PRESENTAZIONE DEL VOLUME – Leningrado. Memorie di un assedio

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«E si divisero il pane che non c’era»*

[*Riprendo il titolo da quello dal volume: R. Borri Marinucci, M. L. Fabiilli Faraglia, M. Setta (a cura di), E si divisero il pane che non c’era, ricerca interdisciplinare del Liceo Scientifico ‘E. Fermi’ di Sulmona, Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi, 2009.]

Vissuto dall’intero Paese con incredulità-stupore-gioia-preoccupazione-smarrimento, l’annuncio dell’armistizio si era propagato rapidamente anche all’interno dei circa 62 campi per internati militari –in  Toscana ne esistevano cinque: PG 12 Candeli (Bagno a Ripoli), PG 27 San Romano (Pisa), PG 38 Poppi, PG 60 Colle Compito (Lucca), PG 82 Laterina, assieme a quelli di Gavorrano, Niccioleta e Ribolla, classificati come campi di lavoro, ma di cui non si hanno notizie certe circa il reale funzionamento- divenendo per gli oltre 70.000 prigionieri inglesi e americani, trattenuti per mesi o anni dietro il filo spinato, la concreta speranza di una rapida riconquista della libertà.

Manca un numero certo che dia conto di quanti fossero complessivamente i soldati alleati allora detenuti in Italia. La cifra oscilla tra i 75.000 uomini – secondo il Basic Document  – e quanto riportato da Winston Churchill, che parla di circa 85.000 militari.

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Campi e ospedali per prigionieri di guerra in Italia. (Fonte: R. Absalom, L’Alleanza inattesa)

Come testimoniato dalle meticolose annotazione prodotte dall’Ufficio Prigionieri dello Stato Maggiore dell’Esercito, il numero di internati anglo-americani in mano italiana – per lo più britannici della madrepatria, “altri sudditi di sua Maestà” soprattutto sud-africani e oltre un migliaio di americani – era cresciuto in modo esiguo nel corso dei primi sei mesi del 1942 (dai 15.179 censiti in data 1° aprile, ai 15.495 del 1° giugno) aumentando, poi, rapidamente in seguito alla vittoriosa battaglia di Rommel a Tobruk del 21 giugno 1942; dopo quella data il numero di prigionieri era rapidamente triplicato, arrivando a toccare, alla fine di ottobre, i 75.529; un incremento così cospicuo da richiedere sia lavori di ampliamento nei campi già operativi, sia la messa a punto, ex novo, di altre soluzioni.

Fonti alleate raccontano che, nei giorni successivi alla resa, nelle ore antecedenti l’arrivo delle truppe tedesche, circa 30.000 militari ebbero la possibilità di abbandonare i luoghi di detenzione. Sebbene migliaia di uomini tornarono ben presto a essere prigionieri, questa volta in Germania – secondo il War Office, al 20 dicembre 1943, circa 50.000 internati detenuti in precedenza in Italia erano stati trasferiti oltre confine- circa 12.000, riuscì a mettersi in salvo, rifugiandosi nelle campagne, il paesaggio più comune al di là del filo spinato.

Mentre a Nord, ma pure in Toscana ed Emilia Romagna, l’assistenza agli evasi si avvalse anche dell’opera di vere e proprie organizzazioni gestite dagli Alleati, dai partiti politici nazionali (A Firenze, ad esempio, il Partito d’Azione aveva costituito la Commissione di Assistenza ai Prigionieri) o da gruppi di religiosi (ne era esempio la Rome Organization sorta tra le mura dei palazzi vaticani); più a Sud, nelle Marche, in Abruzzo, Molise e nel Lazio, la sopravvivenza di migliaia di prigionieri si legò essenzialmente alla libera iniziativa dei singoli e all’azione di gruppi locali auto-gestiti. E fu questa, in generale, la tendenza dominante: isolato e di portata minore, il soccorso in forma organizzata finì, ben presto, con l’essere l’eccezione piuttosto che la regola e i fuggitivi si trovarono, assai più di frequente, a dover fare affidamento sulle capacità d’improvvisazione dei contadini.

In modo del tutto inatteso e con dinamiche che spesso si ripetevano di villaggio in villaggio, di casa in casa, uno spicchio della popolazione rurale italiana accolse e assorbì all’interno del proprio universo i fuggiaschi, rendendoli parte integrante della quotidianità di singole famiglie o di intere comunità. Il soccorso offerto a ogni prigioniero fu il risultato di giorni o mesi caratterizzati dal costante impegno per sfamarlo, vestirlo, nasconderlo.

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Esempio di volantino diffuso dal Comando Militare Tedesco in Italia per incoraggiare la consegna di prigionieri alleati (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea di Modena)

In tal senso, né la minaccia del «chiunque presti aiuto in qualsiasi modo ai prigionieri di guerra evasi […] sarà punito con la pena di morte» – secondo l’Art. 1 del decreto ministeriale 9 ottobre 1943 «Norme penali di guerra relative alla disciplina dei cittadini» della Repubblica Sociale Italiana- né le lusinghe dell’«a coloro che riconsegnino i prigionieri di guerra inglesi e americani fuggiti verrà immediatamente corrisposta una ricompensa di 1.800 lire» -del Comando Militare Tedesco in Italia- ebbero l’effetto di dissuadere molti dall’intervenire in sostegno dei fuggitivi.

Era la fame, più forte della paura, a indurre gli evasi, ignari del come sarebbero stati accolti, a bussare alle porte di masserie e di piccoli poderi o, al contrario, erano proprio i locali, che li scoprivano malconci e affamati a vagabondare tra gli orti e le vigne, a invitarli nelle case affinché potessero rifocillarsi con un pasto caldo o un bicchiere di vino.

Tra le colline toscane, lasciatosi alle spalle il campo di Laterina, Frank, soldato della Royal Artillery, catturato a Tobruk nel giugno 1942 e poi trasferito in Italia, aveva trovato rifugio a Montebenichi (Bucine, Arezzo) fino al maggio 1944, quando aveva deciso di raggiungere il fronte a Sud venendo però ricatturato dai Tedeschi nella zona di Sinalunga.

Il vino era stato immediatamente messo a disposizione di tutti i commensali, mentre la moglie Rosa e le due figlie preparavano la cena: minestra con fagioli, patate e spinaci, ingredienti tipici della cucina contadina:

un pasto semplice, ma a noi quattro era sembrato un banchetto. Era una famiglia di contadini molto povera e la volontà di condividere il loro cibo con quattro estranei è stata encomiabile […] Una bella dimostrazione di quanto la moglie di un contadino toscano possa fare con pochissimo (F. Unwin, Roll on Stalag)

Case, fienili, grotte, capanne fagocitarono i prigionieri e, in molte occasioni, l’ospitalità richiesta per una notte divenne offerta di accoglienza per settimane o anche mesi. Non era cosa rara che i padroni di casa cedessero ai prigionieri i propri letti, preparati con la biancheria migliore; e, tuttavia, quando la permanenza si prolungava, diveniva necessario trovare loro nascondigli più sicuri, all’interno dell’abitazione o nella stalla; oppure all’esterno, nelle baracche che sorgevano tra i campi circostanti o in buche e anfratti naturali, occupandosi, poi, di rifornirli, con regolarità, del cibo necessario.

Mentre coloro che si erano nascosti in città erano essenzialmente rimasti isolati e anonimi, dal momento che le loro vere identità erano note ai soli coadiuvanti e alle organizzazioni che se ne prendevano cura, la situazione era del tutto diversa nei villaggi, dove i fuggitivi divennero presto personaggi locali ben noti, conosciuti da tutti con il nuovo nome italiano. Quando non costretti all’immobilismo e all’isolamento per ragioni di sicurezza, questi partecipavano attivamente alla vita della casa: lavoravano nei campi, davano una mano nelle faccende domestiche e alla sera si ritrovavano con il resto della famiglia nella stalla o di fronte al camino a chiacchierare, pregare o a giocare a carte.

Così Frank, “adottato” dagli abitanti di Montebenichi, era stato invitato a partecipare all’annuale uccisione del maiale: un momento importante per l’intera comunità, uno “spettacolo disgustoso” per chi era chiamato ad assistervi ma che metteva, tuttavia, in evidenza la capacità contadina di saper sfruttare al massimo tutto ciò che l’animale poteva offrire:

Gli abitanti del villaggio uccidevano due o tre maiali ogni anno, a gennaio. […] Un uomo di nome Lello era l’addetto all’operazione. […] Sebbene sia stata una visione scioccante ho ammirato la velocità e l’efficienza con cui tutto era stato fatto. Una volta che l’animale era stato ucciso da Lello la famiglia lo raggiungeva. Le due gambe posteriori erano legati a ganci affissi alla parete e la carcassa veniva fatta penzolare. Il maiale era squarciato da un taglio che andava dalla coda alla gola e le interiora e le frattaglie erano rimosse. I bambini della famiglia arrivavano a tagliare tutti i frammenti di carne magra: quei piccoli pezzi, cotti con olio d’oliva, vino, aglio in un pentola di piccole dimensioni adagiata su una brace, erano parte della cena di quella sera. La carcassa era quindi pronta: Lello e gli uomini di famiglia preparavano vari tagli di prosciutto, carne, salsicce, braciole, lonza, salame, spiedini, trippa e varie altre delizie. Perfino la testa era cucinata e portata in tavola. […] Fui sorpreso nello scoprire che pure il sangue era utilizzato  (F. Unwin, Roll on stalag, cit. p. 15, cap. 3)

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Esempio di ‘chitties’: i biglietti lasciati dagli ex prigionieri ai propri soccorritori, affinché questi potessero usarli come prova dell’aiuto offerto (NARA, Allied Screening Commission)

Sono migliaia le storie di assistenza e in tutte c’è memoria di una pietanza o di un bicchiere di vino; di un pantalone “da contadino” indossato in sostituzione dei vecchi abiti militari, troppo corto o pieno di toppe; di una stalla o di un sotto-tetto in cui si era trovato rifugio per la notte; di un viso rugoso di donna o di un bimbo magro e chiassoso. La «solidarietà» fu per chi ne aveva beneficiato, non un concetto astratto, ma un ricordo toccato con mano: aveva il nome di persone, di luoghi, di oggetti.

E non è un caso che molti soldati, nel raccontare su carta o a voce di quei giorni, scelgano di non tradurre in inglese, ma di riportare direttamente in italiano tutti quei termini che avevano scandito e accompagnato la loro vita nei campi: non peasants, ma «contadini»; non mummy, ma «mamma». E così per tante altre parole.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




Si è spenta Lorenza Mazzetti, sopravvissuta alla strage nazista del Focardo

Si è spenta a Roma all’età di 92 anni, la scrittrice e regista Lorenza Mazzetti. Con la sorella gemella Paola, erano state le uniche superstiti della strage nazista del Focardo che nel 1944 vide l’eliminazione della famiglia di Robert Einstein, cugino di Albert.

Lorenza aveva restituito quel dramma nel libro Il cielo cade, sua opera prima nel 1961, edita per Garzanti.

Nel 2015 aveva ricevuto la cittadinanza onoraria del Comune di Rignano sull’Arno.




Modigliani ebreo livornese:storia familiare e formazione di un genio

Convegno internazionale di studi che vedrà riuniti a Livorno, città natale del grande pittore, studiosi e ricercatori di prestigiose università e istituti di ricerca d’Italia, Francia, Israele ed USA.

Appuntamento il 22 e 23 gennaio prossimi al Museo provinciale di Storia Naturale (via Roma, 234) con orario 10.00-13.00 e 15.30-18.00

L’appuntamento rientra tra le iniziative organizzate dal Comune di Livorno in occasione del centenario della morte di Amedeo Modigliani (avvenuta il 24 gennaio del 1920 a Parigi), a partire dall’importante mostra in corso fino al 16 febbraio 2020 al Museo della Città di Livorno “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”.

Ideato dall’Istituto Restellini di Parigi con la collaborazione scientifica del prof. Paolo Edoardo Fornaciari, il convegno ha un obiettivo centrale: ovvero, vuole aprire un focus sulla formazione di Amedeo Modigliani nei primi 15 anni della sua esistenza, come livornese ebreo educato e cresciuto nella comunità di Livorno.

Si tratta insomma di indagare e approfondire, più che il Modigliani pittore, il giovane Amedeo detto “Dedo” (così da ragazzo veniva chiamato in famiglia) prima di Modì (il pittore parigino), puntando l’attenzione sull’ambiente che lo plasmò, con particolare riguardo al peso ed all’influsso del teologo cabbalista livornese Elia Benamozegh.

Contestualmente, una sessione verrà dedicata ad una riflessione generale sul rapporto arte\ebraismo, sotto forma di tavola rotonda.

Il convegno, con partecipazione libera e gratuita, si concluderà con visite guidate ai luoghi di Modigliani (casa, luoghi di culto, musei).
Per informazioni:
Ufficio Musei e Cultura Comune di Livorno:

0586-820500

www.comune.livorno.it

www.mostramodigliani.livorno. it
IL PROGRAMMA

22\01\20

10.00 Apertura – Saluti delle Autorità

10.30 Prolusione – Marc Restellini – INALCO Paris

11.30 Ariel Toaff – Bar Ilan U.-Tel Aviv: Modigliani nella Keillah di

Livorno. Crescita di un giovane ebreo

12’00 Discussione

13.00 Pausa pranzo
15.30 Matteo Giunti – Livorno delle nazioni :Evidenze d’archivio sulle

famiglie Modigliani e Garsin.

16.00 Paolo E. Fornaciari – UNI.Salento: Il Bagitto dei Modigliani

16.30 David Meghnagi -UNIRoma3 – L’immaginario sefardita

17.00 Discussione
23\01\20

10.00 Tavola rotonda: Dora Liscia (UNIFI) , Marc Restellini, Asher Salah (Bezalel Institut

Jerusalem): Arte ebraica, artisti ebrei. Fissazione dei concetti, nuove suggestioni

11.30 Discussione
13.00 Pausa pranzo

15.30 Furio A.Biagini – UNI.Salento – Lecce : Luzzatto, Benamozegh, Mortara: il dibattito

attorno al «caso» livornese

16.00 Marco Cassuto Morselli – UNIRoma – Gli insegnamenti di Benamozegh e la formazione dei giovani ebrei

16.30 Clémence Boulouque – Columbia U. New York: Modigliani et la kabbale

17.00 Discussione




ANPI PRATO per la Battaglia di Valibona e Lanciotto Ballerini

Anpi Prato vuole ricordare l’azione e il sacrificio di Lanciotto Ballerini e degli altri partigiani del gruppo ‘Lupi Neri’, e lo fa con due iniziative il prossimo 3 gennaio, giorno della ricorrenza dalla battaglia di Valibona, uno dei primi conflitti armati documentati fra partigiani e nazi-fascisti nel centro-Italia.

Sentieri partigiani – La camminata

La partecipazione alle camminate è gratuita, previa iscrizione obbligatoria

>>> Percorso intero
Ritrovo ore 8:30 in p.zza del Mercato Nuovo
Partenza a piedi dalla zona di Canneto
Durata di 5 ore circa con pranzo a sacco

>>> Percorso breve
Ritrovo ore 9:30 in p.zzale Falcone e Borsellino (tribunale di Prato)
Partenza a piedi dal passo delle Croci di Calenzano
Durata di 2 ore circa (eventuale pranzo a sacco)

Invitiamo a seguire sulla pagina del gruppo (Sentieri Partigiani), per dettagli e conferme:
federazioneanpiprato@gmail.com
whatsapp 3807904847

Dedicato a Lanciotto Ballerini

Circolo arci Bruno Cherubini
Via O. Bambini, 16 – Grignano (Prato)

ore 19:30 – Apericena
ore 20:30 – Testimonianza di Fulvio Conti, Presidente Anpi Campi Bisenzio
A seguire: Concerto del coro Canti ribelli
Per finire: Brindisi al nuovo anno

Quota di partecipazione: 8 euro, devoluta al finanziamento del coro




Presentazione del volume “Il mediano di Mauthausen”

Venerdì 31 gennaio 2020, alle ore 17, presso la sede ISRT in via Carducci 5/37 a Firenze, nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria 2020, presentazione del volume Il mediano di Mauthausen.

Iniziativa in collaborazione con il Museo della Fiorentina.




La Linea Gotica in Toscana

Con l’avvio della campagna Alleata in Italia nel luglio 1943, l’8 settembre, e la lenta risalita delle truppe angloamericane nel sud della penisola, la strategia difensiva adottata dai tedeschi diviene quella della “ritirata aggressiva”. Essa presuppone un lento ripiegamento dal sud al nord della penisola su successive linee difensive fino a un tracciato fortificato principale individuato sugli Appennini centro-settentrionali. Questa è la Linea Gotica (ribattezzata poi Linea Verde), pensata dai nazisti per arrestare il più possibile l’avanzata Alleata e alleggerire la pressione militare su altri fronti di guerra. Inoltre, questo tracciato serve per sfruttare il più a lungo possibile il bacino padano ricco di fabbriche, risorse agricole, macchinari e capi bestiame.

I lavori per costruire la linea difensiva tra Massa (sul Tirreno) e Pesaro (sull’Adriatico), circa 300 km di fortificazioni che si inerpicano tra le Alpi Apuane e l’Appennino (per una profondità che varia tra i 15 e i 40 km), iniziano tuttavia solo nel febbraio 1944.

I tedeschi affidano la realizzazione della Gotica all’organizzazione TODT che arriverà a mobilitare 75.000 operai italiani. Nelle opere di costruzione della Gotica vengono impiegati prigionieri e lavoratori coatti, ma anche volontari: lavorare alle fortificazioni significa disporre di un reddito, poter accedere alle mense e alle infermerie e non essere deportati in Germania.

Lungo la Gotica vengono allestiti dei campi di lavoro per la TODT o sotto il controllo diretto della Wehrmacht: nell’estate del 1944 ne esistono ad esempio a Castelnuovo Magra (La Spezia), ad Anchiano (Borgo a Mozzano, Lucca) alla Futa ed a Traversa nel Comune di Firenzuola (Firenze), a Sasso Marconi (Bologna). Diversi rastrellati toscani sono condotti a Monzuno, Pianoro, Loiano e Medicina in provincia di Bologna, mentre a Nord della Gotica e nell’area del Po, oltre a una serie di campi mobili, fra le principali destinazioni fra agosto e settembre si contano Sala Baganza (Parma) e Vigarano Mainarda (Forlì).

Nonostante gli sforzi tedeschi i lavori procedono a rilento e, a metà di luglio del 1944, la Gotica non è ancora pronta: per questo le operazioni di approntamento si fanno frenetiche e il paesaggio diviene un campo di battaglia attraversato da carri armati e soldati, disseminato di campi minati, sbarramenti anticarro, postazioni in cemento per mitragliatrici, bunker e fortini.

Lo spazio appenninico e apuano preesistente alla costruzione della Gotica è caratterizzato dal mondo dei contadini di montagna e scandito dal lento e circolare ciclo delle stagioni, delle consuetudini e delle abitudini secolari. E’, in sintesi, un paesaggio fisico e culturale che viene violentato e trasformato dalla costruzione della Gotica. Le comunità vengono investite, quasi sorprese, dall’arrivo dei reparti tedeschi. La guerra, il fronte e il nazismo irrompono in casa.

Agli inizi di agosto 1944 gli Alleati hanno raggiunto la linea dell’Arno e, sull’Adriatico, Pesaro. A partire dalla metà del mese le operazioni si spostano così sulla Gotica.

Il settore orientale (romagnolo e marchigiano) e quello centrale (tra Firenze e Bologna) dell’ultimo baluardo tedesco in Italia sono teatro di dure battaglie. Il settore occidentale tirrenico, invece, viene ritenuto meno importante da entrambi i contendenti.

Il 25 agosto del 1944 ha inizio l’operazione Olive, l’offensiva Alleata che si concentra sul settore orientale del fronte. Per quanto riguarda la Toscana una della più importanti battaglie in questo periodo è quella del passo del Giogo (Firenze), vinta dagli Alleati il 18 settembre dopo ingenti perdite.

Tuttavia, l’avanzata delle divisioni britanniche e statunitensi viene bloccata dal terreno sfavorevole, dal maltempo, dall’ostinata resistenza tedesca e soprattutto dalla scelte strategiche dei vertici politico-militari Alleati che preferiscono concentrarsi sul fronte francese. L’attacco termina così alle porte di Bologna e, a fine ottobre, il fronte si arresta. Nel frattempo molte zone della Toscana occidentale rimangono in mano ai tedeschi: l’Alta Versilia, la Garfagnana e Apuania (Massa Carrara).

Il punto di svolta per quest’area toscana giunge solo dopo un altro durissimo inverno, nell’aprile del 1945, in concomitanza con lo sfondamento finale su tutto il fronte: il 10 è liberata Massa, l’11 Carrara e il 27 Pontremoli.

Lo spazio della Gotica non è solo uno spazio di scontro tra eserciti: l’attività delle formazioni partigiane, soprattutto a partire dall’estate del 1944, è un serio pericolo militare e politico per i nazisti e i collaborazionisti fascisti.

Innanzitutto, perché la guerriglia partigiana sollecita o provoca la fuga degli operai dai cantieri della TODT ritardando il completamento dei lavori di fortificazione.

In secondo luogo perché proprio a partire dall’estate si moltiplicano sulla Gotica le incursioni contro presidi fascisti e tedeschi, i sabotaggi, gli attacchi contro autocolonne e i convogli ferroviari. L’attività partigiana cresce di intensità anche perché dalle prime bande si passa a raggruppamenti più numerosi e meglio armati, capaci di impegnare militarmente il nemico, come ad esempio riesce a fare nel settore pistoiese e garfagnino della Gotica la formazione XI Zona di Manrico Ducceschi “Pippo”. Questa crescita qualitativa e quantitativa della Resistenza è il frutto di una più efficiente organizzazione in cui i comandi partigiani cercano di coordinarsi tra loro e le diverse bande presenti tendono a unirsi in formazioni più ampie.

Il settore versiliese, apuano e lunigiano vede attive già da prima numerose bande: comuniste, gielliste e anarchiche, ma anche formazioni autonome come i “Patrioti Apuani” di Pietro Del Giudice o il battaglione internazionale di ex prigionieri Alleati guidati dal maggiore inglese Gordon Lett. Nel luglio e nell’agosto del 1944 in queste zone si tenta di unificare alcune formazioni: nascono con questo intento, ad esempio, la Brigata Lunense e la X Bis Garibaldi Gino Lombardi.

La guerriglia partigiana costituisce inoltre un problema per i nazisti e i fascisti perché libera e controlla intere porzioni di territorio strategicamente necessarie alla tenuta della Gotica. L’esempio più noto è quello di Montefiorino, un’area di importanza strategica perché a ridosso degli assi viari di attraversamento degli Appennini (da La Spezia a Reggio Emilia, e da Pisa e Lucca a Modena), cruciali per rifornire le truppe che combattono a sud della Gotica. Montefiorino diviene uno spazio partigiano nel cuore della Gotica: attira centinaia e centinaia di uomini, anche dai territori vicini, dal bolognese e dalla Garfagnana. Ma altri esperimenti di “territorio libero partigiano”, benché più brevi e modesti, si hanno sul settore centrale della Gotica, nei comuni della Romagna Toscana e tra i valichi della Futa e di Casaglia a opera rispettivamente delle Brigate Garibaldi 8° “Romagna” e 36° “Bianconcini”.

In ultimo, i partigiani, i quali stringono rapporti di intesa e di protezione comunitaria con le popolazioni contadine, si presentano a queste come autorità legittima e alternativa ai nazifascisti.

Per tutte queste ragioni, tedeschi e fascisti rispondono alla minaccia partigiana, che opera alle spalle del fronte, con rastrellamenti e operazioni di bonifica del territorio che non risparmiano le popolazioni locali dando luogo lungo la Gotica a una serie di stragi di civili.

Come rilevato da Luca Baldissara, la Gotica è nello stesso tempo «una linea del fronte e di confine» che separa due eserciti (Alleati e nazifascisti), due governi (la RSI e il Regno del Sud) e due sistemi di occupazione (tedesco e Alleato). «Ma che diviene anche uno spazio in sé, dove migliaia di lavoratori faticano alla costruzione delle difese, dove decine di migliaia di soldati si insediano e si preparano al combattimento», dove i fascisti collaborano con i tedeschi e compiono (anche autonomamente) stragi e rastrellamenti, dove i partigiani operano, dove i civili vivono una quotidianità stravolta dalla guerra[1]. La Gotica, in sintesi, è uno spazio che racchiude in sé la storia della seconda guerra mondiale.

Inoltre, qui non si combattono solo statunitensi, inglesi, tedeschi ed italiani, ma uomini in uniforme provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina e dall’Australia.

«Tanti percorsi si incrociano sulla Gotica e nel suo spazio allargato, dove molti uomini giungono da mondi diversi e lontani, incontrandosi con gli abitanti e i partigiani, trovandosi nemici o alleati in guerra, costretti alla prossimità nei momenti di sospensione del conflitto, in una convivenza più o meno forzata. E’ una grande esperienza collettiva filtrata dalla guerra, che fa della Gotica anche una linea mentale»[2].

[1]L. Baldissara, Gotenstellung. Linea del fronte, linea di confine, linea “mentale”, in M. Carrattieri e A. Preti, Comunità in guerra sull’Appennino. La Linea Gotica tra storia e politiche della memoria, Roma, Viella, 2018, p. 43.
[2]Ivi, p. 60.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2019.




76° anniversario dei bombardamenti di Poggibonsi

Il 29 dicembre

COMUNE DI POGGIBONSI
ANPI – SEZIONE POGGIBONSI

vi invitano a partecipare al

76°Anniversario dei bombardamenti su Poggibonsi

Ore 10.45 ritrovo in Piazza Cavour;

Ore 11.00 deposizione della corona d’alloro presso l’ex Fabbrichina in Via Trento;

Ore 11.30 deposizione della corona d’alloro presso il cippo di Piazza Mazzini.
Alle ore 11.00 sarà suonato l’allarme anti-aereo per commemorare le vittime dei bombardamenti su Poggibonsi.

Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare

Info: www.comune.poggibonsi.si.it – URP: 0577 – 986203