Narrazioni del passato e pratiche di Public History. Il Farestoria e il Docufilm Festival 2026

Che cosa significa raccontare il passato nello spazio pubblico? Quali linguaggi utilizziamo per trasformare la ricerca storica in conoscenza condivisa? E in che modo il pubblico partecipa alla costruzione delle interpretazioni storiche? Da queste domande prendono forma la seconda edizione del Farestoria Festival e la sesta edizione del Docufilm Festival organizzati dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia (ISRPT) nei mesi di giugno e luglio 2026.

La scelta di organizzare una serie di rassegne di Public History a Pistoia non è casuale. La città è da anni attraversata da una ricca offerta di festival, incontri e iniziative culturali che hanno contribuito a trasformare lo spazio urbano in un luogo di ricaduta del sapere, al di fuori delle sedi accademiche o istituzionali. Nel panorama dei festival culturali contemporanei, tuttavia, questa funzione tende spesso ad assumere una forma che affida la legittimazione degli eventi alla presenza di figure di alto profilo pubblico, costruendo un’esperienza che valorizza la qualità dei contenuti ma la veicola attraverso una logica in parte spettacolare, in cui il pubblico è chiamato ad assistere più che a partecipare.

In questo contesto, il Farestoria e il Docufilm Festival si propongono con l’intenzione di interrogarsi su come la conoscenza storica viene prodotta e condivisa. Il modello adottato non rinuncia né alla qualità né alla presenza di interlocutori autorevoli, ma privilegia al contempo la costruzione di uno spazio in cui quella competenza diventa materia di discussione collettiva, piuttosto che oggetto di fruizione. Se la divulgazione tende infatti spesso a muoversi in una direzione univoca (dall’“esperto” al fruitore), il modello di Public History proposto dall’ISRPT intende ribaltare questa logica, interrogandosi su quali forme di conoscenza possano nascere dall’incontro e dal confronto fra saperi diversi.

È da questa convinzione che nasce il concept scelto per questa edizione, “Narrazioni”: un invito a interrogare i processi che stanno alla base di ogni racconto storico, a rendere visibili le scelte di linguaggio e di formato che trasformano la ricerca in narrazione condivisa. La narrazione è infatti una delle dimensioni privilegiate attraverso cui la conoscenza prende forma e acquisisce rilevanza sociale e politica nel corso dei secoli. Lungi dal ridurre la storia ad un racconto arbitrario o tantomeno mettere in dubbio il rigore della ricerca, parlare di “narrazioni” significa riconoscere che ogni forma di conoscenza storica passa attraverso scelte (di fonti, di significati, di forme di restituzione) e rendere visibili quelle scelte è essa stessa una pratica scientifica.

Quella del formato non è poi una questione secondaria rispetto ai contenuti. Un festival di Public History può infatti configurarsi come uno spazio in cui ricerca, comunicazione e partecipazione si incontrano secondo modalità che altri contesti più rigidi difficilmente consentono. A partire da questo presupposto, il Farestoria e il Docufilm Festival provano a mettere in pratica questa idea attraverso una programmazione volutamente eterogenea – tavole rotonde con ricercatrici e ricercatori, insegnanti, artiste e artisti; letture teatrali; giochi da tavolo; proiezioni – nella convinzione che la pluralità dei linguaggi non sia un elemento accessorio, ma costituisca essa stessa una presa di posizione sul modo in cui la conoscenza storica può essere prodotta e condivisa nello spazio pubblico.

La centralità del tema delle narrazioni emerge in forme differenti all’interno dell’intero programma. Gli incontri di avvicinamento al Farestoria Festival dedicati al volume di Francesco Casales L’invasione immaginata (24 giugno) e al tema della memoria delle stragi nazifasciste (2 luglio) affrontano due questioni fondamentali per la storiografia contemporanea: il rapporto tra produzione culturale e immaginari del passato e del futuro, e quello tra memoria, testimonianza e interpretazione del passato.

Dal 6 al 9 luglio il Polo culturale Puccini-Gatteschi ospiterà poi il cuore della manifestazione. Ad inaugurare la rassegna sarà l’evento Cosa resta. Festival, archivi e storia audiovisiva: una riflessione collettiva sulla costruzione di archivi del tempo presente a partire dalle fonti audiovisive. A seguire si terrà la prima delle tre proiezioni del Docufilm Festival con I diari di mio padre di Ado Hasanović, il quale partendo dalle riprese amatoriali e dai diari del padre, testimone della vita quotidiana a Srebrenica durante la guerra, ricostruisce dall’interno la storia di un genocidio. L’unione, nella giornata del 6 luglio, delle due esperienze del Farestoria e del Docufilm consentirà di riflettere a tutto tondo sul documentario non soltanto come prodotto culturale, ma come dispositivo di costruzione della memoria e della narrazione del passato.

Lo stesso approccio caratterizza la tavola rotonda dedicata al rapporto tra storia e fumetto (7 luglio). Negli ultimi anni la graphic novel storica si è infatti affermata come un importante e diffuso strumento di diffusione della conoscenza storica presso pubblici ampi e diversificati. Discuterne significa interrogarsi sulle opportunità e sui limiti di un linguaggio che traduce la ricerca in immagini, sequenze narrative e forme di immedesimazione emotiva. Una riflessione analoga attraversa l’incontro dedicato alla didattica della storia (8 luglio), in cui il problema della narrazione si declina nella sua forma più concreta legata alla trasmissione e al coinvolgimento di studentesse e studenti. Il 9 luglio si terrà poi un incontro dedicato ad una riflessione di lungo periodo sulle culture della protesta e sulle forme della partecipazione politica dal basso.

Anche gli appuntamenti serali contribuiscono a sviluppare il tema del festival. Il reading musicale Provate a riparare il mondo dedicato alla storia dell’ecologismo contemporaneo e accompagnato da una discussione a partire dalla figura di Alexander Langer (7 luglio), mostra come la combinazione tra parola, musica ed esperienza performativa possa diventare uno strumento di riflessione. L’incontro sugli usi politici dell’opera di Tolkien insieme a Wu Ming 4 (8 luglio) affronta invece un altro aspetto cruciale della Public History: la circolazione pubblica delle narrazioni e la loro continua reinterpretazione, anche strumentale, in contesti politici e culturali differenti. Particolarmente significativa appare inoltre la scelta di dedicare una serata conclusiva ai giochi da tavolo di storia contemporanea. Negli ultimi anni il gioco è diventato un terreno sempre più frequentato da studiose e studiosi, poiché consente di sperimentare forme di apprendimento basate sulla partecipazione diretta e sulla simulazione. Anche in questo caso la questione centrale riguarda il rapporto tra esperienza e costruzione del racconto storico.

Il Pistoia Docufilm Festival si protrarrà poi con altri due appuntamenti serali. Il 13 luglio è prevista la proiezione di La Dea di Pietra di Michelangelo Ricci, documentario fondato su decine di testimonianze orali e dedicato alla memoria della strage di Vinca, lungo la Linea Gotica. Il 20 luglio chiuderà il ciclo Paura Non Abbiamo di Andrea Bacci, che ricostruisce le lotte per i diritti delle donne lavoratrici nell’Italia degli anni Cinquanta a partire dall’arresto di quattro operaie bolognesi.

Il Farestoria Festival fa parte della programmazione di Pistoia Capitale italiana del libro 2026 ed è realizzato con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione generale Biblioteche e Istituti culturali, di Fondazione Caript, dell’Associazione italiana di Public History e di Unicoop Sezione soci Pistoia. Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito. Il programma completo è disponibile sui canali dell’ISRPT.

 

 

Brenda Fedi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa nel 2026. I suoi interessi di ricerca si collocano all’incrocio tra storia della musica, storia del lavoro creativo e storia dei movimenti sociali nel secondo Novecento. È vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia, dove coordina il gruppo “Paura Non Abbiamo” per la promozione della storia pubblica di genere.




Dalla Resistenza al Referendum: gli 80 anni del suffragio universale in Italia. Una proposta didattica dell’ISRPT

In occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale in Italia, l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia ha lavorato con due classi terze dell’Istituto Comprensivo Raffaello – secondaria di primo grado – sul crescente protagonismo politico delle donne tra la lotta resistenziale e la conquista e l’esercizio del diritto di voto.

Il laboratorio si è sviluppato in tre incontri. Il primo è stato una lezione partecipata: con l’aiuto di immagini tratte da fonti scelte e l’utilizzo di domande stimolo, abbiamo cercato di ricostruire la storia del ruolo delle donne dalla Resistenza alla Repubblica. Come punto di partenza è stato individuato l’8 settembre del 1943, che segna non solo il crollo dello stato monarchico, ma anche l’inizio di una partecipazione politica delle donne che avrebbe scardinato i paradigmi sociali precedenti. Abbiamo discusso di Resistenza, constatando che, nell’immaginario delle ragazze e dei ragazzi, fosse soprattutto una storia di uomini. Le donne, al limite, preparavano da mangiare o rammendavano i vestiti. Questo aspetto, decostruito e ricostruito alla luce della doppia lotta di liberazione intrapresa dalle donne, ci ha portati ad approfondire i Gruppi di Difesa della Donna e il loro Atto costitutivo, del quale abbiamo evidenziato le rivendicazioni legate al diritto di voto e al lavoro. Sul tema del lavoro abbiamo osservato come molte delle istanze sollevate dalle partigiane siano ancora oggi argomento di discussione, tra queste: parità salariale, possibilità di accedere a qualsiasi impiego, assistenza nel periodo che precede e segue il parto.

Per dare alle studentesse e agli studenti maggiore ancoraggio al momento storico trattato abbiamo sfruttato la storia locale, presentando alcune partigiane pistoiesi e le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia alle amministrative del 1946. Sulle consigliere – Laura Taddeoli per il Partito Socialista Italiano (PSI), Nora Vannucci per la Democrazia Cristiana (DC) e Renata Marchionni per il Partito Comunista Italiano (PCI) – abbiamo reperito poche e frammentate informazioni. L’unica sulla quale si sono potute fare maggiori considerazioni è Renata Marchionni, eletta alla Camera dei deputati nelle fila del PCI dal 1953 al 1958. La sua traiettoria politica è figlia di quel tornante storico in cui la Resistenza aveva aperto alle donne uno spazio di protagonismo che il voto, conquistato nel 1946, aveva trasformato in rappresentanza.

«Chi doveva dare il voto a chi? Avevamo lottato insieme, eravamo privi di diritti politici tutti e tutte, ma gli uomini recuperavano il diritto di voto e per le donne si doveva discutere se concederlo?» dice la partigiana Lidia Menapace.

È a partire da questi snodi che abbiamo costruito il secondo incontro, questa volta interamente laboratoriale.
Le classi sono state divise in tre gruppi, ciascuno dei quali ha lavorato su un tema specifico a partire da un set di fonti selezionate: le partigiane pistoiesi, le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia nel 1946 e le Madri costituenti. Il primo gruppo ha lavorato su Alberta Fantini e Lea Cutini consultando le relative schede su questo portale.
Il secondo gruppo, interrogando il portale storico della Camera dei deputati, ha lavorato sulle proposte di legge cui ha partecipato la deputata Marchionni.
Il terzo, attraverso il sito Elette ed eletti – piattaforma tematica dedicata a rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana, con parte dei diari digitalizzati dell’Archivio diaristico nazionale – ha lavorato sulla biografia di Bianca Bianchi e di altre elette all’Assemblea Costituente. Il lavoro con le fonti — documenti, fotografie, testimonianze — ha chiesto alle ragazze e ai ragazzi non di ricevere informazioni già elaborate, ma di interrogare il materiale.

Il terzo incontro è stato dedicato alla restituzione. Il primo gruppo, che aveva lavorato sulle partigiane pistoiesi, ha restituito le modalità della loro “scesa in campo”: come e perché le donne avevano scelto di partecipare alla lotta.
Il secondo gruppo ha messo in luce il filo diretto che corre tra la Resistenza e le istanze politiche che le donne portano con sé quando vengono elette per la prima volta: le rivendicazioni non erano cambiate, erano cambiate le modalità e il luogo in cui venivano espresse. Marchionni, insieme con altre deputate del PCI come Nilde Iotti, Elettra Pollastrini e Teresa Noce, si batte per l’indennità di asilo per i figli delle lavoratrici, per la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio, contro il licenziamento delle donne che si sposano — istanze che riecheggiano direttamente l’Atto costitutivo dei Gruppi di Difesa della Donna.
Il terzo gruppo, che aveva esplorato il sito Elette ed eletti, ha osservato come molte delle donne dell’Assemblea Costituente, non a caso, venissero direttamente dall’esperienza resistenziale.

Resta, in chiusura, una considerazione che il lavoro svolto rende difficile tacere: le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025 esprimono più di una riserva sull’uso didattico delle fonti storiche. Eppure l’esperienza condotta suggerisce che l’obiettivo «di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente»[1] non è affatto irrealistico.

I temi trattati e la proposta didattica individuata sono il risultato della collaborazione tra tre gruppi di lavoro interni al consiglio direttivo dell’Isrpt: Paura non abbiamo, che lavora sulla storia di genere; Didattica, per la proposta metodologica; Passi di storia, per i collegamenti con la storia locale e la public history. Gli incontri sono stati condotti da Giulia Bruni, Brenda Fedi e Andrea Borelli.
Il lavoro svolto sulla figura di Renata Marchionni confluirà nel prossimo percorso di Passi di storia, per il quale verrà censita la sede del PCI pistoiese.

 

[1] Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, decreto 9 dicembre 2025, n. 221.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche all’Università di Firenze. Fa parte del consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e collabora con alcuni dei suoi gruppi di lavoro: Paura non abbiamo, Didattica e Passi di storia.
Nel 2025 ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento delle discipline letterarie negli istituti secondari di I e II grado.




Una provincia in armi: la Resistenza pistoiese. Origini, sviluppo e caratteristiche

La Resistenza italiana rappresenta uno degli episodi più significativi e complessi della storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1945 il movimento di Resistenza si oppose alla Repubblica Sociale Italiana e all’occupazione tedesca, lasciando un’impronta indelebile sulla società, sulla politica e sulla cultura dell’Italia Repubblicana.

Nel contesto della Resistenza italiana, la provincia di Pistoia, pur di dimensioni relativamente contenute, divenne un punto di riferimento strategico, teatro di scontri, lotte e resistenze che segnarono indelebilmente il destino delle comunità locali.

La Resistenza pistoiese s’inserisce nel quadro di quella toscana: in parte ebbe origini autoctone e in parte fu promossa, coordinata e supportata dai partiti. In tutta la regione furono i partiti comunista e azionista ad avviare un’azione incisiva per lo sviluppo del partigianato, sebbene non mancassero forti spinte autonomiste. La lotta armata fu una scelta di pochi e l’adesione fu varia sia per estrazione sociale, sia per ideologia politica, sia per le motivazioni di tale scelta, che furono complesse. Si intrecciarono frequentazioni amicali o scolastiche, fattori ambientali, appartenenze familiari, retroterra personali. Ai vertici delle formazioni partigiane troviamo uomini che avevano subito arresti, pestaggi, confino o esilio volontario nell’Italia fascista fin dalla metà degli anni ‘20, come Gino Bozzi o Natale Tamburini. Oltre a questi componenti dell’antifascismo storico, una forte novità fu rappresentata dalla presenza a capo delle bande partigiane di giovani nati e cresciuti nel ventennio mussoliniano – come Manrico Ducceschi, Silvano Fedi, Giovanni La Loggia – di cui alcuni già perseguitati dal Regime.

Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) ebbe una genesi tormentata. Non registriamo una data ufficiale di fondazione, come per quello Toscano, ma una serie di riunioni clandestine – già dopo la caduta di Mussolini – svolte in città e in campagna, spesso nelle canoniche, dove partecipavano i membri dei principali partiti (Comunista, Azionista, Democristiano, Libertari). Il Comitato si assunse il compito di coordinare le attività partigiane e di difendere la popolazione, anche se non fu sempre possibile per le difficoltà logistiche e strutturali di un progetto su larga scala. Una delle attività più complesse fu proprio quella di tenere i rapporti con la campagna pistoiese, la montagna e tutta la Valdinievole. L’unità di intenti accomunava i partiti antifascisti, ma ognuno cercò di mantenere le proprie specificità. Le problematiche locali si unirono a quelle del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, i cui membri furono in gran parte catturati i primi di novembre. Lo stesso CLN pistoiese, già colpito dallo sfollamento seguito al primo bombardamento aereo alleato, fu scosso da retate e arresti a fine 1943. Fino alla primavera il contributo del CPLN fu limitato e concorse a rendere difficile l’organizzazione dei primi gruppi resistenziali, in balia unicamente delle direttive partitiche e delle iniziative di singoli uomini.

Nella Resistenza pistoiese è possibile, infatti, osservare tre fasi. La prima, iniziata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di scarsa presenza e minime azioni militari, di difficoltà organizzative, di forti misure di vigilanza e repressione. I partigiani della prima ora furono pochi, limitatamente supportati dall’esterno e malamente armati. Furono occupati principalmente in attività logistiche, in azioni di saccheggio e di assalto a depositi, nella diffusione di stampa antifascista, nel reclutamento di uomini, nell’aiuto ai prigionieri alleati in fuga, in qualche atto di sabotaggio a mezzi tedeschi o alla segnaletica stradale lungo le vie di comunicazione. In questo periodo nasce anche un’organizzazione partigiana femminile (denominata Gruppo di Difesa).

La seconda fase prese avvio nel febbraio 1944 e si sviluppò nel corso della primavera. È un momento di ricostituzione, di crescita e di rafforzamento militare e politico delle formazioni partigiane, sia in montagna che in pianura, supportato dall’afflusso di giovani. L’arrivo di numerosi uomini è incentivato dalle condizioni ambientali, dall’accettazione da parte delle forze antifasciste della prospettiva della guerra di lunga durata, dall’atteggiamento ostile della popolazione nei confronti dei nazifascisti, dal bando di leva repubblicano per le classi 1923-1924-1925. A rinforzare le fila della Resistenza si aggiunsero anche sovietici, disertori della Wehrmacht ed ebrei. Il numero dei partigiani crebbe esponenzialmente ed emersero nuove figure dirigenziali, mentre la Repubblica Sociale Italiana si indeboliva. In alcuni casi i comandanti partigiani rinvigorirono i gruppi che avevano contribuito a creare nei mesi precedenti, basti esaminare la storia delle Squadre Franche Libertarie o dell’XI Zona. In altri casi, dalla crisi invernale emersero nuovi dirigenti politici e militari che parteciparono sia alla nascita di nuove squadre sia al rinforzo di quelle superstiti.

La terza e ultima fase, avviata nel giugno 1944 e conclusasi con la liberazione di parte del territorio pistoiese, fu favorita sia dall’avanzata alleata in Toscana, sia da altri fattori, come la nascita del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la ritirata tedesca verso la Linea Gotica nell’Appennino e lo sfaldamento degli organi locali della Repubblica Sociale Italiana. È il periodo dell’estate di sangue e delle violenze dei tedeschi sulla popolazione civile. In questo contesto occorre inserire il nuovo assetto della lotta armata pistoiese che, dopo mesi di crescita, fu finalmente guidata e coordinata da un forte e organizzato Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno 1944, il CPLN sotto la guida del suo presidente promosse la realizzazione di un unico «Comando» che raggruppasse tutte le formazioni che operavano nella XIIª Zona del CVL. Nel corso dell’estate, si moltiplicarono gli attacchi armati, i sabotaggi, le azioni di guerriglia contro i tedeschi. Non mancarono operazioni di ampio raggio, come l’uccisione del contrammiraglio della marina giapponese Tōyō Mitsunobu e la liberazione dei prigionieri politici e razziali dal carcere delle Ville Sbertoli.

La liberazione dal nazifascismo ricalcò in molte zone lo stesso schema. Può essere applicato in maniera appropriata alla maggior parte della provincia pistoiese e suddiviso in quattro fasi: i tedeschi si ritiravano dall’area e arretravano verso nord; gli angloamericani prendevano contatto con le formazioni partigiane e avanzavano prudentemente; i partigiani assumevano il possesso della città; gli alleati giungevano con le proprie truppe e imponevano il controllo sul territorio. Pistoia e gran parte della provincia vennero liberate dai partigiani nel settembre 1944. Le più recenti ricerche stimano la presenza in provincia di 67 formazioni partigiane e tre comandi (comunista, azionista, CLN Pescia) per un totale di 1381 partigiani combattenti e 937 patrioti.

La guerra per molti partigiani proseguì anche dopo settembre 1944. Da una parte, la provincia di Pistoia non fu liberata interamente prima dell’avanzata finale alleata nell’aprile 1945; dall’altra, oltre cinquecento partigiani risposero all’appello per arruolarsi nei sei Gruppi di Combattimento italiani che affiancarono le truppe alleate e l’esercito italiano del Regno del Sud durante le fasi finali della guerra.

 

 

Matteo Grasso (Pescia, 1990), è impegnato attivamente in vari enti culturali: Istituto storico della Resistenza di Pistoia – di cui è stato Direttore dal 2016 al 2024 -, Istituto Ernesto de Martino, Liberation Route Italia, Associazione Culturale Orizzonti.

I suoi ambiti di ricerca vertono sulla Resistenza, sulle stragi naziste e fasciste, sull’internamento militare. È stato curatore scientifico di mostre e progetti, tra cui quelli internazionali On the run. Helpers and Allied servicemen in the Pistoia area e Guerra aerea a Pistoia. Le fonti orali per lo studio dei bombardamenti alleati svolti in sinergia con l’University of Lincoln (UK).

Autore di numerose monografie, ha coordinato opere collettanee e redatto saggi su rivista. Tra le sue pubblicazioni: Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzione (con Alessia Cecconi), Pacini Editore, 2017; Guerra totale in Valdinievole. Monsummano Terme tra occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. 1943-1944, ISRPT Editore, 2021; Erano giorni bigi allora. Guerra, Shoah, Resistenza: Lamporecchio 1943-1944, ETS, 2023; Le stragi naziste e fasciste in provincia di Pistoia. Un’analisi storica e storiografica, in Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, Edizioni ANFIM, 2024; Una storia incompiuta? Rassegna storiografica sulla Resistenza pistoiese dal dopoguerra ad oggi, in La Resistenza armata nell’Italia centrale, Carocci, 2026.




La vita di Idalberto Targioni: una ricostruzione attraverso le carte d’archivio

Il fondo Idalberto Targioni viene depositato nel 2019 presso l’archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea da Simonetta Chiappini, erede delle carte familiari. Si tratta di un archivio di persona composto da materiali prodotti dal soggetto e da documentazione raccolta e conservata postuma dagli eredi.

Il fondo Targioni consente di ricostruire la vicenda di una figura insieme affascinante e contraddittoria. Nato trovatello, Targioni porta con sé per tutta la vita lo stigma delle origini, sintetizzato nell’epiteto con cui veniva appellato da ragazzino, “il Bastardo”. Contadino autodidatta, si costruisce uno spazio di riconoscimento pubblico grazie alla parola: diventa un abile poeta estemporaneo, capace di imporsi nelle gare di improvvisazione e di conquistare il soprannome di “Usignolo”.

Militante socialista e acceso anticlericale, diventa protagonista della vita politica locale, ottenendo il soprannome di “Diavolo Rosso” e arrivando a ricoprire la carica di sindaco di Lamporecchio. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, inizialmente schierato su posizioni neutraliste, si converte all’interventismo e successivamente al fascismo, fino a diventarne uno dei principali esponenti nel territorio pistoiese. Questo passaggio segna una frattura profonda nella sua vita, nonché nella memoria pubblica del personaggio: Targioni diventa “il Convertito”, e la sua parabola politica e personale conosce una progressiva marginalizzazione, fino a cadere nell’oblio.

Una prima restituzione complessiva della figura di Targioni è offerta dal lavoro del Prof. Roberto Bianchi, che nel 2018 pubblica Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento[1], volume che rappresenta un primo punto di riferimento per la ricostruzione biografica del personaggio. Nell’appendice del libro trovano spazio l’elenco di consistenza dell’archivio, curato da Daniele Lovito, e una significativa testimonianza dell’erede Simonetta Chiappini.

La vicenda di Idalberto Targioni permette di interrogare, attraverso una prospettiva microstorica, alcuni nodi centrali della storia italiana tra Ottocento e Novecento: la formazione politica dei ceti popolari, il rapporto tra autodidattismo e militanza, le fratture prodotte dalla guerra e il passaggio di una parte del socialismo al fascismo. In questo senso, lo studio del fondo Targioni offre un osservatorio privilegiato sugli intrecci tra esperienza individuale e processi storici più ampi.

Idalberto Targioni nasce a Firenze il 19 ottobre del 1868, quando la città era capitale del Regno d’Italia. A poche ore dalla nascita viene portato dalla levatrice Irene Gragnani allo Spedale degli Innocenti insieme al segno di riconoscimento (un pezzo di tela verde ricamata) destinato a consentire un eventuale riscatto del bambino, ancora oggi conservato presso l’archivio dell’istituzione.

Battezzato col nome di Edelberto, inizia subito l’iter riservato agli esposti. I tenutari cui viene affidato sono contadini, in linea con le politiche dello Spedale degli Innocenti che, in accordo con l’Accademia dei Georgofili, individuano nel mondo mezzadrile l’unico sbocco lavorativo, sociale ed economico per i trovatelli. Questo sistema orienta da subito il destino sociale dei gettatelli toscani, inscrivendoli in un orizzonte di lavoro agricolo e di subalternità che Targioni cercherà sempre di oltrepassare.

Nella sua autobiografia inedita e dattiloscritta – Cinquant’anni della mia vita – Targioni racconta della sua infanzia e adolescenza, di come siano state segnate dalla costrizione del mondo rurale e da episodi di sfruttamento, dalla volontà di emanciparsi, dalle punizioni, nonché da un costante senso di impotenza che traduce in una aggressività difficile da contenere[2].

Dopo vari passaggi presso famiglie affidatarie, i tenutari dai quali si stabilizza sono Domenico e Giuditta Capecchi, del Popolo di San Baronto, nel comune di Lamporecchio a Pistoia. Pur impiegato come forza lavoro, impara a leggere e scrivere da autodidatta. Insofferente alla disciplina e profondamente ostile al lavoro dei campi, Targioni non sopporta di ubbidire ai comandi del padre. In più occasioni si allontana da San Baronto; una delle sue fughe più significative riguarda il periodo, tra il 1885 e il 1887, quando lavora alle Caldine, nel comune di Fiesole, alla costruzione della linea ferroviaria Firenze–Cecina. Qui si rende conto che le ingiustizie non dominano solo nelle campagne, ma anche tra gli operai nelle città. Il contatto col mondo del lavoro operaio favorisce l’incontro con la politica e col socialismo: sono gli anni della Seconda Internazionale e per Targioni la moderna tendenza del socialismo si innesta sul suo persistente desidero di riscatto, dando avvio a un impegno politico che nasce dal basso e si fa progressivamente più ambizioso.

Parallelamente, Targioni non smette mai di lavorare alla sua formazione. Racimola libri come può, impara molti classici a memoria e costruisce un patrimonio di letture che eccede di molto rispetto a quello tipico del mondo contadino. In linea con la tradizione della poesia estemporanea, diventa un eccezionale esempio di prontezza nell’improvvisare ottave cantando. Partecipa a molte gare di poesia – contrasti o contraddittori – alcune delle quali sono state da lui riscritte a mano o a macchina e sono oggi conservate nel fondo Targioni. I temi spaziano dalle donne, alla natura, alla politica. Alcuni dei suoi canti conobbero una notevole fortuna, diffondendosi oralmente tra Pistoia e Firenze e mantenendosi vivi nella memoria locale.[3]

Accanto all’attività estemporanea, Targioni pubblica diversi componimenti. Tra questi, il Canzoniere di poesie popolari (1895) e il Canzoniere di poesie sociali (1912). Il primo, tratta prevalentemente di temi bucolici e idilliaci, sebbene nelle poesie coeve rimaste manoscritte emerga già un deciso interesse per la cosa pubblica e la giustizia sociale. Il secondo, è invece dedicato interamente a temi socialisti. Un socialismo che risulta di stampo umanitario e risorgimentale, povero di basi teoriche marxiste che dimostra di conoscere solo in modo superficiale.

Stabilizzatosi di nuovo a Lamporecchio nel 1891, Targioni si sposa e diventa padre della sua prima figlia, Velia. Tuttavia, la vita matrimoniale entra in crisi: Idalberto intrattiene diverse relazioni extraconiugali, la più rilevante con Sofia Bacarelli, dalla quale ha una figlia, Idalberta.; la convivenza con Sofia dura fino alla morte di lui, come attestano le lettere tra Sofia e Velia.

Nel 1895 si iscrive al Partito Socialista Italiano e inizia una costante e impegnata militanza politica. È affascinato dalla prospettiva offerta dall’ideologia socialista da lui descritta come «la migliore, la più giusta, l’unicamente vera, […], fulgidamente bella»[4].

Nel 1901, in un contesto locale privo di organizzazioni socialiste strutturate, Targioni contribuisce alla fondazione di un circolo di Studi Sociali a Lamporecchio. Nel 1898 affida il manifesto del proprio credo politico al componimento Un colloquio con la mia musa, scritto durante la detenzione nel carcere delle Stinche di Pistoia in occasione dei moti del maggio ‘98. Attraverso la personificazione della musa-socialismo, il testo restituisce l’adesione ideale e militante a una causa percepita come strumento di emancipazione degli “infelici” [5].

L’impegno per la propaganda socialista continua assiduamente in giro per la Toscana e anche all’estero. Il primo riconoscimento che Targioni ottiene arriva nel 1901, quando viene eletto consigliere comunale a Lamporecchio. Insieme a lui, venne scelto anche l’amico Domizio Torrigiani[6], un avvocato che avrebbe fatto carriera nel Grande Oriente, una delle più strutturate logge massoniche d’Italia. Targioni in questo periodo scrisse su vari periodici, quali: «La Martinella» di Colle Val d’Elsa dal 1899 al 1901, «l’Avvenire» di Pistoia dal 1901 al 1915 – ne fu direttore dal 1908 al 1913 –, «Vita nuova di Empoli» dal 1901 al 1915.

Nel biennio 1911-1912, Targioni si distingue come protagonista della campagna socialista contraria alla guerra in Libia: le sue conferenze in versi e i suoi articoli su «l’Avvenire» gli valgono un elogiativo articolo in prima pagina sull’ «Avanti!», dove viene definito «uno dei nostri più ferventi e modesti propagandisti del socialismo»[7].

Tra il 1913 e il 1914 inizia per Targioni una fitta campagna elettorale: si candida per il PSI alle elezioni politiche del 1913 per il Collegio di Pistoia I. Anche se non viene eletto, per Targioni si sta avvicinando l’opportunità più importante della sua carriera politica da socialista. Il momento che segna l’apogeo del suo percorso politico, è l’elezione a sindaco di Lamporecchio nel 1914, unitamente alla nomina di consigliere comunale a Cerreto Guidi (FI). L’amministrazione Targioni è la prima socialista del circondario di Pistoia.

Tuttavia, la sua posizione di sindaco si incrina ben presto: la riforma tributaria varata da Targioni per finanziare un ambizioso programma riformatore incontra l’ostilità di una ristretta cerchia di notabili locali, verosimilmente timorosi che il nuovo sistema fiscale possa intaccare le loro ricchezze; questi trovano un alleato nel segretario comunale, entrato in contrasto con il sindaco per motivi apparentemente marginali. A ciò si aggiunge l’attenzione delle autorità prefettizie, che sottopongono l’operato dell’amministrazione a continui controlli, ufficialmente motivati da presunti favoritismi in materia fiscale ma sostanzialmente volti a colpire uno dei principali esponenti del neutralismo pistoiese.

Con l’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia, Targioni viene arrestato con l’accusa di aver fomentato manifestazioni antibelliciste a Empoli. L’episodio segna un punto di svolta decisivo: sentendosi abbandonato dai compagni di partito e percependo l’inevitabilità del conflitto, si sposta su posizioni interventiste e decide di uscire dal Partito Socialista Italiano; per coerenza rassegna le dimissioni da consigliere comunale a Cerreto Guidi e da sindaco di Lamporecchio, ma queste ultime non vengono accettate e Targioni continua a guidare il Comune nel pieno del conflitto.

Nel primo dopoguerra, ormai orientato verso posizioni sempre più nazionalistiche e bollato dai suoi ex compagni come traditore, viene duramente contestato dai socialisti durante un comizio al teatro Berni di Lamporecchio in occasione delle festività pasquali; il 14 giugno viene infine costretto a lasciare la carica di primo cittadino[8]. Si avvicina progressivamente al fascismo, diventando uno dei principali animatori nel Montalbano e nei territori limitrofi. Nel 1921 fonda il Fascio di combattimento di Lamporecchio e si afferma come attivo propagandista nelle provincia fiorentina, affiancando all’azione politica un’intensa attività giornalistica: collabora con periodici fascisti — tra cui «Giovinezza» (1921-1923), «La Riscossa» (1921-1922), «L’Azione fascista» (1922-1923) e «Battaglia fascista» (1924-1926) — e fonda due testate proprie, «L’Alleanza» (1921) e «L’Ordine» (1922).

Nel 1923 viene nominato segretario dei sindacati fascisti per l’agricoltura della provincia di Firenze e nel 1924 è eletto consigliere provinciale. Nonostante questi incarichi, i suoi rapporti con gli apparati del Partito nazionale fascista si deteriorano progressivamente: deluso dallo scarso riconoscimento ottenuto per il lavoro svolto, Targioni si ritira gradualmente dalla vita pubblica. Minato da cattive condizioni di salute e da ristrettezze economiche, muore a Lamporecchio il 25 maggio 1930.

Il fondo Idalberto Targioni consta di quattordici buste archivistiche e di circa duecento volumi a stampa; al termine del lavoro di inventariazione, curato da Marta Bonsanti, la documentazione viene organizzata in sette serie, restituendo una struttura coerente a un corpus documentario ampio e articolato. La prima serie raccoglie la corrispondenza di Targioni, familiare e non; la seconda e la terza comprendono la produzione edita e inedita di carattere letterario e politico; la quarta è dedicata alla documentazione relativa al fascio di Lamporecchio e alle organizzazioni sindacali fasciste; la quinta conserva i documenti personali, tra cui atti giuridici e materiali fotografici; la sesta riunisce materiali a stampa, in parte riconducibili alla biblioteca privata del soggetto produttore; l’ultima serie è composta da documentazione prodotta o raccolta dai familiari, in larga misura postuma.

Per ricostruire la sua vita sono stati altresì consultati: l’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, il Casellario Politico Centrale, l’Archivio del Comune di Lamporecchio, l’ Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura di Pistoia e l’Archivio della Questura di Firenze.

Il fondo Targioni non è solo un insieme di documenti ma una finestra aperta su una vita immersa nelle grandi trasformazioni politiche e sociali a cavallo tra Ottocento e Novecento. È una memoria viva, che continua a parlare a chi la interroga, offrendoci la possibilità di ripensare il passato e di scoprire nuove sfumature di una figura complessa come quella di Idalberto Targioni.

Nel solco del lavoro del Prof. Roberto Bianchi, la figura di Targioni è stata indagata e approfondita dalle ricerche di Giulia Bruni – confluite nella sua tesi magistrale Idalberto Targioni. L’uomo, il poeta e il politico. Una biografia dalla nascita alla Grande Guerra, Università di Firenze, 2024 – e di Andrea Cerofolini che, nella sua tesi magistrale attualmente in fase di stesura, ha proseguito l’indagine concentrandosi sulla seconda parte della vita di Targioni, segnata dall’adesione al fascismo.

[1] Roberto Bianchi, Una storia, un archivio. Idalberto Targioni nell’Italia tra Ottocento e Novecento, Firenze, Firenze University Press, 2018

[2] Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (ISRT), fondo Idalberto Targioni, S.II Manoscritti di Targioni, B.6, Segnatura II.5.1, Cinquant’anni della mia vita (ricordi e memorie), 1920, pagine non numerate.

[3] Su questo si può consultare l’intervista a Florio Londi, Carmignano (PO) del 14/02/1993. Testimonianza orale rilasciata a Giovanni Contini e Doriano Cirri, conservata presso Archivio della cultura contadina, Comune di Carmignano. L’intervista completa si trova alla pagina web: https://www.comune.carmignano.po.it/output_allegato.php?id=409448 consultata il 16/05/2024.

[4] Cinquant’anni, cit., pp. nn.

[5] «La Martinella», I.Targioni, Un colloquio con la mia musa, 1° maggio 1899.

[6] Il fondo Domizio Torrigiani è stato donato dagli eredi all’Isrt nel 2010.

[7] «Avanti!», T.Tosi, Un poeta socialista improvvisatore, 26 settembre 1911.

[8] L’intera vicenda è ricostruita dal punto di vista del protagonista in I.Targioni, Vent’anni di propaganda e cinque anni d’Amministrazione Socialista nel Comune di Lamporecchio, Tipografia Grazzini, Pistoia, 1920.




Pistoia Docufilm Festival, il cinema che dà voce alla storia

Nato per raccontare la storia attraverso il documentario, il Pistoia Docufilm Festival è diventato in cinque anni un punto di riferimento culturale in Toscana e in Italia. Ogni estate Pistoia si trasforma in uno spazio aperto alla memoria, dove film e incontri invitano a riflettere sulle sfide passate e su quelle ancora attuali. In un’epoca in cui la narrazione autentica è sempre più preziosa, il festival offre una piattaforma per dare voce a storie e punti di vista spesso dimenticati o poco ascoltati.

Il Pistoia Docufilm Festival nasce da un’intuizione dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Pistoia, e in particolare da un’idea di Francesca Perugi, maturata durante i mesi difficili del lockdown causato dalla pandemia di Covid-19. In un momento in cui il cinema sembrava sospeso e i tradizionali spazi di socialità a rischio di scomparire, è germogliata la volontà di creare nuovi luoghi di incontro. Il documentario è stato scelto come mezzo ideale: un linguaggio capace di affrontare temi complessi con profondità, restando però accessibile e coinvolgente per tutti.

Un altro traguardo essenziale del festival è stato quello di mettere in dialogo diverse professionalità – storici, ricercatori, registi – accomunate dalla passione per la storia e la narrazione documentaristica, per offrire al pubblico un’esperienza culturale ricca, sfaccettata e stimolante. Inoltre, il pubblico non è mero spettatore, ma è invitato a partecipare attivamente agli incontri e ai dibattiti finali, diventando così protagonista di una riflessione collettiva e viva.

Dal 2021 il Pistoia Docufilm Festival si è affermato come uno spazio unico per riflettere sul potere del documentario come strumento di racconto della realtà. La prima edizione ha preso le mosse dalla definizione stessa di documentario – “film senza aggiunta di elementi fantastici”, secondo la Treccani – per esplorare insieme al pubblico come si realizzano documentari di qualità, come i registi scelgono i temi e le immagini tra migliaia di possibilità. Nel 2022 il tema si è spostato su “Come raccontare la storia?” affrontando la storia con la S maiuscola. Il festival ha proposto quattro serate per dialogare con registi e storici su fatti significativi della storia contemporanea. Il 2023 ha portato il pubblico a riflettere su “Geografie umane: storie di comunità”. Le serate hanno proposto documentari recenti che raccontano storie di comunità da tutta Italia, dalla resilienza ai conflitti, passando per sfide e progressi che hanno lasciato un’impronta nella storia collettiva. Nel 2024 il tema è stato “Per non confondere i confini del nostro campo visivo con i confini del mondo”. L’edizione ha esplorato il tema dei confini e delle migrazioni, attraversando la storia dei migranti italiani del dopoguerra, i primi arrivi dall’Albania negli anni ’90, fino alle recenti vicende al confine tra Italia e Francia. Tre film hanno raccontato come le migrazioni siano un fenomeno naturale e i confini solo linee artificiali da interrogare e superare.

Fin dalla prima edizione, il Pistoia Docufilm Festival si è avvalso di collaborazioni con realtà di spicco nel mondo del documentario e della ricerca storica. Tra i principali partner figurano il Festival dei Popoli di Firenze, la Cineteca di Bologna, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO). Il Festival dei Popoli, tra i più antichi e prestigiosi festival internazionali di cinema documentario, promuove il documentario come strumento di conoscenza e testimonianza. La Cineteca di Bologna, fondamentale per la conservazione e il restauro del patrimonio cinematografico, contribuisce a mantenere viva la memoria visiva. L’Archivio Audiovisivo di Roma conserva testimonianze sui movimenti operai e democratici. L’AISO valorizza le testimonianze orali, offrendo un punto di vista umano che integra il racconto visivo del documentario. A queste collaborazioni si aggiunge quest’anno TVL – Televisione Libera Pistoia, che amplia la diffusione del festival trasmettendo alcune produzioni, raggiungendo così un pubblico più ampio.

La quinta edizione del Pistoia Docufilm Festival, in programma nei giorni 7, 14 e 21 luglio 2025 all’Arena Cinema Porta al Borgo, porta quest’anno un focus speciale sulle voci dei registi toscani. Il tema scelto, “Simboli. Storie, bandiere e canti di libertà”, offre una riflessione sui simboli e sui linguaggi della lotta per i diritti, attraverso documentari che raccontano storie di impegno, resistenza e mobilitazione sociale.

Tre serate di cinema e incontri accompagneranno il pubblico nel racconto di chi ha lottato per dignità, pace e giustizia. Si parte lunedì 7 luglio con Il rovescio della medaglia (1974), film di Alvaro Bizzarri, regista pistoiese emigrato in Svizzera, che descrive con uno sguardo partecipe le dure condizioni dei lavoratori stagionali italiani.

La seconda serata, lunedì 14 luglio, è dedicata a Bella ciao – Song of Rebellion (2021), documentario di Andrea Vogt che ripercorre la storia del celebre canto popolare italiano, simbolo internazionale di libertà e resistenza.

Il festival si chiude lunedì 21 luglio con Bandiere della pace (2023), di Silvia Folchi e Alessandro Bartoli, che racconta le mobilitazioni delle campagne italiane del dopoguerra contro il riarmo e per una giustizia sociale duratura.

Nel contesto del festival, martedì 8 luglio l’emittente TVL – Televisione Libera Pistoia trasmetterà il film Lo stagionale, sempre di Alvaro Bizzarri, ampliando così l’omaggio al regista di origini pistoiesi.

Il Pistoia Docufilm Festival 2025 è promosso dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Pistoia in collaborazione con TVL, l’Istituto Ernesto de Martino, il Festival dei Popoli e l’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO), con il sostegno della Fondazione Caript e grazie al contributo della Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura.

Tutte le serate sono a ingresso gratuito.

 

 

Francesca Perugi è una storica specializzata nella storia contemporanea della Chiesa cattolica. Vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Pistoia, è l’ideatrice del Pistoia Docufilm Festival.
Autrice di numerosi podcast, articoli e libri, ha completato un dottorato e un post-dottorato presso l’Università Cattolica di Milano. Attualmente insegna in una scuola secondaria superiore.
Appassionata di cinema e divulgazione, Francesca unisce ricerca storica e linguaggi audiovisivi per raccontare storie spesso poco conosciute, con l’obiettivo di coinvolgere il pubblico in un dialogo critico e partecipato.




Farestoria Festival, I edizione

Questa importante iniziativa nasce dalla volontà di arricchire l’offerta culturale della provincia pistoiese con un festival dedicato alla storia contemporanea, trasformando temi di ricerca accademica in un’occasione di dialogo e confronto aperti con la cittadinanza. A questo proposito le iniziative saranno ospitate in alcuni luoghi simbolo della vita pistoiese – la Libreria Lo Spazio, la Sala Soci Coop e il Polo culturale Puccini-Gatteschi – per rendere il territorio urbano vero protagonista di confronti nati dalla collettività e consolidare il rapporto tra l’Istituto e la città di Pistoia.

L’iniziativa si pone pertanto anche come esperimento di public history, prevedendo una partecipazione attiva del pubblico alla discussione e rendendo accessibili i risultati della ricerca storica ad un pubblico ampio e diversificato, contribuendo per quanto possibile alla formazione di una cittadinanza consapevole con strumenti critici per la comprensione del mondo contemporaneo.

In questo senso l’ambizione del festival è quella di trattare temi di respiro internazionale, da una riflessione sull’antifascismo attraverso un secolo di storia, passando per una problematizzazione delle categorie di dissidenza e resistenza nei conflitti del secolo attuale, fino alla storia della Palestina, del vicino oriente e all’attenzione per l’ambientalismo. Tutti questi temi, ognuno con le proprie specificità, sono tra loro intrecciati e sono tenuti insieme dalla convinzione che possano contribuire a gettare una nuova luce sul significato e sull’interpretazione di “Resistenza” nel mondo contemporaneo. La scelta degli eventi e delle tematiche caratterizza quindi un percorso di riflessione che trova in questa categoria il proprio filo conduttore, con l’intento di rinnovare il dibattito sulla “Resistenza” (e sulle resistenze) non come categoria appartenuta al passato, bensì come un fenomeno quanto mai attuale e vitale per comprendere le dinamiche del mondo di oggi.

Inoltre, tra i vari momenti in programma, particolare attenzione sarà rivolta alla didattica della storia, che farà da trait d’union con l’appuntamento finale del festival dedicato ai giochi da tavolo a tema storico.

 

 

Luca Cappellini è dottore magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Firenze ed è studioso dell’età contemporanea. È docente presso le scuole superiori Mantellate di Pistoia. Fa parte dal 2018 dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, dove è responsabile della biblioteca e con cui collabora come ricercatore e divulgatore. Ha pubblicato “Genova 2001. Una memoria multimediale” in «Farestoria», III, n.1, 2021; ha pubblicato con Stefano Bartolini e Francesco Cutolo “Public History: laboratori partecipativi e memoria pubblica”, in «Clionet», Vol. VII, (2023).

 




Guerra fascista e crisi di regime: la provincia di Pistoia tra il 1940 e il 1943

Il presente lavoro, tratto dalla tesi di laurea magistrale dell’autore, cerca di indagare come la guerra fascista (1940-1943), anche a livello locale, abbia contribuito ad alimentare quella crisi che il regime fascista si trovava a vivere da qualche anno prima dell’inizio della guerra, avvenuta attraverso il fallimento e l’incapacità di gestire tutti i problemi sociali riguardanti il fronte interno. Come campo di analisi è stata scelta la provincia di Pistoia. Lo studio di come la società italiana abbia reagito all’entrata in guerra, voluta fortemente dall’ideologia imperialista e bellicista del regime fascista, il quale però stava trascinando in un conflitto devastante un paese che non aveva preparato né sul fronte esterno né nel fronte interno, ci permette di comprendere meglio gli anni della guerra fascista e di capire come quel regime, che per venti anni aveva controllato totalmente il paese e che nella guerra aveva posto il suo fondamento, sia potuto nel giro di soli tre anni cadere sotto il peso del proprio fallimento.  La ricerca archivistica si è svolta principalmente all’Archivio di Stato di Pistoia nel fondo Sottoprefettura poi Prefettura di Pistoia: archivio di Gabinetto 1861-1944 che conserva una numerosa documentazione del periodo richiesto, con notizie provenienti da tutta la provincia di Pistoia dato che tutte le amministrazioni comunali dovevano fare riferimento al capo della provincia, come viene denominato durante la RSI, il prefetto.

Per comprendere meglio quanto detto finora è opportuno partire da un’analisi di cosa è stato il regime fascista a Pistoia e soprattutto durante la guerra. Partiamo col riassumere brevemente che il fascismo pistoiese, a differenza del panorama toscano, non ha saputo esprimere figure forti che incarnassero l’ideologia fascista del capo forte al comando e in particolare, dopo la morte del primo federale di Pistoia Leopoldo Bozzi, la provincia e i suoi organi di comando (federazione provinciale del PNF e prefettura) sono diventati un semplice trampolino di lancio per dirigenti fascisti verso cariche e province più ambite. Detto questo, la federazione provinciale del PNF non mancò di portare avanti la causa bellica del regime attraverso una martellante propaganda grazie al giornale della federazione pistoiese del PNF «Il Ferruccio».  In esso si possono trovare tra il ’40-’43 miriadi di articoli che si incastrano perfettamente nelle direttive del regime sulla gestione della stampa e che cambiano con l’evolversi del conflitto: troviamo nell’estate del 1941 una rubrica che rispecchia la propaganda antisovietica del regime chiamata «Taccuino antibolscevico» uscito in supporto dell’invasione italiana dell’Urss. Non mancano gli articoli anche in supporto del fronte interno che si basano per la maggior parte su esempi di vita quotidiana o di chi dona qualcosa in supporto della guerra o dei soldati stessi le cui lettere vengono ripubblicate sul giornale. Interessanti sono anche gli articoli in cui al posto di consigli pratici su come aiutare i cittadini a superare la crisi alimentare in corso, si elogiano le donne italiane e la loro amministrazione parsimoniosa della casa.[1]

Una lettura completamente diversa da quella dei giornali fascisti ci arriva dalle relazioni delle autorità sullo “spirito pubblico”. Se in un primo momento vediamo la popolazione che cerca di sopperire alle difficoltà dovute al conflitto (carenza alimentare in primis), già nel 1941 vediamo come sia Carabinieri che Questura trovassero nella popolazione un senso di stanchezza dovuto al fatto che il paese fosse in uno stato di guerra continua dalla guerra in Etiopia e che lo stesso nuovo conflitto si sarebbe allungato una volta che gli Stati Uniti fossero entrati in guerra. Il principale problema della popolazione però, secondo i rapporti, è la grave difficoltà nel reperire generi alimentari, soprattutto per le classi più povere che non possono sopravvivere con quanto dato dalla tessera annonaria e che non possono ricorrere ai prezzi gonfiati sia del mercato nero sia dei commercianti. Una situazione di malessere e avversione verso il regime che aumenta poi nel 1942, in cui carabinieri e polizia rivelano un palese malcontento «che potrebbe un giorno, prossimo o lontano, esplodere e degenerare».[2]

Dobbiamo inoltre considerare che la maggior parte della gestione amministrativa del fronte interno (rifugi antiaerei, alimentazione, profughi, mobilitazione civile eccetera) era stata delegata ai comuni, i quali però dovevano riferire, tramite un complesso e macchinoso apparato burocratico, a varie sezioni provinciali o comunali le quali a loro volta facevano capo o al prefetto o ad altri funzionari, rendendo di conseguenza complessa qualsiasi operazione. Inoltre specialmente ai podestà pistoiesi, il prefetto aveva ordinato di astenersi da erogare fondi non previsti nel bilancio anche per opere straordinarie. In sostanza le spese andavano contenute nei limiti del possibile; ciò ovviamente comportò una difficoltà immane nella gestione del fronte interno. Prendiamo ad esempio la creazione di rifugi antiaerei: un piano di prevenzione esisteva fin dal 1932 e nel 1935 la città poteva contare una copertura per circa il 37% della popolazione (i rifugi erano tutti ricavati da scantinati, niente costruito ex novo). Questo è dovuto al fatto che la città era stata considerata come zona non militarmente interessante e quindi pochi fondi furono stanziati nella protezione antiaerea, situazione che nel 1943, con la vittoria alleata nella campagna d’Africa cambiò radicalmente. Pistoia diventò lo snodo fondamentale per l’attraversamento degli Appennini attraverso la Porrettana e per la presenza delle Officine San Giorgio, convertite alla produzione bellica. Ad inizio 1943 i rifugi presenti e in fase di ristrutturazione potevano proteggere solo il 37% della popolazione, che era aumentata anche per la presenza di profughi, la quale non si fidava della sicurezza dei rifugi.[3] La situazione alimentare crollò lasciando la popolazione alla fame e allo strozzinaggio del mercato nero, con una vigilanza annonaria che non riusciva ad impedire che queste irregolarità cessassero. Ciò aumentò notevolmente il divario tra ricchi e poveri, i quali dovevano accontentarsi dei generi razionati; un divario aumentato anche dalle province vicine a Pistoia, la cui popolazione che aveva possibilità economiche maggiori acquistava generi alimentari a prezzi stratosferici, ma sottraendoli poi alla provincia pistoiese. Una carenza alimentare che peggiorò anche nell’inverno ’42-’43 in cui si registrò una notevole mancanza di patate e legumi, il cui enorme valore nutritivo rappresentava la principale fonte di sostentamento.[4] Un importante ruolo, che ha in parte contribuito alla crisi del regime, fu quello svolto dalla Chiesa cattolica che durante la guerra fascista cercava di prendere il più possibile le distanze da quel regime che aveva scagliato di nuovo il paese in guerra, lasciando il regime orfano di quella istituzione fondamentale per il consenso di una buona parte degli italiani che all’epoca si riconoscevano cattolici. Nelle pagine del periodico dell’Azione cattolica pistoiese, «L’Alfiere», possiamo trovare l’esempio perfetto di quel «patriottismo tiepido»[5] che contraddistinse la chiesa cattolica italiana nel sostegno propagandistico al conflitto: articoli su articoli che non elogiano la guerra, ma che invitano semplicemente al rispetto dell’ordine e al supporto morale dei soldati.[6] Una visione d’insieme di come la guerra fascista e la crisi di regime siano state vissute dalla popolazione civile, la possiamo trovare attraverso le fonti orali. Nelle testimonianze presenti nel fondo audiovisivo dell’Archivio storico dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia, possiamo trovare alcuni tratti comuni nelle esperienze vissute dagli intervistati: prima di tutto troviamo il trauma dello scoppio della guerra, insieme  alla fame patita. A differenza delle relazioni delle autorità qui si nota un altro divario tra chi viveva in città e chi viveva in campagna: i secondi potevano contare sui frutti del proprio lavoro, mentre i cittadini si ritrovarono a patire una fame nera. Le fonti orali ci aiutano anche a leggere e capire come e anche dove si sia sviluppato il fenomeno della Resistenza. Come poli della nascita di queste cellule antifasciste troviamo (oltre alla famiglia che rappresenta il primo contatto con l’antifascismo) la scuola e il luogo di lavoro: le Officine San Giorgio per esempio ritornano spesso nelle testimonianze dove i nuovi operai venivano avvicinati dagli operai più anziani che li “formavano” all’antifascismo.[7] Le storie e le memorie di queste persone possono però essere un interessante punto di partenza per delineare da dove e come la Resistenza pistoiese nacque grazie alle loro esperienze comuni. Ed è importante delineare una storia della lunga resistenza perché ciò ci permette di comprendere meglio le cause e le modalità con cui la crisi che ha portato al crollo del regime si è manifestata. Dietro ogni insuccesso del regime fascista, dei “vecchi” antifascisti (cioè antifascisti che avevano vissuto le violenze politiche pre-marcia) tramite discussioni mirate, quasi chirurgiche per non farsi scoprire, contribuirono a formare le menti di quei ragazzi e ragazze nati nei primi anni ‘20 che poi diventeranno protagonisti e protagoniste del movimento resistenziale.

In conclusione possiamo dire che lo studio del periodo 1940-1943 non debba essere così trascurato e che meriti un’attenzione un po’ più particolare da chi fa divulgazione storica e che si trova a trattare il tema della Seconda guerra mondiale in Italia, come credo sia anche imprescindibile uno studio del primo triennio di guerra per avere una maggiore comprensione del fenomeno della Resistenza. Come non se ne deve esimere chi si occupa di storia del fascismo. Il triennio ‘40-’43 rappresenta la prova della verità, in cui tutta la propaganda guerriera e trionfale del fascismo, fa i conti con la dura realtà dei fatti, cioè l’impreparazione non solo militare, ma anche civile, burocratica, finanziaria e amministrativa nel saper gestire una guerra totale, moderna e brutale sia sul fronte esterno che su quello interno.  Questo non significa svalutare il regime fascista o tentare di renderlo meno amaro; significa prendere consapevolezza e far capire con quale incoscienza il regime ha scelto di sacrificare i suoi soldati e la sua popolazione. Il regime è in crisi agli inizi degli anni ‘40 e la guerra fascista non fa che peggiorare questa crisi; provando a identificare un periodo in cui ciò accade, azzarderei l’ipotesi che se, come già sostengono altri valenti storici e storiche, il fascismo era in crisi alla fine degli anni ‘30, il 1940 segna l’inizio della fine, cioè il periodo in cui buona parte della popolazione decise di smettere di credere in esso, arrivando poi alla disillusione più completa tra il 1941 e il 1942, con il culmine raggiunto nel luglio del 1943 a seguito dell’invasione anglo-americana della penisola che ha poi portato al 25 luglio 1943. Le vicende tra il 1940 e il 1943 sono fondamentali per la lettura storica dei venti anni di regime fascista, «rappresentandone se vogliamo la “rivelazione”».[8]

[1] Vedi in «Il Ferruccio»: Paradiso sovietico, 14/7/1941; Mistica bolscevica, 8/12/1941; Disciplina di popolo nella certezza della vittoria, 3/1/1942; Attestati di solidarietà con i camerati alle armi, 3/1/1942; Lettera di una madre, 26/1/1942; Lettere dalla Russia. Vincenzo, bersagliere scrive alla moglie, 16/3/1942; Per la disciplina delle presenti circostanze, 12/7/1940.

[2] Archivio di Stato di Pistoia, fondo Sottoprefettura poi prefettura di Pistoia Archivio di Gabinetto 1861-1944, busta 266, fascicolo 1939 Rapporto al duce del l0 ottobre 1942 sulla situazione alimentare e sulle condizioni dello spirito pubblico. Relazione, carteggio ed atti, cc. 58. 1942.

[3] ASPt, f. Sottopref., b.132, f. 1154 23.3.”Difesa antiaerea. Esercitazioni ed esperimenti. Pratica generale”, cc. 44. 1932-1936; f. 1155 23.3. Difesa antiaerea. Esperimenti e ricoveri nella provincia di Pistoia, cc. 356. 1933-1934; fascicolo 1156 23.3. “Difesa antiaerea. Progetti protezione antiaerea’, cc. 58. 1934-1936; b.241, f. 1802 12.A.3. “Pistoia. Comitato provinciale protezione antiaerea, ‘Ricoveri, norme sull’oscuramento ed affari diversi, cc. 96. 1942-1945;

[4] ASPt, f. Sottopref., b. 243, f. 1806 12.A. 6. “Disciplina annonaria’ ‘. Disposizioni di massima, uffici addetti, infrazioni annonarie, cc. 1588. 1941-1944.

[5] L. Ceci, I cattolici tra «non belligeranza» e intervento italiano, in 1940: il fascismo sceglie la guerra, a cura di P. Corner, Roma, Viella, 2022, pp. 61-82.

[6] Si veda in «L’Alfiere»: B., T., Fede nella Provvidenza, 1/8/1943; C., G., La persona umana di fronte allo Stato, 12/9/1943; De Mori, G., Gli eroi del dolore, 18/4/1943; Debernardi, G., Appello di Mons. Vescovo ai parroci della Diocesi, 25/7/1943 e Esortazione del Pastore della Diocesi, 15/8/1943; M., R., Servire la patria 16/6/1940 e Sguardo al futuro, 25/10/1942.

[7] Molte delle testimonianze conservate presso l’ASISRPT e a cui si fa qui riferimento sono state trascritte in La guerra che ho vissuto. «I sentieri della memoria», a cura di M. Francini, Firenze, Unicoop, 1997.

[8] G. Fiocco, Guerra fascista e guerra italiana (1940-1943), in «Studi storici», 55/1 (2014), pp. 271-285, p.271.

 

Emanuele Vannucci è laureato in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Firenze. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia, di cui è membro del Consiglio direttivo, in progetti inerenti la didattica, la ricerca e la divulgazione storica e l’archivio audiovisivo. I suoi interessi di studio sono legati alla Resistenza, all’Antifascismo, alla Seconda Guerra Mondiale e alla Public History.




L’ISRPT conclude riordino e digitalizzazione del “fondo manifesti”

Si è concluso il lavoro di riordino, inventariazione e digitalizzazione del fondo manifesti conservato presso l’archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Provincia di Pistoia. Si tratta di un patrimonio ricco ed eterogeneo, che spazia su un’ampia spanna temporale e si caratterizza per la varietà di enti produttori e temi trattati o rappresentati. Il fondo conta un totale di 826 esemplari unici di vario formato (A0, A1, A2, A3).

Gran parte del materiale è originale; sono per lo più ristampe solo i giornali murali emessi da comuni, prefetture e altri organi pubblici fra gli anni ’10 e gli anni ’50 del ‘900. Fra i nuclei documentari più rilevanti e consistenti si segnala una raccolta proveniente dal fondo archivistico appartenuto all’ex sindaco di Pistoia Francesco Toni, con materiale risalente agli anni ’60, ’70 e ’80 che è riconducibile in parte ai movimenti per i diritti civili, per il disarmo, per la pace, per la cooperazione internazionale e per la solidarietà con i popoli del terzo mondo, in parte si lega a questioni inerenti alla politica locale quali elezioni, partiti e lotte sindacali.

La storia dell’Istituto, di altri istituti della rete Parri, della rete stessa e di molte altre organizzazioni assimilabili o prossime – quali, ad esempio, l’ANPI – è ampiamente documentata, con innumerevoli locandine riferibili a iniziative e attività, così come alle politiche memoriali elaborate dagli enti pubblici comunali, provinciali e regionali nella seconda metà del secolo scorso.

Non mancano infine serie di manifesti inerenti alla storia d’Italia, pubblicati a scopo divulgativo e propagandistico.

Si tratta dunque di un corpus di fonti primarie utili ai fini della ricerca relativamente alla storia del ‘900 e alla storia locale, rilevanti inoltre in un’ottica di conservazione della memoria storica dell’ISRPt.

L’opera di catalogazione e digitalizzazione ha richiesto l’impegno assiduo e prolungato nel tempo di professionisti, tirocinanti e ricercatori. I manifesti sono stati suddivisi per formato e disposti in un’apposita cassettiera metallica all’interno dei locali che ospitano l’archivio dell’ente. L’inventario è consultabile in formato excel sul sito dell’Istituto alla pagina “fondo manifesti” .
La consultazione è liberamente garantita in sede nei giorni di apertura dell’Istituto, segnatamente il lunedì, martedì e giovedì pomeriggio dalle ore 15:00 alle ore 19:00.

 

Emilio Bartolini è dottorando in scienze storiche presso l’Università del Piemonte Orientale. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Provincia di Pistoia nella gestione della biblioteca dell’ente e in attività e progetti inerenti la didattica e la divulgazione storica. Il suo principale interesse di ricerca è la storia ambientale in età contemporanea.

Luca Cappellini è laureato in Scienze Storiche all’Università di Firenze ed è studioso dell’età contemporanea. È docente presso le scuole superiori Mantellate di Pistoia. Fa parte dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, dove è responsabile della biblioteca e con cui collabora come ricercatore e divulgatore. Ha pubblicato “Genova 2001. Una memoria multimediale” in «Farestoria», III, n.1, 2021; ha pubblicato con Stefano Bartolini e Francesco Cutolo Public History: laboratori partecipativi e memoria pubblica”, in «Clionet», Vol. VII, (2023).