Dalla Resistenza al Referendum: gli 80 anni del suffragio universale in Italia. Una proposta didattica dell’ISRPT

In occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale in Italia, l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia ha lavorato con due classi terze dell’Istituto Comprensivo Raffaello – secondaria di primo grado – sul crescente protagonismo politico delle donne tra la lotta resistenziale e la conquista e l’esercizio del diritto di voto.

Il laboratorio si è sviluppato in tre incontri. Il primo è stato una lezione partecipata: con l’aiuto di immagini tratte da fonti scelte e l’utilizzo di domande stimolo, abbiamo cercato di ricostruire la storia del ruolo delle donne dalla Resistenza alla Repubblica. Come punto di partenza è stato individuato l’8 settembre del 1943, che segna non solo il crollo dello stato monarchico, ma anche l’inizio di una partecipazione politica delle donne che avrebbe scardinato i paradigmi sociali precedenti. Abbiamo discusso di Resistenza, constatando che, nell’immaginario delle ragazze e dei ragazzi, fosse soprattutto una storia di uomini. Le donne, al limite, preparavano da mangiare o rammendavano i vestiti. Questo aspetto, decostruito e ricostruito alla luce della doppia lotta di liberazione intrapresa dalle donne, ci ha portati ad approfondire i Gruppi di Difesa della Donna e il loro Atto costitutivo, del quale abbiamo evidenziato le rivendicazioni legate al diritto di voto e al lavoro. Sul tema del lavoro abbiamo osservato come molte delle istanze sollevate dalle partigiane siano ancora oggi argomento di discussione, tra queste: parità salariale, possibilità di accedere a qualsiasi impiego, assistenza nel periodo che precede e segue il parto.

Per dare alle studentesse e agli studenti maggiore ancoraggio al momento storico trattato abbiamo sfruttato la storia locale, presentando alcune partigiane pistoiesi e le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia alle amministrative del 1946. Sulle consigliere – Laura Taddeoli per il Partito Socialista Italiano (PSI), Nora Vannucci per la Democrazia Cristiana (DC) e Renata Marchionni per il Partito Comunista Italiano (PCI) – abbiamo reperito poche e frammentate informazioni. L’unica sulla quale si sono potute fare maggiori considerazioni è Renata Marchionni, eletta alla Camera dei deputati nelle fila del PCI dal 1953 al 1958. La sua traiettoria politica è figlia di quel tornante storico in cui la Resistenza aveva aperto alle donne uno spazio di protagonismo che il voto, conquistato nel 1946, aveva trasformato in rappresentanza.

«Chi doveva dare il voto a chi? Avevamo lottato insieme, eravamo privi di diritti politici tutti e tutte, ma gli uomini recuperavano il diritto di voto e per le donne si doveva discutere se concederlo?» dice la partigiana Lidia Menapace.

È a partire da questi snodi che abbiamo costruito il secondo incontro, questa volta interamente laboratoriale.
Le classi sono state divise in tre gruppi, ciascuno dei quali ha lavorato su un tema specifico a partire da un set di fonti selezionate: le partigiane pistoiesi, le prime tre consigliere comunali elette a Pistoia nel 1946 e le Madri costituenti. Il primo gruppo ha lavorato su Alberta Fantini e Lea Cutini consultando le relative schede su questo portale.
Il secondo gruppo, interrogando il portale storico della Camera dei deputati, ha lavorato sulle proposte di legge cui ha partecipato la deputata Marchionni.
Il terzo, attraverso il sito Elette ed eletti – piattaforma tematica dedicata a rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana, con parte dei diari digitalizzati dell’Archivio diaristico nazionale – ha lavorato sulla biografia di Bianca Bianchi e di altre elette all’Assemblea Costituente. Il lavoro con le fonti — documenti, fotografie, testimonianze — ha chiesto alle ragazze e ai ragazzi non di ricevere informazioni già elaborate, ma di interrogare il materiale.

Il terzo incontro è stato dedicato alla restituzione. Il primo gruppo, che aveva lavorato sulle partigiane pistoiesi, ha restituito le modalità della loro “scesa in campo”: come e perché le donne avevano scelto di partecipare alla lotta.
Il secondo gruppo ha messo in luce il filo diretto che corre tra la Resistenza e le istanze politiche che le donne portano con sé quando vengono elette per la prima volta: le rivendicazioni non erano cambiate, erano cambiate le modalità e il luogo in cui venivano espresse. Marchionni, insieme con altre deputate del PCI come Nilde Iotti, Elettra Pollastrini e Teresa Noce, si batte per l’indennità di asilo per i figli delle lavoratrici, per la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio, contro il licenziamento delle donne che si sposano — istanze che riecheggiano direttamente l’Atto costitutivo dei Gruppi di Difesa della Donna.
Il terzo gruppo, che aveva esplorato il sito Elette ed eletti, ha osservato come molte delle donne dell’Assemblea Costituente, non a caso, venissero direttamente dall’esperienza resistenziale.

Resta, in chiusura, una considerazione che il lavoro svolto rende difficile tacere: le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025 esprimono più di una riserva sull’uso didattico delle fonti storiche. Eppure l’esperienza condotta suggerisce che l’obiettivo «di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente»[1] non è affatto irrealistico.

I temi trattati e la proposta didattica individuata sono il risultato della collaborazione tra tre gruppi di lavoro interni al consiglio direttivo dell’Isrpt: Paura non abbiamo, che lavora sulla storia di genere; Didattica, per la proposta metodologica; Passi di storia, per i collegamenti con la storia locale e la public history. Gli incontri sono stati condotti da Giulia Bruni, Brenda Fedi e Andrea Borelli.
Il lavoro svolto sulla figura di Renata Marchionni confluirà nel prossimo percorso di Passi di storia, per il quale verrà censita la sede del PCI pistoiese.

 

[1] Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, decreto 9 dicembre 2025, n. 221.

 

Giulia Bruni è laureata in Scienze Storiche all’Università di Firenze. Fa parte del consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e collabora con alcuni dei suoi gruppi di lavoro: Paura non abbiamo, Didattica e Passi di storia.
Nel 2025 ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento delle discipline letterarie negli istituti secondari di I e II grado.




Piero Zerboglio (1907-1991): dalla Resistenza alla Repubblica

Piero Zerboglio nasce a Pisa il 19 luglio 1907 da Adolfo[1] e Maria Badoglio. La sua è una famiglia numerosa: ha due sorelle, Vera Carolina Laura Vincenza (Pisa, 21 aprile 1896-18 marzo 1977) e Carolina, detta Lina (Pisa, 8 febbraio 1903-29 maggio 1992), e un fratello, Vincenzo, detto Enzo. Quest’ultimo, nato a Pisa il 10 agosto 1898, parte per il fronte nel 1917 e muore il 26 ottobre 1918 a causa delle ferite riportate in combattimento sul Monte Solarolo; per il suo sacrificio viene insignito della medaglia d’oro al valor militare[2].

Il fratello Enzo è compagno di scuola, negli anni del liceo, di Giorgio Giglioli. Quest’ultimo, figlio di Italo e Constance Stocker, appartiene a una famiglia dalla solida tradizione patriottica risorgimentale; il padre, professore di chimica agraria all’Università di Pisa, è inoltre amico intimo e sodale di Adolfo[3]. A partire dal primo decennio del Novecento, le vicende delle due famiglie si intrecciano profondamente, segnando in modo determinante la formazione culturale di Piero.

Piero frequenta il liceo classico “G. Galilei”, seguendo il percorso del fratello, delle sorelle e dei figli dei Giglioli. Proprio con alcuni di loro, il 13 febbraio 1926, contribuisce alla fondazione della sezione di Pisa del Club Alpino Italiano (CAI)[4]. La passione per la montagna gli viene trasmessa dal padre, grande escursionista: quest’ultimo è originario del Piemonte, ma risiede a Pisa dove insegna Diritto penale sin dalla fine dell’Ottocento. La famiglia Zerboglio trascorre regolarmente le vacanze estive a Barga, in provincia di Lucca; anno dopo anno, il legame con il territorio si fa così profondo che il giurista, alle soglie dei sessant’anni, vi dedica un affettuoso ricordo attraverso un libro – una guida storico-culturale – intriso di stima e amore per la comunità barghigiana[5]. Spesso il padre – accompagnato dai figli o dagli amici, o talvolta in solitaria – approfitta delle pause dalle sue molteplici attività per inerpicarsi lungo le pendici dei monti e dei colli della zona. In queste lunghe e avventurose escursioni emerge un tratto distintivo della sua personalità, tanto che egli stesso scrive, con una punta di arguzia:

se si chiedesse a più d’uno, del professor Zerboglio, credo che nove su dieci ne esalterebbero la valentia “podistica” tacendo dei suoi volumi di diritto penale. Ed io, non sarei scontento perché tutti possono apprezzare benignamente l’energia delle mie gambe, e rari, invece, son coloro che sieno atti o propensi a giudicare, con coscienza ed equità, i prodotti del mio cervello!![6]

Barga è un piccolo comune della media Valle del Serchio, in provincia di Lucca, incastonato in una posizione suggestiva e strategica: il borgo appare infatti racchiuso tra l’imponente catena dell’Appennino Tosco-Emiliano e il profilo frastagliato delle Alpi Apuane. Situato a 410 metri sul livello del mare, l’abitato si adagia sulle alture delle ultime pendici occidentali del Monte Rondinaio, a circa quattro chilometri dalla riva sinistra del fiume Serchio.

Piero Zerboglio, alla fine degli anni Venti, frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa, dove si laurea il 4 luglio 1931[7]. In questo periodo conosce Gianna Donetti, figlia dell’avvocato Ettore: quest’ultimo, titolare di uno studio professionale a Genova, è solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia a Barga, proprio come gli Zerboglio. Gianna e Piero si sposano il 19 settembre 1934; dalla loro unione nasce a Genova, il 28 agosto 1935, la figlia Piera che, seguendo le orme del padre e dei due nonni, si laureerà a sua volta in Giurisprudenza[8].

Dopo una breve esperienza a Genova presso lo studio del suocero, Piero Zerboglio abbandona la professione di avvocato per dedicarsi all’insegnamento. Tuttavia, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, viene arruolato come ufficiale nel 22° Reggimento di fanteria, di stanza nel territorio pisano.

Pisa, Lungarno Pacinotti, Palazzo Timpano, Casa Zerboglio prima del 1940. Foto dell’Archivio BFS

Piero matura la propria scelta liberal-socialista e antifascista proprio nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta, come ricorda Antonio Tozzi[9], va collocato nella primavera del 1942, in seguito agli incontri con Antonio D’Andrea, Mario Frezza ed Enrico De Negri e, in particolare, con Tancredi “Duccio” Galimberti – tra i fondatori del PdA nel cuneese, nonché ispiratore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e figura di spicco della Resistenza piemontese[10].

Così, nell’autunno del 1942, sotto la supervisione del professor Guido Calogero, nasce il “Comitato direttivo pisano” del partito. Il nucleo, composto da Piero Zerboglio, Antonio D’Andrea, Antonio Tozzi, Raffaele Micheletti, Ferruccio Michelazzi e Roberto Supino, allaccia rapidamente rapporti con le cellule azioniste di Lucca, Viareggio e Firenze. Piero Zerboglio descrive così quei momenti nelle memorie scritte per la famiglia e i nipoti:

Nel 1942 viene a trovarci a Pisa Duccio Galimberti, un avvocato studioso di diritto penale che si considera, in certo senso, allievo del nonno Adolfo, perché il nonno lo ha consigliato, ha recensito favorevolmente le sue pubblicazioni. Si sono incontrati più volte anche con la nonna Maria a dei congressi e hanno fatto tanta amicizia. Galimberti – che sarà poi un valoroso partigiano e morirà eroicamente, ucciso barbaramente dai fascisti – viene a Pisa per avere la nostra partecipazione a una forza antifascista che aveva origine da “Giustizia e libertà”: un movimento dei più significativi nella lotta contro il fascismo, del quale avevano fatto parte uomini come Rosselli, Parri, Ernesto Rossi.

Il nonno Adolfo è già molto anziano e Galimberti si rivolge soprattutto a me perché organizzi a Pisa il partito d’azione e prenda parte alla lotta antifascista. Io sono entusiasta, condivido pienamente gli ideali del partito d’azione: le forme istituzionali, i contenuti economici e sociali, i principi di giustizia e libertà, che sono da sempre i miei ideali politici, gli ideali liberal-socialisti[11].

Nella primavera del 1943, il Comitato del Partito d’Azione pisano contribuisce alla nascita del “Fronte antifascista” insieme ad alcuni esponenti comunisti e cattolici. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, il gruppo svolge delicati compiti di collegamento tra il movimento clandestino cittadino e le formazioni partigiane attive sull’Appennino tosco-emiliano.

Il 31 agosto 1943, Piero e la sua famiglia assistono, dalla propria abitazione, al disastroso bombardamento della città, che colpisce con inaudita violenza la zona della stazione ferroviaria e il quartiere di Porta a Mare.

Nelle sue memorie, Piero ricorda come quel giorno la moglie si trovasse a Pisa con la figlia, nonostante fosse già sfollata a Barga proprio per sfuggire alle incursioni aeree. Intorno all’ora di pranzo, la città viene investita da quello che l’autore definisce «uno dei bombardamenti più forti e con più vittime» mai subiti dal capoluogo pisano.

Ci mettemmo abbracciati sotto gli archi di una porta mentre nonna gridava. “Mio dio, il terremoto!”. Gridava così perché anni prima, a Barga, era stata terrorizzata da un forte terremoto. Finito il bombardamento ci affacciammo a una finestra che dava sul Lungarno davanti alla Chiesa della Spina.

Da Porta a Mare si sentivano grida paurose; la Chiesa della Spina, quel piccolo capolavoro gotico proteso sulle spallette dell’Arno, non si vedeva più; a un tratto, avemmo la sensazione di una nube che si apriva e vedemmo riapparire la piccola chiesa; voi sapete che, purtroppo, il nonno non è un credente, ma se una volta, nella vita, ho avuto la sensazione di un miracolo è stata quella. Dopo gli scoppi delle bombe, le tragiche urla della gente, i nonni vivi, abbracciati, rividero come risorgere nel cielo, in mezzo alle macerie, la piccola e bella casa del Signore.

Con la nonna uscimmo e in bicicletta ci allontanammo fuori città. C’era tanta gente che correva disorientata, senza sapere dove andare. C’erano soldati, ufficiali senza giacca, senza cappello, senza armi. Si può dire che c’era solo il nonno con la divisa, le giberne, il fucile.

L’indomani mi toccò andare, al comando di un drappello di soldati, nella zona più colpita dal bombardamento: “Porta a Mare”, per il riconoscimento e il trasporto dei morti[12].

L’8 settembre Piero assiste al disfacimento dell’esercito: è uno dei pochi ufficiali ancora presenti nella caserma ormai semivuota, dalla quale tutti i superiori sono fuggiti. Poiché Pisa nei giorni seguenti viene interamente occupata dai reparti della Wehrmacht, decide di raggiungere la famiglia a Barga. Si reca a casa dei Giglioli per un cambio d’abiti civile e, in sella a una bicicletta, raggiunge la cittadina lucchese dopo dieci ore di viaggio, evitando con cura i posti di blocco tedeschi[13].

Una volta rassicurato sulle condizioni dei propri cari e dopo aver tentato invano di stabilire un contatto con i primi nuclei partigiani saliti in quota, Piero decide di rientrare a Pisa. Al suo ritorno, si riunisce clandestinamente con gli altri membri del Partito d’Azione, tra cui Cesare Salvestroni; quest’ultimo, forte della sua esperienza di ex combattente, assume la responsabilità del Comitato militare del CLN insieme a Fosco Dinucci, Alberto Bargagna e Severino Macci.

Una delle prime priorità del Comitato è il reperimento di armi da inviare ai gruppi clandestini che si stanno organizzando sulle alture, in particolare nella zona di Volterra. Proprio Salvestroni, l’anno successivo, verrà catturato dai tedeschi e deportato: morirà in prigionia il 2 marzo 1945.

Piero decide di utilizzare la casa dei Giglioli come punto d’appoggio per i suoi spostamenti: le sorelle Beatrice e Irene si mostrano ampiamente disponibili a ospitarlo, dimostrando piena solidarietà verso la sua azione. Proprio in quelle settimane, un altro azionista, Carlo Alberto Ricci, fa la spola tra Firenze, Pisa e il Piemonte per mantenere vivi i contatti del partito, trovando anch’egli rifugio e supporto in quella stessa rete di ospitalità clandestina.

Il 24 settembre 1943, la residenza degli Zerboglio, situata ai piani superiori di Palazzo Timpano sul Lungarno Regio, viene completamente distrutta durante un violento bombardamento. L’esplosione travolge la vasta biblioteca e l’archivio del padre Adolfo, un patrimonio documentario di immenso valore[14]. Tra le macerie, grazie al coraggioso intervento delle sorelle Giglioli e di Antonio Ricci, si riescono a trarre in salvo soltanto alcune centinaia di volumi e pochi fascicoli d’archivio. La sventura bellica colpirà nuovamente la famiglia l’anno successivo: anche la casa di Barga, luogo di rifugio e protezione, andrà incontro alla medesima sorte, venendo rasa al suolo da un altro bombardamento.

In questo periodo, Piero e la sua famiglia si occupano attivamente anche dell’assistenza ai De Cori, una famiglia di origine ebraica. Grazie al supporto coordinato degli Zerboglio e dei Giglioli, l’avvocato Guido De Cori e la moglie Piera Pontecorvo – la cui abitazione era andata distrutta nel bombardamento del 31 agosto 1943 – riescono a porsi in salvo e a raggiungere la Svizzera.

Volantino del Partito d’Azione distribuito durante la lotta clandestina (1943-44)

Nei mesi successivi, facendo sempre capo alla villa dei Giglioli, Piero si sposta tra Pisa e Barga per mantenere i contatti con le diverse formazioni operanti nell’Appennino tosco-modenese. In questo periodo ha modo di constatare personalmente la ferocia della repressione antipartigiana condotta dai tedeschi, come nel caso delle stragi perpetrate tra la primavera e la fine del giugno 1944.

Piandelagotti, frazione del comune di Frassinoro, sorge a oltre 1200 metri sul livello del mare, al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 28 giugno 1944, i nazisti circondano l’abitato e colgono di sorpresa i partigiani che vi stazionano: questi ultimi, tuttavia, riescono a mettersi in salvo, lasciando il borgo nelle mani dei reparti tedeschi. I militari catturano circa quaranta civili: dieci ostaggi vengono trucidati sul posto, mentre gli altri trenta sono condotti a Pievepelago.

Il successivo 30 giugno 1944, per rappresaglia, i tedeschi impiccano quattro patrioti a Cerreta di Pievepelago. È molto probabile che Piero Zerboglio, nell’ambito delle attività connesse alla militanza clandestina, si sia recato in queste località in più occasioni. Ne è preziosa testimonianza una lettera di Irene Giglioli alla sorella Lilia, nella quale si legge:

Piero mi ha detto che a Piandelagotti la guerra tra tedeschi e partigiani è stata orribilmente selvaggia e che i tedeschi hanno fatto cose di una crudeltà inaudita. Interi paesi sono stati incendiati, molte case arse con gli abitanti ancora dentro. Di Piandelagotti stesso parrebbe che non resti che la sola chiesa e che tutto il resto sia stato incendiato o distrutto. Spero ancora che non sia vero fino a questo punto, ma purtroppo fin dall’anno scorso [recte primavera scorsa, N.d.C.] Piero ci diceva di aver visto personalmente il paese di Civago [frazione di Villa Minozzo, N.d.C.], a pochi km da Piandelagotti, tutto distrutto dagli incendi tedeschi[15].

Piero Zerboglio si riferisce, con ogni probabilità, ai fatti accaduti il 20 marzo 1944: in quella data, il reparto esplorante della divisione corazzata paracadutisti “Hermann Göring”, coadiuvato dai militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR) di Reggio Emilia, scatena un attacco brutale contro le comunità di Civago e Cervarolo. L’operazione antipartigiana si trasforma rapidamente in un eccidio sistematico, caratterizzato da violenze efferate e uccisioni indiscriminate tra la popolazione civile[16].

Dopo che Pisa e i suoi dintorni sono stati teatro del violento scontro tra la retroguardia tedesca e l’esercito anglo-americano nei mesi di luglio e agosto 1944 – subendo costanti bombardamenti e cannoneggiamenti – tra il 31 agosto e il 1° settembre i reparti tedeschi si ritirano definitivamente dalla città e dalle zone limitrofe. La ritirata avviene verso Ripafratta e successivamente Lucca, lasciando alle spalle un territorio segnato dalle feroci stragi compiute nelle settimane precedenti tra i comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano.

Prima pagina della Relazione di Antonio Tozzi sulle attività del Partito d’Azione a Pisa e provincia [1945]. Foto dell’Archivio BFS

Il 1° settembre, su indicazione dei comandi alleati, una squadra partigiana di Coltano effettua una prima perlustrazione nella zona nord della città, rilevando l’assenza delle truppe occupanti.

Il giorno successivo, le avanguardie alleate fanno il loro ingresso in città, provenendo da Colignola e Mezzana (lungo la direttrice Calci-Cascina). Entrando da Porta a Lucca, le truppe incontrano due distinti gruppi di partigiani che, seguendo le direttive dei comandi alleati, hanno preceduto l’arrivo delle pattuglie: si tratta di alcuni elementi di Coltano e di un nucleo di patrioti della formazione “Nevilio Casarosa”, scesi appositamente dai monti per partecipare alla liberazione del centro urbano.

Secondo la testimonianza di Antonio Ricci – figlio della cuoca della famiglia e residente nella Villa Giglioli – alcune pattuglie di soldati americani penetrano in città, sempre il 2 settembre, utilizzando il ponte subacqueo del Viale delle Piagge, all’altezza del Tondo. Percorrendo buona parte del viale, i reparti raggiungono il centro cittadino attraverso via Maccatella[17].

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, le autorità militari alleate confermano l’avvocato Mario Gattai nel ruolo di commissario prefettizio, affiancato da Italo Bargagna in qualità di commissario politico. Sarà proprio quest’ultimo a essere successivamente nominato dal CLN locale come primo sindaco della Pisa liberata[18].

Una bozza dettagliata della Relazione del Partito d’Azione, conservata tra le carte di Antonio Tozzi, riporta una testimonianza cruciale su quei momenti:

Allorché le truppe della V/a Armata, dopo 45 giorni di sosta, passarono l’Arno, vari elementi delle squadre servirono di guida alle pattuglie di avanguardia alleate. Al loro primo entrare nella città di Pisa, avvenuto dal sobborgo di Cisanello, ebbero appunto per guida appartenenti alle squadre del Partito d’Azione: per primo Benelli Nello, e quindi Bacci Fosco ed altri componenti della sua squadra, fra cui Orsolini Mario, il quale alle ore 10,10 del giorno 2 settembre 1944, accompagnò una pattuglia americana sulla torre pendente per issarvi la bandiera stellata[19].

All’indomani della liberazione di Pisa, l’impegno di Piero Zerboglio si sposta sul piano della riorganizzazione politica e civile. Entra a far parte del Comitato direttivo del Partito d’Azione per la città e la provincia insieme ad Antonio D’Andrea, assumendo l’incarico di segretario provinciale e ricoprendo diverse responsabilità all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)[20].

In occasione del congresso regionale del Partito d’Azione, tenutosi nella primavera del 1945, Piero viene eletto nel Comitato regionale toscano, assumendo la rappresentanza ufficiale della provincia di Pisa in seno all’organismo dirigente[21].

Il 31 marzo 1946, Piero figura nelle liste dei candidati del Partito d’Azione per le elezioni amministrative di Pisa, insieme alla moglie Gianna Donetti. Nonostante il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal partito durante la clandestinità, l’esito delle urne è amaro: la formazione raccoglie appena 675 voti (l’1,7%), un risultato modesto che non consente a Piero l’elezione e che contribuisce ad aggravare la crisi identitaria del movimento azionista.

Piero prosegue con dedizione la propria attività di insegnante e, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione nel 1947, si avvicina all’area socialista, seguendo la traiettoria intrapresa dalla maggioranza degli ex azionisti. Nel 1949, con la costituzione della FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), vi aderisce prontamente: il suo obiettivo è preservare l’autonomia delle associazioni dei partigiani, mantenendole indipendenti dalle logiche e dai compromessi del sistema politico dell’epoca.

Nell’aprile del 1953 prende vita un nuovo soggetto politico, Unità Popolare (UP), che aggrega diverse formazioni di area liberal-socialista con l’obiettivo di contrastare la riforma elettorale maggioritaria, nota polemicamente come “legge truffa”. Dopo la battaglia elettorale del giugno 1953, UP avvia un percorso di progressivo avvicinamento al PSI. In occasione del convegno nazionale di Firenze (29-30 giugno 1957), Piero Zerboglio viene eletto nel Comitato Centrale del movimento, sedendo accanto a figure di primo piano della Resistenza e del socialismo italiano come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Pietro Caleffi e Riccardo Levi[22],

In questa veste, Piero partecipa attivamente alla fase conclusiva del movimento, che avvia le trattative per la confluenza definitiva nel Partito Socialista Italiano (PSI). Tale unione viene ufficialmente deliberata il 26 ottobre 1957, segnando la fine dell’esperienza organizzativa autonoma di Unità Popolare e il rientro della componente azionista e liberal-socialista nell’alveo del socialismo democratico[23].

Nel 1958, Piero assume la presidenza dell’Istituto di cure marine di Tirrenia[24], un incarico che manterrà per lungo tempo: sotto la sua gestione, il 16 febbraio 1971, l’istituto verrà ufficialmente elevato al rango di ente ospedaliero con apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

Sul piano culturale e civile, la sua attività non viene meno: fin dal primo numero, collabora a «Lettera ai compagni», la rivista mensile della FIAP fondata da Ferruccio Parri nel febbraio 1969. In questi decenni complessi per la storia d’Italia e di Pisa, la sua figura, rimasta sempre ancorata ai principi democratici e socialisti, si consolida come un punto di riferimento imprescindibile per la difesa della memoria della Resistenza e dei valori dell’antifascismo.

Infine, nel 1973, Piero ripercorre le orme paterne: come già era accaduto ad Adolfo nel 1923, diventa socio della Cassa di Risparmio di Pisa, il principale istituto bancario cittadino, a testimonianza del prestigio e del radicamento sociale che la sua famiglia ha saputo mantenere nel tessuto civile della città attraverso le generazioni[25].

Il 21 maggio 1985, di fronte alla proposta dell’Università di Pisa e della Scuola Normale Superiore di realizzare una lapide commemorativa con l’elenco dei caduti della Seconda guerra mondiale, Piero interviene in prima persona. In qualità di esponente della FIAP, e insieme ai rappresentanti delle altre associazioni antifasciste, firma una lettera aperta indirizzata al Rettore: nel documento viene espressa una ferma opposizione all’inserimento del nome del filosofo e fascista Giovanni Gentile accanto a quello degli altri caduti.

Piero Zerboglio si spegne a Pisa il 5 febbraio 1991[26]. È sepolto nel cimitero di Barga, la cittadina che aveva dato rifugio e protezione a lui e alla sua famiglia nei drammatici anni 1943-’44. Lì riposa accanto al padre Adolfo, alla madre e agli altri componenti della famiglia, suggellando in quel luogo di memoria il legame profondo e grato con una terra che, pur non avendogli dato i natali, era diventata per lui una seconda patria elettiva.

Franco Bertolucci

9 aprile 2026

 

NOTE:

[1]Su Adolfo Zerboglio (1866-1952), giurista, deputato e senatore cfr. R. Gilardenghi, Zerboglio Adolfo, in Movimento operaio italiano Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, Editori riuniti, 1978, v. 5, pp. 294-297; C. Latini, Zerboglio Adolfo (1866-1952), in Dizionario biografico dei giuristi italiani (secc. XI-XX) [d’ora in poi DBGI], Bologna, 2013, v. 2, pp. 2088-2089; G. Marra, Zerboglio Adolfo, in Maestri d’Ateneo. I docenti dell’Università di Urbino nel Novecento, a cura di A. Tonelli, Urbino, Università degli studi di Urbino «Carlo Bo», 2013, pp. 599-600.

[2]Medaglie d’oro: Enzo Zerboglio, Enrico Toti, [a cura di[ A. Zerboglio, Milano, Imperia, 1923.

[3]Notizie sulla storia della famiglia Giglioli si possono leggere in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, a cura di F. Bertolucci, B. Cattaneo, G. Mangini, Ghezzano (PI), BFS, 2025, pp. 26-37. Cfr., inoltre, C. Giglioli-Stocker, Una famiglia di patrioti emiliani. I Giglioli di Brescello. Con appendice di 26 lettere inedite di patrioti del tempo, Milano, Società anonima editrice Date Alighieri, 1935.

[4]Soci promotori e fondatori, «Notiziario del Club Alpino Italiano sezione di Pisa», a. 37, n. 1, 2017, p. 6.

[5]A. Zerboglio, Barga: memorie e note vagabonde, con xilografie di Balduini, Barga, Sighieri & Gasperetti, 1929.

[6]Ivi, p. 48.

[7]Archivio generale dell’Università di Pisa, Fasc. studente Zerboglio Piero.

[8]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], in Carte di A. Ricci, Archivio della Biblioteca F. Serantini, p. 35.

[9]Carte famiglia Tozzi, fasc. [Partito d’azione e guerra], doc. 1944-1964, [Appunti], s.d.

[10]Cfr. R. Vanni, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa, Giardini, 1972 p. 70, e G. De Luna, Storia del Partito d’azione 1942-1947, Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 50-51.

[11]P. Zerboglio, [Memorie familiari], dattiloscritto [1982], cit., pp. 37-38.

[12]Ivi, p. 39.

[13]Ivi, p. 40.

[14]Ivi, p. 45.

[15]Lettera di Irene a Lilia Giglioli, Pisa, 26 ottobre 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli. Su queste stragi cfr. M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore: stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna: per un atlante delle stragi naziste in Italia, a cura di L. Casali e D. Gagliani, Napoli, L’Ancora, 2008, pp. 95-113.

[16]Di questo episodio ne fa cenno anche Beatrice Giglioli in una lettera alla sorella Lilia, Pisa, 12 aprile 1944 in Archivio della Biblioteca F. Serantini, Carte famiglia Giglioli.

[17] A. Ricci, Ricordi dell’estate 1944 in  B. Giglioli, Diario 31 agosto 1943 – 1° gennaio 1944, cit., pp. 298-310.

[18]Cfr. G. Bertini [a cura di], Pisa nella bufera: note dell’avvocato Mario Gattai commissario del Comune di Pisa. Giugno-settembre 1944, Pisa, Circoscrizione 6, 2001, inoltre S. Gallo, Pisa in guerra, 1943-1944, in G. Fulvetti [a cura di], Dalla guerra alla Liberazione. Pisa 1940-1945, Pisa-Bologna, Fondazione Palazzo Blu-Whitebook, 2024, pp. 67-77.

[19]Cfr. Carte famiglia Tozzi, [Partito d’Azione e guerra], 1944-1964, [Relazione al Patriot Branch. dattiloscritta sulle attività del PdAz nella primavera estate del 1944], s. d. ma presumibilmente dell’autunno del 1944.

[20]A. Tozzi, La Costituzione del Partito d’azione in provincia di Pisa, in Resistenza ai nostri giorni, a cura dell’ANPI di Pisa, 2005, pp. 59-61. Cfr. Il Partito d’azione in Toscana. Il congresso regionale dell’ottobre 1945, a cura di L. Menconi, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2024.

[21]La ricostruzione in Toscana dal CLN ai partiti. 2. I partiti politici, a cura di E. Rotelli, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 327.

[22]Bologna. Comitato centrale, elezione della direzione nazionale, «Il Piccolo, a. 76, n. s., n. 3316, 9 luglio 1957.

[23] Cfr. ebook formato EPUB2, F. Leonzio, Segretari e leader del socialismo italiano, Catania, ZeroBook, 2018, p. 137.

[24]«Gazzetta Ufficiale», n. 261, 28 ottobre 1958, p. 4093.

[25]A. Cecchella e R. Bernardini, Oltre… il 150°. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, Cassa di Risparmio di Pisa e Pacini, 1984, vol. 1, pp. 185 e sgg.

[26]L. M. [L. Mercuri], Ricordiamo Dolci e Zerboglio, «Lettera ai compagni», n. 4, aprile 1991.

 




Una provincia in armi: la Resistenza pistoiese. Origini, sviluppo e caratteristiche

La Resistenza italiana rappresenta uno degli episodi più significativi e complessi della storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1945 il movimento di Resistenza si oppose alla Repubblica Sociale Italiana e all’occupazione tedesca, lasciando un’impronta indelebile sulla società, sulla politica e sulla cultura dell’Italia Repubblicana.

Nel contesto della Resistenza italiana, la provincia di Pistoia, pur di dimensioni relativamente contenute, divenne un punto di riferimento strategico, teatro di scontri, lotte e resistenze che segnarono indelebilmente il destino delle comunità locali.

La Resistenza pistoiese s’inserisce nel quadro di quella toscana: in parte ebbe origini autoctone e in parte fu promossa, coordinata e supportata dai partiti. In tutta la regione furono i partiti comunista e azionista ad avviare un’azione incisiva per lo sviluppo del partigianato, sebbene non mancassero forti spinte autonomiste. La lotta armata fu una scelta di pochi e l’adesione fu varia sia per estrazione sociale, sia per ideologia politica, sia per le motivazioni di tale scelta, che furono complesse. Si intrecciarono frequentazioni amicali o scolastiche, fattori ambientali, appartenenze familiari, retroterra personali. Ai vertici delle formazioni partigiane troviamo uomini che avevano subito arresti, pestaggi, confino o esilio volontario nell’Italia fascista fin dalla metà degli anni ‘20, come Gino Bozzi o Natale Tamburini. Oltre a questi componenti dell’antifascismo storico, una forte novità fu rappresentata dalla presenza a capo delle bande partigiane di giovani nati e cresciuti nel ventennio mussoliniano – come Manrico Ducceschi, Silvano Fedi, Giovanni La Loggia – di cui alcuni già perseguitati dal Regime.

Il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (CPLN) ebbe una genesi tormentata. Non registriamo una data ufficiale di fondazione, come per quello Toscano, ma una serie di riunioni clandestine – già dopo la caduta di Mussolini – svolte in città e in campagna, spesso nelle canoniche, dove partecipavano i membri dei principali partiti (Comunista, Azionista, Democristiano, Libertari). Il Comitato si assunse il compito di coordinare le attività partigiane e di difendere la popolazione, anche se non fu sempre possibile per le difficoltà logistiche e strutturali di un progetto su larga scala. Una delle attività più complesse fu proprio quella di tenere i rapporti con la campagna pistoiese, la montagna e tutta la Valdinievole. L’unità di intenti accomunava i partiti antifascisti, ma ognuno cercò di mantenere le proprie specificità. Le problematiche locali si unirono a quelle del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, i cui membri furono in gran parte catturati i primi di novembre. Lo stesso CLN pistoiese, già colpito dallo sfollamento seguito al primo bombardamento aereo alleato, fu scosso da retate e arresti a fine 1943. Fino alla primavera il contributo del CPLN fu limitato e concorse a rendere difficile l’organizzazione dei primi gruppi resistenziali, in balia unicamente delle direttive partitiche e delle iniziative di singoli uomini.

Nella Resistenza pistoiese è possibile, infatti, osservare tre fasi. La prima, iniziata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, di scarsa presenza e minime azioni militari, di difficoltà organizzative, di forti misure di vigilanza e repressione. I partigiani della prima ora furono pochi, limitatamente supportati dall’esterno e malamente armati. Furono occupati principalmente in attività logistiche, in azioni di saccheggio e di assalto a depositi, nella diffusione di stampa antifascista, nel reclutamento di uomini, nell’aiuto ai prigionieri alleati in fuga, in qualche atto di sabotaggio a mezzi tedeschi o alla segnaletica stradale lungo le vie di comunicazione. In questo periodo nasce anche un’organizzazione partigiana femminile (denominata Gruppo di Difesa).

La seconda fase prese avvio nel febbraio 1944 e si sviluppò nel corso della primavera. È un momento di ricostituzione, di crescita e di rafforzamento militare e politico delle formazioni partigiane, sia in montagna che in pianura, supportato dall’afflusso di giovani. L’arrivo di numerosi uomini è incentivato dalle condizioni ambientali, dall’accettazione da parte delle forze antifasciste della prospettiva della guerra di lunga durata, dall’atteggiamento ostile della popolazione nei confronti dei nazifascisti, dal bando di leva repubblicano per le classi 1923-1924-1925. A rinforzare le fila della Resistenza si aggiunsero anche sovietici, disertori della Wehrmacht ed ebrei. Il numero dei partigiani crebbe esponenzialmente ed emersero nuove figure dirigenziali, mentre la Repubblica Sociale Italiana si indeboliva. In alcuni casi i comandanti partigiani rinvigorirono i gruppi che avevano contribuito a creare nei mesi precedenti, basti esaminare la storia delle Squadre Franche Libertarie o dell’XI Zona. In altri casi, dalla crisi invernale emersero nuovi dirigenti politici e militari che parteciparono sia alla nascita di nuove squadre sia al rinforzo di quelle superstiti.

La terza e ultima fase, avviata nel giugno 1944 e conclusasi con la liberazione di parte del territorio pistoiese, fu favorita sia dall’avanzata alleata in Toscana, sia da altri fattori, come la nascita del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la ritirata tedesca verso la Linea Gotica nell’Appennino e lo sfaldamento degli organi locali della Repubblica Sociale Italiana. È il periodo dell’estate di sangue e delle violenze dei tedeschi sulla popolazione civile. In questo contesto occorre inserire il nuovo assetto della lotta armata pistoiese che, dopo mesi di crescita, fu finalmente guidata e coordinata da un forte e organizzato Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale. Il 12 giugno 1944, il CPLN sotto la guida del suo presidente promosse la realizzazione di un unico «Comando» che raggruppasse tutte le formazioni che operavano nella XIIª Zona del CVL. Nel corso dell’estate, si moltiplicarono gli attacchi armati, i sabotaggi, le azioni di guerriglia contro i tedeschi. Non mancarono operazioni di ampio raggio, come l’uccisione del contrammiraglio della marina giapponese Tōyō Mitsunobu e la liberazione dei prigionieri politici e razziali dal carcere delle Ville Sbertoli.

La liberazione dal nazifascismo ricalcò in molte zone lo stesso schema. Può essere applicato in maniera appropriata alla maggior parte della provincia pistoiese e suddiviso in quattro fasi: i tedeschi si ritiravano dall’area e arretravano verso nord; gli angloamericani prendevano contatto con le formazioni partigiane e avanzavano prudentemente; i partigiani assumevano il possesso della città; gli alleati giungevano con le proprie truppe e imponevano il controllo sul territorio. Pistoia e gran parte della provincia vennero liberate dai partigiani nel settembre 1944. Le più recenti ricerche stimano la presenza in provincia di 67 formazioni partigiane e tre comandi (comunista, azionista, CLN Pescia) per un totale di 1381 partigiani combattenti e 937 patrioti.

La guerra per molti partigiani proseguì anche dopo settembre 1944. Da una parte, la provincia di Pistoia non fu liberata interamente prima dell’avanzata finale alleata nell’aprile 1945; dall’altra, oltre cinquecento partigiani risposero all’appello per arruolarsi nei sei Gruppi di Combattimento italiani che affiancarono le truppe alleate e l’esercito italiano del Regno del Sud durante le fasi finali della guerra.

 

 

Matteo Grasso (Pescia, 1990), è impegnato attivamente in vari enti culturali: Istituto storico della Resistenza di Pistoia – di cui è stato Direttore dal 2016 al 2024 -, Istituto Ernesto de Martino, Liberation Route Italia, Associazione Culturale Orizzonti.

I suoi ambiti di ricerca vertono sulla Resistenza, sulle stragi naziste e fasciste, sull’internamento militare. È stato curatore scientifico di mostre e progetti, tra cui quelli internazionali On the run. Helpers and Allied servicemen in the Pistoia area e Guerra aerea a Pistoia. Le fonti orali per lo studio dei bombardamenti alleati svolti in sinergia con l’University of Lincoln (UK).

Autore di numerose monografie, ha coordinato opere collettanee e redatto saggi su rivista. Tra le sue pubblicazioni: Tesori in guerra. L’arte di Pistoia tra salvezza e distruzione (con Alessia Cecconi), Pacini Editore, 2017; Guerra totale in Valdinievole. Monsummano Terme tra occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. 1943-1944, ISRPT Editore, 2021; Erano giorni bigi allora. Guerra, Shoah, Resistenza: Lamporecchio 1943-1944, ETS, 2023; Le stragi naziste e fasciste in provincia di Pistoia. Un’analisi storica e storiografica, in Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, Edizioni ANFIM, 2024; Una storia incompiuta? Rassegna storiografica sulla Resistenza pistoiese dal dopoguerra ad oggi, in La Resistenza armata nell’Italia centrale, Carocci, 2026.




Note su le “Resistenze al femminile”, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione

L’80esimo della Liberazione dal nazifascismo è stato costellato di iniziative, pubblicazioni, convegni caratterizzati sul tema delle Resistenze al femminile. Anche la Rete Toscana degli istituti storici della Resistenza si è inserito in questo filone con una prima sperimentazione di campagna social condivisa e una pubblicazione Resistenza, femminile plurale. Storie di donne in Toscana curata da Francesca Cavarocchi, che ha visto la partecipazione in sinergia di molte volontarie e molti volontari degli istituti locali. Il progetto, sviluppato sulla base della documentazione conservata e raccolta negli archivi della Rete, ha dato vita alla ricostruzione e all’analisi di cinquanta biografie di donne che hanno partecipato al processo resistenziale in Toscana; permettendo, inoltre, di riflettere anche sullo stato dell’arte delle conoscenze e degli studi relativi al tema.

Si è trattato di un primo passo nel nostro approccio collettivo al tema, a cui abbiamo affiancato l’organizzazione di una tavola rotonda promossa dalla Biblioteca Franco Serantini, dedicata alla presentazione e alla discussione critica dei risultati, in previsione della continuazione di un lavoro di rete, insieme a Matteo Mazzoni, Ilaria Cansella e Francesca Cavarocchi. Nell’analisi delle Resistenze al femminile come un processo storico di lungo periodo dell’emancipazione femminile, riteniamo fondamentali come metodo interpretativo i seguenti quattro assi:

– la Resistenza come un tassello nel percorso lungo di agency femminile nello spazio pubblico e di incontro/scontro dei rapporti di genere;

– le pratiche all’interno di un gioco di tradizioni e di cesure;

– il metodo, il linguaggio, le narrazioni delle biografie tra fonti e letteratura secondaria;

– il nostro sguardo critico filtrato dal presente sulla Resistenza come momento del passato in cui la concretizzazione di una parità fra i sessi sembrava possibile.

Leggere la Resistenza in una prospettiva di genere significa collocarla all’interno di un processo storico di lunga durata, che affonda le proprie radici nell’Italia postunitaria e nel primo femminismo, con le sue rivendicazioni emancipazioniste e suffragiste. Un movimento composito, attraversato da culture politiche e traiettorie diverse, che ha legato strettamente l’emancipazione femminile alla trasformazione dei rapporti di genere. Un nodo centrale di questo percorso è rappresentato di fatto dalla Prima guerra mondiale: la mobilitazione bellica e la conseguente diversificazione economica produssero un ampliamento dell’accesso femminile al lavoro extradomestico, soprattutto nelle fabbriche e nelle industrie belliche, generando una visibilità pubblica inedita per molte donne. La partecipazione al sacrificio della guerra sul fronte interno – inteso come spazio di organizzazione della produzione e della vita quotidiana – contribuì così a ridefinire le forme di agency femminile e a legittimare istanze di cittadinanza politica, come il suffragio.

Quell’esperienza, ambivalente e contraddittoria, costituì tuttavia un precedente storico significativo per comprendere le forme di partecipazione femminile nel Secondo conflitto mondiale e nella Resistenza. In un contesto bellico divenuto “totale” e civile, le donne attraversarono nuovamente lo spazio della guerra, condividendolo in promiscuità – anche in maniera conflittuale – con gli uomini. Non si trattò solo di una presenza nella lotta armata partigiana, ma anche di una partecipazione attiva all’interno di luoghi da sempre connotati in termini di genere: non solo la casa, ma anche spazi collettivi come i mercati, le piazze, le vie dei rifornimenti. Questo sconfinamento tra pubblico e privato aprì nuovi margini di azione politica e simbolica, mettendo radicalmente in discussione i ruoli di genere consolidati, come dimostra l’esempio di Francesca Rolla e delle donne della rivolta di piazza delle Erbe del luglio 1944.

Ragionare dunque sulle pratiche di Resistenza in una prospettiva di genere significa compiere un passo ulteriore nell’interpretazione storica, sottraendosi a ogni lettura che isoli l’esperienza femminile come eccezionale o straordinaria. Al contrario, molte delle forme di agencysviluppate dalle donne durante la Resistenza, come le cosiddette pratiche di cura, affondano le loro radici in una cultura materiale e simbolica sedimentata nel tempo, lungo percorsi di genere storicamente strutturati.

Fin dal XIX secolo, nell’ambito dei processi di nation building, alle donne furono assegnati infatti ruoli centrali nell’educazione, nell’assistenza e nel mutualismo, spesso in ambiti promossi da movimenti cattolici e socialisti e, in assenza di diritti politici, fu proprio in questi spazi che molte donne poterono esercitare una forma di azione politica concreta. È qui che il primo femminismo, nella sua varietà, sviluppò una pratica politica quotidiana, fondata su attività filantropiche e associative. Il femminismo “maternalista” si basava pertanto sulla valorizzazione della differenza tra i sessi: le virtù tradizionalmente attribuite al femminile – cura, responsabilità morale, relazionalità – venivano rivendicate come risorse civili e politiche. Una cultura del materno che riconosceva il valore sociale della maternità, ma che contribuiva anche a rafforzare la divisione di genere nei compiti e nei ruoli.

Questo modello fu interiorizzato e strumentalizzato dal ventennio fascista, in un contesto educativo e culturale che insisteva sul duplice ruolo produttivo e riproduttivo delle donne, mantenendole però invisibili all’interno dello spazio domestico. È proprio tale interiorizzazione – paternalistica e patriarcale – che, in epoca resistenziale, venne in parte risignificata e messa a frutto in contesti nuovi: le competenze legate alla cura, alla protezione e all’assistenza, apprese nel quotidiano, furono rielaborate e trasferite nei luoghi della lotta.

La scelta della resistenza in armi per le donne, ad esempio, è stata spesso interpretata come un sovvertimento radicale dei ruoli di genere, in quanto infrangeva un modello educativo fondato su un rigido binarismo sessuale. Tuttavia, occorre interrogare anche la categoria stessa di “straordinarietà” con cui tale gesto viene frequentemente descritto. Imbracciare le armi rappresenta un atto straordinario non solo per le donne, ma anche per molti uomini. In questo senso, la scelta resistenziale e l’assunzione del gesto bellico costituisce una rottura per entrambi i generi, e non può essere letta esclusivamente come sovversione femminile, ma come una più ampia frattura nei modelli educativi e nei codici culturali dell’epoca.

All’interno delle riflessioni sul “fare storia” delle Resistenze al femminile è utile fare ricorso alla costruzione di narrazioni biografiche, poiché si tratta di una forma di restituzione duplice delle traiettorie individuali e delle pratiche di resistenza, a cui possiamo così (ri)dare luce e dignità, e al tempo stesso perché ci consente di socializzare gli avvenimenti storici attraverso la concretezza delle condizioni esistenziali reali delle attrici attive e trarre interpretazioni sul fenomeno generale. La storiografia femminista dagli anni Settanta ha permesso un allargamento del concetto stesso di resistenz(e), con la messa al centro del racconto storico delle soggettività, delle voci delle donne che hanno vissuto in prima persona e poi rielaborato nel corso degli anni della prima Repubblica la propria esperienza durante il biennio 1943-1945. Assunti tali dibattiti storiografici, dopo la stagione degli anni Novanta non abbiamo avuto nuovi impulsi metodologici né si è verificata un’ampia raccolta di nuove fonti e biografie, anche a causa della progressiva scomparsa delle protagoniste. Facciamo perciò ricorso alla storiografica, alla memorialistica, alla diaristica, a carte e ricerche di seconda mano che sappiamo restituirci dei frammenti, delle pratiche, dei nomi e delle biografie (quando siamo fortunate e forse soprattutto per i casi più noti). Un rigoroso approccio di metodo oggi ci interroga, quindi, sull’uso delle fonti primarie e secondarie con uno sguardo critico, capace di cogliere le distorsioni dei giudizi emessi nel corso di questi ottant’anni, comprese le categorie “stereotipate” e la rigida divisione delle pratiche armate e “disarmate”. Di fronte al reiterare dell’utilizzo di termini quali eroine, martiri, “poche feroci” in armi, “staffette”, abbiamo l’obbligo di procedere secondo una riflessione e una scrittura del racconto storico che non le riproponga assorbendone la forma acriticamente.

Per andare “oltre” i percorsi biografici più noti, abbiamo la necessità di riguardare la documentazione “classica” disponibile come le relazioni partigiane, il fondo sui riconoscimenti partigiani (Ricompart) e la storiografia con occhi nuovi, con la consapevolezza che spesso ne emergono frammenti di storie. Il taglio di genere deve spingerci a guardare in controluce le fonti, a osservare i vuoti non come assenze ma anzi come presenze non ancora scoperte e raccontate, alla ricerca di documentazioni inedite, ad esempio, provenienti da archivi privati.

Nella recente riedizione di Compagne di Bianca Guidetti Serra, Benedetta Tobagi firma l’introduzione e scrive riguardo le biografie politiche contenute nel volume:

Rappresentano, ieri come oggi, un modello di impegno generoso, coraggioso, disinteressato. E non solo per affrontare le tante questioni di genere ancora dolorosamente aperte, dalle perduranti disparità salariali alle molestie, dalla violenza vera e propria all’iniqua ripartizione del carico domestico e del lavoro di cura, al fatto che – la stagione del Covid insegna – le prime a essere lasciate a casa dal lavoro nelle stagioni difficili restano sempre le donne[1].

Crediamo che sia questo lo sguardo con cui noi oggi guardiamo a quel frangente storico: alle biografie, alle pratiche e alle scelte delle donne, per rileggere la Resistenza come tappa verso l’emancipazione, come quel momento del passato in cui i sessi si sono incontrati nella lotta comune fondante per la parità che ancora non sembra pienamente giunta a compimento.

Pertanto siamo convinte che il terreno sia fertile per studiare la Resistenza con un approccio di genere che superi una visione ghettizzante delle “donne nella resistenza” e avvii una nuova fase di ricerche che sappiano introdurre lenti di analisi che valorizzino le specificità di un’esperienza che è però collettiva.

 

[1]     B. Guidetti Serra [a cura di], Compagne: testimonianze di partecipazione politica femminile, introduzione di B.Tobagi, postfazione di S. Mobiglia, Torino, Einaudi, 2025.

 

Articolo pubblicato nel dicembre del 2025.




L’eccidio di Aiale

Linea Gotica, quell’imponente sistema di fortificazioni che, da Massa fino a Pesaro, divideva l’Italia liberata dai territori ancora in mano alle forze nazifasciste. La decisione di attestare la maggioranza delle truppe dietro tale schieramento, unita all’azione di guerriglia e sabotaggio delle formazioni partigiane che agivano nel territorio, resero meno difficoltosa la risalita degli Alleati portando in un breve periodo alla liberazione di numerose città: a giugno vennero liberate Roma, Pescara, Grosseto e Perugia, mentre a luglio fu il turno di Siena, Ancona ed Arezzo. L’intervento alleato non riguardò però unicamente la conquista dei grandi centri, ma comprese anche l’avanzamento in quei territori meno noti dove ancora si registrava la presenza del nemico e che quindi dovevano necessariamente essere ispezionati prima di continuare la risalita della penisola.

L’avanzamento in questi territori di campagna periferici riguarda vicende poco conosciute che raramente compaiono nei libri e nei manuali di storia, ma che al pari delle grandi battaglie e della liberazione delle grandi città detengono un’importanza fondamentale all’interno della liberazione dell’Italia.

Una mappa della Valdera

Nel mese di luglio la Vª Armata Americana del generale Clark attraversò la Valdera risalendo per due direttrici che da sud confluirono su Pontedera, il confine settentrionale della vallata: alcuni reparti avanzarono nei territori posti maggiormente nell’entroterra come Lajatico, Terricciola e Capannoli, mentre gli altri contingenti si occuparono delle zone più vicine alla costa, liberando i comuni di Chianni, Casciana Terme, Lari e Ponsacco. In poco più di una settimana le truppe americane riuscirono a conquistare l’intera zona, liberandola con relativa facilità dalla presenza tedesca. Nel corso dell’avanzata non si verificarono aspri combattimenti, ma si assistette al lento avanzare delle forze Alleate, preceduto talvolta dal cannoneggiamento contro i centri abitati. L’operazione venne facilitata dal disimpegno nemico e dal progressivo spostamento dell’intero apparato militare tedesco verso l’Italia settentrionale. Data l’inferiorità numerica i tedeschi tentarono di evitare sistematicamente qualsiasi forma di scontro diretto, limitandosi a rallentare l’avanzata alleata attraverso azioni di disturbo di vario tipo. Più in generale la parte meridionale della provincia di Pisa non fu teatro di aspri combattimenti, risultando una zona relativamente tranquilla dal punto di vista militare durante tutto l’arco della guerra1.

Il passaggio delle truppe americane in Valdera

Agli inizi di luglio gli Alleati penetrarono in Valdera dalla pianura nei pressi di Volterra e dalle alture che ne segnalano il confine naturale a sud-ovest. L’unico episodio bellico di una certa rilevanza si verificò dal 6 al 9 luglio sui rilievi del Montevaso, quando tedeschi e americani si fronteggiarono duramente per il possesso dell’altura che, oltre a designare una porta d’accesso alla vallata ne offriva una magnifica prospettiva, garantendo a coloro che l’avrebbero controllata una fondamentale posizione strategica.

Dopo la conquista del Monte, gli Alleati liberarono in rapida sequenza i principali centri abitati posti nelle zone meridionali: il 12 luglio Lajatico fu il primo paese ad essere liberato, poi toccò a Chianni ed infine il 14 fu il turno di Casciana Terme. La perdita del Montevaso portò i comandi tedeschi ad accelerare le operazioni di disimpegno, lasciando nelle retrovie alcuni gruppi di soldati per disturbare l’avanzata americana con alcuni timidi attacchi, accompagnati dal flebile sostegno dell’artiglieria. In queste concitate fasi i genieri tedeschi ricoprirono un ruolo fondamentale, ostacolando il cammino alleato attraverso la distruzione di ponti ed edifici.

E’ interessante ricordare la vicenda del paese di Chianni perché i tedeschi, fra le case che dovevano minare, risparmiarono una colonica con una grande cantina trasformata in rifugio per centinaia di civili lì radunati per sottrarsi agli attacchi dell’artiglieria americana che ormai da giorni sentivano riecheggiare nella vallata2. E infatti la distruzione che gli abitanti della Valdera dovettero subire non si limitò alle deflagrazioni strategiche attuate dai genieri tedeschi, ma si estese anche ai cannoneggiamenti che l’artiglieria degli Alleati effettuava prima dell’ingresso nei paesi. Uno dei pochi comuni che riuscì a salvarsi dal fuoco americano fu Lajatico, grazie all’azione di un partigiano che riuscì a raggiungere in tempo gli avamposti americani ed informali dell’assenza di nemici in paese3. Mentre altri paesi come Capannoli e Casciana Terme vennero invece intensamente colpiti dai bombardamenti nonostante non vi fosse più la presenza dei tedeschi. E il martellamento degli americani causò in alcuni casi la distruzione di importanti edifici e portò alla morte di numerosi civili che non attendevano altro che la liberazione.

Come abbiamo visto dopo la perdita del Montevaso i comandi tedeschi decisero di spostare i reparti a Pontedera e lungo tutta la vallata i civili assistettero alla lenta ritirata della Wehrmacht, quell’esercito che un tempo aveva fatto tremare mezza Europa, ora si trascinava stancamente verso l’Arno, esausto per le fatiche accumulate nel corso del conflitto e demoralizzato per l’andamento della guerra. Il giovane Filippo Sassetti, sfollato a Casciana Terme, ricorda nitidamente il passaggio delle truppe:

Una notte seduti su un muricciolo che costeggiava il viale d’ingresso, sentimmo un rumore insolito calare dalla strada di Chianni in cima al viale Magnani. Passava, molto lentamente e nel buio più assoluto, una colonna di mezzi diretti, attraverso il centro del paese, verso Pontedera, verso nord. Non erano solo macchine, perché accanto al rumore dei motori, c’era in sottofondo, uno scalpiccio di passi, un battere di zoccoli sull’asfalto e tanti cigolii di ruote di carro. Durò un quarto d’ora il passaggio di questa colonna, poi il suono si attutì e si spense. Dopo una mezz’ora rieccoti lo stesso trambusto: tinnare di oggetti metallici, starnuti di cavalli e motori imballati. Cominciò così la ritirata tedesca attraverso Casciana (…)”4.

Liberati i comuni meridionali, gli Alleati si apprestarono a conquistare la parte settentrionale della vallata, e dopo aver espugnato Casciana Terme, trovarono sulla loro strada Lari, un comune del pisano che fino al luglio del ‘44 non aveva conosciuto gli effetti devastanti della guerra, scorgendone soltanto le ripercussioni nel crescente numero di civili che nell’ultimo periodo era giunto in campagna per fuggire ai bombardamenti sulle città. Se in un primo momento le zone rurali avevano garantito agli abitanti dei centri urbani una rinnovata parvenza di normalità, l’arrivo del fronte determinò per gli sfollati un triste ritorno agli effetti provocati dalla guerra: anche nella remota Lari la guerra giunse con tutto il suo carico di distruzione e dolore.

Anna Maria Vanni Morelli, all’epoca sedicenne, ricorda che la notte del 10 luglio bussò alla porta della sua casa a Lari Robert Mӧller, un capitano tedesco che nei mesi precedenti aveva soggiornato da loro e con il quale la famiglia, come del resto gli altri civili, avevano un piacevole ricordo. All’inizio della primavera il graduato aveva dovuto abbandonare la Valdera per dirigersi nel sud Italia a prestare il proprio supporto nel tentativo di contenere l’avanzata alleata all’altezza di Cassino. Ma con lo sfondamento della Linea Gustav e le prospettive cambiate drasticamente, il capitano si trovava nuovamente in Valdera in procinto di abbandonare la vallata con il proprio reparto. Prima di dirigersi verso Pontedera Mӧller ricambiò l’ospitalità ricevuta informando la famiglia Morelli dell’imminente arrivo del fronte e della necessità di trovare un rifugio per scampare ai colpi d’artiglieria5.

Anna Maria Vanni Morelli

Venuti a conoscenza degli incombenti pericoli i Morelli si trasferirono in un rudimentale rifugio immerso nella vegetazione appena fuori l’abitato di Lari. Con l’avvicinarsi del fronte anche altri larigiani si trasferirono in quel rifugio provocando un sovraffollamento dei locali che portò la famiglia a decidere di recarsi da alcuni parenti nella vicina Aiale, una borgata distante pochi minuti da Lari. Rispetto al precedente nascondiglio quello odierno offriva garanzie di sicurezza maggiori: era formato da “tre grandi cantine scavate nel tufo, collegate tra loro da tre corridoi nei quali un uomo poteva stare in piedi”, inoltre gli ingressi erano protetti dagli argini della strada che in quel punto erano molto alti, rendendolo un luogo difficilmente bersagliabile6.

Le giornate nel rifugio trascorrevano lentamente e tra le mura della cantina correvano le voci più disparate: prima gli americani venivano segnalati a Volterra, per poi essere avvistati a Collesalvetti o essere addirittura già entrati a Pontedera… Insomma, stando a queste voci gli Alleati erano dovunque tranne che a Lari, dove invece segnalavano la loro presenza solamente a suon di colpi d’artiglieria. La mattina del 16 le voci di un loro arrivo si fecero via via più insistenti, la notizia ebbe il duplice effetto di fugare i dubbi che serpeggiavano all’interno del rifugio e di risvegliare l’animo dei presenti. Le persone che affollavano la cantina erano ora percorse da un’euforia contagiosa, desiderose di poter scorgere finalmente quei soldati americani di cui tanto si parlava ma che ancora non si era riusciti a vedere. Per celebrare l’imminente arrivo le donne si misero a preparare la pasta al ragù, mentre gli uomini si occuparono di infiascare il vino dalle damigiane. Nell’entusiasmo collettivo qualcuno si affacciò cautamente dall’entrata del rifugio per poter segnalare l’arrivo degli americani. Quando ormai l’acqua per la pasta bolliva e si era già iniziato a brindare in barba a qualsiasi forma di superstizione si udì urlare “Eccoli! Eccoli! Sono arrivati!”. Udite quelle parole tutti i presenti immediatamente si riversarono all’entrata per ammirare il sospirato arrivo degli americani: accalcati all’uscio videro avanzare lungo la strada, che da Lari porta ad Aiale, un gruppo di una decina di soldati procedere in modo guardingo. Di fronte a loro gli abitanti del rifugio non riuscirono a reprimere le proprie emozioni e si lanciarono per strada acclamando ed abbracciando quei salvatori con l’elmetto. Dopo un’iniziale titubanza i fanti si lasciarono anch’essi trasportare dall’entusiasmo, accettando di buon grado i bicchieri di vino che gli venivano offerti e le numerose pacche che piovevano sulle loro spalle. In una frazione di secondo, come d’incanto, la guerra con il suo carico di sofferenza sparì per far spazio ad un momento di beatitudine che pervase tutti i presenti e cancellò per un istante tutti i brutti momenti7.

8. Ancora Anna Maria Vanni Morelli ricorda con dolore quella straziane scena, “Quando mi ebbi e riaprii gli occhi mi accorsi che accanto a me c’era il corpo di un uomo mezzo bruciato e attorno, a raggiera, altri tredici cadaveri orrendamente mutilati. C’era un silenzio di morte e io credetti di essere l’unica persona ancora in vita”. Quella che sembrava la prima giornata di pace si tramutò improvvisamente in un nuovo giorno di lutto.

Nel corso degli anni l’episodio ha prestato il fianco a numerose interpretazioni, dividendo la popolazione locale tra coloro che sostengono che si sia trattata di un’azione di guerra che involontariamente ha colpito le persone uscite dal rifugio e coloro che invece affermano che si trattò di un deliberato attacco nei confronti dei civili. Nonostante il colpo di artiglieria abbia colpito anche i soldati americani, l’eccidio di Aiale non si può non far rientrare all’interno delle violenze perpetrate dalle truppe in ritirata, in quanto rappresenta un attacco deliberato e ingiustificato contro un gruppo di persone inermi, intente a festeggiare la liberazione. Ad oggi non conosciamo ancora con esattezza il reparto della Wehrmacht responsabile della strage, poiché non è mai stata condotta un’inchiesta che potesse individuare i responsabili dell’accaduto.

In una recente ricerca condotta da Chiara Brogi è stato evidenziato come il numero di vittime che a lungo è stato riportato sia probabilmente da dover ridimensionare. La studiosa ha condotto un’accurata indagine confrontando gli atti di morte conservati all’interno dell’archivio comunale e i registri della Propositura di Santa Maria Assunta e San Leonardo di Lari con i nominativi delle vittime riportati sulle targhe commemorative presenti sul luogo dell’eccidio. Da questo esame è emerso come due delle persone che vengono incluse all’interno del numero complessivo di vittime risultino in realtà decedute nei giorni immediatamente precedenti il fatto. La ricerca ci porta dunque a ritenere che il numero più corretto di civili uccisi sia quello di quindici piuttosto che quello di diciassette. È doveroso ricordare che la tendenza ad inglobare all’interno del numero complessivo delle vittime dovute ad una strage anche le morti avvenute in prossimità dell’evento è un errore piuttosto diffuso, comune a numerosi eccidi avvenuti nella penisola9.

12 ha poi aggiunto a pochi metri dalla lapide una lastra di vetro recante i nomi delle vittime. Infine, nel 2023, il writer larigiano Ozmo, al secolo Gionata Gesi, ha realizzato su un muro posto a fianco del rifugio dove si è consumato l’eccidio un murales raffigurante un cielo azzurro solcato da un arcobaleno. Nell’ottica dell’artista l’opera vuole fornire a tale spazio nuova vita, favorendone l’utilizzo quale luogo d’incontro e di dialogo e non limitarlo alla funzione meramente ossequiosa13.

Le lastre collocate sul luogo dove si è consumato l’eccidio

 

Il murales di Ozmo

NOTE:

1 La parte meridionale della provincia di Pisa è tristemente nota soprattutto per la strage di Guardistallo, nella quale persero la vita 46 civili.

2 F. Pettinelli, Quando passò il fronte, (La provincia di Pisa nel 1944), CLD Libri, Fornacette-Pisa 2005, p. 68.

3 Ivi, p. 74.

4 Testimonianza di Filippo Sassetti citata in F. Pettinelli, Quando passò il fronte, cit., p. 57.

5 Testimonianza di Anna Maria Vanni Morelli citata in F. Pettinelli, 1944. Uomini e fatti della guerra in Valdera, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera 1990, p. 131.

6 Ivi, p. 132.

7 Ivi, pp. 132-133.

8 Stando alle testimonianze erano caduti tre soldati americani.

9 C. Brogi, Scheda sulla strage di Aiale sull’Atlante delle stragi nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/aiale_cascianaterme-lari_19440716.pdf.

10 Nel corso della seconda metà del Novecento l’unico riferimento all’eccidio è rintracciabile in una pubblicazione del 1990 del giornalista Fausto Pettinelli.

11 I. Mencacci, 60 anni…per non dimenticare, Lari in diretta. Periodico d’informazione dell’Amministrazione Comunale di Lari, luglio 2004, p. 3.

12 Il comune di Casciana Terme Lari è stato istituito nel 2014, in seguito al referendum indetto dalle amministrazioni di Lari e Casciana Terme che ha portato alla loro fusione.

 

 

Articolo pubblicato nell’ottobre 2025




Da tecnico cinematografico a partigiano

L’8 settembre 1943 l’annuncio dell’armistizio colse il Paese impreparato e in uno stato di profonda confusione. Pietro Badoglio, nel suo messaggio radiofonico, comunicò la cessazione delle ostilità con gli angloamericani, ma non fornì ulteriori indicazioni, lasciando nell’incertezza le forze armate e la popolazione civile. Le truppe italiane si trovarono allo sbando, prive di una strategia comune: molte furono disarmate dai tedeschi, altre cercarono di resistere, altre ancora si dispersero nel caos.

 

 

La Germania, fino a quel momento alleata, reagì con durezza occupando militarmente gran parte del territorio e instaurando un regime di controllo diretto. Nel giro di pochi giorni l’Italia si ritrovò divisa in due: il Sud controllato dagli Alleati e il Centro-nord in mano ai nazifascisti con un popolo spaesato, incerto se dover scegliere di collaborare o resistere. L’armistizio invece di rappresentare la fine della guerra segnò dunque l’inizio di una nuova fase, ancor più dolorosa e incerta, fatta di fame e di bombardamenti, di violenze e di soprusi.

Anche in Versilia la proclamazione dell’armistizio venne accolta con sentimenti contrastanti da parte degli antifascisti locali. Tra gli oppositori del regime non era presente una strategia condivisa su come affrontare la situazione, vi erano coloro che propendevano per un atteggiamento attendista e altri che invece sostenevano la necessità di dover intervenire immediatamente. Tra i più accesi oppositori al fascismo dominava la volontà di voler sfruttare il momento d’incertezza per assestare un colpo alle forze occupanti e sperare in un’insurrezione generale da parte della popolazione, mentre tra le fazioni moderate regnava l’indecisione, dettata dall’incapacità di prevedere l’evolversi degli eventi e dall’ormai ventennale inattività politica dovuta alla soppressione dei partiti.

Il comunicato di Badoglio aveva portato numerosi giovani e soldati dell’ormai disciolto esercito a ritirarsi sulle Apuane in attesa di conoscere l’evolversi della situazione. Sebbene fossero alimentati da una notevole determinazione i primi combattenti versiliesi dovettero ben presto riconoscere che la volontà e gli uomini non erano di per sé sufficienti per fronteggiare un nemico numericamente e tecnologicamente superiore. A parte qualche fucile trovato in cantina e qualche arma sottratta alle caserme i primi combattenti non disponevano di armamenti necessari per combattere i nazifascisti. Era dunque vitale per la nascente Resistenza versiliese riuscire ad incrementare il numero di equipaggiamenti bellici[1].

In questo momento della storia entra in scena il protagonista del nostro racconto, il ventinovenne Manfredo Bertini, nome di battaglia Maber. Nel 1943 Manfredo era ormai un affermato tecnico cinematografico che aveva curato la fotografia di numerosi film dell’epoca come Pioggia d’estate (1937), Ragazza che dorme (1941) e Il Re d’Inghilterra non paga (1941)[2]. Grazie a questa professione era stato esentato dal servizio militare e non aveva preso parte al conflitto. Nel corso del Ventennio Manfredo non aveva aderito a nessun gruppo clandestino e non aveva evidenziato un particolare interesse nei confronti della politica, limitandosi a concentrare l’attenzione sulla sua carriera di tecnico cinematografico. Nonostante ciò, dopo l’8 settembre Manfredo fu fra i primi a prender parte alla neonata Resistenza versiliese, non tanto per un’affinità con gli ideali comunisti quanto semmai per la comune avversione nei confronti di un nemico che opprimeva la popolazione e ne limitava la libertà.

 

 

Il lavoro che svolgeva gli aveva permesso di restare ai margini della guerra oltre a garantirgli ottimi guadagni che lo avevano messo al riparo dalle difficoltà economiche generalmente legate al conflitto, ma malgrado ciò, decise di sposare la causa della Resistenza e di accettare i rischi che questa comportava. Coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo lo ricordano unanimemente come un uomo solare e spiritoso, capace di infondere fiducia e speranza alle persone che lo circondavano. Oltre ad essere un individuo particolarmente carismatico Maber era anche dotato di una notevole intelligenza e di una rapidità di pensiero che gli consentivano di risolvere situazioni all’apparenza insolubili.

 

I titoli di coda del film “Cenerentola e il signor Bonaventura”

 

Per ovviare alla situazione di stallo creatasi dopo l’8 settembre Manfredo propose agli esponenti della Resistenza versiliese di inviare una persona oltre le linee nemiche per stringere un contatto con gli Alleati, segnalare la propria presenza agli angloamericani, e richiederli i rifornimenti necessari per combattere gli occupanti. Manfredo per questa missione, denominata Operazione Gedeone, propose sua cognata, Vera Vassalle, una ventitreenne viareggina, persona fidata e capace, dalle profonde convinzioni antifasciste. La decisione di affidare l’incarico ad una ragazza poteva sembrare un azzardo, ma era invece motivata dalla considerazione che difficilmente avrebbe attirato le attenzioni dei nemici; inoltre ad avvalorare ulteriormente questo ragionamento contribuiva anche l’andamento claudicante di Vera, dovuto alla poliomielite che l’aveva colpita nell’infanzia. Partita da Viareggio il 14 settembre 1943, affrontò un estenuante viaggio durato due settimane, al termine del quale riuscì a varcare la linea del fronte e raggiungere gli americani a Montella, un piccolo comune montano in provincia di Avellino. Informati delle sue intenzioni, i militari la misero immediatamente in contatto con la sede dell’OSS (Office of Strategic Services) situata a Napoli. Una volta giunta nel capoluogo campano fu addestrata all’utilizzo delle telecomunicazioni e alla conoscenza dei sistemi informativi.

Terminato il periodo di formazione la giovane fu segretamente sbarcata nei pressi di Orbetello, nel gennaio 1944, da dove risalì fino a Viareggio, portando con sé l’attrezzatura necessaria per trasmettere e ricevere i messaggi degli Alleati. L’operazione si concluse positivamente e Vera riuscì a giungere nella sua città natale il 19 gennaio 1944[3].

 

Vera Vassalle

 

Ma non fu semplice riuscire subito ad attivare le comunicazioni con gli Alleati. Il radiotelegrafista affiancato ai combattenti toscani aveva smarrito i piani di comunicazione rendendo quindi impossibile qualsiasi contatto con gli angloamericani. Nonostante questo intoppo, i partigiani non interruppero però la loro attività e riuscirono a rendersi protagonisti di alcune azioni di disturbo ai danni delle forze occupanti e ad organizzare il primo rifornimento nella notte del 18 febbraio. Per l’occasione Maber coniò l’espressione “per chi non crede”, il segnale convenuto per dare il via all’iniziativa; il messaggio oltre a rappresentare l’avvio dell’operazione voleva anche rappresentare un invito a coloro che per paura o incertezza non avevano ancora sposato la causa. L’aviolancio si concluse con successo e i partigiani nascosti sulle Apuane riuscirono a raccogliere complessivamente diciassette bidoni carichi di materiali fondamentali per la lotta ai nazifascisti[4].

Radio “Rosa” divenne operativa solamente nel marzo 1944 con l’arrivo di Mario Robello, il tecnico inviato dagli Alleati con i nuovi piani di comunicazione. Nel corso della sua attività la stazione non limitò la propria azione al sostegno della Resistenza versiliese, ma estese il suo supporto anche all’assistenza degli altri gruppi sparsi per la regione, rappresentando un utile legame tra gli angloamericani e le unità impossibilitate a ricevere o fornire notizie. Nel corso della sua attività Radio “Rosa” organizzò numerosi rifornimenti e tenne costantemente aggiornati gli Alleati sugli spostamenti nemici.

Il primo rifornimento del 18 febbraio non passò inosservato attirando le attenzioni dei fascisti locali che organizzarono un rastrellamento nella zona: diversi componenti della formazione partigiana furono arrestati compreso Maber fermato presso l’abitazione del padre la mattina del 5 marzo, ma che riuscì a scappare con uno stratagemma. Prima di essere portato in caserma Manfredo chiese di poter utilizzare il bagno, uno dei militi entrò nella stanza e vedendo una minuscola finestrella dalla quale ipotizzò che fosse impossibile passare gli accordò il permesso. E una volta nel bagno Maber, grazie al suo fisico minuto, riuscì a passare da quell’angusto pertugio facendo perdere le sue tracce[5].

Il giorno dopo fece recapitare a suo padre un sarcastico messaggio che riassume meglio di tante altre parole la figura di Manfredo, capace di scherzare perfino in un frangente drammatico come quello:

Caro vecchio padre volevo mandarti una serratura nuova per sostituire quella rotta per colpa mia, ma fino ad ora me ne è mancato il tempo. Se tu per caso avessi modo di rivedere quei signori che vennero a cercarmi la mattina del cinque, avrei caro che tu cercassi di giustificarmi presso di loro per quella mia brutta maniera di andarmene senza salutarli. In ogni modo appena potrò di nuovo vederli, mi scuserò personalmente a voce e li persuaderò di tutte le mie buone intenzioni[6].

 

Il biglietto inviato al padre

 

Durante il periodo di clandestinità Manfredo venne nascosto nell’abitazione delle sorelle Anna e Maria Barsella,  che contribuirono enormemente alla lotta al nazifascismo rendendo la loro casa il quartier generale della Resistenza viareggina, un luogo dove poter occultare armi e documenti compromettenti e dove poter organizzare gli incontri con gli esponenti delle altre formazioni toscane. Pur non potendosi mostrare pubblicamente, Maber continuò a coordinare la lotta ai nazifascisti e a rappresentare un importante legame con gli Alleati e gli altri gruppi di ribelli.

Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate si registrò un raffreddamento nei contatti tra i combattenti versiliesi e gli angloamericani: il numero degli aviolanci diminuì e gli Alleati divennero più vaghi nelle comunicazioni. Per ravvivare il legame Maber ritenne necessario un incontro analogamente a quanto aveva fatto Vera qualche mese prima e insieme all’amico Gaetano De Stefanis partirono a bordo di una motocicletta alla volta del sud Italia. Lungo il tragitto vennero fermati ad un posto di blocco e avevano addosso ogni genere di materiale sensibile, come mappe e documenti, ma nonostante la sfortunata circostanza Maber riuscì miracolosamente a salvarsi anche in questa situazione, iniziando a pronunciare una sequela di parolacce che alle orecchie dei tedeschi non avevano alcun significato, ma che inspiegabilmente riuscirono a dare il tempo a quest’ultimo di potersi appartare e gettare il materiale compromettente prima che procedessero alla perquisizione[7].

Una volta entrati in contatto con gli Alleati Manfredo e Gaetano vennero indirizzati presso gli uffici dell’OSS. Visti gli ottimi risultati raggiunti in Versilia gli angloamericani decisero di sfruttare le capacità acquisite negli ultimi mesi e incaricarono loro di creare un altro centro d’informazione nel nord Italia che li tenesse informati sugli spostamenti dei nazisti (Missione Balilla). Nell’agosto 1944 i due partigiani vennero paracadutati nel piacentino, più precisamente nella zona intorno a Pecorara dove operava la Divisone “Piacenza” di Giustizia e Libertà, comandata da Fausto Cossu. Nei primi mesi ci fu l’invio di numerosi messaggi dal quartier generale della Sanese e furono organizzati gli aviolanci con l’arrivo dei fusti di metallo paracadutati dal cielo.

 

Alcuni componenti della Divisione “Piacenza”

 

La situazione precipitò quando agli inizi di ottobre Manfredo fu ferito mentre viaggiava su un’auto nel tratto di strada che da Pecorara porta a Pianello. Le circostanze dell’infortunio rimangono ancora poco chiare: non sappiamo se è stato colpito dai nazifascisti o addirittura dai compagni partigiani perché sembra si trovasse su un’automobile tedesca. Il fatto è che Maber venne colpito al braccio sinistro e la ferita purtroppo si rivelò più grave del previsto, peggiorando di giorno in giorno e procurandogli un dolore continuo. Fu quindi trasferito in casa di una cugina di Fanny Zambarbieri, Caterina Politi, e curato dal Dott. Ricci Oddi, un medico partigiano[8].

 

Manfredo insieme al dott. Ricci Oddi

 

Costretto a letto dalla dolorosa ferita riceveva ogni giorno le visite di Fanny e dell’amica Pia Bertani, alle quali chiedeva spesso di cantargli Firenze sogna di Cesare Cesarini. Da Manfredo si recavano sovente anche i comandanti partigiani per parlare di questioni organizzative, in quel caso le due ragazze si allontanavano dall’abitazione. Andavano a visitarlo anche il Dott. Ricci Oddi e un’infermiera, una ragazza di Pianello Val Tidone che pare gli somministrasse anche della morfina quando lui non riusciva più a resistere al dolore. Con il passare dei giorni, però, la ferita non migliorava costringendolo a ricorrere sempre più spesso alle iniezioni di morfina per alleviare il dolore. All’epoca gli antibiotici erano pressoché inesistenti e la ferita era probabilmente infetta[9].

Agli inizi di novembre arrivarono notizie allarmanti riguardo un massiccio concentramento di forze tedesche a Castel San Giovanni. I partigiani della Divisione Piacenza furono costretti a sciogliere le formazioni e fuggire nei vicini boschi, ed anche Maber nella notte tra il 23 e il 24 novembre insieme ad alcun compagni si incamminò per raggiungere il comando situato alla Sanese portandosi dietro il maggior numero di armi. Ma la ferita non era migliorata e Manfredo febbricitante faticava a stare dietro ai propri compagni. Arrivati alla Sanese chiese agli altri partigiani di installare l’antenna della radio su di un alto castagno e riprovò insistentemente a contattare gli Alleati senza riuscire a ricevere nessuna risposta[10].

Probabilmente è in questo momento che Manfredo maturò la decisione di abbandonare definitivamente il gruppo. Tallonati dai nazisti e privi di qualsiasi sostegno, gli uomini della “Piacenza” avevano ormai le ore contate e Maber si sentiva un peso perché la sua presenza rallentava la loro fuga. L’abbandono degli Alleati e il martellamento incessante dell’artiglieria nemica lo convinsero sempre più della scelta meditata in quei giorni, e dopo l’ennesima richiesta di aiuto agli angloamericani caduta nel vuoto, si allontanò con una scusa e si fece esplodere con una granata. Ai compagni non restò che comporne i resti mortali e dargli sepoltura sotto ad un albero, nei pressi della cascina, avvolgendolo nel telo del paracadute con cui era atterrato nel Piacentino appena un paio di mesi prima.

Prima di togliersi la vita Manfredo aveva scritto ai suoi compagni una lettera d’addio:

“Date le mie condizioni di salute, veramente pessime, a seguito della ferita ricevuta tre mesi orsono, sentendomi incapace a proseguire con mezzi propri, anche per la fatica sostenuta durante la giornata di oggi e di ieri, sono costretto a fare quello che sono in procinto di compiere per consentire agli altri componenti la missione di mettersi in salvo e continuare il lavoro. Sono certo infatti che la fatica che li attende sarà tale da non consentire la cura del sottoscritto; e sono certo d’altra parte, dati anche i rapporti di parentela e di stretta amicizia che mi legano con icomponenti la Missione Balilla I e Balilla II, che per nessuna altra ragione al mondo, diversa da quella che io stesso sto per procurare, i detti componenti abbandonerebbero il sottoscritto. Giuro di fronte a Dio che la mia di stanotte non è una fuga e questo desidero sappia mio figlio. Groppo 24 novembre 1944 Manfredo Bertini”[11]

Nonostante si sia distinto nel corso della Guerra di Liberazione e sia stato insignito della medaglia d’oro al valor militare, dopo la sua scomparsa la figura di Manfredo Bertini non è stata ampiamente celebrata.  Il suo ricordo affiora sporadicamente nella toponomastica della provincia di Lucca e Massa, senza però lasciare un segno indelebile o destare l’attenzione dei passanti[12]. Il tributo più significativo lo troviamo a Montecarlo, il paese natale di Manfredo, dove nel 1975 è stata affissa una targa sulla facciata dell’abitazione nella quale era cresciuto[13]. Un ulteriore riferimento alla sua memoria si incontra sul lungomare di Viareggio, dove sorge lo stabilimento Maber, donato nel secondo dopoguerra dal Comune alla vedova, come gesto di riconoscenza per la scomparsa del marito.

 

Targa posta sulla facciata dell’abitazione dove nacque Manfredo

 

Più recentemente il ricordo di Manfredo è riemerso nel 2011, in occasione del Festival del Cinema di Viareggio, nel corso del quale sono stati proposti al pubblico alcuni fotogrammi di Pioggia d’estate, l’inedito film girato nel 1937 da Mario Monicelli, a cui aveva collaborato. Il tutto è stato reso possibile grazie alla ricerca del regista Riccardo Mazzoni, che è riuscito a rinvenire il materiale nell’archivio di Andrea Bertini, il figlio di Manfredo[14].

 

 

[1]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”: Resistenza e Alleati, Vangelista, Milano 1987, pp. 32-33.

[2]      https://www.imdb.com/it/name/nm1068683/.

[3]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, A.N.P.I. Versilia, Viareggio 1983, pp. 58-60.

[4]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp. 77-78.

[5]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, cit., pp. 81-85.

[6]      Messaggio inviato da Manfredo Bertini al padre, citato in L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp. 82-83.

[7]      F. Bergamini, G. Bimbi, Antifascismo e Resistenza in Versilia, cit., pp. 110-112.

[8]      L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., p. 137.

[9]      Intervista a Giovanna Fanny Zambarbieri, https://www.youtube.com/watch?v=xR2vujiKFoY.

[10]    L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., pp.154-157.

[11]    Lettera d’addio di Manfredo Bertini, citata in L. Guccione, Missioni “Rosa” – “Balilla”, cit., p. 163.

[12]    Abbiamo una via dedicata a Manfredo Bertini a Viareggio, Camaiore, Lucca e una piazza a San Salvatore, frazione del comune di Montecarlo.

[13]    L’abitazione dove Maber è cresciuto si trova in via Cerruglio.

[14]    https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2011/10/11/news/cosi-ho-ritrovato-i-fotogrammi-di-pioggia-d-estate-1.2737038.

 

Articolo pubblicato nel settembre 2025




11 agosto 1944: insurrezione!

Nell’estate del 1943, lo sbarco degli anglo-americani e la caduta del fascismo fecero sperare nella imminente fine della guerra. La Toscana visse invece un anno di durissima occupazione nazifascista, colpita dai bombardamenti aerei degli Alleati, vessata da ruberie e deportazioni, martoriata da rappresaglie e stragi di civili.
Nell’estate seguente divenne teatro di aspri combattimenti tra l’esercito tedesco in ritirata verso le difese della linea Gotica, approntata sulla cresta appenninica, e gli Alleati che, conquistata Cassino a maggio erano giunti ai primi di luglio fino a Siena e alla Valdichiana. Da lì, fermati alle porte di Arezzo, mossero attraverso il Chianti direttamente verso Firenze.

Per otto mesi la città aveva assistito alla lotta impari quanto cruenta tra i gruppi armati della Resistenza e le forze, anzitutto la feroce banda guidata da Mario Carità, che davano la caccia ai cittadini ebrei, ai resistenti, ai renitenti, a quanti non sottostavano all’occupante tedesco e al governo fascista repubblicano. Anche nelle campagne, le formazioni partigiane si erano consolidate, passando all’offensiva.
In giugno, il Comitato toscano di liberazione nazionale, guida politica della Resistenza, chiamò per la prima volta in Italia all’insurrezione armata, che cacciasse i tedeschi dalla città già prima dell’arrivo degli Alleati, per affiancarne apertamente l’azione militare e così affermare la propria capacità di autogoverno. Un progetto tanto chiaro quanto difficile da realizzare.

I timori diffusi per i rischi notevoli, le preoccupazioni delle forze più moderate, le lusinghe di chi propugnava un ritiro concordato sotto le insegne della “città aperta”, guadagnarono campo con il forzato rallentare degli Alleati. Mentre i fascisti più compromessi abbandonavano la città, ma lasciandovi molte decine di “franchi tiratori” pronti a colpire nascostamente gli avversari e gli stessi civili, l’incertezza cresceva: i tedeschi si sarebbero ritirati o avrebbero atteso il nemico dentro la città d’arte? Gli Alleati avrebbero accettato lo scontro? E i partigiani, dotati di coraggio più che di uomini e armi, quale ruolo avrebbero potuto giocare?

Foto 1 fronteInterrogativi travolti infine dagli eventi. A fine luglio, sgomberate le rive dell’Arno, i tedeschi si attestarono su quella settentrionale e distrussero i ponti e una vasta area attorno al Ponte Vecchio, l’unico risparmiato, nella notte tra il 3 e il 4 agosto, giorno in cui gran parte delle forze partigiane e le prime pattuglie Alleate entrarono nei quartieri d’Oltrarno, subito aggredite dai “franchi tiratori”.

L’insurrezione fu proclamata soltanto l’11 agosto, quando i tedeschi lasciarono il centro cittadino e i partigiani poterono finalmente guadare il fiume. Dovettero subito impegnarsi in intensi combattimenti contro gli avversari, attestati da est a ovest lungo il passante ferroviario e il corso del Mugnone. Affiancati alcuni giorni dopo da pattuglie Alleate, ne contennero le controffensive e, attorno al 18 del mese, li respinsero sulle alture collinari. Ma solo alla fine di un lunghissimo agosto riuscirono a liberare i quartieri più settentrionali della città.
Foto 2 fronteOltre duecento morti e molte centinaia di feriti furono il prezzo pagato dagli uomini e dalle donne della Resistenza nella battaglia di Firenze. Un prezzo oltremodo elevato, giacché i partigiani giunti in città furono meno di millecinquecento e le squadre cittadine ne contavano pochi di più e nemmeno per metà armati. Ancor di più furono le vittime civili, notevolissimi i danni agli edifici e i disagi conseguenti per gli sfollati.

Eppure, l’insurrezione fu anche e soprattutto una festa, per la libertà riconquistata con le proprie forze e il proprio sacrificio e per la dimostrata capacità – legittimata anche dagli Alleati – di fondare sull’assunzione di responsabilità democraticamente condivise il diritto e il potere di governare la città e gli istituti della sua vita civile, economica e sociale.

Articolo pubblicato nell’agosto del 2014.




La guerra partigiana, un progetto didattico dell’ISRPT

L’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pistoia, in collaborazione con il Sindacato Pensionati CGIL Lega Ugo Schiano, l’ANPI e la Fondazione Valore Lavoro, da anni promuove il progetto “La guerra partigiana” rivolto alle scuole del territorio pistoiese, in particolare agli studenti delle classi quinte delle scuole primarie e alle classi delle scuole secondarie di primo grado.

Il progetto si propone di fare storia contemporanea tenendo conto della percezione che gli studenti hanno del rapporto tra passato e presente al fine di “conoscere il passato per costruire il futuro”.

Gli studenti pertanto seguono un percorso di approfondimento sul Novecento attraverso lezioni sulla seconda Guerra mondiale con focus sulla storia locale, figure di rilievo e visite guidate ai luoghi della storia con i ricercatori ISRPT e altri esperti locali.

Le lezioni introduttive si svolgono in classe, hanno carattere generale e sono arricchite da materiali fotografici e indicazioni di approfondimento, riferimenti alle fonti, disponibili anche on line, e materiali audiovisivi su proposta dei ricercatori dell’Istituto.

A queste si aggiunge la possibilità per le classi aderenti al progetto di approfondire la storia locale con percorsi di urban trekking differenziati in città, per esempio presso la Fortezza Santa Barbara o nel centro storico di Pistoia, al cimitero Brasiliano di San Rocco oppure, con un’uscita più strutturata, sul Passo della Collina dove si snodava la Linea Gotica. La visita ai luoghi permette di raggiungere uno step ulteriore unendo la consapevolezza dell’importanza del patrimonio del territorio alla conoscenza storica.

Un altro percorso offerto dal progetto è quello laboratoriale da svolgersi in classe. Si tratta del laboratorio di Lego History: gli studenti dopo aver approfondito il tema della Seconda Guerra mondiale e la guerra partigiana sono chiamati a realizzare dei diorami con i mattoncini e personaggi Lego che rappresentino la Resistenza, ambientando le scene in uno spazio urbano, in montagna o in campagna e ricostruendo storie conosciute o verosimili. In tal modo gli studenti agendo le proprie conoscenze attraverso il gioco e grazie alla metodologia del cooperative learning, lavorano in piccolo gruppo e partecipando ad un’attività altamente inclusiva.

L’ultima parte del laboratorio prevede una restituzione fatta da uno o più studenti per gruppo che consiste nella narrazione alla classe della scena riprodotta e dei ruoli dei protagonisti inseriti nel contesto scelto (partigiani, fascisti, spie, soldati tedeschi, civili e staffette…). Tale momento si rivela fondamentale per comprendere, oltre alle conoscenze acquisite in precedenza dagli studenti, come la memoria collettiva di un evento abbia influito in un quel contesto. Successivamente l’insegnante e il ricercatore dell’istituto che nel processo educativo fungono da mediatori, possono correggere eventuali imprecisioni o letture che hanno a che fare più con la memoria che con la storia, soprattutto in ambito locale.

A questo punto le classi, lavorando con i propri insegnanti, sono invitate a produrre materiali di vario genere (dal disegno all’articolo sul giornalino di scuola, dal testo scritto al power point, ecc.) per una restituzione collettiva.

La scelta di una didattica attiva in questo senso si rivela particolarmente importante per la valorizzazione del pensiero critico, la riflessione metacognitiva, la risoluzione di problemi e non ultimo il coinvolgimento della pluralità degli alunni.

Quest’anno, in occasione del 50’ della Liberazione dal nazifascismo, il progetto che nel suo complesso ha coinvolto 150 studenti, ha previsto una giornata conclusiva, svoltasi il 24 maggio presso la sala Soci Coop di Pistoia con gli studenti e gli insegnanti. Dopo la restituzione delle esperienze didattiche si è svolta la consegna degli attestati. La mattinata è stata un ultimo passaggio per condivisione collettiva alla presenza di genitori e pubblico cittadino inserendosi a buon titolo nelle pratiche della public history of education.

 

 

Alice Vannucchi ha conseguito la laurea specialistica in Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Firenze. Docente nella scuola primaria, è responsabile della didattica dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Pistoia, membro della redazione del periodico “Farestoria” dell’ISRPt, membro del Consiglio direttivo e dell’Ufficio di Presidenza dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea di Pistoia e Vicepresidente. Tra le sue attività e campi di ricerca ci sono esuli istriani in Toscana, la Resistenza toscana e nazionale. la storia culturale, editoria e storia locale, leggi razziali e Shoah, la formazione delle classi dirigenti, nello specifico, le scuole di partito del PCI del secondo dopoguerra con particolare attenzione alla regione Toscana.  Si occupa di didattica della storia, metodologie e letteratura per ragazzi di argomento storico. Per l’area didattica dell’istituto cura l’attività didattica, la preparazione e coordinamento per l’offerta formativa e la formazione docenti. Tra le pubblicazioni e curatele: Alice Vannucchi, Giovanna Sgueglia, Un posto mio in un mondo straniero. Gli esuli istriano giuliano dalmati a Pistoia, in Una vicenda del Novecento. Nazionalismi, foibe ed esodo tra storia e narrazione pubblica, in Edoardo Lombardi (a cura di) Atti del seminario «Il confine non è una semplice linea. Storie e memorie tra antislavismo, foibe ed esodo». Pistoia, 10 febbraio 2021, Pistoia, ISRPt, 2022; Alice Vannucchi (a cura di), G. Bruschi, Un Partigiano di nome Annibale, Pistoia, Settegiorni Editore, 2015; Alice Vannucchi, Giovanni Tellini libraio ed editore, Pistoia, ISRPt, 2014. Tra gli articoli, Alice Vannucchi, La letteratura divulgativa per ragazzi al tempo del federalismo, in «Quaderni di Farestoria»,1, (2012);  Alice Vannucchi, Le scuole di Partito nel PCI di Togliatti. Il caso toscano 1945-1953, «Quaderni di Farestoria», 2, (2010).