex combattenti di tutte le guerre.

20. Michela Aramini, Cinque anni fa morì Nada, la “ragazza di Bube”: il ricordo di Massimo Biagioni, in il Filo – Idee e Notizie dal Mugello, 24 maggio 2017 [consultato il 4 novembre 2024, https://cultura.ilfilo.net/cinque-anni-fa-mori-nada-ragazza-bube-ricordo-massimo-biagioni/]

 

Bibliografia

Biagioni Massimo, Nada, la ragazza di Bube, Polistampa, Firenze, 2006

Cassola Carlo, La ragazza di Bube, Oscar Mondadori, Milano, 2010 [prima edizione, Einaudi, Torino, 1960]

Mazzoni Dania, Attraverso la bufera: Pontassieve fra guerra, Resistenza e ricostruzione, 1943-1948, (con una nota introduttiva di Simonetta Soldani), Comune di Pontassieve, Pontassieve 1990

 

Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo del Consiglio regionale della Toscana nell’ambito del progetto per l’80° anniversario della Resistenza promosso e realizzato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Articolo scritto nel mese di novembre 2024.