UN VOLTERRANO NELL’INSURREZIONE DI NAPOLI (SETTEMBRE 1943)

A Genova, presso il Campo dei Partigiani nel Cimitero monumentale di Staglieno, si trova la tomba di Giacomo Morosini, nato a Volterra (Pi) il 14 ottobre 1922 e morto a Napoli l’11 settembre 1943. Nell’ovale, posto sulla lapide mortuaria, vi è la sua foto dove appare sorridente, in divisa da marinaio.
Quella che segue è quindi la ricostruzione – per quanto possibile in base alla documentazione reperita soprattutto presso l’Archivio dell’ANPI di Genova e l’Ufficio Anagrafe di Volterra – della sua vicenda rimasta sino ad oggi pressoché sconosciuta a Volterra, come a Genova ed anche a Napoli.

LA RESISTENZA ARMATA A CASTEL DELL’OVO
Nella storiografia ufficiale l’insurrezione napoletana contro l’occupazione tedesca, nota come le Quattro giornate di Napoli, prevale una precisa delimitazione cronologica di questa, fra il 27 e il 30 settembre 1943; ma In realtà, dal 9 settembre sino al 12 settembre si può parlare di una «prima sollevazione popolare nella città ai piedi del Vesuvio» (Schreiber, 2000), seguita sino al 17 settembre da una relativa pausa.
Ventiquattro ore dopo l’armistizio e le festanti manifestazioni per la presunta fine della guerra, a Napoli città e provincia erano iniziati i conflitti fra militari italiani e e truppe tedesche, rispettivamente affiancati da civili insorti e fascisti italiani, prefigurando la dimensione della guerra civile[1].
A riguardo, va annotato come, anche nei più recenti e circostanziati saggi sulle Quattro giornate, la ricostruzione degli scontri e delle rappresaglie che le precedettero appare ancora basata su memorie, per lo più tramandate oralmente, e pubblicazioni datate, avvalorando fraintendimenti e sovrapposizioni, ma anche dimenticanze ed errori cronologici.
Dopo l’8 settembre, mentre anche a Napoli i comandi militari italiani tergiversavano, si dileguavano o cercavano intese con il “Comando superiore germanico”, era scattata rapidamente l’occupazione militare tedesca, con conseguenti disarmi dei reparti italiani, cattura di singoli militari sbandati, la presa delle caserme e delle postazioni italiane, nonché fucilazioni sommarie dei resistenti, saccheggi, demolizioni, rastrellamenti di ostaggi e scontri a fuoco, con numerose vittime, sia civili che militari[2].
Infatti, senza ricevere direttive né armi, militari e civili, incluse donne e ragazzi, già la mattina del 9 settembre furono protagonisti di atti di ostilità e guerriglia nei confronti dei militari tedeschi, con la cattura di camion e prigionieri, il taglio dei collegamenti telefonici e alcune sparatorie in cui si contarono almeno sette morti e quasi trenta feriti, molti dei quali deceduti nei giorni successivi (Paolo De Marco, 2025). Il giorno seguente – 10 settembre – gli scontri a fuoco risultarono ancora più estesi e intensi, con perdite significative da entrambe le parti, soprattutto attorno a batterie contraeree, installazioni militari e caserme. Assieme a soldati, marinai, popolani e “vecchi” antifascisti, in alcune situazioni si schierarono anche agenti di PS e carabinieri, mentre dei militari italiani scelsero di collaborare con le forze armate naziste che disponevano di carri armati, cannoni e armi pesanti, sotto il comando del colonnello Walter Scholl.
Il giorno successivo, sabato 11 settembre, quello in cui Giacomo Morosini avrebbe incontrato la morte, seguirono altri numerosi combattimenti seguiti da nuove rappresaglie tedesche, la cui memoria appare sovente confusa con analoghi episodi avvenuti il 10 e il 12 settembre.
In particolare, la truppe tedesche furono impegnate nell’assedio dello storico Castel dell’Ovo[3]. La prima – approssimata – ricostruzione disponibile fu pubblicata ad un anno di distanza: «Meritevole di rilievo, per la speciale condizione militare di coloro che ne furono protagonisti, la resistenza dei soldati e degli ufficiali addetti al Comando della Contraerea, il quale aveva sede in Castel dell’Ovo. Questo corpo era formato da militari anziani, appartenenti alla Milizia Volontaria fascista; eppure in un primo momento esso resistette con fermezza e con successo alla intimidazione tedesca di arrendersi; poi si rassegnò ad abbandonare i locali, quando fu esposto ad una vigorosa ripresa dell’offensiva nemica, ma dopo che ebbe distrutto tutti gli apparecchi elettrici e radiofonici, e strappato gli otturatori ai cannoni» (Barbagallo, 1944, p. 19).
Più precisamente, durante la guerra, Castel dell’Ovo era stato sede del Comando della XIX Legione della Milizia per la difesa contraerea territoriale (DICAT). A seguito della caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, il maresciallo Badoglio si era limitato a disporre la sostituzione degli ufficiali della Milizia con quelli dell’Esercito e la rimozione dei fasci dal bavero della giubba per sostituirli con le stellette del Regio esercito. Presso il Castel dell’Ovo era rimasto operativo il 21° Centro di avvistamento antiaereo, mentre la città continuava ad essere pesantemente bombardata dagli Alleati. Una ventina fra graduati e militi dell’Artiglieria Contraerei – per lo più “anziani” o ex riformati – di tale Centro, «nei giorni precedenti erano più volte intervenuti contro i saccheggiatori tedeschi, l’ultima volta, il giorno prima, avevano impedito il passo a sei automezzi italiani che, carichi di stoffe e vestiti depredati in qualche negozio, si allontanavano con al volante dei tedeschi e scortati da altri militari nazisti» (De Jaco, 1956).
Nel breve scontro, i tedeschi avevano avuto la peggio, anche se le notizie sulle loro perdite – morti o prigionieri – sono discordanti; comunque l’11 settembre seguì la reazione: «ora i tedeschi attaccavano il forte; sparavano dalla via con le mitragliatrici pesanti e col cannoncino di un carro armato che avevano appostato all’imbocco del ponte. Dietro il carro armato e dietro gli automezzi guastatori tedeschi aspettavano» (De Jaco, 1956).
A difendere la struttura, con armi leggere, oltre ai circa venti ex militi dell’Antiaerea, rimasti senza ufficiali, vi erano anche «quattro marinai appena arrivati da Ischia e che dovevano raggiungere le loro case, congedati» e almeno un aviere, forse distaccato presso il Centro d’avvistamento, mentre nei sotterranei si trovavano al riparo alcune decine di civili, fra le famiglie dei sottufficiali di stanza nel forte e di alcuni pescatori del borgo.
Dopo un prolungato conflitto a fuoco che causò anche un incendio all’interno del fortilizio, gli attaccanti ebbero la meglio, grazie alla superiorità dell’armamento, mentre i difensori erano rimasti con poche munizioni; inoltre, i tedeschi avrebbero minacciato di massacrare i civili, per lo più donne e bambini, se i resistenti non si fossero arresi (De Jaco, 2000). Fra quest’ultimi, alcuni riuscirono a porsi in salvo gettandosi in mare prima che i tedeschi occupassero il forte.
Il presunto bilancio finale delle vittime sarebbe stato di 4 morti fra i tedeschi e un milite-artigliere, a cui i tedeschi fecero seguire la rappresaglia contro i prigionieri.
I militari e i civili (circa una quarantina in totale) catturati all’interno del fortilizio furono inquadrati e, sotto la minaccia dei mitra, condotti incolonnati sul lungomare, da via Partenope sino a via Cesario Console, sino a davanti al Palazzo, deserto, dell’Ammiragliato. Secondo alcune fonti, sarebbero transitati da via Nazario Sauro, ma più verosimilmente passarono dalla parallela via Generale Giordano Orsini.
Davanti all’Ammiragliato, dal gruppo degli ostaggi, furono separati otto uomini in divisa e, posti con le spalle al palazzo, vennero abbattuti con una raffica di mitragliatrice, «due, il sergente maggiore Cappuccio [Alfonso, originario di Voghera] e l’artigliere Micheletti, tentarono di rialzarsi e ricaddero, un altro, un marinaio, piegato col volto in terra, si lamentava fievolmente. Un sergente tedesco ripassò la strada e scaricò la pistola sui morenti. Poi l’ufficiale che aveva ordinato il massacro fece un discorso ai rimasti, spiegò la legge tedesca della rappresaglia. I tedeschi si allontanarono subito portando ancora con loro i prigionieri borghesi» (De Jaco, 1956), mentre i cadaveri furono lasciati sul posto finché la pietà popolare non provvide a raccoglierli e trasportarli al cimitero.
Secondo, invece, il memoriale del brigadiere dei carabinieri Francesco Pavone i fucilati davanti all’Ammiragliato furono sette: quattro marinai, un soldato, un sergente maggiore, un aviere. Tra le vittime, tre non poterono essere identificate, per mancanza di documenti personali: tutti sui venticinque anni, erano un artigliere, un marinaio e un aviere, i cui corpi furono anonimamente sepolti nel Cimitero di Santa Maria della Pietà.
In base a questo memoriale e alla documentazione dell’Anpi di Genova riguardante la morte di Giacomo Morosini da cui si apprende che «fu fucilato dai Tedeschi l’11 Settembre 1944 in seguito a cattura avvenuta nel Castello dell’Ovo a Napoli», precisando che l’esecuzione era avvenuta «in via Generale Orsini insieme ad altri 11 colleghi», si possono avanzare due ipotesi.
La prima è che Morosini sarebbe stato fucilato poco prima in via Generale Orsini (distante pochi minuti da via Cesario Console) durante il tragitto fra Castel dell’Ovo e l’Ammiragliato, a seguito di un gesto di ribellione o di un tentativo di fuga. La seconda riguarda il conteggio delle vittime, dodici, che potrebbe essere la somma delle vittime dell’11 settembre (Morosini + 7) e dell’analoga fucilazione del giorno seguente (2 marinai e 2 guardie della Finanza) eseguita in piazza G. Bovio davanti al Palazzo della Borsa e ancora ricordata da una lapide.
In ogni caso, la salma di Morosini, subito identificata, fu sepolta lo stesso giorno presso il Cimitero di Santa Maria della Pietà; successivamente, allo scadere della sepoltura provvisoria, il 25 settembre 1946, fu trasferita nel loculo n. 149 di proprietà della Famiglia Brancaccio (o, secondo diversa notizia, della Famiglia Duraccio) nello stesso cimitero, dove rimase sino al 1950.

GIACOMO MOROSINI, COMBATTENTE PER LA LIBERTÁ

Giacomo Morosini (talvolta erroneamente trascritto Morosino), era nato a Volterra il 14 ottobre 1922 in via Cesare Battisti n. 8, figlio dell’operaio argentiere Angelo Morosini e della casalinga Clorinda Cecchini, entrambi residenti a Genova, coniugati con rito civile dal giugno precedente a Firenze. La nascita di Giacomo (stesso nome del nonno paterno) a Volterra non appare però una mera casualità, dato che la madre era nata a Volterra tanto che in occasione del parto di Giacomo fu ospitata in casa dai suoi genitori[4]. Inoltre, dai documenti conservati presso il Comune di Volterra, risulta che, proveniente da Genova, Giacomo risiedette di nuovo a Volterra fra il 1930 e il 1934 – quindi fra gli 8 e i 12 anni – in Borgo San Lazzero 17, quasi sicuramente presso i nonni materni, per poi fare ritorno a Genova, dove abitò con i genitori e una sorella minore nel popolarissimo Vico degli Indoratori 15.
Dopo aver studiato sino alla V classe elementare, trovò occupazione come marinaio e diciottenne, nel 1940, fu chiamato alle armi nella Leva di Mare, assegnato al Porto militare di Taranto – non si sa se imbarcato o a terra – dove rimase almeno sino al maggio 1942, per poi essere trasferito – fra la seconda metà del 1942 e i primi mesi del 1943 – presso il Distretto militare della Marina di Napoli (Maridist)[5].
Su richiesta dell’Anpi di Genova, per conto della madre Clorinda e della sorella, in data 28 luglio 1948 Morosini ebbe il riconoscimento ufficiale di “partigiano combattente” caduto nella lotta per la liberazione della città di Napoli, valido anche per fini pensionistici[6]. Tale riconoscimento fu decretato dal Ministero della Difesa, su parere positivo dalla Commissione Accertamenti titoli partigiani della Campania.
Espletate le formalità burocratiche, il 7 luglio 1950 la salma di Morosini fu traslata da Napoli a Genova e domenica 9 settembre vi fu una cerimonia organizzata dall’Anpi di Genova con solenni onoranze presso la Cattedrale di S. Lorenzo e corteo sino al Cimitero comunale di Staglieno, dove fu sepolto nel campo “Gloria dei Caduti per la Libertà”, dove ancora si trova, assieme a 271 partigiane e partigiani, italiani e internazionali.
Infine, un interrogativo e una suggestione. Secondo quanto riportato da Giacomo de Antonellis, nel «ricordo popolare» il marinaio fucilato davanti all’Università il 12 settembre 1943 venne indicato per il suo accento come “il livornese”, ma è stato accertato che Andrea Mansi – questo il suo nome – era nato a Ravello (Sa) e, d’altro canto, fra i marinai fucilati fra l’11 e il 12 settembre l’unico “toscano” noto è Morosini.

(Un particolare ringraziamento agli amici Marco Genzone di Genova e Antonio Maielli di Volterra per la complice collaborazione nella ricerca)

NOTE

1 La documentata partecipazione diretta dei fascisti napoletani, a fianco delle truppe tedesche, nei conflitti, anche come guide, delatori e franchi tiratori, resta uno degli aspetti meno affrontati e conosciuti. Essi non compaiono neppure nell’epico film Le quattro giornate di Napoli (1962), nell’evidente tentativo di far prevalere una più rassicurante visione “nazionale” dell’insurrezione che non fu soltanto anti-tedesca, ma anche contro il collaborazionismo fascista. Da parte sua, infatti, lo scrittore Carlo Bernari si dissociò dalla sceneggiatura originaria a cui avevo collaborato proprio perché erano stati tolti gli episodi contro i fascisti.

2 Il numero delle vittime sia civili che militari nei giorni della prima insorgenza è incerto, come peraltro quello delle Quattro Giornate che, secondo le ricerche più circostanziate, furono almeno 663, contraddicendo talune minimizzazioni di carattere politico. Secondo le stime più diffuse, fra l’11 e il 12 settembre i soldati tedeschi uccisero per le strade della città, oltre a decine di militari italiani, almeno 27 civili, mentre altre 185 persone furono ricoverate negli ospedali e oltre quattromila militari e cittadini vennero catturati; ma secondo i registri comunali, fra il 9 e il 14 settembre, le vittime per mano tedesca ammonterebbero almeno a 61, tra civili e militari (De Jaco, 2000; Gribaudi, 2005).

3 Castel dell’Ovo – il più antico castello della città di Napoli, costruito sull’isolotto di Megaride – è collegato al Lungomare Caracciolo attraverso un ponte sul mare, lungo circa 200 metri, ed è circondato dal pittoresco Borgo Marinari.

4 Clorinda Ada Adele Cecchini, figlia di Giuseppe e Annunziata Campinoti, entrambi braccianti, era nata a Volterra il 12 agosto 1900 e risulta deceduta a Genova il 16 dicembre 1975 (da documentazione d’archivio dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Volterra). Il padre Angelo, di Giacomo e Francesca Gasparini, era nato nel 1898 a Martinengo (Bg), ma residente a Genova (Sampierdarena).

5 La presenza di Morosini a Taranto e Napoli è desumibile da alcuni suoi lievi “precedenti” giudiziari per presunti reati compiuti sotto le armi, per furto e ricettazione, che si erano conclusi con due assoluzioni e una condanna, sospesa, a 6 mesi (Archivio di Stato di Pisa, Fondo Questura, Fascicolo 189; ringrazio Stefano Gallo per segnalazione).

6 A seguire le pratiche per il riconoscimento di “partigiano” e ad accompagnare la traslazione della salma di Giacomo furono solo la madre Clorinda con la figlia, mentre il padre non figura mai (pur risultando, dai documenti agli atti, verosimilmente ancora in vita), per motivi non noti e solo ipotizzabili, quale ad esempio una separazione coniugale.