A Fosdinovo, aperta la XV edizione di “Fino al cuore della Rivolta, il Festival della Resistenza”.

Fosdinovo, una paese arroccato fra le montagne apuane: alle 17.45 di venerdì 2 Agosto inizia la 15esima edizione di Fino al cuore della Rivolta, il Festival della Resistenza, che, lontano dalle stanche commemorazioni,  si pone come obiettivo di far incontrare le giovani generazioni con il patrimonio di idee e di valori che deriva dall’esperienza della Resistenza, la cui conoscenza, ancora oggi, si dimostra fondamentale nel nostro vivere civile. E lo fa attraverso la cultura usando anche le nuove forme di manifestazione artistica (concerti, letture sceniche, videodocumentazione). Il Festival si svolge in un bosco di castagni secolari, accanto al Museo Audiovisivo della Resistenza, in uno scenario naturale che trae potere evocativo dall’esser stato uno dei teatri delle battaglie partigiane, e con la sua strada ripida suggerisce l’idea di salire fra i monti proprio “fino al cuore della rivolta”.

Alessio Giannanti, anima dell’iniziativa e dell’associazione Archivi della Resistenza, apre il Festival con una notizia che suscita indignazione: ieri a Campocecina sfregio, per la quarta volta, al monumento ai partigiani. “Tale atto fa capire che c’è bisogno di iniziative come il nostro festival, perché in questa terra che ha visto poche svastiche e tanta Resistenza non ne veda ore dipinte”. Conti, presidente dell’ANPI di Carrara, a proposito dell’ atto vandalico dice che “più che l’ira deve passare il disprezzo verso questi imbecilli”.

Il primo dibattito inizia alle 18 mentre un fiume di gente variopinta sale e man mano si mette in fila per la cena. Vede come coordinatore -o scoordinatore, come preferisce definirsi lui- l’antropologo Paolo de Simonis che esordisce “il dono crea un legame, una risposta. Questo festival, che si basa solo sui volontari crea esattamente questo, attraverso una partecipazione dal basso generosa”.

Ad aprire il dibattito è la Prof.ssa Monica Barni, vicepresidente della Regione Toscana. È la prima rappresentante politica di alto livello non solo ad aver visitato il Museo Audiovisive della Resistenza ma anche a partecipare al Festival. Esordisce che quello che Fino al cuore della rivolta fa è incarnare i principi della legge 38 della Regione Toscana, del 14 ottobre 2002, che tutela e valorizza il patrimonio storico, politico e culturale dell’antifascismo e della Resistenza e di promozione di una cultura di libertà, democrazia, pace e collaborazione fra i popoli. E si dice orgogliosa di lavorare su questi temi e difenda la parola antifascismo (su cui si era fatta polemica al momento della redazione della succitata legge), perché l’ antifascismo non è divisivo ma è la base della nostra costituzione.

La parola passa poi al Prof. Paolo Pezzino, Presidente del Ferruccio Parri e, fra l’altro, anche del comitato scientifico del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo che “è un luogo non solo di valorizzazione della memoria ma anche di innovazione”. Da vero storico sostiene “la memoria va bene ma prima bisogna conoscere la storia. Non è vero che in questo paese non c’è memoria, ad esempio la memoria del fascismo è molto persistente, come il proliferare di formazioni, associazioni ed organizzazioni che si rifanno all’ideologia fascista dimostrano”. “Io non credo alle memorie condivise, perché in un paese libero le memorie non possono esserlo. Come fa la famiglia di un fascista ad avere la stessa memoria di quella di un partigiano?”. Ma se la memoria non può essere condivisa, la storia deve esserlo, perché essa si basa sui fatti, che non vanno edulcorati. In un paese che vive una crisi -ormai temo irreversibile- del sistema scolastico italiano ed in particolare della storia (con due ore alla settimana come si fa ad arrivare a toccare, ad esempio, le tematiche del nuovo millennio) il ruolo delle istituzioni, dei musei, di strutture educative è fondamentale. Ma per funzionare essi non devono essere solo propagatori di memoria ma di riflessione critica sulla storia”. “40.000 partigiani sono morti. Quei valori oggi li possiamo attualizzare solo se li storicizziamo e li rendiamo parte di una memoria critica”.

La Barni osserva che i manuali di storia spesso raccontano “troppa storia”, cioè una massa eccessiva di eventi, ma che spesso mancano di parte critica. Spesso i libri di testo -ma anche certi musei o mostre- raccontano la storia in modo accademico e autoreferenziale, senza pensare a chi quella storia la deve ricevere. E Pezzino risponde che “La public history deve essere frutto non solo dello studioso che sta per anni in archivio ma anche attenzione alla diffusione ad un pubblico più ampio di quello accademico e, secondo alcuni, anche coinvolgimento del pubblico nella stessa elaborazione dell’operazione storiografica”. Poi riprende dicendo che la sfida ora è fare rete. Ad esempio, non c’è un museo nazionale della Resistenza, ma tanti musei locali, perché la Resistenza è stata un fenomeno territorialmente radicato. Ma se li mettiamo in rete diventa una grande narrazione nazionale”. E anche la Barni interviene affermando che per combattere il campanilismo serve proprio fare rete.

Il dibattito slitta poi sul tema della democrazia. De Simonis giustamente ritiene che non è solo andare a votare e la Barni aggiunge che il problema è che molti italiani, di ogni età, non vanno più a votare. Provocatoriamente Pezzino, sorridendo, ammette “dopo certi esiti elettorali, penso che era meglio il dispotismo illuminato del Settecento!” e poi osserva (in risposta ad una domanda del pubblico sulla fiducia nella democrazia oggi) “Un grosso limite sta nelle scelte politiche in campo culturale: sia governi di centrodestra che di centrosinistra hanno tagliato la porzione di PIL dedicata alla cultura”, e la Barni, con scoramento, cita qualche sconcertante dato “il 70% della popolazione italiana non è mai andata ad una mostra o ad un museo e il 60% non ha mai letto un libro né è entrata in una biblioteca”.

Uno spettatore conclude con una metafora “la cultura non è un vaso chiuso, altrimenti diventa una palude, ma un lago che ha un immissario e un emissario, cioè la democrazia è un contenitore in cui ognuno dà qualcosa, è uno scambio di idee fra i popoli”.

Dopo cena la narrazione di Maurizio Maggiani, dedicata ad un amore, nato in un campo di lavoro nazista nella Bassa Sassonia, fra una diciottenne dattilografa cattolica polacca, rapita dalle SS, e un deportato politico, sarto, socialista di Monterosso, coronato con un matrimonio improbabile nell’aprile del ’45, immediatamente dopo la liberazione del campo. Mentre Maggiani narra, è proiettata sullo sfondo la loro foto, seppiata, con lui, bello, in piedi che indossa  un abito ricavato da un’uniforme delle SS e lei, a sedere, con un vestito da sposa fatto con la stoffa di un paracadute e un mazzo di fiori di carta velina reperita nel lager.

Per concludere un concerto di Andrea Appino, degli Zen Circus: bella voce, bella presenza scenica in grado di attirare il pubblico, riccioli ribelli e chitarra acustica. Sorseggiando l’amaro partigiano, creazione alcolica degli Archivi della Resistenza e del liquorificio sociale RI-MAFLOW,  intona alcune sue canzoni. Il pubblico più giovane le intona entusiasta le sue canzoni, quello meno giovane batte le mani a tempo, divertito e coinvolto.

Si spengono tardi le luci sul castagneto, la musica, con gruppi meno continua fino quasi alle tre di notte. All’una parte l’ultima navetta, ma poi inizia il trasporto clandestino….resistente anch’esso.




“Donne in guerra scrivono. Generazioni a confronto tra persecuzioni razziali e Resistenza 1943-1944” : presentazione.

Lunedì 30 settembre alle ore 17.00
allo Spazio Rosselli, via Alfani 101 Rosso, Firenze
Verrà presentato il volume

“Donne in guerra scrivono. Generazioni a confronto tra persecuzioni razziali e Resistenza 1943-1944” (Aska Edizioni)

di Camilla Benaim, Elisa Rosselli e Valentina Supino. A cura di Marta Baiardi

Interverranno:

Sandra Bonsanti, Presidente emerita di “Libertà e Giustizia”

Marta Baiardi, Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea

Valdo Spini, Presidente della “Fondazione Circolo Rosselli”

Sarà presente l’Autrice Valentina Supino




“Cronache di un itinerario che non avrei voluto percorrere”: presentazione.

Domenica 8 settembre ore 16.30 – presentazione del libro “1943 – 1945 CRONACA DI UN ITINERARIO CHE NON AVREI VOLUTO PERCORRERE” di Elisabetta Pucci (Ibiskos Ulivieri Edizioni). L’evento si terrà presso la Sala Rolando Cammilli della CNA di SCANDICCI




Ricordando Giovanni Spadolini, nel 25° della scomparsa

In occasione del 25° anniversario della scomparsa di Giovanni Spadolini, che amò per l’intera vita Castiglioncello quale “patria dell’anima”,

presentazione dei volumi

Cosimo Ceccuti
“Giovanni Spadolini: quasi una biografia”
a cura di Gabriele Paolini, (Polistamapa)
e
Giovanni Spadolini
“Frammenti di vita di un italiano: 1972-1994”
a cura di Cosimo Ceccuti:
Album fotografico della sua vita pubblica (Polistampa)
Saluto di Daniele Donati
Sindaco di Rosignano M.mo

Interverrano
Cosimo Ceccuti, Alessandro Franchi e Gabriele Paolini

lunedì 5 agosto
ore 18:00, ingresso libero
La Limonaia Caffè, parco del castello Pasquini
Castiglioncello (LI)




Il rastrellamento nazista e fascista a Zeri nell’agosto del ’44

Sabato, 3 agosto, a Pontremoli, alle 16,30 nei locali del Seminario Vescovile in piazza San Francesco, l’Istituto Storico della Resistenza Apuana con le sezioni ANPI di Pontremoli e Zeri organizza l’incontro

“Il rastrellamento dell’agosto 1944 a Zeri, nel Pontremolese, in Val di Vara. Ricordo dei sacerdoti don Eugenio Grigoletti don Angelo Quiligotti e del partigiano Walter Tessieri”

con la presentazione della pubblicazione “Walter Tessieri. Un ragazzo ancora… Un partigiano!”

Testimonianze di: mons. Silvano Lecchini e Giovanni Tognarelli.

Intervengono: Fra’ Cristiano Venturi (custode Eremo S. Maria Maddalena di Adelano); Mauro Malachina e Raffaello Nadotti (ANPI Zeri); Caterina Rapetti (ANPI Pontremoli);

Brian Gordon Lett (figlio del maggiore inglese Gordon); Walter Massari (nipote del partigiano Walter Tessieri). Paolo Bissoli (Istituto Storico della Resistenza Apuana).

Il 3 agosto 1944 migliaia di soldati tedeschi supportati da centinaia di fascisti iniziarono un  feroce rastrellamento nelle vallate di Zeri, nell’alta val di Vara e in alcune zone limitrofe del Pontremolese. Un’azione antipartigiana ma che aveva come obiettivo i paesi nei quali i partigiani avevano punti di riferimento e la gente che dava loro aiuto e collaborazione.

A Chiesa di Rossano era il quartier generale del Battaglione Internazionale, formato e comandato dal maggiore inglese Gordon Lett. Anche loro, come gli altri partigiani, si erano ritirati non potendo reggere il confronto con un esercito ben più numeroso e armato di tutto punto.

I nazifascisti non ebbero scrupoli: tutto il paese fu bruciato e danni ingenti furono arrecati ai villaggi circostanti; decine di civili nelle vallate furono uccisi, il bestiame sequestrato. Due sacerdoti, don Angelo Quiligotti e don Eugenio Grigoletti furono assassinati: il primo alle pendici del monte Gottero dove aveva cercato rifugio, il secondo nella canonica di Adelano.

Gordon Lett così descrive la scena che si presentò al loro ritorno:

“Eravamo in pochi nel viaggio di ritorno fra la gente che aveva condiviso per tanto tempo le nostre sventure ed ero ansioso di sapere quale accoglienza ci avrebbero fatta dopo il disastro di cui eravamo stati in parte la causa.

All’inizio della discesa dal Monte Picchiara trovammo Tarquinio [Deluchi], che ci era venuto incontro. Era sinceramente felice di rivederci e continuava ad assicurarci enfaticamente che la popolazione non ci serbava rancore. Però avevo i miei dubbi. Era impossibile che proprio nessuno se la prendesse con i partigiani.

Proseguendo nel nostro cammino arrivammo ad una curva della strada. E fu allora che vedemmo ciò ch’era rimasto di Chiesa [di Rossano]. Terribili, nella loro scheletrica deturpazione, avevamo davanti agli occhi un mucchio di rovine annerite. Il Palazzo degli Schiavi, che era stata la nostra caserma, era ridotto a quattro alte mura dalle finestre sbadiglianti; macerie e tegole spezzate ingombravano il terreno erboso. Della casa parrocchiale, ch’era stata la prima a ricevere l’attenzione dei barbari, restava nient’altro che un guscio nerastro. Solo la chiesa era rimasta intatta.

Ci inoltrammo fra le rovine fino a quella ch’era stata la casa di Tarquinio. Questo ce la indicò con la mano, senza aprir bocca. Mi resi conto d’un tratto che un nodo mi stringeva la gola e mi sentii invadere da una rabbia impotente. Tranne che per le mura annerite, altro non rimaneva se non un cumulo di macerie e di ferri contorti. Una lampada a petrolio con il vetro rotto pendeva tuttora da un chiodo in quella ch’era stata una stanza da letto. Stagnava su tutta la scena quel particolare puzzo di bruciato, indimenticabile, pungente, che i londinesi conoscevano bene. Lo stesso era accaduto alla casa di Gattino, il vecchio pittore che nel Natale del 1943 avevamo sospettato di spionaggio, e all’osteria della zia di Tarquinio. L’intero villaggio era stato trasformato in uno scheletro polveroso, con i contorni segnati da muri di pietre bruciacchiate”.

 

(i brani in corsivo sono tratti da “Gordon Lett. Amico dell’Italia”, ISRA 2018”)

 




Il MUME ha festeggiato il suo primo compleanno!

Il MUME, il Museo della Memoria di San Miniato, spegne la sua prima candelina, e lo fa con lo storico Paolo Pezzino, Presidente del Ferruccio Parri, la rete degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età contemporanea.

Il museo, che non a caso ha trovato sede nella ex casa del fascio e della gioventù littoria, è costituito da una sala con alcuni pannelli multimediali, teche con stampa di epoca fascista -ad esempio La difesa della razza e vari abbecedari- e diari di alcuni antifascisti locali fra cui Giuseppe Gori e i cosiddetti “quadernini neri” che il padre di Giani (l’attuale presidente del Consiglio Regionale, che è intervenuto nelle celebrazioni) ha scritto a 18 anni, nel ’44, quando si nascose per 40 giorni nel tunnel-rifugio scavato nel tufo della collina di San Miniato. Pannelli illustrano poi la storia di San Miniato dalla Seconda Guerra Mondiale alla libertà.

I festeggiamenti per il primo compleanno del MUME erano stati preceduti, la scorsa settimana, da una conferenza, sempre di Paolo Pezzino, sui fatti del Duomo: il 22 luglio 1944, 55 persone morirono nella strage del Duomo di San Miniato a causa di una granata sparata -si discute ancora- dal 337º Battaglione d’artiglieria campale statunitense (versione dei fatti più accreditata dal 2004) o dalle truppe tedesche della Terza Divisione granatieri corazzati, allora in ritirata dalla cittadina (come sostiene ancora il Professor Pezzino).

La memoria deve fondare le sue radici nella conoscenza storica”, esordisce Pezzino, il quale auspica che il MUME aderisca alla rete “Paesaggi della memoria”, che riunisce 25 realtà museali in Italia, ad esempio la Fondazione Fratelli Cervi, il Museo Monumento al Deportato di Carpi, il Museo diffuso della Resistenza a Torino e, per venire alla nostra Regione, il Museo della Resistenza a Fosdinovo, quello della Deportazione di Prato, le Stanze della Memoria di Siena. “La Resistenza non ha unificato la memoria degli Italiani” afferma Pezzino “fare rete serve a questo, a unire i frammenti di una storia nazionale”.

In Italia manca ancora un museo della Resistenza, sebbene essa sia stata il più grande impegno civile della storia nazionale, perché alla fine della guerra l’Italia non è riuscita a riunirsi intorno alla memoria e alla condivisione ma si è divisa e ha fatto poco per sradicare il fascismo dalla coscienza degli Italiani”.

Ma evidentemente , anche pensando alle controversie relative alla costruzione del Museo della Resistenza a Milano, nella Casa della Memoria, sede attuale del Ferruccio Parri, la memoria della Resistenza resta divisa, perfino in seno a coloro che dovrebbero preservarla e onorarla.




Firenze 1944: dagli ultimi baluardi delle colline al fronte dell’Arno

Il 10 agosto alle ore 18.00, presso la Sala consiliare “Tosca Bucarelli” di Villa Vogel, incontro su “Firenze 1944: dagli ultimi baluardi delle colline al fronte dell’Arno”, promosso dal Quartiere 4 di Firenze.

Interventi e testimonianze a cura di Ivan Cini, Francesco Fusi, Matteo Mengoni, Renato Romei.

 




Commemorazione dei 5 Martiri uccisi per mano nazista il 6 agosto 1944 ad Artimino (Carmignano)

In occasione della Commemorazione dei 5 Martiri uccisi per mano nazista il 6 agosto 1944 ad Artimino (Carmignano)

Il Sindaco Edoardo Prestanti, Anpi Carmignano e Comitato 11 Giugno Poggio alla Malva, invitano a partecipare

Lunedì 5 agosto 2019
Artimino, piazza San Carlo

> ore 20.50 ritrovo in piazza San Carlo ad Artimino
Corteo verso il cippo dei 5 martiri Cerimonia  con deposizione della corona di alloro
> ore 21.30 piazza San Carlo
“Eppure era bella la sera”
Reading musical-teatrale
Associazione Metropopolare (Prato)

Voce: Giulia Aiazzi
Fisarmonica Matilde Toni
Regia Livia Gionfrida

La serata dà voce alle vicende individuali delle donne della Resistenza Italiana e al valore sociale e politico che ebbero in quel particolare frangente storico.
Si tratta di storie eterogenee: attraverso motivazioni ideali comuni le donne compiono scelte coraggiose ed orgogliose, mai scontate o rinnegate. Furono staffette, fattorine, infermiere, vivandaie e combattenti: trasportavano esplosivi nella borsa della spesa, animavano gli scioperi nelle fabbriche… e imbracciarono le armi.

La voce di Giulia Aiazzi disegnerà un percorso di memorie, storie e paesaggi, accompagnata da canti e musiche della tradizione partigiana eseguiti dal vivo dalla fisarmonica di Matilde Toni