Celebrazioni per Dante Castellucci “Facio” e presentazione del libro “Pietre di Libertà”

facio 2020 bissoli




L’eccidio di Monterongriffoli, 17 luglio 1920.

L’Italia uscì dalla Grande Guerra con una situazione di forte crisi economica e sociale, che causò un continuo incancrenirsi dello scontro politico. Nei primi mesi del 1920 si moltiplicarono le violenze. Il 7 marzo si registrò una prima aggressione alla Casa del popolo di Siena, durante la quale rimase ucciso un giovane di 18 anni, Enrico Lachi, per un colpo di pistola sparato da un appuntato dei carabinieri[1].
In segno di forte protesta, fu indetto lo sciopero generale. Si cominciava infatti a percepire una sentita avversione, di parte della forza pubblica e degli organi statali, contro i socialisti, che avrebbe in seguito condotto a una piena affermazione della violenza fascista[2].
Nel moltiplicarsi degli scontri, sabato 17 luglio si verificò l’episodio più tragico delle campagne.
L’oggetto del contendere era il “patto colonico”, del quale i mezzadri chiedevano alcune modifiche, per esempio di avere più del 50% del raccolto e di limitare il potere di escomio del padrone. L’occasione era il periodo della trebbiatura, il momento più delicato del lavoro nelle campagne, durante il quale lo sciopero assumeva una maggiore forza.
Un paio di poderi non ubbidivano all’ordine di scioperare emanato dal sindacato di matrice socialista. Di conseguenza, il proprietario della fattoria di Monterongriffoli, Aldo Bellugi Gragnoli, aveva chiesto al prefetto la protezione dei contadini che volevano tagliare il grano, in particolare il podere di Montepietri.
Problemi di scioperi si ebbero in tutta la provincia, che era in mano alle cosiddette “leghe rosse”, cioè le organizzazioni sindacali socialiste, tanto che fu proclamato lo “stato d’assedio”[3].
La nostra Provincia di questi giorni passati – scriveva il settimanale socialista “Bandiera Rossa Martinella” – è stata invasa da grandi forze armate col preciso scopo di soffocare col sangue la grandiosa compattezza delle masse agricole. La folla della campagna ha sostenuto l’urto violento, non ha piegato un attimo di fronte alla travolgente reazione padronale stimolante le autorità civili e militari alla più feroce repressione”[4].
La mattina del 17 luglio arrivarono a Monterongriffoli alcuni carabinieri del battaglione mobile di Roma, comandati da un maresciallo.
Il paese si sviluppava lungo la strada in discesa sotto una collina di tufo, e alla fine della stessa strada si trovava la villa padronale, che chiudeva l’abitato da un lato. Il maresciallo mandò una parte dei suoi uomini a sorvegliare il lavoro nei campi, mentre gli altri rimasero nella villa.

L’arrivo dei carabinieri aveva riscaldato gli umori degli scioperanti, che avevano comunque deciso di non impedire la trebbiatura da parte dei crumiri.
Erano i primi scioperi che venivano fatti; ancora il Fascismo non esisteva – ha testimoniato la sig.ra A. Meini – erano i contadini che volevano un po’ più di giustizia e stare un po’ meglio”[5].
Le rivendicazioni erano modeste e apparivano nel complesso degne di considerazione, non mettevano in dubbio l’istituto secolare della mezzadria. Ma gli animi erano stati accesi dalla forte propaganda socialista massimalista, dalla crisi economica e sociale, dalla speranza o paura – secondo in quale parte della barricata ci si trovava – di una rivoluzione come quella russa.
La scintilla che innescò la miccia degli scontri fu causata dall’arresto di tre contadini, che secondo alcune testimonianze erano ubriachi e provocarono i carabinieri, secondo altre avevano semplicemente sfoggiato vessilli rossi.
Ecco un paio di descrizioni contrastanti, da parte di due giornali, che fanno capire quanto fossero accesi gli animi e quanto le descrizioni risultassero di parte, orientando l’opinione pubblica dei lettori.
“La Vedetta Senese”, 19-20 luglio 1920.

A Monterongrifoli, frazione di S. Giovanni d’Asso, dove è situata la fattoria di proprietà del signor Aldo Bellugi, si trovavano 20 carabinieri per proteggere i lavori della trebbiatura. Nella mattinata di ieri 14 militi furono dislocati rimanendo così a Monterongrifoli 6 carabinieri con un commissario di P.S.
Una numerosa masnada di scioperanti si partì da S. Giovan d’Asso, distante pochi
chilometri, e si recò nella frazione a reclamare il rilascio di tre contadini arrestati.
Gli scioperanti ebbero la cura di sbarrare le strade d’accesso per impedire l’arrivo di rinforzi. Appena giunti a Monterongrifoli dettero un’assalto in piena regola ai R.R. C.C. tirando bastonate e commettendo violenza.
I carabinieri si difesero con i calci dei fucili cercando di ripararsi dalle botte date con rabbia e con forza, tanto che alcuno ebbe il calcio del moschetto spezzato da una bastonata. Mentre la zuffa continuava, arrivò un camion guidato da una guardia regia. Questa si accorse che un gruppo di forsennati cercava di prendere alle spalle un carabiniere per colpirlo a tradimento. Comprendendo che la vita del milite era in grave pericolo, la guardia sparò un colpo di rivoltella ferendo due contadini.
I carabinieri subito dopo, per non essere sopraffatti, spararono disperdendo la folla.
Si hanno a deplorare 4 morti e 4 feriti, fra i contadini.
I 6 carabinieri rimasero tutti più o meno gravemente contusi.
L’ord
ine è ristabilito”.

“Bandiera Rossa – Martinella”, 25 luglio 1920.

Ingresso Villa padronale a Monterongriffoli, giugno 2020

Sabato 17 verso sera tre contadini del vicino paese di Montisi si recavano a Monterongriffoli. Soffermatosi in una trattoria a bere, furono subito raggiunti dai carabinieri, i quali, senza motivo, li trassero in arresto, trasportandoli alla fattoria dell’agrario Aldo Bellucci-Gragnoli, poiché era colà che un camion di carabinieri comandati da un commissario di P.S. e da un maresciallo, sostava.
L
a folla composta, come dissi, di pacifici lavoratori, si avviava alla fattoria per chiedere il  rilascio degli arrestati. All’approssimarsi di questa, maresciallo, commissario e si dice anche il proprietario, ed il fattore, cominciarono a sparare. Fu un momento di panico. Si domandava se questi agenti e proprietari erano diventati pazzi. Si vedeva la faccia contorta del commissario che gridava sparando, il maresciallo e i carabinieri lo imitavano, dalle finestre della fattoria si faceva altrettanto. Cadevano contadini al suolo, feriti a morte. La folla veniva poi inseguita alla carica dai carabinieri, i quali piattonavano e colpivano col calcio del moschetto”.

La ricostruzione dei fatti risulta molto differenziata, nei giornali, nei documenti e nelle testimonianze. Quello che sembra certo è che arrivò una folla di persone, per chiedere di liberare i contadini fermati, che la folla entrò nel piazzale della villa padronale e che partirono colpi di arma da fuoco, non soltanto dalle pistole di ordinanza, come se qualcun altro avesse sparato contro i contadini.
Si contarono tre morti (Angelo Cingottini di 54 anni, Natale Baglioni di 30 anni e Settimio Capaccioli di 26 anni). Altre sei persone rimasero ferite.
I fatti di Monterongriffoli furono oggetto di un processo penale, tenuto nel corso del 1921, che si concluse in agosto, con le condanne per oltraggio e lesioni alla forza pubblica di alcuni contadini, che fecero ricorso in appello, e con l’assoluzione dai reati di omicidio e violenza del proprietaria dello fattoria Aldo e del parente Guido, per non aver commesso il fatto[6].
Poco dopo l’eccidio, ebbero termine le lunghe trattative sul patto colonico fra l’Associazione agraria in rappresentanza dei padroni e la Federazione italiana lavoratori della terra, in rappresentanza dei mezzadri.
Lo sciopero dei contadini può dirsi finalmente cessato” – scriveva il quotidiano “La Vedetta Senese” del 19-20 luglio –. Notizie che ci giungono da ogni parte della provincia confermano che i lavori sono già ripresi quasi da per tutto, e che in ogni modo l’agitazione è scomparsa possiamo sperare che fatti incresciosi non si abbiano a ripetere…
Disgraziatamente questo sciopero à voluto le sue vittime che potevano certamente essere evitate con un po’ di serenità
”[7].

Il paese di Monterongriffoli nei pressi della fattoria, giugno 2020

Note
[1] G. Maccianti, Una storia violenta: Siena e la sua provincia 1919-1922, Siena, Il Leccio, 2015, pp. 58-59.
[2] S. Maggi, Dalla città allo Stato nazionale. Ferrovie e modernizzazione a Siena tra Risorgimento e fascismo, Milano, Giuffrè, 1994, pp. 305-308.
[3] Lettera di Sesto Bisogni del 19 luglio, in “La Vedetta Senese”, 19-20 luglio 1920, p. 3.
[4] La ferocia bestiale dei carabinieri del re nello sciopero dei contadini, sbocca nel malvagio eccidio di Monterongriffoli, in “Bandiera Rossa Martinella”, 25 luglio 1920, p. 1.
[5] Statuto del Comune di Monterongriffoli. 1534, a cura di F. Raffaelli, Comune di San Giovanni d’Asso, 2001, p. 143.
[6] Archivio di Stato di Siena, Fondo Tribunale Penale di Siena, filza 611, Processi Penali, anno 1921, ottobre-novembre.
[7] Lo sciopero dei contadini. Lo sciopero è finito?, in “La Vedetta Senese”, 19-20 luglio 1920, p. 3.




76° Anniversario della Battaglia della Fonte dei Seppi

Domenica 12 luglio 2020 si terrà la commemorazione della Battaglia della Fonte dei Seppi.

Alle ore 11, presso l’Abetina agli Scollini, si terrà la cerimonia celebrativa di fronte al monumento ai caduti.
Interverranno:

GIUSEPPE MATULLI, Presidente Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea
LAURA SCALIA, Membro della Segreteria Provinciale ANPI Firenze

ROBERTO CORSI, Presidente della Sezione ANPI di Sesto Fiorentino

DIANA KAPO, Assessore del Comune di Sesto Fiorentino

EUGENIO GIANI, Presidente del Consiglio regionale derlla Toscana




“Resistenza e guerra civile”: il nuovo ciclo di presentazioni di libri a cura ISRT

L’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea propone un nuovo ciclo di presentazione di libri in collaborazione con la Biblioteca delle Oblate e nell’ambito delle attività culturale promosse dall’Assessorato alla Cultura del Comune (progetto Mosaico900).

Resistenza e guerra civile (1)




76° anniversario della Liberazione di Rosignano Marittima

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PREMIO SPADOLINI NUOVA ANTOLOGIA – XXIV Edizione

Fondazione Spadolini Nuova Antologia
PREMIO SPADOLINI NUOVA ANTOLOGIA

XXIV Edizione speciale per i 40 anni della Fondazione

 

La Fondazione Spadolini Nuova Antologia bandisce il consueto premio annuale che si richiama a quello fondato da Giovanni Spadolini in onore della madre Lionella.

Art. 1 – Il premio è a carattere nazionale ed è dedicato a un tema attinente alla:

STORIA POLITICA E CULTURALE DELL’ITALIA CONTEMPORANEA (dall’ ‘800 ai giorni nostri)

Art. 2 – Saranno premiate tesi di laurea (vecchio ordinamento o laurea magistrale) e di dottorato discusse nei tre anni antecedenti al 2 giugno 2020 da candidati che non abbiano superato i 35 anni alla data di scadenza del bando.
Art.3 – In ricordo dell’insegnamento storico di Giovanni Spadolini, è stato chiesto al Presidente del Senato e al Presidente della Camera dei Deputati il conferimento di un proprio premio di rappresentanza quale riconoscimento a tesi di laurea e di dottorato ritenute dalla commissione particolarmente meritevoli per l’interesse e l’originalità della tematica affrontata e per il rigore scientifico.
Art. 4 – Il premio consiste in euro 6000, divisibile fino a quattro vincitori ripartiti fra tesi di laurea e/o di dottorato.
Art. 5 – Le domande, indicanti la data della discussione della tesi di laurea (con indicazione del relatore e del
punteggio conseguito) o di dottorato, accompagnate da un breve curriculum e sintesi del lavoro svolto, con
indicazione delle fonti, nonché una copia dell’elaborato (in forma cartacea o in dischetto, completa dei dati
dell’interessato, con indirizzo di posta elettronica e numero di cellulare) dovranno pervenire entro e non oltre il 30 settembre 2020 alla sede della Fondazione Spadolini Nuova Antologia, Via Pian dei Giullari n. 139, 50125 Firenze. Gli elaborati inviati non saranno restituiti.
Art. 6 – La commissione giudicatrice è composta dal prof. Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia, dalla prof.ssa Gabriella Ciampi, ordinaria dell’Università degli Studi della Tuscia, dal prof. Sandro Rogari, presidente dell’Accademia Toscana di scienze e lettere La Colombaria, e dal prof. Angelo Varni, professore emerito dell’Università degli Studi di Bologna. La comunicazione ai vincitori avverrà con lettera, recante altresì l’indicazione della data della cerimonia di premiazione.

www.nuovaantologia.it
Via Pian dei Giullari 139- 50125 Firenze
fondazione@nuovaantologia.it
tel. 055- 687521




Cattolici e comunisti in Valdinievole

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, papa Pio XII individuò nel comunismo il vero nemico della Chiesa Cattolica, anche perché nei Paesi nell’orbita comunista come la Polonia, l’Ungheria e la Jugoslavia, molti importanti prelati vennero arrestati o perseguitati. In Italia, per di più, il fronte popolare che si presentò compatto alle elezioni del 1948 spaventò il Vaticano. In questo contesto, nel 1949, il Papa promulgò un atto che fece storia: la scomunica dei comunisti. Negli anni la situazione di conflitto tra la Chiesa e il mondo comunista visse alti e bassi, fino a quando sul soglio pontificio arrivò Giovanni Paolo II che invece contribuì in modo netto alla caduta della cortina di ferro.

Nel 1958 – dopo la morte di Pio XII e l’elezione del papa di Giovanni XXIII – l’episcopato latino vide essenzialmente una linea di continuità con quanto avvenuto fino a quel momento nella chiesa e nel rapporto con i laici. Papa Giovanni aveva ereditato una chiesa in «stato di assedio»[1] contro il pericolo comunista considerato un sistema politico anti-religioso che, proibendo la libertà di espressione religiosa del singolo, diffondeva un modello incentrato sull’ateismo. Dal 1951 era vescovo della diocesi di Pescia in Valdinievole Dino Luigi Romoli o.p. che il 20 novembre 1959 mandò il suo votum a Roma per la consultazione mondiale voluta da Giovanni XXIII in vista dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il vescovo nel votum non pronunciò una condanna diretta di comunismo, socialismo e materialismo perché per lui i problemi più gravi erano da imputare ai nuovi mezzi di comunicazione di massa che andavano a diffondere uno stato di relativismo morale e edonismo all’interno di una società sempre più secolarizzata e lontana dai modelli evangelici. All’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II rimase l’attesa di una probabile condanna del comunismo nonostante papa Giovanni avesse cercato, con la Gaudet mater ecclesia, di smorzare i toni dell’episcopato latino e del Sant’Uffizio. Dopo le elezioni politiche del 28 e 29 aprile 1963 Romoli, sul giornale della diocesi di Pescia La Voce di Valdinievole, vedeva diffondersi, anche nel suo territorio, la presenza comunista. Per il vescovo l’aumento dei voti comunisti era da imputare prevalentemente alla mancanza di spirito cristiano a cui si poteva rimediare grazie alla preghiera costante che poteva permettere il recupero dei fedeli che si erano allontanati da Dio a causa dei falsi modelli diffusi dal materialismo e dal comunismo.

Dopo il pontificato giovanneo il 21 giugno 1963 veniva eletto papa, Paolo VI. Il 23 giugno 1964, nel primo anniversario dell’elezione di papa Montini, Romoli elogiò i magisteri e le personalità di Paolo VI, Giovanni XXIII e Pio XII, che era stato oggetto di forti critiche proprio in quei giorni. Per il vescovo di Pescia Romoli – riprendendo le parole che Paolo VI aveva pronunciato nel discorso rivolto alle C.E.I. del 15 aprile 1964 – aveva paura che la società umana e la fede fossero costantemente minacciate dalla diffusione del laicismo, del materialismo e del comunismo. L’ostilità nei confronti del comunismo si era accentuato dopo che il drammaturgo tedesco Rolf Hochhulth, con la rappresentazione teatrale Il vicario, aveva accusato Pio XII di aver taciuto di fronte ai crimini commessi dai nazisti nella seconda guerra mondiale. Per il vescovo di Pescia papa Pacelli non avrebbe potuto far niente di più di ciò che aveva fatto perché ciò avrebbe peggiorato e aggravato la situazione dei perseguitati ebrei.

Alla fine degli anni ’60 la crisi dell’Azione cattolica, delle ACLI e il dibattito sulla Legge 898/1970 sul divorzio e il primo Referendum abrogativo della Repubblica del 1974 rappresentò per la Chiesa il simbolo delle difficoltà postconciliari presenti nella risoluzione del difficile rapporto fede-politica. L’approdo delle ACLI al socialismo si poteva collocare dopo le elezioni del maggio 1968. Livio Labor rilevava come il giudizio degli elettori avesse confermato il crescente malumore verso il centro-sinistra.  L’ 8 marzo 1969 Livio Labor, già presidente delle ACLI dal 1961, fondò assieme a Riccardo Lombari l’Associazione di cultura politica (Acpol) che inizialmente vide coinvolti esponenti della corrente di sinistra della DC. Nel 1970 l’Acpol si trasformò in Movimento politico del lavoratori (Mpl) sia per uscire dal «bipartitismo imperfetto» che per superare il monopolio politico della rappresentanza dell’elettorato cattolico. Il Movimento si presentò alle elezioni politiche anticipate del 1972 ma non riuscì ad ottenere una rappresentanza in Parlamento. Dopo le elezioni Labor decise di confluire nella maggioranza del Partito Socialista Italiano collocandosi nella sinistra che faceva capo a Riccardo Lombardi. Nel 1973, dopo le elezioni politiche dell’anno precedente che restituirono la maggioranza del Parlamento al centrosinistra, Romoli, ispirandosi alla definizione del comunismo data da Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris del 1937, insieme ad altri quattordici vescovi italiani ribadì, sia sulla rivista tradizionalista «Relazioni» che sulla rivista «Cristinità» dell’organizzazione di estrema destra “Alleanza Cattolica”, Sempre valida la condanna contro il comunismo ateo con la motivazione che «il comunismo – volendo disperdere l’uomo nella massa anonima e pretendendo di imporre un’umanità senza Dio – è intrinsecamente perverso»[2].

Per concludere il processo di “secolarizzazione” della mentalità e l’inizio della crisi all’interno del sistema dei partiti contribuirono ad accelerare ciò che prima era sotto il controllo del Papa e dei vescovi. I cambiamenti politici e sociali dovevano essere considerati come un effetto della trasformazione dell’Italia.

Michele Pandolfo nasce a Pescia e risiede a Monsummano Terme in provincia di Pistoia. Dopo la maturità informatica conseguita all’Istituto Tecnico Industriale di Pistoia si iscrive all’Università degli Studi di Firenze per studiare storia e conseguire la Laurea Magistrale in Storia del Cristianesimo contemporaneo con una tesi dal titolo: Un vescovo “tridentino” all’epoca del Concilio Vaticano II: Dino Luigi Romoli o.p. Infine, consegue il Master di I livello “PluReS” (Pluralismo Religioso e Sapere Storico) presso la Fondazione per le Scienze Religiose “Giovanni XXIII” di Bologna.

 

[1] G. Turbanti, Il problema del Comunismo al Concilio, in A. Melloni (ed.), Vatican II in Moscow (1959-1965), Leuven, Bibliotheek van de Faculteit Godgeleerdheid, p. 147.

[2] Reginaldo Giuseppe Maria Addazzi (o.p.), Carlo Angeleri, Giulio Barbetta, Luigi Carlo Borromeo, Raffaele Campelli, Cesario D’Amato (O.S.B), Francesco Venanzio Filippini (O.F.M.), Nicola Margiotta, Martino Matronola (O.S.B.), Giovanni Battista Pardini, Giustino Giulio Pastorino (O.F.M.), Vito Roberti, Dino Luigi Romoli (o.p.), Zenone Albino Testa (O.F.M.), Sempre valida la condanna contro il comunismo ateo, in «Relazioni», (1973/1-3). Contro il comunismo. Sempre valida la condanna del comunismo ateo, in «Cristianità», (1973/0).




Dover partire.

Come afferma Patrizia Gabrielli, quello biografico è un approccio a lungo rimasto a margine rispetto alla produzione storiografica sull’antifascismo che, solo fino a pochi anni fa, pareva prediligere una rimozione del retaggio delle storie personali, dei vissuti soggettivi quasi fossero soffocate dalle gesta dei molti eroi che contraddistinsero il periodo e segnarono la storia della nostra repubblica e della nostra libertà.

Nell’ambito della produzione memorialistica sull’antifascismo, il metodo biografico ha acquistato progressivamente uno spazio significativo, al punto che ormai, costituisce parte integrante della bibliografia sull’emigrazione con le sue memorie, autobiografie e carteggi, che hanno avuto il potere di mettere in luce angoli visuali inattesi.

Le ricche e interessanti storie soggettive e collettive contribuiscono così a rendere una visione d’insieme dell’esperienza dei fuoriusciti italiani attraverso plurimi punti di osservazione, non solo statistici o politici. La visione al tempo stesso vittimistica ed elogiativa dei migranti italiani all’estero, offre più profondi e interessanti spunti di riflessione sociologica e culturale. Infatti, ogni situazione contiene in se stessa una complessità che la rende unica. Questo articolo descrive la storia della migrazione da Marti a Valbonne durante l’affermazione del fascismo in Toscana raccontando, a titolo di esempio, la storia della famiglia Lanini una delle 28 famiglie immigrate in quel periodo da un paese che contava all’epoca 2000 anime, insieme ad altri toscani perseguitati dal fascismo[1]. In questa ondata migratoria una famiglia si caratterizzò dalle altre. In quanto strumento del regime, aveva un incarico ben preciso quello del controllo affermando le direttive del fascismo, fuori dal territorio nazionale, seppur interpretate secondo le necessità locali[2]. Il fascismo aveva provato a più riprese a incunearsi nelle società ospiti sebbene la forza del regime sia stata riconosciuta, soprattutto in Francia, con maggiore reticenza[3], sebbene tutti gli studiosi abbiano sempre concordato sul fatto che solo una minoranza degli italiani avesse aderito alle organizzazioni antifasciste all’estero.

Primo Lanini arrivò a Valbonne (Francia) nell’estate del 1924 a piedi, dopo una lunga e disagiata marcia lunga 400 km durata 5 settimane. Aveva 37 anni.  Il suo è un viaggio esplorativo per verificare la situazione, trovare un alloggio, prendere accordi, stabilire contatti, comprendere le potenzialità da dove partire. Cosetta è l’ultima figlia nata in Italia e ancora vivente. Nasce il 5 dicembre 1924 al civico 18 di Borgo d’Arena, una borgata di Marti, al tempo frazione del comune di Palaia in provincia di Pisa un quartiere, molto attivo da un punto di vista di impegno politico dove risiedevano anarchici, socialisti e comunisti afferenti alla Lega mista contadini-operai formatesi con autentica partecipazione durante il biennio rosso ma anche l’associazione La fratellanza operaia legata al modello del mutuo soccorso e già attiva agli inizi del 1900.

La scelta del luogo dove installarsi con la famiglia era riconducibile essenzialmente al passaparola con altre famiglie toscane emigrate a Valbonne[4] già a fine Ottocento per motivi legati al lavoro stagionale costituito principalmente dalla vendemmia dell’uva servan e dalla raccolta dei fiori come il gelsomino e la rosa centifoglia per le profumerie di Grasse, che attirava nella zona donne e uomini provenienti anche dalla provincia di Cuneo e dalle valli limitrofe[5] e dal fatto che la Francia, in quel momento, registrava un importante presenza di antifascisti (nel dipartimento Alpi Marittime e nella Regione PACA ce ne sono molte)[6]. Il Paese confinante era stato ritenuto da Primo l’alternativa più sicura e più accessibile considerato l’inasprimento dei rapporti internazionali e l’affermarsi del fascismo. La comunità martigiana proveniva da un paesaggio rurale caratterizzato dalle belle colline inferiori pisane, punteggiato da boschi e calanchi di creta argillosa. La gente allevava polli, vitelli e porci, intrecciava cesta, costruiva cerchi per le botti, lavorava il castagno, forgiava il ferro, coltivavano la terra, il mare non era nelle loro corde, né tantomeno il paesaggio urbano di Nizza, per questo la scelta di un paese simile, se non altro per clima e contesto, sembrò la più appropriata. Valbonne al tempo, era circondata da boschi si poteva tagliare la legna, venderla, trasformarla in carbone, costruire gabbie per gli uccelli, arrangiarsi, ingegnarsi, destreggiarsi, adattarsi ma lavorare finalmente in pace e vivere in attesa di tempi migliori. Le migrazioni cambiano e arricchiscono la storia di un Paese, trasformano la composizione sociale e politica di un luogo, incrementano l’economia locale ma la transizione non è così immediata, lineare e pacifica e, sicuramente nella fase iniziale, non è mai semplice inserirsi nel nuovo tessuto sociale. Così, spesso, gli eventi sfociavano in importanti divergenze culturali anche se, nel caso di Valbonne, non ci sono state mai vere e proprie discriminazioni da parte francese[7]. L’integrazione, anche solo lavorativa, non sembrava essere facile salvo sfruttare liberamente le risorse naturali del territorio: i boschi, rendendo vitale questo settore. I martigiani si specializzarono nel taglio del bosco e nella produzione del carbone, realizzavano fascine per venderle nei ristoranti, nei panifici o nei forni di cottura della celebre ceramica di Vallauris dove si installerà Picasso dal 1948 al 1955[8].

unnamedParisina Bottai con il primogenito Rigoletto, 10 anni,  Alfio, 5 anni e Cosetta, di soli sei mesi[9], arrivarono a Valbonne un anno più tardi, nell’estate del 1925, quando ormai in Italia erano state parzialmente approvate le leggi fascistissime trasformando, progressivamente, la monarchia parlamentare in una dittatura totalitaria. Arrivarono con il treno con un biglietto di terza classe fino a Ventimiglia dove Primo li raggiunse e li aiutò a passare la frontiera. Lanini era un socialista non interventista (aderente in un successivo momento al comunismo) che, suo malgrado, fu coscritto quattro anni nel corpo degli alpini e inviato sul fronte orientale in Trentino Alto Adige per combattere durante la Prima Guerra mondiale[10]. Tornato a casa, scioccato da quanto aveva visto e vissuto, demoralizzato e amareggiato per il trattamento riservato loro al rientro dalla guerra, cercava, come tutti i reduci, di reinserirsi nel tessuto sociale e riprendere stabilmente il suo lavoro di boscaiolo che gli consentisse di mantenere la famiglia. Così quando le camice nere andarono a cercarlo a casa per ingaggiarlo nelle loro spregiudicate imprese intimidatorie, Primo non ne volle sapere: era stanco della violenza e del dolore. Era un uomo giusto, dignitoso, le sue pretese erano semplici e lecite:  voleva solo ricominciare a lavorare e dimenticarsi dell’orrore della vita delle trincee e della disillusione delle promesse fatte. Lanini non condivideva l’ideologia fascista pertanto si rifiutò con fermezza di partecipare anche alla Marcia su Roma. Considerato un sovversivo, divenne vittima delle vessazioni delle cosiddette squadracce e a seguito di un’aggressione fisica grave decise di mettersi in salvo con la famiglia da un paese ingrato e illiberale.. Vi erano già state nel Comune di Palaia situazioni di tensione alcune delle quali trasformarsi in tragedia. Una sera durante una veglia clandestina, un gruppo di camicie nere provenienti da Pontedera fece irruzione nella casa dove si erano riuniti clandestinamente alcuni esponenti antifascisti e cominciarono a colpire all’impazzata con il manganello tutti i partecipanti alla riunione. Emilio Doni (1886-1954) attivo sindacalista e autorevole sindaco di Palaia già dal 1920 si mise miracolosamente in salvo saltando velocemente fuori dalla finestra e nascondendosi dentro il forno per il pane. Doni fu costretto a dimettersi dal ruolo di sindaco a causa dell’avanzamento dell’ondata nera guidata dai proprietari terrieri della zona tra tensioni e tumulti che sfociarono in feroci aggressioni e atti di sangue. Ma l’evento determinante che fece maturare definitivamente la scelta di Primo Lanini di trasferirsi in Francia fu l’aggressione e l’omicidio di un compaesano. Primo, che da qualche tempo aveva già preso in considerazione l’ipotesi della fuga all’estero, ne fu convinto soprattutto dopo l’assassinio di Alvaro Fantozzi[11]  segretario della Camera del lavoro di Palaia di soli 29 anni avvenuto sulla strada di Castel del Bosco al mattino del 2 aprile 1922 mentre si recava a un comizio a Marti per cercare di ripristinare la Lega mista contadini-operai. Lanini comprese che la situazione stava degenerando, accelerò dunque i tempi passando velocemente all’azione avvalendosi delle indicazioni di altri martigiani che anni prima avevano già tentato l’avventura in cerca di fortuna e che nel frattempo, grazie a scelte oculate, erano diventati abbienti. Infine, la realtà nella quale questo giovane toscano dovette, suo malgrado, vivere gli prospettò un avvenire tranquillo e agiato, così quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale si paventò l’idea di ritornare a casa a Marti, la scelta fu quella di restare in Oltralpe, a Valbonne dove morirà nel 1973[12]. Nonostante un forte senso esistenziale lo legasse ancora alla Toscana, la sua vita era ormai orientata a Valbonne e la Francia gli aveva procurato protezione e benessere economico.

[1] Famiglie provenienti da Marti: Bottai, Balducci, Bagnoli, Bandini, Banti, Doni, Trinti, Monti, Catalini, Giglioli, Ciampini, Cenci, Corti, Costagli, Ceccarelli, Giannini, Marmeggi, Gorini, Lanini, Nardi, Pretini, Pitti, Telleschi, Ulivieri, Regoli, Pistolesi, Pupeschi, Vanni. Famiglie originarie di Ponte a Egola : Billeri, di Forcoli : Doveri, di Massa : Trietti, di Pontremoli : Biasini e Valenti. Infine, famiglie provenienti da Pistoia: Vivarelli e Bizzarri.
[2] Il fascismo aveva provato a più riprese a incunearsi nelle società ospiti sebbene le forza del regime sia stata riconosciuta, soprattutto in Francia, con maggiore reticenza, sebbene tutti gli studiosi abbiano sempre concordato sul fatto che solo una minoranza degli italiani avesse aderito alle organizzazioni antifasciste all’estero.
[3] La penetrazione del fascismo nelle comunità italiane all’estero è stata per lungo tempo sottovalutata dalla storiografia, tanto in Italia quanto nei paesi d’arrivo. La storia del fascismo all’estero si è arricchita, nel corso degli anni, di diversi contributi che hanno ricostruito la penetrazione del regime in svariati contesti nazionali e regionali. Nell’ambito della storiografia italiana, il contributo recente più interessante appare quello di Matteo Pretelli.
[4] Demografia di Valbonne village: 1891 = 1015 , 1896 = 1138, 1901 = 1067, 1911 = 1045, 1921 = 831, 1926 = 949, 1931 = 1063. Nel periodo di cui stiamo parlando Valbonne contava 949 abitanti. Ultimi dati aggiornati al 2017 = 13 325 abitanti.
[5] Il Comune di Valbonne si era già dimostrato accogliente nei confronti degli italiani che svolgevano lavori stagionali poiché aveva già ospitato altri migranti toscani, provenienti da Marti primo su tutti Amerigo Balducci giunto nel villaggio nel 1895 con la moglie Zaira Nardi, seguiti, in ordine sparso, da altre 6 famiglie di cui il nucleo di Armando Nardi e Ida Petrini arrivati a Valbonne nel 1904 che rappresentano un’importante testa di ponte per la successiva migrazione politica.
[6] Occorre ricordare, a titolo di esempio, la famiglia di Amleto Gorini martigiano installatosi a Draguignan e Danilo Gorini che fu a lungo sindacalista nella CGT e che partecipò alla Resistenza francese.
[7]  Le condizioni di vita erano piuttosto favorevoli e la comunità locale dimostrava quanto meno una certa tolleranza nei loro confronti. Nel censimento del 1936 si contano in Francia 720.000 italiani tra esuli antifascisti e comunità di lavoratori immigrati di cui 11.000 aderenti ai partiti politici antifascisti.
[8] Studi antropologici mostrano che la catena di immigrazione si organizzava per via familiare, così che le nuove comunità che si formavano erano omogenee per area di provenienza; la stabilità di tale flusso migratorio è confermata dall’esiguo numero di ritorni in Toscana.
[9] L’ultima figlia della famiglia Lanini, Angel, nascerà in Francia nel 1931.
[10] Primo Lanini fu insignito dal capo della Repubblica dell’Ordine di Vittorio Veneto dell’Onorificenza di cavaliere al valore militare (Numero d’ordine 315). L’onorificenza commemorativa fu istituita in Italia nel 1968 dall’allora presidente Giuseppe Saragat.
[11] Alvaro Fantozzi, Segretario della Camera del lavoro di Palaia e Assessore comunale a Pontedera, fu un infaticabile organizzatore di leghe bracciantili. Il giovane fu assassinato con armi da fuoco la mattina del 2 aprile 1922 da tre fascisti di San Miniato rimasti poi impuniti. Dopo l’omicidio Fantozzi, che scosse per la sua cruenza tutta la Valdera, i comunisti aggredirono due fascisti a cui seguì una pronta rappresaglia delle camicie nere che, in varie località della Provincia di Pisa, bastonarono gli avversari.
[12] Solo due famiglie dell’ondata migratoria tornarono a Marti dopo la fine della seconda guerra a causa di lutti e della necessità di fornire un aiuto materiale ai propri cari. Gli altri rimasero tutti in Francia dove nel frattempo avevano preso la nazionalità.