A Lucca presentazione volume “Tante braccia per il Reich”

Mercoledì 15 gennaio ore 17 presso la Casa della Memoria e della pace di Lucca presentazione del volume curato da Brunello Mantelli.




Memorie del ’73: Livorno a fianco del popolo cileno

Il colpo di stato in Cile dell’11 settembre 1973, che portò alla tragica morte del presidente Salvador Allende e all’instaurazione del regime militare del generale Augusto Pinochet, attivò una delle più straordinarie mobilitazioni di solidarietà per un fatto di politica estera nel mondo, con l’Italia in primo piano nell’accoglienza dei rifugiati cileni. Secondo i dati dell’Istituto Cattolico per le Migrazioni su una popolazione di 13 milioni, circa un milione di cileni fu costretto ad abbandonare il paese per ragioni politiche a causa della dura e massiccia repressione inaugurata dal regime. L’interessamento italiano agli affari cileni fu, ancor prima del golpe, di carattere eminentemente politico e ad esso contribuirono in maniera rilevante gli intensi rapporti fra i partiti della sinistra cilena e di quella italiana. Per questo appare interessante l’atteggiamento tenuto in quella vicenda da una “città rossa” per antonomasia come Livorno.

La raccolta di alcune testimonianze orali di ex militanti e amministratori comunisti e i ricordi personali di uno degli esuli cileni che furono accolti a Livorno all’indomani del colpo di stato hanno consentito di mettere in luce aspetti dell’opera svolta dalla società civile e dal Pci nell’organizzare pratiche di solidarietà in favore dei rifugiati cileni.

Il punto di partenza di questa ricerca è un ex cinema di Livorno dove il nostro testimone cileno, Rafael Aguirre, si ritrova ogni settimana insieme ai suoi compagni del coro per provare.

Dopo poco i coristi decidono di preparare per la prossima esibizione “El pueblo unido jamás será vencido”, una delle più note canzoni legate alla presidenza di Salvador Allende (1970-1973) e al movimento di Unidad Popular.

IntiQuesta canzone è più attuale che mai: recentemente la tensione tra la popolazione civile cilena e le forze armate è sfociata in violenze che ricordano il passato e in migliaia sono scesi in strada a Santiago in segno di protesta intonando questo inno alla resistenza. Perché l’impatto emotivo suscitato da questo brano è ancora così forte? Cosa ha rappresentato per la generazione di cileni che ha vissuto il ‘73? E dalla prospettiva dei comunisti italiani cosa ha significato?

Come ricorda Mauro Nocchi, storico militante comunista di Livorno, l’esperienza della «via cilena al socialismo», sperimentata per la prima volta nella storia dal presidente democraticamente eletto, Salvador Allende, fu salutata dai comunisti italiani con grande entusiasmo:

Era un’esperienza importantissima, per noi rappresentava l’applicazione concreta di quello che già Togliatti aveva teorizzato nell’VIII Congresso (del Pci) fino alla morte, che era la «via italiana al socialismo». L’unità popolare era il fulcro di questo tentativo di trasformazione della società.

Tra i vari provvedimenti previsti dal progetto di riforma di stampo socialista cileno vi era anche il proseguimento della riforma agraria, che era già stata avviata dal governo precedente, guidato dal democristiano Eduardo Frei Montalva e che aveva portato alla nazionalizzazione di numerosi latifondi e a svariate occupazioni di terreno (“tome”). Il 3 novembre 1970, in un clima di fermento popolare, anche la famiglia di Rafael Aguirre, ottenne un piccolo appezzamento di terreno; da quel momento la sua vita inizierà ad intrecciarsi in modo indissolubile con l’esperienza allendista.

Dal 23 giugno 1973, data in cui avviene il primo tentativo fallito di golpe conosciuto come il “Tanquetazo”, si profila una minaccia concreta all’assetto democratico del paese. Successivamente a questo evento Aguirre (insieme ad altri cinque compagni che faranno parte del gruppo di rifugiati politici a Livorno) entra in contatto con le milizie di protezione di Allende, il cosiddetto «Grupo de amigos del Presidente» (Gap) e viene portato in incognito alla scuola di addestramento paramilitare presso la località montana di Cañaveral:

Noi eravamo lì da circa dieci giorni quando è iniziato il golpe. Quella mattina (11 settembre ‘73) ci hanno avvisato che i militari si erano sollevati a Valparaiso, di Santiago ancora non sapevamo niente; ci hanno dato delle armi e ci hanno mandati alla casa privata di Allende, in Tomás Moro. Quando siamo arrivati lì Allende era già partito per la Moneda, era rimasta la moglie, “la Tencha”, con le figlie. Quando iniziarono i bombardamenti, alcuni compagni del Gap portarono via i familiari del Presidente. Circa a quattro o cinquecento metri dalla casa c’erano i militari. Noi eravamo disposti a difendere il governo. Il combattimento non è durato molto, ma abbiamo resistito, i militari provarono ad entrare, ma non ci riuscirono. Io sono stato colpito da alcune schegge alla testa, il taglio più grande era quello al costato, senza conseguenze per fortuna. Abbiamo dovuto lasciare le armi e siamo scappati […] Bisognerebbe cominciare a prepararsi prima e non all’ultimo momento quando le cose precipitano. Forse è stato quello lo sbaglio dell’Unidad Popular e dei partiti di sinistra.

Una delle prime zone che perquisirono [i golpisti] fu il quartiere dove abitavamo noi, Lo Hermida, con un dispiego di forze enorme, c’erano i carri armati in strada […] Per più di una settimana non ho visto i miei compagni, cambiavo sempre casa e cercavo di evitare le pattuglie dei militari […] Durante quel periodo, durato almeno un mesetto, ci vedevamo sporadicamente e scappavamo per salvarci la pelle. Non sapevamo se i nostri nomi erano caduti nelle mani dei militari o no, di quelli che avevano occupato il Cañaveral, non sapevamo se i dirigenti erano riusciti a salvare i nostri documenti.

E aggiunge che negli anni seguenti:

a mano a mano venne pubblicato l’elenco con i nomi delle persone che non erano più ricercate [dalla Junta Militar]. Il mio nome faceva parte della lista. Era una lista enorme.

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“Il Telegrafo” di Livorno, 13 settembre 1973

Il golpe cileno segnò profondamente la società civile italiana, già di per sé inquieta e profondamente politicizzata, ma resa ancor più ricettiva dai timori di un’involuzione autoritaria del paese. Furono organizzate sin dai primi giorni in diverse città italiane, tra cui Livorno, numerose manifestazioni a sostegno del popolo cileno. Il quotidiano di Livorno “Il Telegrafo” in data 13 settembre ’73 riporta la notizia di reazioni di ferma protesta per il golpe cileno in tutti gli ambienti politici e sindacali cittadini, ma anche di astensioni al lavoro in segno di solidarietà con il popolo cileno e di una manifestazione unitaria presso il teatro “4 Mori”. Anche le parole di Mauro Nocchi ritraggono una città profondamente solidale:

Alcuni giorni dopo il golpe si organizzò al Goldoni un concerto con gli Inti-illimani (gruppo musicale andino n.d.a.). Questa fu la prima cosa che si fece. Con le canzoni che cantavano avevano già la linea politica.

Queste azioni di solidarietà si fondavano su valori condivisi da una parte consistente della società italiana, di giustizia sociale e antifascismo, proprio come testimonia il sindacalista della Cgil, Bruno Picchi:

I lavoratori si ritrovarono in Piazza della Repubblica […] C’era la consapevolezza di cosa significasse quel gesto. C’era tensione, nel senso di dover difendere i valori che ci avevano lasciato i nostri padri.

Intanto si diffondono le prime notizie delle terribili violenze subite dagli oppositori politici del regime di Pinochet. A livello istituzionale, l’Italia non riconosce il nuovo governo cileno.

Sempre Nocchi ci fornisce un’importante testimonianza riguardo alle azioni di protesta contro il regime:

Venne fuori l’idea di non far giocare la coppa Davis in Cile come atto di protesta. Io mi ricordo feci un manifesto, c’era lo stadio di Santiago con i prigionieri e la polizia che li sorvegliava con scritto sotto: “non si gioca nei lager”

Il Pci si impegnò in una mobilitazione organizzativa e propagandistica senza precedenti per un fatto di politica estera. La stampa di partito fu letteralmente tappezzata da notizie provenienti dall’America Latina a partire dall’autunno del 1973, in modo da fare del golpe che aveva affossato la democrazia cilena un motivo di discussione con l’intento esplicito di creare un clima utile al rilancio del Pci e della sua strategia.

L’allora segretario di partito Enrico Berlinguer, assieme ad altri dirigenti, aveva compreso già da tempo che l’«immobilismo dignitoso» in cui stagnava il partito non poteva più continuare. Il golpe cileno fece da catalizzatore, infatti a un mese da questo tragico evento Berlinguer decise di pubblicare una serie di articoli sulla rivista «Rinascita», nei quali espose l’idea del «compromesso storico» fra i principali partiti di sinistra: Pci, Dc e Psi, per impedire che l’Italia fosse colpita dallo stesso destino.

Dal punto di vista di Picchi la proposta di Berlinguer significava:

Ricercare nell’avversario di sempre le migliori forze, le migliori energie, per rafforzare la democrazia e una politica che fosse utile ai più deboli.

Per Daniela Bertelli (militante del Pci di Livorno):

Fu un fenomeno che portò ad un ripensamento sulla linea del Pci e non ebbe scarsa influenza sulla nostra politica […] Io ho creduto nel compromesso storico. Il discorso della differenza, che è un punto forte del femminismo italiano, per me era molto presente come modo di stare nel mondo. Questo perciò mi faceva anche essere aderente ad un tipo di impostazione come quella del compromesso storico.

Nel frattempo Rafael Aguirre, insieme ai suoi cinque compagni (e a molti altri oppositori di sinistra), decide di mettersi in salvo saltando il muro dell’Ambasciata italiana a Santiago, in modo da sfuggire alla spietata “caccia all’uomo” che si stava svolgendo all’esterno.

Quando eravamo all’Ambasciata i familiari passavano di fronte al cancello, noi li vedevamo, ma non potevamo dire niente, perché c’era sempre una pattuglia di militari; potevamo solamente mandare delle lettere alla famiglia tramite i funzionari del Consolato.

Dopo alcune settimane, Aguirre ed altri rifugiati ottengono il salvacondotto ed hanno circa 24 ore di tempo per abbandonare definitivamente il paese; grazie ai voli umanitari organizzati dall’ONU raggiungono Roma il 23 dicembre 1973 dove vengono in un primo momento accolti presso l’hotel Imperator, che era uno degli alloggi messi a disposizione dalla città capitolina per ospitare gli esuli cileni.

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La scheda di un esule cileno (Archivio Istoreco, Livorno)

Il palazzo romano di largo Torre Argentina diviene la sede dell’associazione “Italia-Cile” e dell’organizzazione internazionale “Chile Democratico”; in poco tempo Roma si trasforma nel maggiore centro propulsore, su scala internazionale, della massiccia azione di sostegno alla causa cilena.

Nel marzo del 1974 ad Aguirre e ad altri cinque compagni viene assegnata come città ospitante Livorno, partono quello stesso mese alla volta della città toscana. Solo nell’agosto del 1974 viene raggiunto dalla moglie Lina e dai figli, il ricongiungimento familiare era stato possibile grazie alla richiesta avanzata da Aguirre alla Croce Rossa internazionale presso l’Ambasciata italiana a Santiago.

Come testimonia Nocchi:

Alcuni cileni vennero anche a Livorno. Noi li aiutavamo come potevamo, alcuni trovarono lavoro nelle cooperative, poi piano piano si sono dispersi, c’è chi si è sposato, chi è tornato in Cile; poi nel tempo non li conosci più come cileni, sono livornesi […]

Inoltre, ci tiene ad evidenziare che:

Tutti i cileni che venivano stavano zitti. Erano talmente allibiti, addolorati da quello che era successo in Cile, che non se la sentivano di parlare. Sembra un po’ quello che accadde agli ebrei che tornarono dai lager nazisti.

Questo silenzio durato ben 46 anni che viene interpretato da Nocchi come reazione ad un sentimento di vergogna e sdegno per quanto accaduto, a mio avviso, può essere letto in parte anche come la conseguenza del sentimento di paura che, come affermato in un suo intervento dall’ex ambasciatore italiano Enrico Calamai dopo le sue esperienze in Argentina e in Cile durante gli anni Settanta, lascia tracce profonde anche a distanza di anni.

Questa testimonianza, come molte altre raccolte in questi anni da altri studiosi, è una memoria traumatica; un indicatore di questa sofferenza è il documento rilasciato dall’Ambasciata italiana a Santiago al nostro testimone, il quale successivamente deciderà di strapparlo. Oggi più che mai, è necessario rimettere insieme i pezzi di quel documento e ricomporre quella storia fatta di violenza e di nostalgia, ma anche di solidarietà e vicinanza.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




A FUTURA MEMORIA: l’Università di Firenze per la Giornata della Memoria 2020

Un percorso in quattro appuntamenti,

aperto a tutt*,

organizzato dall’Università di Firenze per la Giornata della Memoria 2020.
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COMMEMORAZIONE – Rastrellamento di Zeri 1945

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Insediato il Comitato scientifico del Parco della Pace di Sant’Anna di Stazzema

Martedì 7 gennaio si è insediato il Comitato Scientifico del Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema.

A farne parte sono Marco De Paolis, che è stato Procuratore Generale Militare sia nel processo che ha portato alla condanna di dieci SS per la strage di Sant’Anna di Stazzema sia di molti altri processi per crimini nazifascisti, il prof. Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto Nazionale Parri che coordina gli Istituti Storici della Resistenza e dell’età contemporanea, che è stato consulente per il processo su Sant’Anna e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’occultamento dei fascicoli sulle stragi nel cosiddetto Armadio della Vergogna, il prof. Gianluca Fulvetti, docente di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, autore di numerose pubblicazioni sul tema delle stragi contro i civili, lo storico locale Emmanuel Pesi, autore di alcune ricerche sul tema delle strage e il prof. Alessandro Romanini, docente alla Accademia di Belle Arti di Carrara, storico dell’arte e Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Ragghianti.

Il Comitato Scientifico è un organo previsto dal Regolamento dell’Istituzione Parco Nazionale della Pace ed esprime un parere sul programma delle attività oltre che su ogni questione attinente le scelte in campo artistico, storico, di ricerca. Nella prima seduta si è proceduto a prendere visione delle attività già calendarizzate per l’anno 2020 e a programmare le proposte per le prossime attività nel medio e lungo termine. Nel corso di tale seduta il Comitato ha eletto come Presidente il prof. Paolo Pezzino che ha un lungo percorso che lo lega a Sant’Anna di Stazzema.




Il confino politico a Ustica nel 1926-1927

La mostra “Il confino politico a Ustica nel 1926-1927” costruita con cura filologica, ripercorre la storia del confino a Ustica nell’anno della sua istituzione senza trascurare nessuna fonte. Gli autori mostrano una ricca varietà di materiale documentale che ha la capacità di aiutare l’osservatore ad entrare nel vissuto dei singoli confinati e ad avere uno sguardo attento e completo sui fatti storici. La mostra sarà inaugurata giovedì 16 gennaio alle ore 17,30 con la partecipazione di uno dei coautori, Vito Ailara. La sua presenza sarà l’occasione per un ulteriore arricchimento della sua ricerca e del suo lavoro.

Vi aspettiamo!




Piazza Fontana 50 anni dopo

Si terrà oggi pomeriggio nella prestigiosa cornice di Villa Paolina a Viareggio in via Machiavelli 2 (di fronte a Piazza Shelley) la presentazione del volume di Paolo Morando “Prima di Piazza Fontana. La prova generale”, edito lo scorso anno da Laterza, nel 50° anniversario del terribile attentato compiuto il 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura di Milano per mano di un gruppo neofascista: un evento che segnò la “fine dell’innocenza” dei movimenti giovanili e si lasciò dietro una scia di depistaggi, demonizzazione dei presunti responsabili – immediatamente ricercati fra gli anarchici sulla base di indagini pilotate dall’alto – e vittime innocenti (a cominciare da Giuseppe Pinelli).

Dialogheranno con l’autore Caterina Di Pasquale (Università di Pisa) e Filippo Gattai Tacchi (ISREC); ingresso libero.




“Il sogno di Jella”, cinquant’anni dopo.

Il 14 ottobre 2020 segnerà il cinquantesimo anniversario dalla scomparsa di Jella Lepman (1891-1970), giornalista e scrittrice di origine ebraica: costretta ad abbandonare la Germania nel 1936 a causa delle persecuzioni antisemite, vi avrebbe fatto ritorno nove anni dopo, nel 1945, nelle vesti di consulente pedagogica per l’esercito americano, consacrando i venticinque anni successivi alla costruzione di una cultura della pace soprattutto a partire dalle giovani generazioni e dal ruolo della letteratura per ragazzi, vista come il principale mezzo di diffusione delle idee di tolleranza e apertura verso l’altro.

Cinquant’anni dopo, il comune di Lucca ha deciso di ricordare questa straordinaria figura organizzando due eventi presso la Casa della Pace e della Memoria ospitata nel castello di Porta San Donato sulle mura urbane:

11 gennaio 2020, ore 17.00

presentazione del progetto “Il sogno di Jella” e inaugurazione della mostra fotografica “Attraverso i libri”, curata da M. Veracini e visitabile fino al 26 gennaio; saranno presenti Ilaria Vietina (assessora alle politiche formative, di genere e alla continuità della memoria storicoa) e Stefano Bucciarelli (presidente dell’ISREC Lucca)

23 gennaio 2020, ore 17.00

presentazione dell’edizione italiana dell’autobiografica di Jella Lepman “Un ponte di libri” (Sinnos Editrice); interventi di Ilaria Vietina, Anna Patrucco Becchi (curatrice del volume) e Teresa Leone (vicepresidente del consiglio comunale

Per informazioni:

scuolapace@provincia.lucca.it

tel. 0583 417481