Presentazione del volume “Fare storia a Pistoia capitale della cultura”

Martedì 1° ottobre in Biblioteca Forteguerriana, a Pistoia, sarà presentato il volume “Fare storia a Pistoia Capitale della Cultura: esperienze e progetti. Atti della Seconda Conferenza Italiana di Public History. Pisa, 14 giugno 2018“, pubblicato da Isrpt.
Interverranno per l’occasione Claudio Rosati (Regione Toscana) e Andrea Capecchi (Reportcult), coordinati da Chiara Martinelli.

 




Alla macchia. Resistenza civile e personale militare alleato nella zona di Pistoia

Sabato 7 settembre alle 11, apertura straordinaria della sede dell’Istituto in occasione della presentazione del progetto “Alla macchia. Resistenza civile e personale alleato nella provincia di Pistoia”, un progetto internazionale che vede la collaborazione con l’University of Lincoln.

Interverranno: Alessandro Pesaro (Docente UoL), Matteo Grasso (direttore Isrpt) e Ilaria Cordovani (stagista dell’Isrpt).

Per l’occasione saranno predisposte visite guidate in archivio e biblioteca.

Agli ospiti sarà offerto un buffet.




Fiesole ricorda il Sindaco Casini a 50 anni dalla scomparsa

RICORDO DEL SINDACO LUIGI CASINI A 50 ANNI DALLA SCOMPARSA

MERCOLEDI 21 AGOSTO
ORE 10.30 – Deposizione mazzo di fiori alla lapide al Cimitero di Fiesole.
ORE 11.00 – Sala Consiliare -Palazzo Comunale ” Ricordiamo Luigi Casini
nel cinquantesimo anniversario della sua morte




75° Anniversario della Liberazione di Sesto fiorentino: commemorazione e concerto della Bandabardò

Domenica 1° Settembre 2019

 

75° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DI SESTO FIORENTINO

 

PROGRAMMA

 

ore  8.30 – Deposizione corone ai Cippi e al Cimitero Maggiore;

ore  9.30  – S. Messa in memoria dei Caduti presso la Pieve di S. Martino;

ore 10.30 – Piazza Vittorio Veneto: corteo per le vie cittadine e deposizione di

corone ai monumenti ai Caduti e al Partigiano;

ore 11.00 – Piazza De Amicis

 

Interventi di:

 

ROBERTO CORSI  –  Presidente ANPI di Sesto Fiorentino

MARTA BAIARDI   –  Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea

OMAR MIH              – Rappresentante della Repubblica Araba Saharawi Democratica in Italia

LORENZO FALCHI –  Sindaco di Sesto Fiorentino

 

Esibizione della Banda Musicale di Sesto Fiorentino

 

 

ore 21.15 – Piazza Vittorio Veneto: concerto della Liberazione con

 

BANDABARDO’




Sant’Anna di Stazzema: il perché di una strage

Sulla strage di Sant’Anna di Stazzema, come su altre stragi, la memoria è ormai trasmessa in centinaia di testimonianze, a volte rilasciate a decenni dagli eventi. E’ necessario quindi un forte richiamo alla conoscenza storica, come elemento fondamentale di comprensione di quanto avvenuto e di formazione delle giovani generazioni. Partendo dalla domanda più importante: il perché della strage.

La strage di Sant’Anna si inquadra in quella particolare fase della situazione bellica che si apre con l’arretramento dell’esercito tedesco sulla così detta Linea Gotica. In zone di grande rilievo strategico, come i monti a ridosso della Versilia, le Alpi Apuane o la Lunigiana, la presenza di numerose formazioni partigiane, di diverso orientamento (dai garibaldini agli autonomi) rappresentava per i tedeschi un effettivo problema. A partire da luglio 1944 si segnala così una radicalizzazione dell’atteggiamento degli occupanti nei confronti della popolazione civile, accusata, a torto o a ragione, di proteggere la guerra partigiana.

Nella zona arrivò in quei giorni la XVI Divisione Panzer-Grenadier delle SS, comandata dal generale Simon, un fanatico nazista, formata di giovani militari, ma con un nucleo di ufficiali e sottufficiali fortemente ideologizzati e temprati da precedenti esperienze nel sistema concentrazionario nazista, o in operazioni belliche, comprensive di azioni di sterminio di ebrei e di civili, nella Polonia occupata.

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Case incendiate in località Vaccareccia

Il 12 agosto 1944, all’alba, salgono a Sant’Anna di Stazzema gli uomini del II Battaglione del 35° Reggimento. Secondo alcuni testimoni, fra di loro, in divisa tedesca, vi erano anche italiani, fascisti versiliesi che, per non farsi riconoscere, portavano un passamontagna, tuttavia il particolare, rilanciato anche da pubblicazioni recenti, deve essere ancora convincentemente provato sul piano storico. Altri militari, appartenenti ad altre formazioni tedesche, circondano l’area. Arrivati sul posto, tutti coloro che vengono trovati, con poche eccezioni, vengono massacrati: per lo più donne, bambini, anziani. La cifra ufficiale parla di 550 morti, in realtà il numero effettivo è minore, anche se non è stato ancora fatto un serio lavoro di ricerca per accertarlo. La memoria locale si è a lungo divisa sulle cause dell’eccidio: molte le accuse ai partigiani, per non aver difeso la comunità, nonostante rassicurazioni in tal senso date precedentemente.

L’eccidio di Sant’Anna si inserisce all’interno di un ciclo operativo di “lotta alle bande” che inizia ai primi di agosto, colpendo con violenze e stragi vari territori del pisano, continua in Versilia, investe quindi, dopo Sant’Anna di Stazzema, le Apuane, per poi proseguire, al di là dell’Appennino, nella “grande” operazione di Monte Sole, contro le popolazioni di tre comuni, Marzabotto, Grizzana e Monzuno, nella quale dal 29 settembre al 5 ottobre, furono uccise circa 770 persone. In questo contesto operativo, la strage di Sant’Anna di Stazzema riacquista il suo tragico significato: si tratta di operazioni sulla carta rivolte contro i partigiani, che si configurano in realtà come azioni terroristiche di ripulitura del territorio, veri e propri massacri di tutti coloro che venivano trovati all’interno dell’area delimitata come quella da “bonificare”, a priori considerati “partigiani”, il cui sterminio, anche se neonati o anziani infermi, era programmato prima della strage.

Girotondo bambini piazza chiesa rid 400 a tagliatoMa proprio questo carattere programmatico, considerato provato dal Tribunale Militare di La Spezia nel 2005 (con sentenza confermata in Cassazione), è stato messo in discussione dalla Procura di Stoccarda (Baden-Württemberg) che nell’ottobre 2012 ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale a carico delle SS indagate (alcune delle quali condannate all’ergastolo in maniera definitiva in Italia). Il procuratore tedesco ha ritenuto che non si potesse provare il carattere predeterminato dello sterminio dei civili, che invece i giudici di La Spezia hanno argomentato nella loro sentenza, accogliendo l’impostazione del procuratore italiano Marco de Paolis che, recependo anche l’esito delle più recenti approfondite indagini storiografiche, ha sostenuto che “la partecipazione con un significativo incarico di comando alle operazioni militari che determinarono come effetto finale il massacro di centinaia di persone civili non belligeranti, integra gli estremi di un consapevole concorso alla realizzazione del reato”. Secondo la procura di Stoccarda, invece, questa pianificazione della strage non può essere provata e, nella affermata impossibilità di individuare, a distanza di quasi settanta anni, il ruolo avuto da ciascuno dei singoli imputati, ne ha richiesto il non rinvio a giudizio. Attualmente è ancora pendente il ricorso di Enrico Pieri, uno dei sopravvissuti, presso la Corte d’Appello di Karlsruhe, contro tale archiviazione (confermata invece dalla Procura generale dello Stato).

Il carattere e la consistenza delle argomentazioni riportate nel provvedimento di archiviazione lasciano più che perplessi proprio sul terreno della ricostruzione storica, e dimostrano come in questi casi di giustizia tardiva solo la ricerca storiografica, condotta ovviamente con onestà e rispetto della verità fattuale che è possibile definire in base alla documentazione disponibile, possa sostituirsi ad una verità giudiziaria sempre più difficile da ottenersi, a settanta anni dal massacro.

Articolo pubblicato nell’agosto del 2014.




Proiezione alla Cava Roselle del documentario “La conoscenza scaccia la paura”

livio_dorigoIl 13 agosto 2019 alle ore 21.45 sarà proiettato alla Cava Roselle il documentario prodotto dall’Isgrec e dalla Regione Toscana “La conoscenza scaccia la paura”, regia di Luigi Zannetti.

La nostra epoca ha reso di nuovo attuale il confine come categoria storica e culturale e come esperienza esistenziale. Il documentario parla del confine più difficile per l’Italia del Novecento: quello dell’Alto Adriatico, storia a lungo coperta da silenzi condivisi, in Italia e in Europa. La chiave scelta per la narrazione è biografica. Parla un italiano di Pola, Livio Dorigo, oggi impegnato a Trieste in un lavoro culturale, teso ad alimentare una visione europeista. Sono gli avvenimenti che si collocano fra Seconda Guerra Mondiale e i primi decenni del Dopoguerra il cuore della narrazione. La storia è costruita attraversando i tanti luoghi della memoria, in Italia e in Croazia. L’ultraottantenne Livio Dorigo è portatore di memorie familiari e di esperienze personali. Racconta adolescenza e giovinezza, nella città d’origine, l’esodo e il ritorno, con una straordinaria ricchezza di linguaggio e di riferimenti culturali.

L’ingresso è libero. Info: Cava Roselle | Strada Chiarini, Roselle | +39 3484800409 | info@cavaroselle.net




“Ancora antifascismo? un dibattito attuale” al Festival “Fino al cuore della rivolta”.

Secondo giorno di Fino al cuore della Rivolta, sabato. Il castagneto si popola già nel pomeriggio, nonostante ci sia il sole, nonostante sia sabato, nonostante la costa che si vede nello splendido paesaggio in lontananza sia un’attraente sirena. E il castagneto si popola per il primo dibattito, alle ore 16.30, intitolato “Ancora antifascismo? Un dibattito attuale”.

Intervengono Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, Mimmo Franzinelli, della Fondazione “Rossi-Salvemini” di Firenze e Mirco Carrattieri, Direttore del Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza.

Pezzino, in qualità di moderatore, esordisce “da un po’ di tempo si sente dire che l’antifascismo è un elemento retorico della sinistra per coprire un vuoto di contenuti politici, che il fascismo è morto in Italia e che la bandiera dell’antifascismo è ormai uno stendardo scolorito. Ma è proprio così?

Prende poi la parola Carrattieri: “É necessario fare una premessa: antifascismo non è più un’etichetta sufficiente per definire la democrazia nel XXI secolo nel nostro paese”. Enuncia poi tre motivi per cui l’ antifascismo è una parola importante anche oggi. Le tre ragioni sono una riferita al passato, una al presente una al futuro. Partiamo dal passato: l’antifascismo è importante oggi perché è legato ad una parola del passato che è necessario preservare. Non possiamo trascurare il fatto che è esistito un antifascismo che ha pagato un prezzo altissimo nella lotta al fascismo, quello che Calamandrei chiamava alla Costituente “il popolo di morti”, cioè i martiri dell’antifascismo e quelli della Resistenza. Secondo motivo, che riguarda i presente. “La democrazia che oggi viviamo, pur imperfetta e fragile, si basa sull’antifascismo sviluppatosi in Europa sin dagli anni ‘30, che mirava non solo al superamento della dittatura ma anche a una nuova democrazia, non formale ma sostanziale, e ai diritti sociali. La Costituzione repubblicana e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo non sarebbero state possibili senza l’antifascismo. Terzo motivo, che riguarda il futuro. L’ antifascismo è stato un grande messaggio di speranza per il futuro, quella di poter costruire qualcosa anche in una situazione di grande dramma come è stata quella dell’affermazione dei totalitarismi. Oggi che si percepisce l’assenza di futuro e di speranza, l’antifascismo è la prova che la speranza ed il successo sono possibili”. Infine, citando Carlo Rosselli, nel primo editoriale di “Giustizia e Libertà” del 1934: “Noi siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro  quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo, ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega e offende e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta […]. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose […]. Il nostro antifascismo implica una fede positiva, la contrapposizione di un mondo nuovo al mondo che ha generato il fascismo. Questa nostra fede, questo nuovo mondo si chiamano libertà, socialismo, repubblica; dignità è autonomia della persona e di tutti i gruppi umani spontaneamente formati; emancipazione del lavoro e del pensiero dalla servitù capitalista; nuovo Umanesimo”.

È poi il turno di Franzinelli: “L’antifascismo va declinato al plurale per non comprendere sotto la stessa etichetta movimenti che sono stati spesso in contrasto l’uno con l’altro”. Guardando alla nostra società afferma “Fra i giovani pare che l’antifascismo non dica più niente e che invece il mito di Mussolini diventi un punto di riferimento come proiezione mitica di un grande padre”.

Gli risponde Pezzino: “L’ antifascismo oggi non è gridare al pericolo che ritorni un regime fascista ma è debellare l’ignoranza storica di quello che è stato il fascismo, combattere il revanscismo, il sovranismo, il razzismo che stanno portando alla deriva la vita politica italiana. Nella società di oggi ci sono elementi virali che tendono a disgregare i principi su cui si basano la nostra costituzione e la nostra democrazia. E ciò è pericoloso, sbagliato. C’è sempre stata una memoria fascista in Italia, come l’MSI testimonia, come dimostra la trama che stava dietro alla strategia della tensione. Se vogliamo migliorare la democrazia in Italia non possiamo prescindere dall’antifascismo”.

Carrattieri riconosce che è indubbio che l’antifascismo sia stato retoricizzato e mummificato e prendendo le distanze da Franzinelli, aggiunge “gli istituti storici hanno sempre criticizzato l’idealizzazione dell’antifascismo”.

Al secondo giro, la conversazione slitta sulla questione del museo del fascismo a Predappio, a seguito di  una affermazione di Franzinelli: “Il fatto che il museo del fascismo faccia paura agli storici mi sconcerta. Bisogna confrontarci uscendo dal recinto dogmatico dietro cui ci siamo trincerati”. Pezzino ribatte che la questione non è su museo del fascismo sì o no, anzi,  la sua creazione sarebbe necessaria tanto quanto quella di un museo nazionale della Resistenza, ma sul farlo proprio a Predappio. Anche dal pubblico ci sono interventi perplessi sulla scelta di tale sede: non sarebbe meglio in un altro luogo? A Predappio non darebbe adito e legittimazione a pellegrinaggi nostalgici di neofascisti (che tra l’altro sono già numerosi)? Risponde che per ora sono stati reperiti i soldi per ristrutturare la casa del fascio ma per il museo non sono arrivati i finanziamenti. Con i tempi della burocrazia in Italia, per almeno qualche anno, il problema concreto non si porrà.

Il dibattito si chiude con un lungo intervento di uno spettatore: “l’antifascismo è stato l’unico momento in cui le classi popolari sono state parte integrante della collettività e viceversa c’è stata una legittimazione dello stato agli occhi delle classi popolari. Questo non va dimenticato e questa è la ragione per cui bisogna continuare a parlare di antifascismo. Ricordo che i più grandi progressi sociali, civili etc sono stati compiuti grazie a figure antifasciste, mi riferisco anche ma non solo a Basaglia e al prof. Milani Comparetti. Sono state loro, oltre a far nascere la Costituzione, a darle le gambe per camminare”.

E come recita una canzone della Resistenza “scarpe rotte e pur bisogna andar”. Specialmente quando, come oggi, il sol dell’avvenir sembra basso all’orizzonte.




Caruso a Lastra a Signa

Prima di Pavarotti (1935-2007) c’erano stati tanti cantanti lirici a ribadire il primato dell’Italia a livello internazionale. Non siamo qui a stilare una classifica del Belcanto italiano, peraltro antipatica visto il contributo essenziale che ciascuno di loro seppe dare con la propria personalità. Un nome fra tutti, però, merita di essere ricordato.

Enrico Caruso (1873-1921), napoletano di nascita, americano d’adozione, è diventato un’icona del genere. Complice anche il rilancio dato alla sua figura nel 1986 dalla canzone che porta il suo nome, scritta e interpretata da un inatteso Lucio Dalla.

Il confronto con Pavarotti, nonostante l’inevitabile distanza temporale, sorge spontaneo. Entrambi appartenevano al ceto operaio – il padre di Pavarotti era fornaio a Modena, quello di Caruso meccanico a Napoli –, il che comportò una scalata al successo costellata di notevoli sacrifici e tanta fatica. Entrambi fecero della lirica una forma d’arte indiscussa, ma non persero mai il legame con la musica cosiddetta “leggera”, come dimostrano i tanti brani interpretati da Pavarotti con i principali cantautori italiani e il vasto repertorio proveniente dalla tradizione napoletana che per tutta la sua carriera Caruso non abbandonò mai. A questi aspetti si aggiunga la generosità con cui mettevano a disposizione le loro ugole a sostegno di campagne umanitarie e iniziative di beneficenza.

Caruso non ebbe mai, raggiunta la fama, una fissa dimora. Come molti altri artisti, passava la maggior parte del suo tempo in viaggio, per raggiungere un nuovo palcoscenico. E quando arrivava, poteva trattenersi qualche giorno al massimo prima di ripartire alla volta di una nuova meta. Così fu  in Russia, in Europa, in America Latina, a Cuba. E dal 1903 fino alla fine dei suoi giorni, si esibì ininterrottamente presso il Metropolitan di New York, che era diventato la sua casa, almeno dal punto di vista artistico.

Ma Caruso, nonostante la stima dei colleghi, la benevolenza dei direttori d’orchestra, primo fra tutti Arturo Toscanini, e le lodevoli critiche della stampa dell’epoca, sapeva che il successo, come arriva, se ne va. Forse per questo aveva pensato di porre fine a quella sua esistenza da girovago, da gatto randagio che vaga nella notte. Dove andare? Dove trascorrere gli ultimi anni di una vita che, certo, non si sarebbe potuto immaginare così breve? Bel dilemma. A Napoli? Proprio vero, nessuno è profeta in patria e, per quanto Caruso si fosse adoperato per portare in giro per il mondo la canzone napoletana, il rapporto con la sua città si era in qualche modo guastato. Dove allora?

Il tenore era già proprietario dal 1904 di una villa tra Sesto Fiorentino e Firenze, in zona Le Panche.  Oggi quella villa è stata convertita in Residenza sanitaria assistenziale e porta il nome di Villa Gisella. L’impronta del cantante si ritrova soprattutto negli esterni, in quel vasto giardino all’italiana che volle farsi realizzare per allietare le sue giornate con piacevoli camminate.

Probabilmente non sarebbe stato neppure questo il rifugio della sua vecchiaia. Dopo tanti anni passati in giro per il mondo, frequentando luoghi stracolmi di gente, Caruso dovette avvertire il bisogno di allontanarsi un poco dalle città, ritrovare un angolo di paradiso che fosse a disposizione di lui e di pochi altri.

Fu così che decise di acquistare nel 1906 villa Bellosguardo. La villa, di cui Caruso doveva essersi perdutamente innamorato se addirittura ignorò il parere contrario del suo amministratore che gli sconsigliava di concludere l’affare, si trova oggi su una collinetta a Lastra a Signa. La posizione e la quiete diffusa ne fanno un invidiabile punto panoramico nonché un luogo di pace e di assoluto riposo.

Poteva essere un nido d’amore per Enrico e la moglie Ada Giachetti, ma così non fu. I rapporti tra i due, che si erano conosciuti a Livorno nel 1897, pian piano si deteriorarono, degenerando in una lunga sequela di tradimenti che, nel 1908, avrebbe sancito la definitiva separazione con la fuga rocambolesca di Ada assieme a uno dei domestici.

Fu un duro colpo per Caruso. Rimasto solo con i due figli, la vita agreste a villa Bellosguardo si fece amara e un turbinio di dubbi fece vacillare persino la sua permanenza in Toscana. Alla fine, però, prevalse il buon senso e il tenore, intimamente attaccato a quegli scenari mozzafiato, decise di restare. Anzi, si adoperò affinché la dimora potesse rinnovarsi e, con un nuovo obiettivo che lo tenesse occupato, magari dimenticare a poco a poco l’origine del suo dolore. Nel 1911 approntò un progetto che prevedeva il restauro interno ed esterno della villa, la creazione di un loggiato, il rialzamento dell’edificio e il riordinamento del parco, compresa una vasta opera di recinzione lungo tutto il perimetro. I lavori si conclusero nel 1918, tre anni prima che il proprietario morisse.

Oggi il complesso è di proprietà del comune di Lastra a Signa, aperto al pubblico per buona parte della settimana. Abbiamo visitato la villa un venerdì pomeriggio di fine giugno. Dal vivo non rispecchia per niente l’immagine che ci si può fare guardando le foto su internet. Erba alta, siepi incolte e spirali di arbusti secchi parlano più di decadenza che di splendore.

L’impressione negativa, purtroppo, ci ha accompagnato anche all’interno della villa. Al piano superiore è stato ricavato un museo dotato di attrezzature multimediali che dovrebbero rendere più interattiva la visita. Peccato che quel giorno non funzionassero. L’audioguida, fornita gratuitamente, di sala in sala annunciava filmati sulla vita del tenore e contenuti d’epoca che, avreste potuto attendere una giornata intera, non sarebbero arrivati.

Invano abbiamo sperato di trovare una smentita nell’ultima sala, quella che, a giudicare dal titolo “Caruso e la musica”, dovrebbe costituire il giusto coronamento a un percorso museale che, tra cimeli d’epoca, cartoline, dischi, abiti di scena, basterebbe a lasciare nel visitatore un ricordo piacevole. Eppure, ancora una volta, la volontà di soprendere con mezzi tecnologici ha ottenuto l’esatto contrario. Su una targhetta si invitava ad avvicinarsi ai grammofoni sparsi per la sala; un brano interpretato dal grande Caruso magicamente avrebbe fatto la sua apparizione dal nulla, avvolgendo lo stupefatto visitatore. Peccato che neppure una nota sia uscita da quei prodotti di indubbia bellezza e che il visitatore sia rimasto impalato lì, aspettando un artista troppo timido per far il suo ingresso in sala.

Massimo Vitulano si è laureato in Lingua e letteratura italiana nel 2014. Attualmente insegna italiano all’ITC Marchi di Pescia e tiene un corso di storia della canzone dell’autore presso l’Università dell’età libera di Firenze.

Articolo pubblicato nell’agosto del 2019.