Dalla mediazione allo scontro

Nel territorio pistoiese, il passaggio dal 1947 al 1948 fu segnato dall’ennesima esplosione della conflittualità popolare, in un contesto di dura crisi economica ed alimentare che perdurava fin dalla Liberazione. A determinare quest’esito concorsero tanto le vicende nazionali, con una decisa controffensiva del fronte padronale su tutti i versanti, come testimoniato dal patto siglato tra agrari, industriali e commercianti nel gennaio 1947 per la costituzione di un fronte unico, quanto i cambiamenti intervenuti nella gestione dell’ordine pubblico in seguito all’ascesa di Scelba alla guida del Ministero degli Interni ed all’uscita delle sinistre dal governo, che segnarono una netta discontinuità e l’inizio di una reazione contro le lotte dei lavoratori.
Anche i rapporti fra i partiti locali peggiorarono sensibilmente. Il 21 dicembre a San Sebastiano di Piuvica a seguito di un comizio scoppiavano tafferugli tra i giovani militanti democristiani e quelli comunisti. Nello stesso mese il PCI e l’UDI sollecitavano l’attivismo nelle campagne, con un riguardo speciale nei confronti delle donne, attraverso una giro di conferenze di Mimma Gramsci, che si recava a Borgo a Buggiano e a San Rocco di Larciano.
Il nuovo Prefetto, Festa, era un uomo assai diverso dai suoi due predecessori, Ales e Mazzolani, portatori di una sensibilità maggiore verso le esigenze della popolazione più misera. Entrato nei ranghi del servizio in epoca fascista, si dimostrava ligio al potere politico di turno, tant’è che prima di arrivare a Pistoia subì anche una blanda inchiesta da parte dell’epurazione, denunciato dai suoi stessi ambienti lavorativi come un prefetto in camicia nera. Un uomo d’ordine dunque, cresciuto sotto il Regime, abile a fiutare il vento della politica ed a mettersi al suo servizio, più che a quello di uno Stato neutrale. Inoltre era ancora giovane, nel pieno della carriera, e tentava di mettersi in mostra con zelo, ponendosi al servizio dei nuovi detentori del potere. Festa fu un tipico prefetto Scelbiano, un agente “statale” della DC sul territorio, impegnato addirittura nella campagna elettorale prima del voto del 18 aprile – quando segnalerà a Scelba previsioni per un avanzata della DC –, attento a tutti quegli aspetti che potevano interpretare fedelmente la linea dei nuovi governanti e metterlo in luce con i suoi superiori. Sarà lui a gestire la nuova fase che maturò nel 1947 e arrivò a compimento nel 1948 ed a marcare il segno della discontinuità nella gestione dei conflitti sociali.
Dalla metà del ’47 si chiusero progressivamente gli spazi delle relazioni industriali. A livello nazionale, la Confindustria iniziava una controffensiva, decisa a recuperare il terreno perduto ed a costruire una solida alleanza con la DC, sbarrando la strada alle istanze di profonda trasformazione. A livello locale questa dinamica si rifletté anche nel nuovo atteggiamento dell’Assoindustria, via via sempre più chiuso. Il segnale di un deciso cambiamento di clima, che preludeva ad una immediata nuova gestione della conflittualità sociale nel pistoiese, arrivò per Natale. Il 24 dicembre l’Assoindustria affisse un manifesto sulla rottura delle trattative per il rinnovo del contratto con la FIOM in sede nazionale. Gli industriali denunciavano la non collaborazione sindacale e annunciavano che avrebbero pagato meno. Per gli operai era una provocazione. Già il 28 a Pescia si diffuse la minaccia di uno sciopero generale e vennero inviati rinforzi ai Carabinieri (Scelba aveva provveduto a rafforzare le forze dell’ordine), ma fu a Pistoia che avvennero fatti gravi. Il 29 una commissione di operai della San Giorgio si recò a discutere in merito alla rottura delle trattative alla sede dell’Assoindustria. I dirigenti erano assenti ma venivano ricevuti da un funzionario di alto livello. Dopo una discussione animata, gli operai venivano allontanati. A quel punto alla San Giorgio iniziava uno sciopero. I lavoratori uscirono dalla fabbrica e si recarono in corteo alla sede dell’Associazione degli industriali, che fu invasa con lievi scontri e leggeri danni al mobilio. Dopodiché fu ristabilito l’ordine e gli operai si allontanarono lasciando sottosopra la sede degli industriali. Vennero denunciati 12 lavoratori. La reazione di Assoindustria fu dura ed veemente, come c’era da aspettarsi in realtà, rendendo evidente come fosse maturata una linea diversa nel padronato, propensa allo scontro frontale adesso che si sentiva rafforzato. Si chiesero misure energiche e immediate al Prefetto ed al Ministero.
A questo punto quella linea di faticosa “concertazione” che fino ad allora aveva connotato le relazioni industriali e le politiche di gestione dell’ordine pubblico nel pistoiese viene definitivamente a tramontare. Il sindacato, spinto sulla difensiva, era comunque determinato a reagire. La rottura delle trattative, ancor più che una provocazione, venne vista, non senza ragione, come l’avvio di una politica reazionaria. Festa era per metodi d’ordine, assai poco incline a trattare con la CGIL e schierato nettamente ed in maniera non neutrale con la DC e gli industriali. Assoindustria aveva raggiunto le posizioni di intransigenza e di riaffermazione del potere in fabbrica sostenute sul piano locale da Orlando della SMI. Le tensioni di dicembre aprirono la via a due settimane di confronto tesissimo. Ai primi di gennaio la prefettura ordinò 15 arresti preventivi a Pescia. Nelle intenzioni di Festa, oltre all’idea di prevenire un nuovo sciopero, era presente anche l’opzione di sfruttare l’occasione per infliggere un duro colpo al sindacato, qualora la reazione fosse stata dura, come effettivamente avvenne. I ceti popolari, alle prese con grandi difficoltà materiali e mobilitati ininterrottamente da anni, reagirono istituendo blocchi stradali “volanti” in tutta la provincia, che per diversi giorni tennero impegnate le forze dell’ordine nella loro rimozione. Ma a Bonelle venne blocca l’autostrada e si decise di restare. Il prefetto non giocò allora la carta della trattativa ed inviò sul posto due autoblindo e reparti della celere, raggiunti poi da altri rinforzi da Firenze. Lo scontro che ne seguì fu durissimo, con l’uso di armi da fuoco, da taglio e di bombe a mano, e si concluse con 12 feriti, 6 per parte. Per la prima volta la violenza si esprimeva con questo grado di intensità dalla fine della guerra ed entrava prepotentemente sulla scena, per restarvi, fino all’uccisione di Ugo Schiano alla fine del 1948.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientale; Una passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923; Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers; La mezzadria nel Novecento. Storia del movimento mezzadrile tra lavoro e organizzazione.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2016.




Il futuro del passato. Memoria, legami fragili e nuova cittadinanza

Sabato 23 gennaio ore 14.30 alla Biblioteca delle Oblate:

14.30
Saluti Istituzionali
Eugenio Giani, Presidente del Consiglio Regionale della Toscana
Cristina Giachi, Vicesindaco del Comune Firenze

15.15
“Custodire il passato e perdere il futuro? La memoria e il ricatto del presente”,
Adriano Zamperini, docente presso Dipartimento di Filosofia Pedagogica e Psicologia applicata, Università degli Studi di Padova e Consigliere di Amministrazione della Fondazione Istituto Andrea Devoto onlus

15.45
“Storia e storie; dolore, evoluzione, gioia”
Andrea Bigalli, Coordinatore regionale Libera Toscana e Consigliere di Amministrazione della Fondazione Istituto Andrea Devoto onlus

Coordina Sandra Gallerini, Consigliere nazionale della SISS (Scuola Italiana Sociologia alla Salute) e volontaria della Fondazione Istituto Andrea Devoto onlus

Ore 16.15
Apertura della Tavola rotonda; intervengono:
Massimo Cervelli, responsabile Progetti per la Memoria, Regione Toscana
Roberto Barontini, Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia
Patrizia Meringolo, docente presso il Dipartimento di Scienze Formazione e Psicologia, Università degli Studi di Firenze
Fabio Berti, docente presso il Dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive, Università degli Studi di Siena
Fabio Bracci, ricercatore presso Iris – Strumenti e Risorse per lo Sviluppo Locale di Prato

Modera Leonardo Roselli, giornalista

Ore 17.30
“La speranza tradita” – spettacolo teatrale a cura della Compagnia teatrale Amaltea




“I carnefici” allo Spazio Aut di Prato

In occasione dela “Gionata della Memoria”, mercoledì 27 gennaio alle ore 21.00 allo Spazio AUT di Prato viene presentato, insieme all’ autore Daniele Biacchessi, il libro:
“I Carnefici” ed: Sperling & Kupfler.

“I Carnefici” narra la storia di una lunga estate di sangue, quella del 1944, quando, per contrastare l’avanzata delle truppe alleate, i nazisti rinforzarono le difese lungo la linea Gotica e pianificarono una persecuzione spietata delle brigate partigiane. Il compito fu assegnato a una divisione speciale delle SS combattenti, che venne utilizzata contro i “banditi”. I borghi in cui si nascondevano i ribelli dovevano essere rasi al suolo e la popolazione eliminata come complice.

Nei piccoli paesi dell’Appennino fra Toscana ed Emilia – Sant’Anna di Stazzema, Bardine, Vinca, Casaglia, Marzabotto – i militari della divisione assassina diedero inizio al martirio di centinaia di vecchi, donne e bambini.




Edda e Nicche: testimoni di vita di ieri e di oggi

Sabato 23 gennaio ore 17.00 presso il Circolo Arci Cellai di Rignano presentazione dei cortometraggi “Edda, la Quercia del sacrario” e “Il partigiano Nicche” alla presenza dell’autore Stefano Ballini, di Gian Luca Luccarini Presidente Associazione famiglie vittime Eccidio Marzabotto e di Ferruccio Laffi superstite della strage di Monte Sole.

Ore 19.30 buffet

Ore 21.30 intervento musicale “I giorni della Resistenza” canzoni, racconti e poesie di e con Letizia Fuochi e Francesco Cusmano.




A Settignano: Partizani, la resistenza italiana in Montenegro

All’interno della rassegna “Il mese delle memorie” di CinemAmico della Casa del popolo di Settignano, venerdì 29 gennaio sarà proiettato il documentario Partizani, la resistenza italiana in Montenegro dello storico Eric Gobetti (che sarà presente alla proiezione) dove è narrata, con immagini di repertorio inedite, la storia di due divisioni dell’esercito italiano, abbandonate nei Balcani dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che scelgono di unirsi alla resistenza anti-tedesca, formando la Divisione Italiana Partigiana Garibaldi che combatterà quindi insieme ai partigiani jugoslavi comunisti di Tito. Sabato 30 gennaio, infine, lo scrittore Orlando Baroncelli presenterà il suo libro Testimonianze della Resistenza toscana (1943-1945) dove sono ricostruite anche attraverso interviste inedite, le storia di giovani partigiani e resistenti toscani.




Le Fabbriche Lucchesi e Campolmi (Prato)

Il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia proclamò per il 1° marzo 1944 lo sciopero generale in tutti i territori ancora occupati dai nazi fascisti: era un modo per consolidare i primi successi ottenuti dalla lotta per la Resistenza, per chiedere la fine della guerra e per reclamare migliori condizioni per i lavoratori; era insomma un segnale perentorio di lotta frontale al nazifascismo.

lucchesi pratoA Prato lo sciopero iniziò sabato 4 marzo e l’adesione fu totalitaria: ne rimasero sorprese non solo le autorità nazifasciste, sconvolte da quetso “affronto”, ma anche gli organizzatori e l’antifascismo locale. Le fasi di preparazione della mobilitazione avevano coinvolto tutto il territorio pratese, da Quarrata a Galciana, dal centro di Prato alla Val di Bisenzio. Proprio il lanificio Forti della Briglia fu la prima fabbrica ad aderire massicciamente allo sciopero, grazie anche a picchetti, posti di blocco e qualche colpo di arma da fuoco che convinse anche i più restii. Sul muro del lanificio nella notte erano comparse scritte inneggianti alla lotta e al comunismo e i volantini dello sciopero erano dappertutto. Da qui l’astensione dal lavoro dilagò per tutte le fabbriche di Prato.
L’adesione allo sciopero fu talmente massiccia che la notizia giunse anche all’orecchio di Hitler, che per rappresaglia impartì l’ordine di deportazione in Germania nei campi di sterminio del 20% della forza lavoro pratese, che in quei giorni avrebbe significato la cattura di almeno 1900 uomini; l’impresa era mastodontica e fortunatamente impossibile da realizzare per i fascisti pratesi, che si misero comunque subito a lavoro, chiamando rinforzi da Firenze e Lucca. I primi arresti in seguito allo sciopero generale del 4 Marzo avvennero il giorno stesso.
campolmi-lazzeriniLa prima azione fascista fu di andare a cercare nelle abitazioni dei sospetti antifascisti, poi fu organizzato un rastrellamento meticoloso, con un imponente schieramento di forze per lo sbarramento degli incroci principali della città: porta al Serraglio, piazza S.Agostino, piazza Mercatale, piazza S.Marco, piazza delle Carceri, furono luoghi utili alla cattura dei passanti.
Molte persone furono catturate il giorno 7 marzo in Piazza S.Agostino, sconvolta come se non bastasse da un bombardamento alleato che aveva colpito anche piazza Mercatale e distrutto il tabernacolo di Filippino Lippi; altri vennero catturati dalle ronde volanti che partendo dalla Fortezza, sorprendevano i malcapitati ovunque fosse possibile.
Le aziende furono obbligate a consegnare l’elenco dei dipendenti che avevano scioperato: il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Vivo si recò con i suoi militi allo stabilimento di Leopoldo Campolmi; la cimatoria Campolmi era forse la più grande rifinizione cittadina e si trovava proprio in centro, addossata a porta Frascati (oggi sede della biblioteca comunale A. Lazzerini). Il maresciallo chiamò gli operai che avevano scioperato e ne portò via 14.
Allo stabilimento di Vasco Sbraci di via Ferrucci i fascisti si recarono mentre i dipendenti erano alla mensa; li chiamarono nel piazzale e fecero due gruppi, poi quelli che avevano scioperato furono fatti salire sull’autobus che attendeva fuori e portati via, ma lo Sbraci, noto fascista che aveva fatto scrivere a lettere cubitali W IL DUCE sulla ciminiera del suo lanificio a dimostrazione della propria fedeltà al regime, preoccupato per il destino dei suoi operai e forse anche di più per il futuro della sua azienda, riuscì con le sue conoscenze a farli rilasciare.
Ultima incursione dei fascisti fu al lanificio Lucchesi, in zona Macelli: qui furono prelevati 18 operai che avevano scioperato. Dal Lucchesi lo sciopero era stato totale, ma molti riuscirono a scamparla fuggendo da una porta secondaria.
Molto si è dibattuto sul ruolo degli industriali pratesi durante la cattura delle loro maestranze: sembrò inizialmente che ci fosse stata collaborazione, ma i documenti e le testimonianze trovate in seguito smentiscono questa ipotesi. Gli stessi imprenditori furono presi alla sprovvista dal rastrellamento e se non fecero niente per evitarlo è perché non poterono o arrivarono troppo tardi.

pietre d'inciampo pratoTutti i fermati tra il 4 e l’8 marzo 1944 furono portati alle scuole Leopoldine a Firenze in Piazza S.Maria Novella; destinazione era la Germania nazista e i suoi campi di concentramento: Mauthausen, Ebensee, Linz, Gusen.
L’11 marzo il treno con il suo triste carico giunse alla stazione di Mauthausen in Austria. Dei 137 deportati pratesi soltanto 21 tornarono a casa, 18 dei quali erano operai arrestati in seguito allo sciopero, gli altri tre in momenti diversi.
Recentemente nei pressi della fabbrica Lucchesi e della cimatoria Campolmi sono state installate dall’artista tedesco Gunter Demnig alcune “pietre d’inciampo”, dei piccoli sanpietrini d’ottone inseriti nel tessuto urbano della città che colpiscono lo sguardo del passante, con l’intento di perpetuare la memoria dei cittadini pratesi deportati nel marzo 1944.

Scheda compilata a cura della Fondazione CDSE e delle classi III dell’istituto comprensivo F. Lippi di Prato, nell’ambito del progetto Mappe della Memoria, finanziato dalla Regione Toscana per il 70° della Resistenza.




I Faggi di Javello (Vaiano)

Sul versante destro del fiume Bisenzio, giusto di fronte ai monti della Calvana, si trovano i Faggi di Javello, una vasta area boschiva protagonista dal febbraio 1944 delle azioni dei partigiani della brigata Orlando Storai e in seguito base per la brigata Bogardo Buricchi. Schignano è il centro di questa vasta area, luogo di raccolta per tutti quei ragazzi che dopo l’8 settembre 1944 rifiutano di arruolarsi nel ricostituito esercito della RSI e scelgono, invece, “la via dei Faggi”. Da Schignano partono i rifornimenti alimentari per i partigiani e le staffette arrivano con messaggi e ordini; nei boschi sopra Vallupaia, in località Ebani, è nascosto, e controllato dai partigiani, il bestiame di vari contadini che tentano così di salvarlo dalle requisizioni tedesche.
Dalla primavera 1944 tutta quest’area, da Albiano, passando per Schignano fino a Migliana, ospita migliaia di sfollati dal fondovalle e tutti, salendo dalla Costa, vengono fermati e controllati da Menghino alla Casa Rossa, avamposto partigiano e centro di osservazione dei movimenti fascisti. Nonostante questo brulicare di vita, Schignano non viene risparmiata dalle azioni belliche, anzi, uno dei primi bombardamenti della Val di Bisenzio, il 21 gennaio 1944, cade proprio sul paese, in località il Poggio, dove alcuni ragazzi stanno giocando con delle capre: i 30 spezzoni caduti causano la morte di 6 persone.
partigiani javelloDal gelido inverno ’44, sotto la guida di Armando Bardazzi detto “Gianni”, è attiva sui Faggi la squadra partigiana Orlando Storai, di cui fanno parte anche molti ragazzi di Vaiano e Schignano. La prima vera azione armata avviene il 22 marzo, dopo una soffiata che annuncia un rastrellamento tedesco. I partigiani decidono di agire per primi e cogliere di sorpresa i nemici: dal Pian dei Massi percorrono il crinale e lungo lo stradello dei Tabernacoli raggiungono Poggio alla Vecchia, proprio sopra la chiesa di Migliana, nel cui piazzale bivaccano i nazi-fascisti. Colti di sorpresa i repubblichini si sparpagliano, incendiando il bosco, ma rinunciando al rastrellamento. Si tratta più che altro una dimostrazione di forza, ma i partigiani mostrano di non avere paura. Dopo questa azione, la Orlando Storai muove verso il Falterona e piano piano si disgrega.
Verso la fine del maggio 1944 il C.N.L. (Comitato di Liberazione Nazionale) approva la formazione di una nuova brigata guidata sempre da Armando Bardazzi e Carlo Ferri e l’invio di armamenti e rifornimenti ai partigiani. In pochi giorni si superano i 100 uomini, provenienti per lo più dalla Val di Bisenzio. La formazione prende il nome di Brigata Buricchi, in onore dei fratelli Buricchi che l’11 giugno avevano fatto saltare, a Comeana, vagoni carichi di tritolo destinati ai nazi-fascisti per la completa distruzione dell’industria pratese. L’accampamento partigiano viene costruito al Pian delle Vergini, sul crinale del Monte Javello.
Tra il luglio e l’agosto 1944 si hanno molti scontri tra partigiani e fascisti alle Cavallaie, alle Banditelle, presso Porciglia; spesso a pagarne le conseguenze sono i civili, i contadini come Leone Mengoni e Demizio Fuligni, che vengono uccisi dai tedeschi per rappresaglia nei confronti di azioni partigiane avventate o non andate a buon fine. La brigata Buricchi è protagonista anche della terribile battaglia di Pacciana, che porterà al tristemente famoso eccidio dei 29 Martiri di Figline.
Fatti ancora più cruenti avvengono in seguito al 6 settembre 1944: l’8 settembre, dopo l’impiccagione dei 29 partigiani, i tedeschi salgono a Schignano e compiono diverse rappresaglie. Presso Monte Casioli trovano i tre fratelli Favini della Tignamica e li freddano brutalmente; nel bosco sopra le Case Vecchie vengono fermati 6 uomini accusati di essere partigiani (solo 2 in realtà lo sono): 4 sono impiccati a Spirito e 2 uccisi mentre tentano la fuga. Solo due giorni dopo, il 10 settembre, gli abitanti di Schignano salutano l’arrivo della colonna alleata e possono dare degna sepoltura ai loro caduti.

Testimonianza di Renato Pozzi, partigiano della brigata Buricchi, conservata presso l’archivio CDSE:
Ai primi di giugno la formazione si riorganizzò e si ricostituì il campo base ai Faggi di Javello. Le baracche furono costruite in fila lungo il crinale, tutte verso le Banditelle, perché su quel lato c’era la macchia di faggio alta; salendo dalle Prata, appena il crinale spianeggia, c’era la cucina, poi l’infermeria, l’armeria e le baracche del dormitorio, che alla fine arrivarono a cinque per contenerci tutti e l’ultima addirittura a due piani, proprio di faccia al Faggio della Madonna.”

Scheda compilata a cura della Fondazione CDSE e della classe III A dell’istituto comprensivo L. Bartolini di Vaiano, nell’ambito del progetto Mappe della Memoria, finanziato dalla Regione Toscana per il 70° della Resistenza.




Giornata della Memoria a Pergine

27 Gennaio mercoledì ore 21 “GIORNATA DELLA MEMORIA”
Presso il Centro Culturale di Memorie e Contemporaneità ( Via San Pergentino – Pergine Valdarno, AR)
Presentazione del libro “Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche durante il Fascismo” di Alexander Stille.

A cura di Alberto Cannoni, Andrea Mori, Massimo Zanoccoli.