Democrazia e Resistenza

Le elezioni amministrative del 1946.

La costruzione della democrazia nell’Italia del secondo dopoguerra[1] rappresentò un processo lungo e non lineare. Nel contesto delle distruzioni e degli sconvolgimenti causati da cinque anni di conflitto, culminati con la dura occupazione da parte delle truppe tedesche ed una terribile guerra civile,[2] le elezioni amministrative svoltesi nella primavera del 1946 costituirono il primo passo verso la rinascita politica e sociale del nostro Paese. Fin dal periodo immediatamente successivo alla Liberazione, il Partito Democratico Cristiano, il Partito Comunista e il Partito Socialista si presentarono come quelli dotati di una più ampia base popolare. Il Partito d’Azione aveva svolto un ruolo di grande rilievo nella Resistenza, ma non era riuscito a costruirsi un seguito nelle città e nelle campagne. Il Partito Liberale era andato configurandosi come un partito d’élite, composto prevalentemente da vecchie personalità del periodo prefascista.

Il Partito Comunista, in particolare, era riuscito non soltanto a sopravvivere al ventennio fascista ricorrendo alla clandestinità, ma era riemerso con forza fin dal 1943 nelle città industriali e nelle campagne dell’Italia centrosettentrionale, arrivando a contare quattrocentomila iscritti già agli inizi del 1945.[3] La Toscana rappresenta una delle regioni in cui la capacità del Pci di mobilitare le masse – in tal caso soprattutto contadine – emerse in maniera più evidente. Già durante la lotta di liberazione, la partecipazione contadina alla Resistenza aveva raggiunto livelli più alti rispetto alla media nazionale, assumendo talvolta un marcato carattere di guerra di classe.[4] Proprio a seguito dell’esperienza della guerra, dell’occupazione nazifascista e della Resistenza emersero in Toscana una classe dirigente ed una consapevolezza politica più forti e rinnovate.[5]

Nonostante le differenze sociali ed economiche esistenti all’interno della regione tra la parte settentrionale, maggiormente urbanizzata e sviluppata dal punto di vista industriale, e quella meridionale ancora prevalentemente agricola, le elezioni svoltesi nel 1946 – tanto quelle amministrative che, successivamente, quelle politiche – videro le liste comuniste riportare un netto successo in vaste aree del territorio. Alla base di tale risultato si colloca il sostegno elettorale portato al Pci dai mezzadri toscani, i quali rappresentavano il 54,2% della popolazione rurale di tutta la regione e circa un quarto di quella totale.[6] Nella provincia di Siena i mezzadri costituivano addirittura il 68% dei rurali, mentre ben ventuno dei trentasei comuni del territorio provinciale erano classificati come esclusivamente rurali-mezzadrili.[7]

Le elezioni amministrative svoltesi nella provincia senese nei mesi di marzo e aprile e, successivamente, di ottobre e novembre del 1946, fecero registrare una vittoria netta da parte della lista socialcomunista, che ottenne il 75,9% delle preferenze nei comuni che votarono con il sistema maggioritario.[8] Persino i risultati delle ultime elezioni amministrative del prefascismo, che avevano visto i socialisti conquistare ben ventinove comuni,[9] furono ampiamente superati, in quanto stavolta le sinistre si imposero in trentacinque dei trentasei comuni della provincia.

In controtendenza con quanto avvenne a livello nazionale, ma in linea con quelli che furono i risultati in gran parte della Toscana, il Pci superò nel territorio senese il Psiup. Il Partito Comunista, partito tradizionalmente operaio, divenne quindi nella provincia di Siena il principale referente politico di una popolazione costituita in prevalenza da agricoltori.[10] Il fondamentale ruolo svolto dai comunisti nella lotta di liberazione dal nazifascismo, che vide la partecipazione di circa millecinquecento partigiani combattenti,[11] rappresenta senza dubbio una delle principali motivazioni che portarono la popolazione a vedere nel Pci il partito antifascista per eccellenza.[12]

Lo stretto rapporto tra Resistenza e mondo contadino nella provincia senese aveva peraltro radici estremamente profonde, risalenti a ben prima della Seconda Guerra Mondiale. Contadini e socialisti erano stati infatti i bersagli principali degli squadristi fascisti durante il cosiddetto biennio nero, quando i militi senesi comandati da Giorgio Alberto Chiurco avevano compiuto numerose spedizioni contro il tessuto politico, associativo e sindacale della sinistra nella provincia e nei territori limitrofi.[13] La politica agraria perseguita dal Regime, assieme alla restaurazione contrattuale imposta ai mezzadri, aveva inoltre prodotto un netto peggioramento delle condizioni di vita della classe agricola, che avrebbe raggiunto il proprio culmine attorno alla metà degli Trenta.[14] Come ha scritto Baccetti, «quando lo scontro diretto e quotidiano tra agrario e mezzadro divenne scontro quotidiano e diretto anche tra mezzadro e fascismo […], fu definitivamente chiaro, per i contadini, che per liberarsi dovevano prima uscire dal fascismo, e poi uscire dalla fattoria. La radice dell’antifascismo dei mezzadri, della loro partecipazione attiva alla lotta di liberazione, e poi del sostegno elettorale al PCI, sta in fondo tutta qui».[15]

 Sindaci e Resistenza

Lo spirito antifascista presente in larghi strati della popolazione si rifletté inevitabilmente nella composizione dei consigli comunali formatisi nel 1946 e nella scelta dei sindaci dei vari comuni della provincia.[16] Undici dei trentasei sindaci nominati a seguito delle elezioni comunali avevano infatti combattuto tra le fila della Resistenza durante la guerra. Altri cinque, pur non avendo aderito alle formazioni partigiane, erano stati iscritti al Casellario politico centrale[17] per aver manifestato idee  avverse a quelle fasciste o per aver svolto attività antifascista. Tra i sindaci che non avevano partecipato alla lotta armata vi erano comunque antifascisti di lunga data, membri del Cln, vecchi attivisti comunisti e socialisti. Persino Arturo Marucelli, primo cittadino di Gaiole in Chianti con la Democrazia Cristiana – l’unico in tutta la provincia che non proveniva dalla lista socialcomunista – era stato avverso al fascismo, tanto da abbandonare la vita politica nel 1926 a seguito dell’istituzione dei podestà, e farvi ritorno soltanto nell’aprile del 1945 su invito del locale Cln.[18]

Tra coloro che avevano preso parte alla resistenza armata vi erano figure piuttosto note, quale il sindaco di Siena Ilio Bocci, combattente della Brigata “Spartaco Lavagnini” con nome di battaglia “Sandro”, oppure quello di Sovicille Ruggero Petrini, prima “Tancredi” e poi “Silvio”, comandante del V° distaccamento “Giuggioli e Parri” della Brigata Lavagnini e successivamente volontario del gruppo di combattimento “Cremona”, con il quale combatté fino al giugno del 1945.[19]

Meno conosciuta, ma estremamente interessante, è la storia di un altro sindaco partigiano della provincia senese, Angelo Tacconi.

Nato a Monticiano nel 1883, il Tacconi spese gran parte della sua giovinezza viaggiando in cerca di lavoro. Lasciò per la prima volta il proprio comune nel 1902 e trovò un impiego come boscaiolo nei pressi di Porto Maurizio (Imperia); successivamente si trasferì prima a Ventimiglia, poi in Francia tra Marsiglia, Beausoleil e Nizza, lavorando come manovale. Fece ritorno a Monticiano nel 1905, ma appena un anno dopo partì per gli Stati Uniti, stabilendosi inizialmente a New York e spostandosi poi per un breve periodo a Monogahela, una piccola cittadina della Pennsylvania dove lavorò come minatore. Rientrato di nuovo a Monticiano, nel 1910, per sposarsi con la fidanzata Pia, ripartì subito dopo per la Francia, stabilendosi questa volta a Fontan, un piccolo paese vicino al confine italiano. L’esperienza maturata come minatore negli Stati Uniti e come costruttore di gallerie a Fontan permisero al Tacconi di arruolarsi nel VI° Reggimento italiano del genio durante la Prima guerra mondiale.[20] Congedato con il grado di caporale nel febbraio 1919, trascorse un breve periodo a Monticiano, durante il quale fu assessore comunale per il Partito Socialista e prese parte al Congresso di Livorno quale rappresentante della sezione monticianese di questo stesso partito.[21] Nel giugno del 1923 si recò nuovamente in Francia – stavolta con la famiglia – inizialmente a Cap-d’Ail e dal 1927 nel Principato di Monaco, dove assieme alla moglie ed alla figlia Ornella aprì un bar-ristorante, divenuto in breve tempo punto di ritrovo di molti fuoriusciti antifascisti.[22] Nel novembre del 1942 il Tacconi venne arrestato e ricondotto in Italia per essere imprigionato, assieme al figlio Ideale, nelle carceri di Siena. Confinato alle Tremiti (Foggia) nel maggio del 1943,[23] rientrò a Siena subito dopo la caduta del fascismo e si unì alla formazione Spartaco Lavagnini, con la quale combatté – con nome di battaglia “Pietro” – dal novembre 1943 al luglio 1944.[24] A seguito delle elezioni del 3 marzo 1946, Angelo Tacconi fu nominato sindaco di Monticiano per il Pci.[25]

Condivise con il Tacconi non soltanto l’esperienza della lotta partigiana, ma anche quella di emigrato in Francia – assieme a migliaia di altri antifascisti italiani[26] – una figura di grande rilievo dell’antifascismo senese e, soprattutto, veneto, ossia Nello Boscagli.  Nato a Sinalunga il 16 aprile 1905, quest’ultimo già nel 1925 si trasferì in Francia assieme ai genitori Angelo e Rosa.[27] Dopo un breve periodo a Mosca, prese parte alla guerra civile spagnola, restando a combattere in Catalogna anche dopo il ritiro delle Brigate internazionali.[28] Nel corso degli anni Trenta Boscagli risedette a Roquebrune-Cap Martin, nelle Alpi Marittime, e continuò a svolgere attività antifascista. Nel 1932 fu iscritto al Casellario politico centrale su segnalazione del Consolato italiano nelle Alpi Marittime, che lo indicava come un antifascista particolarmente attivo.[29] Durante la Seconda guerra mondiale, al Boscagli venne affidato il comando dei maquisards dell’intera costa mediterranea, incarico che mantenne fino al settembre 1943 nonostante gravasse su di lui una condanna a morte in contumacia.[30] Rientrato in Italia, il Partito Comunista lo inviò in Veneto a supervisionare prima l’organizzazione dei nascenti gruppi di azione patriottica[31] e, successivamente, quella delle formazioni partigiane. Commissario politico e poi comandante della Brigata Garibaldi “Ateo Garemi”, con nome di battaglia “Alberti”, il Corpo volontari della libertà gli affidò in seguito il comando di tutta la zona dell’Altopiano di Asiago.[32] Dopo la guerra fu ispettore del Pci a Caserta e Teramo, e nel 1946 venne nominato primo cittadino di Sinalunga. Nel luglio del 1948, in seguito all’attentato a Togliatti, fu denunciato per aver preso parte agli scioperi[33] ed aver organizzato posti di blocco nelle strade del comune. Recluso per diciotto mesi nel carcere di Firenze, il Boscagli venne assolto dalla Corte di Assise di Siena e reintegrato nel proprio incarico nel giugno 1950.[34] Negli anni Sessanta si trasferì a Padova, dove trascorse il resto della propria vita fino al 1976, anno della morte.[35]

Ancora molto limitate risultano purtroppo le informazioni biografiche relative ad altri protagonisti della lotta di liberazione nella provincia senese. Tra questi vi è Ezio Santoni, nato a Chianciano nel 1898, incarcerato per reati politici nel 1921 ed inserito tra i sovversivi del Casellario politico centrale a partire dal 1938.[36] Il Santoni combatté nel Raggruppamento “Monte Amiata” dal giugno al luglio 1944, per poi ricoprire la carica di sindaco di Chianciano per conto del Cln, dimostrando «buone doti di capacità, rettitudine e interessamento nell’amministrazione della cosa pubblica»,[37] tanto da essere confermato nel ruolo nell’ottobre del 1946.

Carlo Sorbellini, classe 1919, anche lui partigiano del Raggruppamento “Monte Amiata” fin dal settembre 1943, scelse di continuare a lottare contro i nazifascisti anche dopo la Liberazione della provincia senese, arruolandosi volontario nel gruppo di combattimento “Cremona”. Dopo la guerra divenne fotografo e sindaco del suo comune di origine, San Quirico d’Orcia.[38]

Militò invece tra le fila della 23° Brigata “Guido Boscaglia” il sindaco di Radicondoli Gino Gazzei. Già membro del Comitato di Concentrazione Antifascista di Piombino, costituitosi ancor prima del crollo del Regime fascista,[39] il Gazzei dovette sfollare a Radicondoli, suo paese natale, nell’ottobre del 1943. Intellettuale socialista, proprietario di una fabbrica di specchi a Piombino ed una vetreria a Colle Val d’Elsa, dopo la guerra divenne direttore de La Martinella, organo della Federazione socialista senese. Nel marzo del 1946 il neoeletto consiglio comunale lo riconfermò sindaco, carica che già ricopriva dal luglio del 1944.[40]

Quella di Gino Gazzei, imprenditore ed intellettuale, rappresenta tuttavia un’eccezione nel contesto degli amministratori senesi del 1946; la maggior parte di questi svolgeva infatti professioni umili e possedeva un livello di alfabetizzazione talvolta piuttosto basso – limitandoci alle figure qui descritte, erano manovali con la terza elementare il Tacconi ed il Santoni, muratore il Boscagli, un falegname con la licenza elementare il Petrini, un fotografo il Sorbellini – per cui i documenti prodotti e le testimonianze scritte pervenuteci sono estremamente pochi e non facili da reperire. Tale dato testimonia tuttavia la determinazione con cui queste persone dovettero disimpegnare i compiti previsti dalle proprie cariche, nel già di per sé critico contesto sociale e materiale del secondo dopoguerra, in territori spesso devastati dai bombardamenti aerei e dai combattimenti terrestri, riuscendo a far fronte alle difficoltà quotidiane ed avviando la ricostruzione.

 Note

[1]Per un quadro generale cfr. N. Kogan, Storia politica dell’Italia repubblicana. Laterza; Roma-Bari, 1990 (ediz. orig. 1966); P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, vol. I. Einaudi; Torino, 1989; G. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi. Donzelli; Roma, 2016.
[2]Cfr. C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. Bollati Boringhieri; Torino, 1991.
[3]N. Kogan, Storia politica dell’Italia repubblicana…, p. 32.
[4]Sulle vicende e le peculiarità del fenomeno resistenziale in Toscana cfr. N. Labanca, Toscana, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol. I. Einaudi; Torino, 2000, pp. 455-464.
[5]Cfr. M. G. Rossi, Il secondo dopoguerra: verso un nuovo assetto politico-sociale, in G. Mori (a cura di), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Toscana. Einaudi; Torino, 1986, pp. 675-708.
[6]C. Baccetti, Il triplice voto del 1946 in Toscana. La fondazione del predominio del PCI, in Quaderni dell’Osservatorio elettorale, n. 20, 1988, pp. 10-13. Per maggiori informazioni sulle elezioni svoltesi in Toscana nel 1946 e nel 1948, le norme adottate ed i risultati cfr. M. Gabelli, Toscana elettorale 1946 e 1948. Estratti di legislazione, risultati ed eletti, in Quaderni dell’Osservatorio elettorale, n. 20, 1988, pp. 199-309.
[7]M. Caciagli, L’apporto elettorale dei mezzadri, in Alle origini di una provincia “rossa”. Siena tra Ottocento e Novecento. Meiattini; Monteriggioni, 1991, p. 47.
[8]C. Baccetti, Il triplice voto del 1946…, p. 24.
[9]Per maggiori informazioni sull’argomento si rimanda a D. Pasquinucci, Siena fra suffragio universale e fascismo. Il voto politico e amministrativo dal 1913 al 1924, in Quaderni dell’Osservatorio elettorale, n. 29, 1993, pp. 5-75; T. Detti, Ipotesi sulle origini di una provincia “rossa”: Siena tra Ottocento e Novecento, in Alle origini di una provincia “rossa”…, pp. 19-28.
[10]Sul tema cfr. A. Nuti, La provincia più rossa. La costruzione del partito nuovo a Siena (1945-1956). Protagon; Siena, 2003, pp. 23-34.
[11]Per maggiori informazioni si rimanda alla vasta bibliografia esistente sul tema. Cfr. soprattutto T. Gasparri, La Resistenza in provincia di Siena. 8 settembre 1943 – 3 luglio 1944. Olschki; Firenze, 1976; C. Biscarini, V. Meoni, P. Paoletti, 1943-1944. Vicende belliche e resistenza in terra di Siena…; P. Plantera, Brigata partigiana. Storia della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini” e riferimenti ad altre unità partigiane che operarono in provincia di Siena e in territori limitrofi. ANPI; Siena, 1961; V. Meoni, Ora e sempre resistenza. Scritti e testimonianze su Montemaggio, Monticchiello e la Resisenza in terra di Siena. Effigi; Arcidosso, 2014.
[12]A. Orlandini, Elettori ed eletti: le scelte di voto dal 1946 al 1963, in A. Orlandini (a cura di), La nascita della democrazia nel senese. Dalla Liberazione agli anni ’50. Atti del convegno, Colle Val d’Elsa, 9-10 febbraio 1996. Regione Toscana; Firenze, 1997, pp. 196-198.
[13]Cfr. sul tema D. Pasquinucci (a cura di), Società e politica a Siena nella transizione verso il fascismo, 1919-1926. Nuova Immagine; Siena, 1995; G. Maccianti, Una storia violenta. Siena e la sua provincia 1919-1922. Il Leccio; Siena, 2015.
[14]D. Preti, Tra crisi e dirigismo: l’economia toscana nel periodo fascista, in G. Mori (a cura di), La Toscana…, pp. 625-630.
[15]C. Baccetti, Il triplice voto del 1946…, p. 15.
[16]I dati presentati costituiscono parte dei risultati di un progetto di ricerca promosso dall’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea e finalizzato alla creazione di una banca dati sui sindaci e gli amministratori comunali della provincia di Siena eletti nel 1946. Si tratta di uno studio non ancora concluso, per cui le informazioni riportate non devono essere intese come definitive. Elenco di seguito le collocazioni archivistiche del materiale raccolto fino a questo momento, sul quale si basano i dati numerici di seguito presentati. Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario politico centrale [d’ora in poi ACS, MI, DGPS, CPC]: Begni Vincenzo, b. 437; Boscagli Nello, b. 776; Gazzei Dino, b. 2321; Lucherini Ciro, b. 2866; Malacarne Guido, b. 2945; Roncucci Virgilio, b. 4404; Santoni Ezio, b. 4593, f. 135341; Severini Angelo, b. 478, f. 089910; Tacconi Angelo, b. 4998, f. 063653;Vegni Guido, b. 5340, f. 011506. Archivio di Stato di Siena, Prefettura. Ufficio di Gabinetto 1935-1957 [d’ora in poi ASSi, Pref. Uff. Gab.], b. 211 (f. 1-10), b. 212 (f. 11-14), b. 213 (f. 15-22), b. 214 (f. 23-30), b. 215 (f. 31-34).
[17]Sul tema in generale cfr. G. Tosatti, L’anagrafe dei sovversivi italiani: origini e storia del Casellario politico centrale, in Le carte e la storia n. 2, 1997, pp. 133-150.
[18]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 212, f. 13. 13 aprile 1946, lettera del comandante dei carabinieri di Siena al Prefetto di Siena, prot. 30/6 Ris. Pers.
[19]Per maggiori informazioni sulla figura di Ruggero Petrini cfr. T. Gasparri, La Resistenza in provincia di Siena…, passim; P. Plantera, Brigata partigiana…, pp. 202-204.
[20]ACS, MI, DGPS, CPC, Tacconi Angelo, b. 4998. 9 gennaio 1943, verbale interrogatorio di Tacconi Angelo presso la Questura di Siena.
[21]ACS, MI, DGPS, CPC, Tacconi Angelo, b. 4998. Scheda biografica.
[22]I documenti del Casellario Politico ne parlano come di «un covo di antifascisti e di denigratori dell’Italia». Cfr. ACS, MI, DGPS, CPC, Tacconi Angelo, b. 4998. 25 gennaio 1943, nota dattiloscritta, prot. 1976/63653.
[23]ACS, MI, DGPS, CPC, Tacconi Angelo, b. 4998. 1 maggio 1943, appunto per il CPC del Capo della sezione prima.
[24]http://www.istoresistenzatoscana.it/partigiano/Angelo/Tacconi/5221 [le fonti digitali citate nel presente saggio sono state consultate per l’ultima volta in data 20 dicembre 2018].
[25]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 213, f. 18. 12 aprile 1946, lettera del comandante della compagnia esterna dei carabinieri di Siena al Prefetto di Siena, prot. 35/II Div. Ris. Pers.
[26]Cfr. in generale S. Tombaccini, Storia dei fuoriusciti italiani in Francia. Mursia; Milano, 1988; L. Rapone, I fuoriusciti antifascisti, la Seconda guerra mondiale e la Francia, in Les Italiens en France de 1914 à 1940. Ècole Francaise de Rome; Roma, 1986, pp. 343-384.
[27]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 215, f. 31. Lista degli amministratori comunali di Sinalunga.
[28]http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2115/nello-boscagli.
[29]ACS, MI, DGPS, CPC, Boscagli Nello, b. 776. 18 novembre 1932, telespresso del Console generale di Nizza a Ministero dell’Interno, Ministero degli Esteri, Ambasciata italiana a Parigi, prot. 9211.
[30]http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2115/nello-boscagli
[31]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 215, f. 31. 23 ottobre 1946, dichiarazione di Boscagli Nello. I comunisti di vecchia data come il Boscagli, con una lunga esperienza di guerriglia maturata in Francia, furono coloro cui si affidò il Partito comunista per la creazione dei primi Gap a partire dal settembre 1943. Sull’argomento cfr. S. Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza. Einaudi; Torino, 2014.
[32]http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2115/nello-boscagli
[33]In generale sull’argomento cfr. A. Orlandini, Luglio 1948. L’insurrezione proletaria in provincia di Siena in risposta all’attentato a Togliatti. Cooperativa editrice universitaria; Firenze, 1976; G. Serafini, I ribelli della montagna. Amiata 1948: anatomia di una rivolta. Editori del Grifo; Montepulciano, 1981.
[34]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 215, f. 31. Lista dei procedimenti penali a carico dei sindaci.
[35]http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2115/nello-boscagli
[36]ACS, MI, DGPS, CPC, Santoni Ezio, b. 4593. 9 ottobre 1938, lettera del Prefetto di Siena al Ministero dell’Interno, prot. 018676 P.S.
[37]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 211, f. 9. 7 novembre 1946, lettera dalla tenenza dei carabinieri di Chiusi al Prefetto di Siena, prot. 1/34 Ris. Pers.
[38]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 214, f. 29. 5 maggio 1946, lettera del comandante della compagnia dei carabinieri di Montepulciano al Prefetto di Siena, prot. 8/78 Div. Ris. Pers.
[39]L. Pasquinucci, Piombino medaglia d’oro. Una battaglia di verità e giustizia. Pacini; Ospedaletto, 2008, p. 8.
[40]ASSi, Pref. Uff. Gab., b. 214, f. 24. 16 maggio 1946, lettera della tenenza dei carabinieri di Colle Val d’Elsa al Prefetto di Siena, prot. 107/4 Ris.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2019.




Il genocidio dei nativi americani

Il 9 gennaio alle ore 17.00 presso la sede dell’Auser comunale, Auser e Istituto storico della Resistenza e dell’età comunale vi invitano all’incontro su “Il genocidio dei nativi americani”.

Intervengono Paola Lambardi e Riccardo Bardotti




Gordon Lett amico dell’Italia. Presentazione del libro

Dalla collaborazione tra l’Istituto Storico della Resistenza Apuana e il figlio di Gordon, Brian, ha preso vita, dopo un lungo e accurato lavoro, “Gordon Lett. Amico dell’Italia” un libro che, accanto alla descrizione dei fatti, propone – per la prima volta in modo organico – le immagini di luoghi e protagonisti, a settantacinque anni da quei terribili mesi. Sono più di 100 fotografie (in gran parte inedite) che ci ripropongono volti e situazioni di un periodo di storia tutto sommato breve ma di straordinaria importanza per il nostro vivere oggi in un’Italia libera e democratica.
#Appuntamento da non perdere il #5gennaio a #Pontremoli alle #15e30 nelle stanze del Teatro della Rosa per la presentazione cui parteciperà anche Brian Lett.




La Toscana è antifascista e antinazista: torniamo dove è nata la nostra Costituzione.

La Regione Toscana ha redatto un libro dal titolo “Partigiani della memoria” che è un invito alla memoria rivolto ai giovani. Esso raccoglie post di Facebook pubblicati nell’anniversario di ciascuna delle stragi nazifasciste avvenute in Toscana fra il ’43 e il ’45. Gli episodi censiti dall’ Atlante delle stragi nazifasciste e fasciste in Italia avvenuti in Toscana sono 822  e hanno causato perlomeno 4457 vittime. Ma è stato scelto di raccontarne, 61 per rappresentare tutto il territorio regionale. Lo scopo è legato a rendere vivo e familiare ciò che per varie ragioni e inquietanti  interrogativi la nostra società e la nostra epoca tendono ad affievolire o a deformare: la memoria del passato. Infatti, se ci guardiamo intorno, se consideriamo il tempo in cui stiamo vivendo, non possiamo non scorgere numerosi segnali minacciosi e preoccupanti.  Assistiamo quasi quotidianamente al riemergere in tutto il mondo di fenomeni che richiamano vicende che speravamo sepolte per sempre, il risorgere di preoccupanti estremismi anche nel cuore dell’Europa dove sono tornate le discriminazioni l’antisemitismo, l’odio razziale. Per questo bisogna portare i giovani a diventare “partigiani della memoria” come dice Vera Vigevani, perché solo la conoscenza storica ci consente di ritrovare il senso delle stragi che investirono le nostre comunità, perché le vittime dei nazifascisti non riguardano solo quei luoghi e quel tempo ma ancora tutti noi, in periodi come quello attuale in cui di nuovo sentiamo inneggiare pubblicamente al ventennio fascista, celebrare il Duce a Predappio, fare il saluto romano nelle piazze, dichiararsi “francamente razzisti” e in cui, per giunta, certi discorsi sono fomentati anche da rappresentanti delle istituzioni che soffiano sul fuoco dell’incertezza, che usano la ricetta già nota di dare la colpa ad un nemico esterno, al diverso, all’Europa, che diventano il male da combattere. Per monitorare i comportamenti e le affermazioni che possono configurare l’apologia di fascismo o la discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi la Regione Toscana ha creato l’osservatorio in collaborazione con ANPI, ARCI, ANED, ISRT. Proprio per raggiungere i giovani, è stato indagato l’universo dei social, particolarmente permeabile al linguaggio dell’odio e delle fake news. Ed è proprio per utilizzare il linguaggio dei giovani, che il libro “partigiani della memoria” raccoglie i post di Facebook, per fare un buon uso di questo nuovo canale di informazione.




Toscana (unica regione in Italia) e Yad Vashem: Un protocollo per la Memoria

Una miglior conoscenza della storia della Shoah in Italia e in Europa con l’obiettivo “di promuovere una cultura basata sul rispetto reciproco che aiuti a prevenire e decostruire ogni forma di discriminazione, antisemitismo, razzismo, pregiudizio e xenofobia, lavorando insieme per difendere i diritti inviolabili delle persone e comunità”: queste le finalità del protocollo. E inoltre un impegno di valorizzazione e diffusione di una cultura di “pace, solidarietà, partecipazione attiva e democratica, giustizia sociale e dialogo, rispetto e tutela delle diversità culturali, sviluppo di capacità di risoluzione dei conflitti”, questi gli obiettivi del protocollo siglato negli scorsi giorni allo Yad Vashem tra il Memoriale della Shoah di Gerusalemme, l’Università degli studi di Firenze e l’Ufficio scolastico Regionale per la Toscana. Presente in sala anche Stefano Ventura, nuovo addetto scientifico dell’ambasciata italiana in Israele.
È stato inoltre creato, per desiderio del MIUR, un ristretto gruppo di ricerca, presieduto dalla professoressa Guetta e comprendente 5 o 6 docenti toscani, che hanno avuto esperienze di formazione presso Yad Vashem. L’obiettivo di tale team è di lavorare sulle linee guida della didattica della Shoah, redatte con decreto del MIUR n.  939 del 2017, chiedendosi che cosa significa studiare la Shoah oggi, in una realtà sconvolta ancora da tanti mali e atroci conflitti, atti di terrorismo pericolose e dolorose migrazioni. “Perché”,  “cosa”,  “come”  insegnare:  sono  questi  gli  interrogativi  che  si  pone il pool di docenti;  sono  queste  le  questioni  più  rilevanti  affrontate  in  ricerche, studi,  e  pubblicazioni. Senza alcuna pretesa di esaustività, il gruppo di ricerca toscano, intende proporre considerazioni e fornire informazioni e suggerimenti operativi per trattare un argomento che si è rivelato centrale per capire nonn solo il nostro passato di 80 anni fa,ma anche l’epoca recente in cui emergono sempre più prepotenti rigurgiti di xenofobia, tendenze anti popolo Romanì, antisemitismo, razzismo in generale. E’ solo dalla educazione che si può iniziare a combatterle.




Corrado Mascagni, un soldato toscano nella Grande Guerra

Corrado Mascagni era nato a Rosignano Marittimo il 9 aprile 1898. Nel piccolo paese toscano in cui viveva con la famiglia, nel marzo del 1917 gli giunse la chiamata dell’esercito. Nell’anno più terribile della Grande guerra europea, a diciannove anni ancora da compiere, fu costretto a partire per Savona dove fu assegnato alla compagnia distaccata nella vicina località di Finalborgo. Mascagni aveva completato la sesta elementare e sviluppato una passione per la lettura che lo porterà per tutta la vita a collezionare libri dei generi più vari. Ciò gli garantì una certa padronanza di linguaggio, e qualche strumento critico, che gli fu utile per orientarsi nell’esperienza dolorosa della guerra e nella successiva rielaborazione di quel tremendo ricordo.

Come molto giovani della sua generazione, uscita falcidiata da quella grande carneficina, non poté sottrarsi al bisogno incessante di uomini della macchina bellica. Trasferito per un periodo di addestramento in un campo a Dego, piccolo Comune sul Bormida, il 24 luglio partì in direzione del fronte. Giunto in zona di guerra e aggregato all’85° reggimento fanteria di marcia ad Aquileia, finita l’offensiva di agosto passò al primo battaglione del 118° reggimento che faceva parte della brigata Padova. Dopo la partecipazione a qualche scontro sul fronte visse in prima persona il drammatico evento della “rotta” di Caporetto.

L’esperienza traumatica della guerra e di quella tragica ritirata segnarono profondamente il suo immaginario e la sua identità personale. Nel 1966 volle non a caso compiere un viaggio sui luoghi di quegli eventi, scattando fotografie accompagnate da precise annotazioni che ne rivelano la ragguardevole capacità di ricordare quel lontano passato. Giusto alcuni mesi prima aveva sentito del resto il bisogno di ordinare tutti quei densi ricordi in un puntuale manoscritto a cui diede il termine, improprio, di “Diario”. Non si tratta infatti di una narrazione stesa in tempo reale ma redatta a significativa distanza dagli eventi vissuti. Più che di diario di guerra in senso stretto il suo inedito testo è un tipico esemplare di memoria proveniente dalla voce di un testimone diretto.

In un momento di grande interesse per le scritture popolari come fonti storiche, e in coincidenza con il centenario della fine di quel terribile avvenimento che ha segnato in profondità la storia e la memoria dell’Europa, l’Istoreco di Livorno, grazie al sostegno della Provincia e del Comune natale di Mascagni, ha deciso di promuovere la pubblicazione critica e commentata di quel manoscritto conservato per anni dal nipote Andrea.

caporetto-modi-di-direFra i fattori che hanno consigliato la stampa e che costituiscono uno dei principali elementi di legittimazione di questo testo memorialistico vi sono l’interesse e il rilievo dei fatti narrati, l’affidabilità dei ricordi attestati dalla precisione, facilmente riscontrabile, con cui l’autore ricorda ed espone con essenzialità antiretorica molti dettagli.

Al pari di tanti altri che ci hanno lasciato volontaria o involontaria testimonianza dell’evento epocale a cui la giovane recluta di Rosignano fu chiamata suo malgrado ad assistere, il manoscritto ci dice qualcosa di piuttosto consueto. Vi riecheggiano i temi di tanta scrittura popolare di guerra: la nostalgia di casa, la convivenza quasi quotidiana con i disagi della fame o con il tormento dei pidocchi, il costante rumore degli spari o delle esplosioni in sottofondo, l’assillante ripetitività delle mansioni militari, il senso macerante dell’attesa, le angherie di molti superiori, gli eroismi o la viltà dei singoli. Anche nelle molte pagine dedicate alla rotta di Caporetto i dettagli e gli episodi riportati (dai violenti saccheggi all’abbandono dei feriti e dei più deboli al loro destino, dal panico diffuso per l’incalzare degli austriaci alla ricerca angosciosa del cibo) coincidono con la narrazione di altri memorialisti del drammatico evento.

Ma allo stesso tempo con la sua soggettività, differente da quella di tutti gli altri, Mascagni ci comunica cose assolutamente personali che afferiscono alla sua esperienza. Pur nelle maglie spersonalizzanti della macchina bellica, nelle sue regole ferree e spietate, resta lo spazio per l’emergere dei suoi sentimenti, dei suoi stati d’animo, ma anche di sue autonome iniziative. Se affiora nelle pagine un profondo senso di lealtà, che lo porta a svolgere con coscienziosa dedizione ogni compito militare assegnatogli, nei momenti più drammatici l’etica che alimenta questo stesso sentimento, non privo talora di sfumature e risvolti di senso comune patriottico, lascia spazio a un più ampio e universale umanesimo, a un moto di pietà quasi cristiana. In quei frangenti sembrano allora assottigliarsi, fino quasi a scomparire, le feroci contrapposizioni alimentate dagli odi nazionali, come nel caso dell’atteggiamento di profonda pena provato alla vista della massa sbandata dei prigionieri austro-ungarici dopo l’armistizio; o ancora si aprono nel fluire neutro e realistico della narrazione, come squarci improvvisi e illuminanti, prese di posizione, subito riassorbite dai doveri pratici dettati dalle esigenze richieste dell’ingranaggio bellico, sull’assurdità e l’insensatezza della guerra. Posto di fronte all’estremo, all’esperienza cioè della scoperta della morte, il senso dell’umana solidarietà pare insopprimibile a ogni imposizione ideologica o disciplinare.

Il primo incontro con un cadavere è così un’esperienza sensorialmente forte che arriva attraverso la propria mano «intrisa di sangue» ritratta di scatto dalla «faccia sfracellata» di un «povero disgraziato», il cui corpo giace nella cavità di un piccolo riparo di fortuna in cui Mascagni ha cercato di trovare invano momentaneo riposo; un’amara sorpresa che lo spinge ad annotare quanto «Questa veramente fu la prima impressione che mi rimase per valutare a pieno quali e quante siano le brutture della guerra». Non si può poi trattenere lo sgomento nell’essere obbligati dai comandi ad assistere alla fucilazione di un giovane caporal maggiore, attraverso la cui straziante vicenda si fa «una conoscenza diretta […] di ciò che è la legge iniqua della guerra». Si tratta solo delle prime di una serie di vittime che lastricheranno tutto il prosieguo della narrazione, dove non di rado si muore in maniera assolutamente antieroica per accadimenti fortuiti o per decisioni spietate; del resto di fronte all’impressionante racconto della scelta di far saltare un ponte «ancora brulicante di soldati» per l’incalzante arrivo degli austriaci durante la rotta del 1917, con popolaresca saggezza Mascagni annota: «la guerra non ha legge che perdona».

Non essendo le motivazioni della stesura del testo, diversamente dai suoi tempi («Riscritto dopo 44 anni»), chiaramente esplicitate, si può supporre che proprio la percezione delle implicazioni morali delle vicende vissute che affiora da questi episodi abbia fatto da notevole impulso al bisogno di raccontarle confidandole alle pagine di un quaderno.

Se il contesto d’ambiente iniziale della cronistoria fatta da Mascagni è quello, comune ad ogni coscritto, delle immediate retrovie del fronte e della linea di trincea, grande spazio è riservato alla lunga marcia imposta dalla ritirata, che segna buona parte della vicenda militare di Mascagni arrivato in zona di guerra poche settimane prima dell’evento spartiacque di Caporetto. Le vicende dell’arretramento del fronte e del suo consolidamento si saldano nell’anno seguente con quelle che portano alla controffensiva finale e all’armistizio del 4 novembre. La memoria si chiude a dopoguerra inoltrato, spingendosi fino agli inizi del 1920, momento del definitivo congedo.

1wwL’incipit narrativo non manca di un’involontaria efficacia letteraria, conducendoci senza preamboli direttamente dentro il clima della guerra e delle retrovie del fronte, quasi a trasmettere il senso di impreparazione e il modo improvviso con cui il giovane narratore fu gettato dalla provincia toscana in un evento più grande di lui. La scrittura procede con il succedersi degli avvenimenti, in cui la parte del leone la fa, sia nell’economia del testo che nello sconvolgimento emotivo che produce suoi protagonisti, il dramma della disfatta di Caporetto. Una tragedia che rompe l’equilibrio e la monotonia della vita al fronte e che imprime d’un tratto un maggiore dinamismo, specchio della concitazione del momento, alla stessa narrazione; in soli cinque giorni, in una marcia a tappe forzate e quasi senza soste, Mascagni e i suoi compagni di sventura coprirono del resto ben 155 chilometri di territorio. Ma la loro discesa agli inferi impose anche un’accelerazione macroscopica ad alcune delle logiche più dure della guerra e alla sua carica di violenza. Alla violenza primordiale innescata dall’istinto di sopravvivenza, alle fatiche delle marce quotidiane, all’ossessionante ricerca di cibo, alla decimazione dei reparti e delle compagnie e ai morti e ai feriti lasciati al loro destino. Se l’epopea di Caporetto in cui Mascagni è pienamente coinvolto è familiare a tutti, è invece meno noto il contesto in cui si svolse l’epilogo della sua vicenda. La sua guerra finì infatti ben oltre il termine armistiziale del conflitto, impegnato come molti altri mobilitati a partecipare al processo di normalizzazione delle aree a ridosso del fronte. Nella parte conclusiva del manoscritto lo troviamo così coinvolto nella faticosa opera di costruzione di cimiteri di guerra chiamati a dare sepoltura alla gran quantità di morti insepolti o sotterrati alla meglio fra le trincee; cimiteri militari edificati tuttavia anche per dare risposta a uno dei maggiori problemi di ordine culturale lasciati in eredità dall’immane disastro della prima guerra mondiale, quello dell’elaborazione di un lutto di portata spaventosa e di un conseguente sentimento di perdita senza precedenti.

Partecipa inoltre al controllo e al “governo” di un altro grande dramma, quello della smisurata quantità di persone fatte prigioniere, persone che nel suo piccolo è chiamato a gestire con l’affidamento di incarichi di responsabilità, e con cui intesse rapporti di sincera amicizia, trovando persino in un giovanissimo orfano mussulmano di origini bosniache un valido assistente trattato con atteggiamento quasi paterno. Un rapporto personale di cui ci è rimasta una bella fotografia, qui a fianco riprodotta, che Mascagni volle “regalare” a quell’ex nemico, divenuto in poche settimane suo fedele alleato, durante un’uscita a metà fra lavoro e svago a Bassano del Grappa. Tornati al campo di prigionia, la fotografia incontrò talmente l’entusiasmo di altri prigionieri che Mascagni ne fece stampare sessanta copie perché fra le tende in cui cechi, slovacchi, serbi, austriaci, ungheresi e tedeschi, dalmati, rumeni, bulgari venivano ospitati alla meglio molti la avessero come ricordo. Una concessione quasi frivola, dopo tante tragedie e tanta spaventosa serietà, che rivelava tuttavia una carica di grande umanità e a conti fatti il sentimento di estraneità verso la guerra di tanti semplici commilitoni dei vari fronti in lotta. L’ubriacatura nazionalistica non era finita, pronta a riesplodere solo meno di vent’anni dopo, ma per il comune milite di Rosignano quella stagione si era definitivamente chiusa in quel campo di tende freddo e desolato, sorto per caso, in un angolo sperduto di un’Europa devastata.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2018.




Il cavallino di carta pressata. Ricordi della guerra di un bambino di 5 anni e mezzo.

Il 29 dicembre arrivò la notizia che a Poggibonsi alcune persone (dicevano i Livornesi, scappati dalla loro città a causa delle incursioni aeree americane) entrano nelle case e nelle botteghe per rubare.

Via Trento

Via Trento

Il mio babbo decise di tornare a Poggibonsi soprattutto per verificare se la bottega era chiusa bene…. Il mio babbo e la mia mamma stavano per partire, non volevano portarmi con loro, anche se non c’era sentore di bombardamenti. Io insistetti, piangendo a dirotto, perchè  volevo prendere l’unico balocco che avevo: un cavallino di carta-pressata con le ruotine ed anche alcuni aranci e cavallucci attaccati a un alberello secco che rappresentava il mio primo albero di Natale. I miei si incamminarono, lasciandomi nell’aia; senza inizialmente farmi notare, li seguii giù per la discesa, giunto in fondo mi misi a strillare, non so se dalla paura o dalla voglia di seguire i miei genitori, fatto sta che alla fine il babbo preso dalla commozione disse: “Giù, gnamo, si starà a vede’”. Via verso Poggibonsi. Arrivati in paese si andò in Piazza del Comune a verificare la bottega: tutto bene. … Poi si andò andò a casa, in Via Grandi in fondo a Gallurì. Arrivati a casa, ricordo bene, per prima cosa misi nella tasca di una pastrano (cappotto) rigirato e che mi arrivava ai piedi il mio cavallino. Mentre si stava per cominciare a mangiare qualcosa portata da Linari, si sentì il rombo degli aerei, breve conciliabolo del mio babbo con la mia mamma e via verso il sottoscala; io alla svelta presi e misi in tasca qualche mandarino e due o tre cavallucci. Appena arrivati al sottoscala o forse un pochino prima, insieme al sibilo della sirena d’allarme venne giù l’inferno: boati, scoppi, polvere, fumo. grida. Per un tempo che non so quantificare, tutti fermi e stretti, poi il mio babbo uscì, chiamandoci “E’ passata!” La mia mamma aggiunse “Bisogna andare via subito!” Il mio babbo affermò (ripeto, le parole che riporto sono solo parzialmente da me ricordate, ma rammentate nel racconto di mio babbo; i miei ricordi sono lampi di memoria ma anche, per le scene più dure, sensazioni impresse nella mente in maniera emotiva ma indelebile): “Senza furia, tanto almeno per oggi non c’è pericolo, hanno di già bombardato e poi una vol­ta basta che volete chi ci sia d’importante a Poggibonsi!” Il mio babbo esclamò : “Prima di ritornare a Linari sarebbe il caso di andare a vedere se la bottega è ritta e poi c’è Maria (sua sorella) alla Staggia (a lavare)”. Appena fatti pochi metri ci si accorse che Poggibonsi aveva subito un bombardamento immane. Gente che correva, polvere e fumo, la Via Montorsoli, per arrivare il Piazza del Comune dov’era la bottega, era interrotta all’altezza di Piazza del Teatro che bruciava in un mucchio di macerie, con un fumo acre e denso (era dovuto all’incendio degli scenari, della tappezzeria, dei costumi, del­le pellicole cinematografiche); a me misero un fazzoletto davanti alla bocca per ripararmi dalla polvere, ma l’aria faticava ad arrivare ai bronchi ed ai polmoni.

via suali

Via Suali

Si passò da Via Maestra, ingombrata dalle macerie, poi in Piazza del Comune dove tutto era quasi intatto, anche la bottega; passavano persone con feriti portati sopra le porte o gli scuri­ni delle finestre, che fungevano da lettiga.  Chi correva di qua chi di là, apparentemente senza una meta. La mia zia non era rientrata a casa, in fondo a Via della Rocca, allora il mio babbo decise di andarle incontro. Non si poteva passare tra la Chiesa di sotto ed i Fossi, si tornò un po’ più giù verso l’attuale Coop. In un pezzo di muro rimasto in piedi una visione tremenda: una testa di un cavallo con vicino mezza ruota, attaccati a un brandello di muro rimasto ritto (dopo si seppe che era ciò che restava di Riccardo Barucci, del suo calesse e del suo cavallo, colpiti in pieno da una bomba). Appena arrivati in quella che era la Piazza dell’attuale stazione (nei Fossi) ecco che appare (nonostante l’invito di mia mamma a non guardare) una visione ancora più allucinante: tutto distrutto, morti, persone ferite, pezzi di persone grondanti  sangue sparpagliati tra le macerie e in fondo alle buche  provocate dalle bombe, muri e travi scarnificati.

Due particolari che non sono lampi di memoria ma ricordi chiarissimi. Arrivati a un certo punto, in fondo a una buca c’era un uomo che pareva  vivo, con gli occhi spalancati, immobile. Esclama il mio babbo: “Guarda o che è Lucone![1]” poi lo chiamò: “Lucone o Lu­cone!” Nessuna risposta. “Vieni su, t’aiuto!” gli disse tirandolo per un braccio, ma il braccio si staccò dal corpo, senza sangue! Lo spostamento d’aria lo aveva come smembrato. La mamma mi coprì gli occhi, ma ormai tutto era fissato nella mia mente di bambino come in una indelebile pellicola.

Ci si spostò di lato e arrivati in un posto per me irriconoscibile (poi ho saputo che era ciò che restava del Tondino, così era chiamato un particolare agglomerato di case, sempre nei Fossi) un cagnolino bianco si avvicinò abbaiando insistentemente, il mio babbo lo scacciò, il cagnolino non solo insistette ma lo tirò per i pantaloni, allora si decise a seguirlo, si svoltò dietro un muro sbrecciato, ecco attaccati ad una parete per lo spostamento d’aria, un nonno e un bambino, color cioccolata. “Non guardare” urlò mia mamma. Io non riuscii nemmeno a piangere! Ecco che arrivò la mia zia con la paniera dei panni. Poi, forse perchè pieno di alte emozioni, la mia memoria si è persa… Si arrivò a Linari quando era sempre giorno.

Appena arrivato,  nella mia puerile incoscienza, la prima cosa che feci, fu quella di prendere il mio cavallino di cartapressata e nasconderlo nel tronco vuoto di un vecchio olivo, subito lo coprii con della terra, per nasconderlo da viste indiscrete. Pensai “E se lo met­tessi in una buca? Meglio lasciarlo nell’ulivo così non s’ammolla se piove”  Ebbi ragione, alla fine dello sfollamento lo ripresi sano e salvo come ce lo avevo messo.

Cronologia essenziale

Stazione ferroviaria

Stazione ferroviaria

29 dicembre 1943 – Ore 12,30: il tremendo bombardamento che causa decine di morti e la distruzione di un’ampia zona del centro di Poggibonsi. L’azione è compiuta da 36 bimotori B-26 Marauders, sganciano 104 bombe da 500 libre, erano le ore 13,06.

1944 – I bombardamenti si susseguono, le incursioni saranno decine, alla fine della guerra oltre il 70% di Poggibonsi risulta distrutto (abitazioni, fabbriche, infrastrutture, viabilità stradale e ferroviaria). Questo il riepilogo degli attacchi nel territorio di Poggibonsi (da Franco Del Zanna cfr. nota 2) :

Missioni con aerei bombardieri n. 53, Aerei impiegati n.808, Bombe n. 4.351 per un totale di Tonnellate 1.236

14-18 luglio 1944 – Liberazione di Poggibonsi

[1]          Era il soprannome di un suo biscugino, custode del  mattatoio

Articolo pubblicato nel dicembre del 2018.




75° Anniversario della battaglia di Valibona

3 gennaio 2019  – dalle ore 10
@ piazza Vittorio Veneto e Valibona (Calenzano)

75° commemorazione
della Battaglia di Valibona del 3 gennaio 1944

ore 10 a Calenzano – Cimitero Comunale:
omaggio alla memoria di Vladimiro

ore 10.30 a Calenzano – Piazza Vittorio Veneto:
deposizione della corona in memoria ai caduti;
omaggio alla memoria del Maresciallo dei Carabinieri Alfredo Pierantozzi

ore 12 a Valibona – Memoriale:
commemorazione della battaglia e di Lanciotto Ballerini