Lungo l’aspra via dell’idea

A Livorno!
Ancora una tappa. È necessario. Lungo l’aspra via dell’Idea ogni tanto ci fermiamo, raccogliamo le forze, le passiamo in rassegna, ci volgiamo indietro, la guardiamo intorno e davanti, vicino e dietro.
Qualcuno stanco per l’asperità del terreno si ferma e ritorna, gli altri riprendono la marcia in file serrate che si ingrossano sempre di più strada facendo.

Così, il 4 gennaio 1921, «L’Avvenire» salutava il congresso di Livorno, dove, più divisi che mai, i socialisti erano chiamati a votare l’adesione alle 21 condizioni poste per l’ingresso nella Terza Internazionale. Organo della federazione circondariale socialista e dotato di una storia ultratrentennale, il settimanale era allora gestito dalla corrente maggioritaria nel partito: quei “socialisti massimalisti” che, rappresentati dal direttore de «L’Avanti!» Giacinto Menotti Serrati, avevano inizialmente guardato con favore sia al ruolo guida della Russia rivoluzionaria sia alla Terza Internazionale.

Molti erano però i motivi che stavano incrinando gli entusiasmi. La disgregazione dei partiti socialisti francesi e tedeschi suscitava analoghe paure per il partito italiano; decisivi erano stati anche i dubbi sulla possibilità di organizzare una rivoluzione in breve tempo, esibiti dall’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920. Soprattutto il mancato appoggio dei massimalisti scavò un fossato profondo tra di loro e le frange più radicali: il gruppo torinese di «Ordine Nuovo» (rappresentato da Gramsci, Terracini e Togliatti), gli “astensionisti” campani di Amedeo Bordiga e l’eterogenea «terza componente» tosco-emiliana.

Se dal panorama nazionale spostiamo lo sguardo su quello pistoiese poco netta fu, a questo proposito, la posizione de «L’Avvenire», impegnato in quanto organo ufficiale del PSI locale a giostrarsi tra le sue litigiose correnti. Confusa era anche la situazione politica locale: nel 1919 la giunta clerico-moderata di Arrigo Tesi era stata commissariata per irregolarità nella gestione dei magazzini comunali e venne destituita. Tra il maggio e giugno  1919 erano stati organizzati numerosi scioperi tra i lavoratori dell’industria; il 4 luglio, durante la manifestazione contro il caro-vita, un esasperato gruppo di lavoratori assaltò il centrale Emporio Lavarini.

Come il direttivo nazionale, anche quello del PSI locale era discorde sulla linea da adottare. Buona parte della rivista – gestita allora da Pietro Querci – e del gruppo dirigente pistoiese era legata ai serratiani. A Capostrada forti erano i bordighiani, mentre in montagna il punto di riferimento era Savonarola Signori, sindacalista di simpatie ordinoviste e sindaco di San Marcello tra 1921 e 1922. Roccaforte dei riformisti era invece la Camera del Lavoro, presieduta da Alberto Argentieri.

Se l’editoriale A Livorno!, auspicava sì una scissione, ma a destra, i comunisti erano infatti favorevoli a creare un partito autonomo. Tra questi figurava l’autore de I comunisti al congresso di Livorno (pubblicato il 15 gennaio 1921), ON-DA:

Credo – scriveva infatti – che la frazione comunista, già a [sic] Partito Politico vibrante di vita e di fede, a Livorno debba iniziare la sua battaglia, non nell’orbita del passato, ma lontano da questo per un principio di purezza e di vitalità.

Ugualmente orientata verso la scissione a sinistra era la corrente riformista. Nel suo editoriale Da Genova a Livorno (pubblicato il 22 gennaio) V., nel ricordare le precedenti scissioni (quella degli anarco-sindacalisti, negli anni ’90; dei sindacalisti rivoluzionari, nel 1904; della minoranza favorevole all’intervento nella guerra italo-turca, nel 1912), bollava quella futura «una dolorosa ineluttabilità».

L’esito del congresso minò il complesso equilibrio del PSI pistoiese. La mancata adesione alla Terza Internazionale – che li rigettava a favore del PCd’I – contrastava con gli entusiasmi per la Rivoluzione russa e la convinzione di essere il partito più radicale dell’Europa occidentale. Con la scissione acquistavano un peso maggiore i riformisti e la CGL. Per di più, entro pochi mesi dal congresso, gli iscritti alle singole federazioni dovevano decidere se restare nel PSI o migrare nel PCd’I: scarsa era quindi la consapevolezza di quali strutture sarebbero rimaste ai socialisti.

Questo disorientamento ben emerse nel primo editoriale sull’argomento il 19 febbraio 1921. «Il Congresso della Terza Internazionale»,

non potrà nulla addebitare al nostro Partito Socialista Italiano, il più puro, il più intransigente partito socialista del mondo e finirà col conservarci nei ranghi, perché tenemmo e terremo il nostro posto con onore.

Fu questa una convinzione che venne ribadita anche nei mesi successivi, quando il voto del 10 marzo tra gli associati pistoiesi sancì il passaggio della sede e del settimanale al Pcd’I. Mentre con il numero 19 marzo «L’Avvenire» diventava l’“Organo della Federazione circondariale comunista”, gli esuli socialisti confluivano ne «L’Avvenire socialista», che ancora il 12 marzo ribadiva la vicinanza tra socialisti e comunisti:

I proletari che amano la causa rivoluzionaria non possono voler la divisione del Proletariato, sia pure nel solo campo politico. L’unione fa la forza!

Una condivisione messa fortemente in dubbio dall’altro elemento della diade. «Il partito socialista» chiosavano infatti i comunisti sul primo numero de «L’Avvenire»

prima e durante la guerra non à [sic] dimostrato chiaramente di possedere qualità rivoluzionarie […]. Il dopoguerra à [sic] poi lumeggiato tutta l’impotenza rivoluzionaria di questo partito […]. Ed allora come si fa a chiamare ancora rivoluzionario questo partito socialista?

 




Diretta on line della commemorazione istituzionale a Grosseto del Giorno della Memoria




Note di Memoria: il pianoforte di Maria Einstein

Il suono del pianoforte Blüthner è la colonna sonora armoniosa della casa colonica di Quinto, borgo alle porte di Firenze sulla strada di Sesto fiorentino, dove vivono i coniugi Paul e Maria Winteler, sorella di Albert Einstein. Proprio il noto scienziato le ha fatto dono del prezioso strumento musicale nel 1931, conoscendone bene l’intesa passione per la musica che, peraltro, condivide. Nonostante la lontananza fisica i due Einstein (lui in Germania, lei in Italia) sono infatti profondamente legati ed Albert non esita a sostenere ed aiutare la sorella nella vita semplice scelta per amore del suo Paul, avvocato svizzero, “ritirandosi” nella campagna fiorentina. Arte e cultura riempiono le giornate dei coniugi, lui dedito alla pittura lei alla musica, che allietano così i loro ospiti a partire da Albert nelle sue visite e soprattutto Hans-Joachim Staude giovane pittore tedesco.

 Nei turbolenti anni Trenta, segnati dal crescente rimbombare di  inni e rumori di guerra, in un’Italia in camicia nera, inquadrata dal regime fascista, l’abitazione pare una “bolla”, impermeabile all’esterno, definita non a caso da Maja “Samos”, quasi fosse una’incantata isola greca sottratta al tempo e allo spazio reale.

Ma anche le bolle prima o poi esplodono. La prospettiva bellicista e la svolta razzista del razzismo rendono sempre difficile astrarsi dalle preoccupazioni del presente e, infine, impossibile la loro stessa permanenza. A seguito dell’entrata in vigore della legislazione razzista contro gli ebrei varata dal governo fascista nell’autunno del ‘38, gli ebrei stranieri che non abbiano contratto matrimonio con cittadini italiani devono lasciare il Regno entro il 12 marzo 1939. Per Maria non ci sono alternative. Per la sola colpa di essere ebrea deve lasciare il proprio “paradiso terrestre”. Sollecitata dal fratello Albert che, fortemente preoccupato dall’evoluzione della politica tedesca dopo l’avvento al potere di Hitler e del nazismo, già nel 1933 era rimasto negli Stati Uniti al termine di un soggiorno di studi, non tornando più in Germania, anche Maria si decide a raggiungerlo. Ma prima di partire si preoccupa di mettere in salvo il suo pianoforte. Lo strumento, assai prezioso, non può correre i rischi di un viaggio, né può essere lasciato all’incuria di una casa abbandonata. Decide così è di affidarne la custodia a Staude, l’amico più caro, che lo conserva presso il proprio studio-abitazione nel cuore di Firenze. Poi Maja deve abbandonare la sua isola e congedarsi anche dal marito che intende prima tornare in Svizzera, iniziando così un viaggio che non avrà ritorno.

Ma la scelta si rivela, anche inconsapevolmente, perfetta. Infatti, negli anni successivi, quando divampa la seconda guerra mondiale – e lo stesso Staude deve arruolarsi per combattere per il Reich suo malgrado -, e, dopo l’8 settembre 1943 – armistizio italiano – i nazisti occupano la penisola,  l’essere nell’appartamento di un cittadino “ariano” salva il prezioso strumento sia dalle mire di questi che da quelle dei fascisti che, sotto l’autorità della repubblica sociale italiana, si scatenano in una feroce caccia agli ebrei e ai loro beni.  Proprio i pianoforti, così come ogni strumento musicale, sono peraltro fra i beni più ambiti dai nazisti che hanno costituito un vero e proprio comitato di esperti per valutarli e spedirli nelle destinazioni più opportune, a partire da uffici ed abitazioni dei vertici del partito, dello Stato e degli stessi campi di concentramento. A Firenze in particolare gli uomini del maggiore Carità e un fitto reticolato di apparati di sicurezza e di “gente comune” si specializza delle denunce e nei saccheggi delle abitazioni di ebrei, catturati e condotti sui vagoni destinati ad Auschwitz. Li fronteggia la rete di protezione voluta dal cardinale Elia Dalla Costa e da esponenti della Comunità ebraica e delle forze antifasciste: una vera e propria resistenza civile che, con consapevolezza diversa da parte dei suoi protagonisti riafferma, nell’ora più buia, il valore universale della fraternità umana. Nell’ora dell’indicibile e delle scelte supreme che interpellano la coscienza di ciascuno, tace il pianoforte di Maja, non è il tempo dell’armonia, ma del dolore, delle grida e del pianto.

Ma il pianoforte si salva: supera il pericolo di furti e saccheggi e rimasto illeso anche dal drammatico passaggio del fronte che investe Firenze nell’estate del 1944, con la decisione dei nazisti di minare i ponti e parte del centro storico per fare della città una trincea sulla quale rallentare l’avanzata nemica. E nel dopoguerra, dal ritorno dalla prigionia britannica, Saude può così ritrovarlo e sedervisi per ascoltarne le armonie, anche se ormai da solo.

Oggi il suono del pianoforte di Maja, deceduta a Princeton presso il fratello nel 1951, risuonano ancora sulla collina di Arcetri, presso l’Osservatorio astrofisico, grazie auna scelta illuminata della famiglia Staude, restituendo anche a noi le sue note di incantevole armonia, messaggere di memorie tragiche, di vite spezzate, di grandi passioni e ideali civili, monito per il presente e il futuro.

Il libro di Valentina Alberici  Il pianoforte di Einstein guarda le stelle non solo svela i dettagli di questo esito sorprendente della vicenda del pianoforte, ma soprattutto, con agilità e delicatezza, ripercorre, attraverso la storia dello strumento, qui richiamata, le tragiche esperienze degli Einstein segnati dalle persecuzioni e dalle terribili violenze perpetrate negli anni del conflitto. Accanto a Maria, si delinea quindi la tragica storia di suo cugino Robert, con il quale erano frequenti i contatti, risiedendo con la famiglia prima a Firenze poi presso la Villa del Focardo dove ha il suo drammatico epilogo. Attenta a richiamare con puntualità e correttezza il contesto storico, l’autrice sa restituire con efficacia l’atmosfera della casa dei coniugi Winteler, evidenziando così tutto il valore e la forza universale dell’arte, superiore ad ogni prova, sia pur pagando prezzi altissimi. Una lezione e un monito validi per l’oggi, che rendono opportuna oltre che piacevole e interessante la lettura di questo piccolo racconto.




A Calci iniziativa su “Il Porrajmos: il genocidio dimenticato”

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria per ricordare lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione politica, la prigionia militare, la morte. Il legislatore si è dimenticato, però, di commemorare anche i 500mila rom e sinti vittime del genocidio. Uno sterminio sconosciuto e dimenticato anche nelle aule del Parlamento. Così per ricordarlo è stato necessario, in una frammentazione della memoria, cercare una nuova data. L’accordo internazionale ha individuato il 2 agosto perché nella notte fra il 2 e il 3 agosto 1944 2.987 Rom, soprattutto donne, bambini e anziani furono sterminati con il cosiddetto progetto di liquidazione dello ZigeunerLager di Birkenau.

Ma cosa è il Porrajmos? E perché è importante commemorarlo?

Ne parlerà la Professoressa Chiara Nencioni, alla presenza di Emanuele Piave, rappresentante dell’UCRI (Unione comunità romanès in Italia) in un webminar organizzato dal Comune di Calci (Pi).  Per poter seguire l’evento collegarsi il 27 gennaio alle 17.30 al link urly.it39tjg sulla piattaforma zoom.

Letteralmente “inghiottimento”, “grande divoramento” o “devastazione”, Porrajmos è il termine con cui Rom e Sinti e Camminanti hanno denominato la persecuzione da loro subita durante il fascismo e lo sterminio del loro popolo perpetrato dai nazisti e dai loro alleati durante la seconda guerra mondiale. Questo disegno omicida è definito anche con il termine Samudaripen, che significa letteralmente “tutti uccisi”. La stima delle vittime si aggira fra i 220.000 e i 500.000, quindi circa il 25% della popolazione nomade complessiva presente in Europa tra le due guerre, in altre parole, un Rom su quattro.

La conferenza, partendo dallo spiegare chi sono i sinti e i rom, traccia la storia dell’antiziganismo, sin dal Medioevo, la diffidenza e i pregiudizi che hanno indotto tutti i paesi europei moderni ad adottare bandi di espulsione nei confronti degli “zingari”, fino alla programmazione del genocidio da parte nazista. Ma già il regime fascista dal 1926 aveva imposto misure restrittive verso i circa 95.000 rom e sinti allora presenti in Italia e cercato di limitare l’ingresso e la circolazione delle carovane nomadi sul territorio nazionale. Tutti gli appartenenti a queste etnie venivano indistintamente schedati come stranieri e successivamente chiusi fino all’armistizio in campi di concentramento -i tre più importanti: Boiano e Agnone (Molise) e Tossicia (Abruzzo)- in cui le condizioni di vita erano estreme.

In Germania le tracce del porrajmos vanno seguite a partire dal censimento degli “zingari”, voluto in Baviera da Dillmann. I dati raccolti da Dillmann divennero la base per la redazione del ZigeunerBuch che in 344 pagine elenca i dati personali e genealogici di 3350 persone appartenenti all’etnia Rom. Sempre in Baviera, nel 1929 viene creato l’“ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara” poi utilizzato dai nazisti per attingere informazioni su rom e sinti in modo da trovare le motivazioni scientifiche attraverso cui sia loro possibile avvalorare la tesi che gli zingari non appartengono alla “razza ariana” e che quindi devono essere catalogati come “razza impura”. Quando Hitler diventa cancelliere, i rom e sinti presenti in Germania ammontano circa a 25.000. Dapprima tutti vengono arrestati per sterilizzarli, perché considerati una popolazione ereditariamente malata di asocialità e del “gene della criminalità e del pericoloso istinto al nomadismo”, poi nel 1935 è emanata una legge che proibisce i matrimoni tra gli “zingari” e gli “ariani” e nel 1936 un’altra che inserisce tutti gli appartenenti alla categoria “zingari” nei campi di sosta forzata sorti alle periferie delle città tedesche per utilizzare queste persone come mano d’opera schiava.

Dopo aver tracciato un quadro della persecuzione dei sinti e rom nei paesi occupati dai nazisti, la Professoressa Nencioni tratterà della “soluzione finale della piaga zingara”, che avviene nel 1942 nello Zigeunerlager di Auschwitz Birkenau. Il registro del campo contava 10.649 femmine e 10.094 maschi tra cui molti bambini. Questo campo era regolato in modo diverso dagli altri: le famiglie non venivano divise come avveniva per gli altri internati e non partecipavano ai gruppi di lavoro. Il campo era completamente lasciato a sé stesso: niente cibo né medici (se non Mengele, il quale prediligeva per i suoi esperimenti bambini rom e sinti per la loro presunta appartenenza alla razza pura degenerata), niente di niente. Finché la notte fra il 2 e il 3 agosto si decise di liquidare il campo, mandando nelle camere a gas tutti i suoi abitanti.

E alla fine della guerra? Nessuno dei medici e degli antropologi, tra cui Robert Ritter ed Eva Justin, che avevano lavorato nei campi per concludere, attraverso ricostruzione di alberi genealogici e misurazioni antropometriche, che l’inferiorità razziale di rom e sinti era dovuta a due caratteri ereditari, l’asocialità e l’istinto al nomadismo, e che erano degenerati per “razza”, sono stati mai condannati per i crimini compiuti e sono tornati indisturbati a lavorare all’interno degli uffici statali. In Svizzera, fino agli anni ’80 il governo ha predisposto per gli Jenische ((i cosiddetti “zingari bianchi” della Svizzera) procedure di allontanamento forzato dalle famiglie, elettroshock, sterilizzazione e l’affidamento dei bambini a istituti psichiatrici o religiosi per essere rieducati. In Germania gli studi di Ritter e Justin passano nelle mani Hermann Arnold che pubblica il saggio dal titolo Die Zigeuner. I suoi studi indirizzarono l’azione dei governi europei (anche quello italiano) che dagli anni Sessanta costruiscono politiche che avrebbero voluto essere per l’inclusione dei rom, ma che hanno prodotto emarginazione. L’emarginazione del campo nomadi è stata dunque creata sulla base dello stereotipo dello zingaro. Stereotipo che è ancora difficile da decostruire: i meccanismi, più o meno inconsci, di discriminazione e xenofobia nei confronti del popolo rom e sinto sono diffusissimi e determinano le politiche di segregazione di cui sono sovente fatti oggetto.

Celebrare il Porrajmos è un passo avanti nella conoscenza delle discriminazioni di cui il popolo rom è stato a lungo vittima e della feroce persecuzione nell’ottica di pulizia etnica che non trova ancora quasi mai traccia neppure nei manuali di storia. E’ importante conoscere il Porrajmos ancora di più in Italia, dove certamente le politiche sempre più xenofobe e razziste non aiutano e dove si registra ancora adesso il più alto livello di discriminazione nei confronti di queste minoranze etniche, che tuttavia sul territorio nazionale costituiscono soltanto lo 0,02% della popolazione totale. E’ quindi insensato parlare, come si è troppo soliti fare, di invasione rom.

Tuttavia, anziché creare memorie separate e numerose giornate dedicate alla memoria di varie categorie di vittime o martiri, è importante stimolare una memoria comune che si basi su percorsi di conoscenza dei fatti, al di là dei particolarismi etnici o di parte.  È doveroso ricordare il genocidio di rom e sinti in Europa, ma è importante inserirlo nella storia comune delle varie popolazioni, gruppi etnici, categorie sociali e politiche perseguitati dal totalitarismo nazista. E’ perciò importante che si menzioni il porrajmos nella legge nazionale n.211 del 2000 che fa del 27 gennaio «il Giorno della Memoria». La memoria della distruzione e della negazione della vita umana non va perpetuata in nome di riferimenti razziali o attraverso memorie diverse e distinte.

Mi piace concludere con le parole della senatrice a vita Liliana Segre, pronunciate nel 2018: “la Shoah degli ebrei e il Porrajmos dei popoli nomadi sono parte di uno stesso progetto disumano. Io ricordo, perché io c’ero; c’ero in quei campi di sterminio in cui, insieme agli Ebrei, anche altre minoranze vennero annientate. Tra queste, il gruppo più numeroso era proprio quello degli appartenenti alle popolazioni Rom e Sinti”.




Giorno della Memoria 2021: Il programma in quattro appuntamenti del Comune di Montepulciano

L’edizione 2021 della celebrazione del Giorno della Memoria, nonostante le perduranti difficoltà che affronta la scuola, è stata fortemente potenziata, utilizzando gli strumenti che la tecnologia digitale mette a disposizione. Tutto il programma sarà infatti trasmesso in diretta non solo sulle piattaforme che collegano i relatori agli studenti ma anche sulle pagine social del Comune di Montepulciano.

Il programma si apre lunedì 25 gennaio, alle 9.00, con un incontro con Matteo Mazzoni, Direttore dell’Istituto storico Toscano della Resistenza e dell’età contemporanea di Firenze, e che andrà avanti fino a venerdì 29, articolandosi su altri tre eventi in video-conferenza.

La sera del 27 Gennaio, alle 21.00, in diretta anche tv, su NTi, dgt ch. 271, dopo l’intervento del Sindaco Michele Angiolini, Luca Bravi, ricercatore dell’Università di Firenze, componente dello staff del Museo della Deportazione di Prato, e Eva Rizzin, dottore di ricerca in geopolitica, responsabile scientifica dell’Osservatorio Nazionale sull’Antiziganismo, dialogheranno sull’antisemitisno, sull’antiziganismo e sulla necessità di coltivare la memoria per contrastare i nuovi razzismi. All’incontro prenderanno parte anche Valentina Sejdic e Suzana Jovanovic le cui vicende sono raccontate nel volume “Attraversare Auschwitz”, storie di Rom e Sinti: identità, memorie, antiziganismo.

Giovedì 28 gennaio, alle 11.30, andrà in rete l’incontro con Rosalba Vitellaro e Alessandra Viola, scrittrici, sceneggiatrici, che hanno raccolto la storia di Andra e Tatiana Bucci, sorelline toscane che avevano appena 4 e 6 anni quando furono deportate e che riuscirono a sopravvivere all’autentico inferno di Birkenau.

Infine, venerdì 29 gennaio, alle 10.00, sarà diffusa la conversazione in diretta tra Lara Pieri, Consigliere Comunale con delega alla Cultura della memoria, autrice dell’intero progetto, e il Luogotenente dei Carabinieri Alessio Bambini, nativo di Abbadia di Montepulciano, che racconterà la vicenda del nonno Bruno Bambini, Sergente maggiore dell’Esercito, internato nei campi di concentramento.




27 gennaio 2021 | ore 17 Commemorazione istituzionale on line del Giorno della Memoria a Grosseto

Il 27 gennaio, alle ore 17, in diretta on line sulle pagine facebook dell’Isgrec e dell’Anpi provinciale “Norma Parenti” di Grosseto, si terrà la commemorazione istituzionale del Giorno della Memoria, organizzata dalla Prefettura di Grosseto, dall’ANPI prov.le “Norma Parenti” di Grosseto e dall’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Parteciperanno Fabio Marsilio (Prefetto di Grosseto), Flavio Agresti (Presidente dell’ANPI Provinciale di Grosseto “Norma Parenti”), Antonfrancesco Vivarelli Colonna (Sindaco di Grosseto), Giovanni Gentili (Sindaco di Pitigliano), Francesco Limatola (Sindaco di Roccastrada), Federico Balocchi (Sindaco di Santa Fiora) e i rappresentanti degli studenti del territorio. Coordina Luca Verzichelli, Presidente dell’Isgrec.

Alla commemorazione interverranno i familiari degli internati Firmo Carresi (Grosseto), Emilio Olivieri (Roccastrada), Carlo Pantaloni (Santa Fiora), insigniti della medaglia ad’onore, concessa con decreto del Presidente della Repubblica. Al termine sarà proiettato un breve video della deposizione dei fiori alle pietre d’inciampo poste davanti al Municipio di Grosseto, che si terrà la mattina nel rispetto dei criteri del distanziamento sociale e del divieto di assembramento, alla presenza del Sindaco di Grosseto, ANPI e ISGREC.




Il Giorno della Memoria del Comune di Prato e Montemurlo

mercoledì 27 gennaio, dalle ore 17.30
in diretta streaming dal canale FB del Comune di Prato

la Fondazione CDSE partecipa al Consiglio comunale straordinario e solenne dei Comunidi Prato e di Montemurlo con la partecipazione di tutti i sindaci della Provincia di Prato in occasione del Giorno della Memoria 2021
Saluti del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, della consigliera Ilaria Bugetti e dei Sindaci della provincia.
Interventi storici a cura di Enrico Iozzelli – Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza di Prato e di Luisa Ciardi – Fondazione CDSE Valbisenzio e Montemurlo
La seduta pubblica potrà essere seguita in diretta streaming sul link che sarà pubblicato sul sito del Comune di Montemurlo o in diretta facebook dalla pagina del Comune di Prato
https://www.facebook.com/comunediprato




Terre d’esilio, terre di confino. Il Giorno della Memoria della Galleria degli Uffizi.

26 gennaio dalle 9.30, in diretta streaming dal canale FB Gallerie degli Uffizi

La Fondazione CDSE partecipa a “Terre d’esilio, Terre di confino”, l’incontro promosso dalle Gallerie degli Uffizi per il Giorno della Memoria, che si terrà il 26 gennaio dalle 9.30 in diretta streaming dal canale FB Gallerie degli Uffizi.
Dopo i saluti del direttore Eike Schmidt, del presidente della Comunità ebraica fiorentina Enrico Fink, della vicepresidente dell’ANED Silva Rusich e l’introduzione di Claudio Di Benedetto, interventi di:
Alessia Cecconi, direttrice della FondazioneCDSE: “Dal lungo essilio in quale siamo invecchiati”. Appunti sul concetto dell’esilio in pittura tra Rinascimento e Risorgimento e Artisti in fuga dopo le leggi razziali: alcuni spunti e qualche esempio,
l’italianista Riccardo Bruscagli: Dante exul immeritus: la violenza della legge,
il presidente del Circolo fratelli Rosselli Valdo Spini: Amelia Rosselli Pincherle. Dopo l’uccisione dei figli: dieci anni di esilio.

https://www.uffizi.it/eventi/giornata-memoria2021
https://www.facebook.com/uffizigalleries