Pubblicata online la nuova offerta formativa ISRT per le scuole!

L’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea, grazie alle proprie docenti distaccate e al lavoro di direzione e collaboratori, offre una rinnovata offerta formativa per insegnanti e scuole. Conoscenza della storia del ‘900 e educazione alla cittadinanza ne sono gli ambiti essenziali sia per la formazione docenti che per i progetti per le classi, realizzabili sia in presenza che a distanza.

Alla vigilia del nuovo anno scolastico, così complesso e difficile, un supporto per confermare e accrescere vicinanza e attenzione al mondo della scuola.

In allegato la brochure con i progetti.




Il terribile agosto del 1944 a nord delle Alpi Apuane

Nell’estate del 1944 l’attività partigiana nell’area apuano-lunigianese stava crescendo a ritmi sostenuti. Piccole bande formate da giovani provenienti da Carrara, dalla Lunigiana toscana, dalla Val di Magra e dalla Spezia contendevano il controllo del territorio alle autorità fasciste e ostacolavano i lavori di fortificazione tedeschi lungo la futura Linea Gotica/Linea Verde.

E’ in questo contesto che si colloca l’operato della 16a Panzergrenadier Division “Reichsführer-SS” nell’area apuana durante l’agosto 1944. Analogamente a quanto stava già facendo in Versilia, la divisione comandata dal generale Max Simon s’impegnò infatti a isolare i partigiani e a rendere sicura l’area per i tedeschi colpendo in modo indiscriminato e terroristico la popolazione civile.

Il primo scontro tra SS e partigiani locali avvenne il 24 luglio presso Canova di Aulla, quando due automezzi tedeschi furono attaccati dai partigiani. Per l’uccisione di un militare SS e il ferimento di altri tre furono fucilati quattro uomini e il paese incendiato. Alcuni giorni dopo, il 2 agosto, membri di un battaglione genieri SS di stanza a Fosdinovo furono attaccati dai partigiani della formazione “Ulivi” nei pressi del paese di Marciaso. Non ci furono vittime, ma la sparizione di due militari, datisi alla fuga e ritenuti morti, diede l’avvio a una nuova rappresaglia. Le SS circondarono Marciaso e catturarono decine di uomini, donne e bambini, poi liberati alla ricomparsa dei militari dispersi. L’intero paese fu comunque minato e fatto saltare il 3 agosto e sei anziani che non avevano lasciato le proprie case rimasero uccisi.

Walter Reder

Walter Reder

Lo spaventoso salto di qualità nelle pratiche repressive avvenne però nella seconda metà di agosto: il 17 i partigiani dell’ “Ulivi” si scontrano nuovamente con un reparto di genieri SS a Bardine di S.Terenzo Monti, nel comune di  Fivizzano. Nel combattimento i partigiani subirono alcune perdite, ma ebbero la meglio: 16 militari tedeschi rimasero uccisi e uno gravemente ferito. Nello stesso giorno le SS recuperarono i corpi dei loro commilitoni, incendiarono alcune case e uccisero due anziani coniugi, ma la vera rappresaglia sarebbe avvenuta due giorni dopo.

Il 19 agosto quattro compagnie del battaglione esplorante della 16a divisione SS, sotto il comando del maggiore Walter Reder, si portarono insieme ad altri reparti della stessa grande unità sul luogo dello scontro con i partigiani e vi uccisero 53 uomini rastrellati in Versilia alcuni giorni prima, lasciandone esposti i corpi legati agli alberi e ai pali dei filari delle viti. SS agli ordini di Reder si diressero poi a S.Terenzo Monti, dove uccisero il parroco, e nel vicino podere di Valla, presso il quale catturarono più di cento persone sfollate dalle proprie case per paura della rappresaglia. I prigionieri, in maggioranza donne e bambini, furono uccisi con raffiche di mitragliatrice. Si salvarono solo una donna e sua figlia, fuggite prima del massacro, e una bimba di sette anni che si  finse morta.

Come in Versilia, anche nel territorio apuano la “Reichsführer-SS” aveva ormai oltrepassato i limiti della semplice rappresaglia giungendo a pratiche di sterminio generalizzato di un’intera comunità che richiamavano quelle attuate sul fronte russo. La zona immediatamente a nord delle vette delle Alpi Apuane era stata inoltre identificata dalle SS come un covo di pericolosi “banditi”. Nei giorni successivi il comando della 16a divisione SS pianificò quindi un rastrellamento generale destinato a “ripulire” l’area da partigiani e presunti fiancheggiatori.

Il rastrellamento del 24 agosto (cartina di M.Fiorillo)

Il rastrellamento del 24 agosto (cartina di M.Fiorillo)

Il 24 agosto i rastrellatori circondarono da tutti i lati il basso fivizzanese, mentre il battaglione esplorante SS e reparti della Brigata Nera di Carrara risalivano la valle del torrente Lucido fino alla conca montana di Vinca. L’operazione, diretta dal maggiore Reder, si trasformò presto in un eccidio generalizzato di civili lungo tutto il percorso dei rastrellatori e soprattutto nell’area di Vinca.

Un totale di 171 persone, quasi tutti donne, bambini, anziani, infermi, furono uccisi nei giorni del rastrellamento. I partigiani presenti nell’area, formalmente uniti in un’unica brigata ma incapaci a coordinarsi, non furono in grado di contrastare efficacemente i rastrellatori.

Fino al suo trasferimento in Emilia, verso la metà di settembre, la “Reichsführer-SS” continuò a seminare il terrore nell’area settentrionale delle Apuane, mietendo vittime innocenti sia nel fivizzanese che nel carrarese.

Maurizio Fiorillo, dottore di ricerca presso l’Università di Pisa, collabora con l’Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; si occupa di storia della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Ha pubblicato saggi su riviste e un volume sulle formazioni partigiane della Lunigiana.




Cerimonia di premiazione XV edizione Premio Speciale Cultura Politica – Giovanni Spadolini

Sabato 29 agosto
Cerimonia di premiazione
XV edizione Premio Speciale Cultura Politica – Giovanni Spadolini
in collaborazione con Fondazione Spadolini Nuova Antologia
La premiazione avverrà nell’ambito del “Festival La Forza delle idee” a cura di Paolo Mieli
a seguire conversazione con
Marta Cartabia
Presidente della Corte Costituzionale
Giudice e prima Presidente donna della Corte Costituzionale. A Marta Cartabia, prima dell’intervista di Paolo Mieli, sarà consegnato da Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia e Daniele Donati, sindaco di Rosignano Marittimo, il Premio Speciale cultura politica Giovanni Spadolini.
L’Italia in Europa” è il titolo di uno dei libri di Marta Cartabia, ma è anche la sintesi del suo percorso culturale basato sul confronto e sulla integrazione tra i diversi ordinamenti: dalla laurea alla Statale di Milano, relatore Valerio Onida, con la tesi “Esiste un diritto costituzionale europeo?”, al dottorato in quel laboratorio di identità continentale che l’Istituto universitario europeo alla Badia fiesolana e poi i soggiorni negli Stati Uniti e la collaborazione con i maggiori centri di ricerca stranieri. All’impegno accademico si è aggiunta per Marta Cartabia la nomina – da parte del Presidente della Repubblica – a giudice della Corte Costituzionale. Dove, dopo 5 anni di vicepresidenza, è stata eletta l’11 dicembre del 2019 presidente. Prima donna a guidare la Consulta.
Il suo esempio dimostra che è possibile sfondare il “soffitto di cristallo” che spesso blocca le donne competenti sulla soglia della stanza del potere, ma è anche la testimonianza che con intelligenza, impegno, passione e competenza si può incidere sulla realtà che ci circonda. Sono i valori di “quella certa idea dell’Italia” cara a Spadolini e la motivazione più profonda per questo riconoscimento.

ore 21:15, area concerti, parco del Castello Pasquini – Castiglioncello (LI)

In caso di pioggia presso il Teatro Solvay
via E.Solvay, Rosignano Solvay

*L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento dei posti disponibili, è consigliata la prenotazione su: https://reservo.me/legsrl/
* L’accesso all’area è consentito entro le ore 21:00
La partecipazione è organizzata in ottemperanza alla normativa vigente per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologia da COVID-19



76° anniversario dell’eccidio nazi-fascista delle Guadine e della Valle dei Canali

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76° anniversario dell’Eccidio del Padule di Fucecchio

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Itinerari chiniani a Montecatini Terme

Si dice che Montecatini sia l’armonico e straordinario connubio di antico e moderno, identificabili rispettivamente con la parte alta della città, sede dell’antico castello e teatro di numerose battaglie, e con la zona dei bagni termali, a valle, dove prima dei Lorena i benefici delle acque rimanevano relegati ad un’insalubre area stagnante.
Inizialmente l’unica Montecatini era quella sulla collina, fondata intorno all’anno Mille, e bruciata dall’incendio del 1554. Si deve al periodo delle grandi riforme leopoldine (1773) il ritorno alla salubrità della zona sottostante: il Granduca Pietro Leopoldo fece costruire canali di smaltimento delle acque per recuperare il territorio e favorire l’uso delle sorgenti termali, per le quali cominciò, inoltre, un’intensa edificazione di stabilimenti. Nonostante le migliorie pubbliche consentissero una riqualificazione della parte bassa, si dovette però aspettare fino al 1905 per veder nascere il Comune di Bagni di Montecatini, poi Montecatini Terme, che immediatamente assunse nell’estetica cittadina gli inconfondibili tratti della belle epoque. Basterebbe scorrere le fotografie del tempo o una serie di vetuste cartoline per notare tripudi di cappellini piumati su belle signore in posa, davanti ai classici e maestosi edifici termali.

Un indiscusso protagonista di questa ristrutturazione cittadina all’insegna del bello fu Galileo Chini con la sua manifattura ceramica, della quale coordinava la direzione artistica. La storia della fabbrica è ormai nota e, per riassumerla in pillole, non rimane che far riferimento agli innumerevoli successi nazionali e internazionali che, sin dalla fondazione (1896, al tempo Arte della Ceramica) essa accumulava: Torino (1898) Parigi (1900), Pietroburgo, Gand, Bruxelles (1901) e ancora Torino (1902) sono solo alcune delle Esposizioni in cui la Manifattura ricevette le onorificenze più alte.
Nei primi vent’anni di attività, quindi, il successo della produzione chiniana era talmente attestato sul territorio che chiamare tali maestranze per intervenire sui lavori pubblici era sintomo d’indiscusso prestigio. Questo fu probabilmente il pensiero dell’architetto Raffaello Brizzi e dell’ingegner Luigi Righetti, quando proposero in Giunta Comunale l’affidamento della copertura per i velari principali al Chini.

In effetti, i lavori per il Palazzo Comunale di Montecatini impegnarono le Fornaci (che nel frattempo si erano trasferite a Borgo San Lorenzo, cambiando la ragione sociale in Fornaci San Lorenzo Chini & C.) dal 1918 al 1920, quando una serie di vetrate fu eseguita all’interno dell’edificio. In realtà la copertura dei lucernari, affidata alla ditta Quentin, era cominciata almeno due anni prima, come dimostra la serie archivistica Lavori pubblici conservata presso l’Archivio Storico del Comune e recentemente rinvenuta, ma la scabra intelaiatura di ferro e vetro non soddisfaceva gli stilemi estetici ormai pienamente devoluti alle rotondità Liberty. I Chini proposero pertanto nuovi bozzetti per il velario d’ingresso, dove allegre forme tondeggianti si concentravano nel puttino centrale e si alternavano ai vetri colorati e nitidi, alle sagome geometriche di quelli laterali.
Alle opere in vetro si aggiunse un ciclo pittorico (otto pennacchi con soggetti allegorici e dodici lunotti, dove risiedono putti e corbeille fiorite) situato sulla volta dell’imponente scalinata e sempre eseguito per mano di Galileo Chini.

IMG_5861Quest’arte manifatturiera, connotata dalle forti istanze dell’artigianalità di bottega e allo stesso tempo permeata di spirito moderno, aveva già in precedenza lasciato il segno in città: il Padiglione Tamerici, progettato nel 1903 da Giulio Bernardini per la vendita dei Sali, fu decorato da quattro pannelli in grès realizzati dalla Manifattura per Domenico Trentacoste. Modellati con sapiente equilibrio di forza e gentilezza, essi raffigurano i differenti ruoli connessi all’arte dei vasai: Il Fornaciaio, il Molatore, lo Scultore e il Disegnatore; quest’ultimo ha le sembianze di Galileo Chini. Tali bassorilievi erano stati presentati all’Esposizione Italiana di Arti Decorative e Industriali di Torino del 1902, prima di trovare definitivamente posto sulla facciata di questo edificio. All’estero ricerche sul grès avevano prodotto risultati di straordinario interesse (si pensi a ceramisti di grande fama come Auguste Delaherche, in Francia o i fratelli Martin, in Inghilterra) ma in Italia l’uso di questo materiale era del tutto innovativo per la ceramica dell’epoca. Il tipo di grès usato dalla fabbrica fiorentina era grigio e nella maggior parte dei casi presentato con sintetici decori in blu di cobalto: esemplari che sono definiti di ‘grès salato’, perché rivestiti da una pellicola vetrosa trasparente ottenuta dalla combustione del cloruro di sodio. Ciò mette in luce l’alto livello tecnico raggiunto dalla fabbrica, che si pone così in linea con i più progrediti laboratori europei del tempo.
Passeggiando sul gran Viale delle Terme ci troviamo di fronte all’imponente facciata dello Stabilimento Tettuccio, ricco di storia e che rappresenta, oggi, una vera città termale con parchi, caffè, concerto e negozi. Interessanti sono le decorazioni dei vari padiglioni che ne arricchiscono la sontuosità: dalle ceramiche della Galleria delle Bibite di Basilio Cascella, agli affreschi di Giuseppe Moroni nella Sala di Scrittura o di Giulio Bargellini e Maria Biseo nel Salone del Caffè, fino alle decorazioni di Ezio Giovannozzi nella cupola della Tribuna dell’Orchestra, coperta con tegole a squame in maiolica della Manifattura Chini. Si noti, in questo senso, che gli interventi di rivestimento ceramico esterno hanno esiti vicini a quelli di Salsomaggiore: le Terme Berzieri riportano, infatti, elementi di somiglianza e talvolta di assoluta corrispondenza.
Non lontano, sempre all’interno del parco cittadino, si trovano le Terme Tamerici, ristrutturate nel 1910 da Giulio Bernardini e Ugo Giusti. Galileo Chini qui realizzò pannelli, banconi, vetrate e persino i pavimenti della vecchia sala di mescita. L’incarico di ampliare le Terme Tamerici interessò in particolare la decorazione esterna in grès ceramico che s’inserì organicamente nell’architettura neo-medioevale dell’edificio: le teste leonine, i rosoni, gli stemmi policromi e i vari tipi di piastrelle con motivi geometrici e a intreccio sono elementi che in parte saranno ripresi dall’esperienza di Galileo in Siam e in parte riutilizzati per altri lavori.

Montecatini può dunque vantare interventi artistici importanti e qualificati, e non solo per commesse istituzionali. Spesso l’intervento della famiglia Chini è richiesto per lavori di carattere privato: ne è esempio splendido il Grand Hotel & La Pace. Costruito nella seconda metà dell’800 e più volte trasformato, fu radicalmente ristrutturato agli inizi del ʼ900. Nel 1904 fu inaugurato il Salone delle Feste, affrescato da Galileo, autore peraltro anche dei disegni per le vetrate della vecchia hall. Di chiara ispirazione klimtiana e di produzione totalmente autoctona, i vetri della Manifattura Chini ricorrono a schemi decorativi tratti dai moduli artistici della Secessione viennese, con un impianto compositivo che si articola su diversi livelli geometrici, affiancati poi da composizioni floreali dalle evidenti riduzioni formali. La stessa influenza stilistica si ritrova nelle tre splendide e vivaci vetrate di Villa Agatina (V.le Giacomo Puccini, 67), eseguite con grande maestria dalla Manifattura Fornaci di San Lorenzo su disegno di Galileo.

La Belle époque assegnò dunque a Montecatini – città spensierata e modaiola – una precisa collocazione estetica all’interno del gusto Liberty e lo fece avvalendosi, anche concettualmente, ai maestri nel settore. La Manifattura Chini lascia anche su Montecatini un segno indelebile, una traccia che andrebbe rispettata nel solco della tradizione storica e artistica e perpetuata attraverso notevoli opere di valorizzazione come quella permessa dalla sensibilità degli eredi nella conservazione dell’Archivio Storico dell’impresa e della famiglia.

Elena Gonnelli è laureata in Lettere con il prof. Andrea Battistini, ha conseguito una seconda laurea magistrale in Archivistica con Antonio Romiti curando il riordino e l’inventario analitico dell’Archivio della Manifattura Chini di Borgo San Lorenzo. Insegnante di scuola media, lavoro inoltre presso l’Archivio di Stato di Bologna e come collaboratrice esterna per diversi archivi del territorio. Direttore dell’Istituto storico lucchese – Sezione Montecatini Monsummano. Tra le sue pubblicazioni: Il Codice numero 1 dell’Archivio Storico pre unitario di Montecatini: questioni storicoarchivistiche, in «Caffè Storico – Rivista di Studi e cultura della Valdinievole», anno I, n. 1, Luglio 2016, in corso di stampa; L’Arte della Ceramica e il Liberty italiano, in «Il senso della Repubblica. Nel XXI secolo quaderni di storia e filosofia», Heos, anno IX, n. 6, Giugno 2016; L’Archivio della Manifattura Chini: il disegno per Porretta, «Nuéter», anno XLI, n. 82, Dicembre 2015, Porretta Terme; L’Archivio della Manifattura Chini, in «Quaderni di storia e cultura viareggina: Da Firenze a Viareggio. Viaggio nell’arte di Galileo Chini», Istituto Storico Lucchese – Sezione di Viareggio, n. 7, 2016.




Non solo una statua. Il caso Montanelli come “autobiografia della nazione”

Fosdinovo, “fra i castagni dell’Appennino”, domenica 2 agosto 2020. Solita atmosfera allegra che caratterizza il Festival “fino al cuore della rivolta”. Ma l’inizio oggi è più serioso infatti  apre la parte culturale, alle 17:30 circa, Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Si tratterà del caso Montanelli.

Il titolo è un po’ roboante “non solo una statua. Il caso Montanelli come “autobiografia della nazione”: si tratta della parafrasi della famosa frase di Gobetti sul fascismo, definito appunto “autobiografia di una nazione”.

Ora, il fascismo è una cosa molto più seria e importante di Montanelli ma in qualche misura il caso Montanelli è paradigmatico per il processo di mitizzazione e elevazione a simbolo (ma di che cosa?) di una figura come lui.

Cosa certa è la sua attitudine alla menzogna anche se egli dichiara “ho spesso inventato ma mai mentito, è semplicemente che ho usato la narrativa per raccontare la storia”. Per qualcuno, ad esempio il suo sodale Michele Brambilla, come ha scritto su Quotidiano.net, questa sarebbe “l’impareggiabile grandezza di Montanelli: innocenti bugie”.

In realtà Montanelli è stato un “manipolatore della propria autobiografia” come lo definisce Enrico Arosio, recensendo il libro di Renata Broggini Passaggio in Svizzera, Feltrinelli, 2007.

Menzogna è tutta la sua vicenda della presunta condanna a morte, della fuga in Svizzera, della collaborazione con la Resistenza, dell’aiuto dell’ agente doppiogiochista Luca Ostéria con l’avvallo del capo della Gestapo a Milano, lasciando la moglie austriaca Margarete in ostaggio rinchiusa nel campo di Gries, presso Bolzano

Altra bugia è quella di aver assistito all’esibizione  dei corpi di Mussolini e di Claretta Petacci a Milano il 29 aprile quando in realtà lui è rientrato in Italia solo il 22 di maggio.

Altra menzogna riguarda Pinelli: Montanelli scrisse che l’anarchico era stato un informatore di Calabresi ma dovette ammettere di essersi inventato tutto davanti ai giudici di Catanzaro.

Ma forse la balla più clamorosa che ricorda un po’ Sturmtruppen è quella della vicenda della presunta intervista a Hitler: Montanelli era presente il giorno dell’invasione della Polonia esattamente nel momento, immortalato da una celebre fotografia, nel quale soldati tedeschi aprono la sbarra che segnava il confine con quel paese. Ad un gendarme che gli chiede di che nazionalità fosse e perché fosse lì, lui spiega di essere un giornalista italiano e questo sarebbe bastato una condanna a morte immediata, se non si fosse aperta la torretta di un Panzer e non fosse uscito da esso un simpatico ometto con i baffetti, che era niente meno che Adolf Hitler, che gli concesse un’intervista per spiegargli i motivi per cui entrava in guerra. La pubblicazione di tale straordinaria intervista sul Corriere sarebbe poi stata bloccata da Mussolini in persona.

Ma una vicenda senz’altro autentica c’è e riguarda la corrispondenza del 1954 con la ambasciatrice statunitense a Roma Clare Boothe Luce. In essa Montanelli, preoccupato per l’avanzata delle sinistre nelle elezioni del 1953, si faceva sostenitore della costruzione di una organizzazione “terroristica e segreta” composta da “100.000 bastonatori”, preferibilmente fascisti e monarchici, graditi ai carabinieri e armata dagli Stati Uniti, che avrebbe dovuto entrare in azione in caso di vittoria elettorale dei comunisti, aiutando un colpo di stato “allo scopo di inchiodare l’Italia nell’alleanza atlantica”. Nel dilemma “difendere la democrazia fino ad accettare la morte dell’Italia o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia” la sua scelta andava decisamente per la seconda ipotesi.

Pezzino passa poi ad analizzare la vicenda per la quale la figura di Montanelli è tornata in discussione: la sua statua in un parco di Milano per la seconda volta imbrattata di vernice rosa. Ricordo della bambina eritrea di 12 anni che Montanelli ha comprato dal padre, nel 1936 durante il suo servizio come ufficiale in Etiopia, facendone la sua sposa bambina. Ma anche su questo episodio Montanelli è stato o labile di memoria o abile nel cambiare le carte: a volte la bimba si chiama Destà, altre Fatima, a volte ha 14 anni, altre 12. Ciò che non cambia è la sua assoluta convinzione di essere nel giusto; le espressioni disgustose che adotta per descrivere i rapporti sessuali con una bambina infibulata, facendosi aiutare dalla madre per “demolirla”, il razzismo manifesto secondo il quale in quelle zone a 12 anni sei una donna e a 20 si è già una vecchia. E allora, perché ancora oggi Montanelli viene difeso come maestro di giornalismo e di campione della liberaldemocrazia? È qui, nella risposta, che Pezzino  torna al titolo “anatomia di una nazione”, perché l’ elevazione di Montanelli a mito denota una serie di caratteristiche di fondo della società italiana: il peso delle corporazioni (nella fattispecie quella dei giornalisti); il rimosso del colonialismo italiano; il machismo e la misoginia (come ha rilevato Ida Dominijanni su Internazionale il 23 giugno 2020); il prevalere di una ottusa dimensione partitica per cui Montanelli è stato celebrato a destra come campione di anticomunismo, e a sinistra dopo il suo rifiuto di scendere in campo accanto a Berlusconi. Ma soprattutto è evidente in Italia la mancanza di una etica pubblica che esalti le competenze e penalizzi in maniera decisiva la menzogna e il pressapochismo. A allora, tornando alla statua, Pezzino propone che venga rimossa dal parco pubblico di Milano e che posta in un museo, lasciandola imbrattata di vernice rosa, e corredata di una serie di materiali che spieghino la storia di quel monumento controverso  e di colui che esso ritrae Montanelli.

Le statue sono sempre cadute, la damnatio memoriae è sempre esistita ma è decisamente meglio, anziché tentare di cancellare la storia, contestualizzarla, spiegarla e cercare di inserirla negli eventi della nazione che l’hanno prodotta.




Maria Luigia Guaita

Presentando la prima edizione de La guerra finisce la guerra continua Ferruccio Parri, il capo-partigiano “Maurizio” poi, nel giugno 1945, Presidente del Consiglio dell’Italia liberata, ricorda Maria Luigia Guaita come «una delle staffette più brave, ardite, estrose e generose» che hanno partecipato alla lotta di Liberazione, una «donna della Resistenza» fidata, coraggiosa e capace.

Nata a Pisa l’11 agosto 1912 Maria Luigia Guaita trascorre l’infanzia a Torino per poi raggiungere Firenze nel 1926. Qui, grazie al fratello Giovanni, allora giovane studente, inizia a frequentare gli ambienti dell’antifascismo di estrazione liberalsocialista entrando in consuetudine con personaggi come Nello Traquandi, già tra gli animatori del periodico clandestino «Non mollare» e del Circolo di cultura politica di Borgo S. Apostoli, ed Enzo Enriques Agnoletti, uno dei principali esponenti dell’azionismo fiorentino durante la Resistenza.

Avvicinatasi al Partito d’Azione (PdA) la giovane Maria Luigia ne cura l’organizzazione dell’attività clandestina sfruttando, in un primo tempo, quel contatto giornaliero col pubblico – e, quindi, con altri antifascisti – consentitole dalle mansioni di impiegata di sportello presso una filiale fiorentina della Banca Nazionale del Lavoro. Durante la lotta di Liberazione, poi, opera come staffetta, contribuisce alla diffusione di stampa antifascista e all’organizzazione delle cellule clandestine legate al partito.
Agli ordini del Comando militare azionista si adopera, inoltre, per il collegamento tra il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), gli Alleati e le formazioni partigiane presenti nell’area compresa tra Viareggio, Massa Carrara, la Lunigiana e il Pistoiese garantendo un servizio – rileva Carlo Francovich – «particolarmente delicato e pericoloso», ma di fondamentale importanza ai fini dell’organizzazione tattico-strategica della lotta di resistenza e generalmente svolto «da giovani donne, la cui audacia era talvolta temeraria»: tra queste, oltre alla Guaita, si ricordano Orsola Biasutti, Anna Maria Enriques Agnoletti, Gilda Larocca, Adina Tenca, Andreina Morandi. Quest’ultima – sorella di Luigi Morandi, il radiotelegrafista del gruppo Co.Ra ferito a morte il 7 giugno 1944 durante l’irruzione dei tedeschi nell’appartamento in Piazza d’Azeglio, ultima sede della radio clandestina azionista –, nei mesi dell’occupazione germanica collabora con la Guaita e, anni dopo, ne ricorda mediante un curioso aneddoto la versatilità e l’instancabilità operativa: «[Maria Luigia Guaita] Non disdegnava nessun tipo di impegno; sapeva trasformarsi anche in vivandiera, come quando riuscì ad ottenere dal proprietario del famoso ristorante Sabatini due sporte piene di conigli, destinati (e purtroppo non arrivati per una serie di contrattempi) alla formazione di Lanciotto Ballerini, che operava dalle parti di Monte Morello» e, nel gennaio 1944, resterà ucciso nella battaglia di Valibona.
Nel quadro più ampio dell’impegno antifascista di Maria Luigia Guaita assume particolare rilievo l’attività di falsificazione di documenti, permessi e timbri in soccorso a partigiani e perseguitati politici alla quale viene iniziata da Tristano Codignola, uno dei più brillanti e capaci dirigenti azionisti: «Con Pippo [Codignola] – ricorda – sarebbe stato duro lavorare, pensavo, ma avrebbe capito e Pippo capì sempre la buona volontà di tutti noi. Ricercato dalla polizia, braccato dalle SS, riuscì a creare insieme a Rita [Fasolo] e a Nello [Traquandi] tutta l’organizzazione politica del partito. Attivo, infaticabile, riempiva le lacune, colmava i vuoti imprevedibili – e di giorno in giorno, d’ora in ora – sfuggiva alla cattura».
L’efficacia del servizio ricorre, altresì, nelle parole lette dallo stesso Codignola all’Assemblea regionale del PdA, tenutasi a Firenze nel febbraio 1945, con le quali rileva come, sotto la solerte guida di Traquandi, esso sia divenuto nel tempo «un magnifico strumento di resistenza, fornendo falsificazioni di ogni natura, tessere, fotografie, timbri, carte annonarie e via dicendo»: Maria Luigia, senza esitare nel mettere a disposizione la propria abitazione fiorentina di via Giovanni Caselli 4, coordina con perizia l’apprestamento e la distribuzione dei documenti falsi permettendo a tale attività di raggiungere un notevole grado di perfezione. Dopo la Liberazione, a riconoscimento dell’impegno resistenziale il Ministero della Guerra le riconosce la qualifica di partigiano afferente alla Divisione “Giustizia e Libertà”-Servizio Informazioni per il periodo compreso tra il 9 settembre 1943 e il 7 settembre 1944.

La primavera del 1945 segna l’avvio della rinascita democratica dell’Italia alla quale le donne, conquistato il diritto al voto, contribuiscono in prima persona. In Assemblea Costituente, ne sono elette 21: 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste – tra le quali la toscana Bianca Bianchi – e una proveniente dalle file dell’Uomo qualunque. In Toscana nessuna delle candidate nelle liste del PdA – Olga Monsani, Margherita Fasolo, Eleonora Turziani – ottiene i voti necessari per l’elezione. Maria Luigia Guaita è tra quanti, nei primi anni di vita della giovane Repubblica, confidano nel disegno politico azionista e nel progetto di rinnovamento palingenetico delle strutture dello Stato e della società italiani. Tali aspettative non trovano, però, concretezza e nelle parole da lei consegnate al proprio libro di memorie emergono con forza la delusione per la fine prematura del PdA e l’amara percezione del progressivo appannamento dei valori e delle speranze che hanno animato le donne e gli uomini della Resistenza: «Se devo necessariamente adoperare le parole che esprimono i concetti di libertà e di giustizia, – scrive – ho un attimo di esitazione, spesso ricorro a una perifrasi. “Giustizia e Libertà” mi ha cantato troppo nel cuore, per tutti gli anni della lotta clandestina. Allora mi sforzavo soltanto di essere disciplinata, ma sempre con un sottile struggimento di non fare abbastanza, anche per le perdite dolorose di tanti compagni, i migliori; e ognuno di loro si portava via una parte di me. Venne la liberazione; affascinata da questa parola sperai nell’affermarsi delle forze socialiste. Poi le giornate di Roma, il congresso al Teatro Italia. Ricordo Ragghianti, che tratteneva Parri per la giacchetta, il volto duro e caparbio di Carlo, quello tagliente e tirato di Pippo, la dialettica di La Malfa: il crollo del Partito d’Azione. Pensavo che il sacrificio di tanti compagni (e così di nuovo mi bruciava nel cuore il dolore per la loro morte) sarebbe stato sufficiente a disciplinare le forze, attutire gli screzi, frenare le ambizioni». Ciò, come noto, non avverrà e il PdA si scioglierà nel 1947.

All’assenza dalla vita politica partecipata corrisponde un intenso impegno della Guaita in attività di natura culturale e imprenditoriale. Donna emancipata da sempre legata al mondo intellettuale non solo fiorentino, ella contribuisce a fondare e animare le Edizioni “U” di Dino Gentili cui si devono, grazie all’opera editoriale di Enrico Vallecchi, la pubblicazione di numerosi volumi proibiti sotto la dittatura fascista. Maria Luigia Guaita collabora, inoltre, con «Il Mondo» di Mario Pannunzio, fa parte dell’Associazione Liberi Partigiani Italia Centrale (A.L.P.I.C.) e, nel 1957, dà alle stampe quel libro di memorie che Roberto Battaglia ha paragonato al Diario partigiano di Ada Gobetti definendolo «una spregiudicata narrazione delle vicende d’una staffetta partigiana che si muove o corre dalla città alla montagna e viceversa», nel quale l’autrice «insieme ai toni scanzonati del bozzetto, sa trovare, specie nelle ultime pagine del libro, quelli tragici ed ardui dell’epica partigiana, allorché descrive l’impiccagione di italiani e sovietici a Figline di Prato».
Degno di rilievo si rivela, infine, l’impegno della Guaita nel campo dell’imprenditoria tessile nella Prato della ricostruzione nonché, sul finire degli anni Cinquanta, la fondazione a Firenze della Stamperia d’arte «Il Bisonte», cui segue l’apertura sulle rive dell’Arno di una scuola per insegnare ai giovani le tecniche tradizionali dell’incisione. Nel 1981, a riconoscimento di questo importante impegno imprenditoriale, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini le conferisce il titolo di Commendatore.
Maria Luigia Guaita muore a Firenze il 26 dicembre 2007, all’età di 95 anni. Con lei, dirà il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, «scompare una delle personalità più rappresentative della nostra città»: una donna della Resistenza e un’indiscussa protagonista della vita imprenditoriale in Toscana, in Italia e all’estero.

Mirco Bianchi, dottore in Storia contemporanea, è responsabile dell’Archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.