“Caro Ilio…”. Barontini nelle lettere di “raccomandazione” dei “compagni”

Nella carte dell’ex Federazione del Partito comunista di Livorno, custodite presso l’archivio dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea (Istoreco), c’è un fascicolo pieno di lettere scritte da comuni cittadini a Ilio Barontini (qui un profilo biografico). E’ un fascicolo di una certa consistenza. Si tratta infatti di settantatre lettere inviate all’attenzione di Ilio. Sin dall’incipit compaiono delle differenze tra gli scriventi. Ci sono quelli che iniziano la lettera, appellandosi all’ ”Onorevole” o “all’Onorevole senatore”; ci sono quelli che si appellano al “caro compagno”; ce ne sono alcuni che scrivono semplicemente: “Caro Ilio”. Talvolta incontriamo chi gli pone con molta bonomia e ingenuità, se vogliamo, il problema che scrivendo si è posto: “Come bisogna interpellare Ilio Barontini, senatore della Repubblica, con il tu perché lo conosciamo e perché siamo compagni uniti dallo stesso ideale, con il lei o con il voi?”[1]
Cosa chiedono e cosa raccontano queste lettere? Perché sono due cose diverse: una problematica è collegata a ciò che chiedono, e un’altra è ciò che raccontano a noi che siamo lontani da quel periodo, oltre 70 anni, poiché le lettere partono dal 1944 e arrivano al 1950, cioè alla vigilia della morte dello stesso Barontini, avvenuta per un incidente stradale a Scandicci nel gennaio 1951.[2]
Per prima cosa proviamo a guardare in modo analitico a questo carteggio. I diversi mittenti che in maggioranza sono uomini anche se non mancano le donne, presenti in tredici casi, scrivono più spesso a penna che con una macchina da scrivere. Essere compilate a mano è una scelta ovvia: la macchina da scrivere era un lusso di pochi, pochissimi, e ancora più piccolo era il numero di coloro che sapevano utilizzarla. Non solo per ragioni di reddito ma anche per problemi legati al livello, assai scarso di alfabetizzazione. Sono spesso vergate su carta non deputata, fogli di quaderno e poco più. Erano nella stragrande maggioranza persone semplici che scrivevano con testi profondamente sgrammaticati, con calligrafie improbabili, tipiche di chi non era abituato a tenere la penna in mano. La prosa, l’espressione comunicativa era comunque una prosa diretta, senza giri di parole, immediata.
Scrivevano per chiedere sostegno per le più diverse cause, anche se poi tutte le motivazioni sono raggruppabili ad uno stato di bisogno profondo. Lo scopo di aiuto invece che predomina è quello relativo al riconoscimento di una pensione. Si ragiona intorno a richieste inevase per pensioni di guerra (padre o marito morto ucciso dai tedeschi, figlio o marito invalido a causa di una bomba e simili) già inoltrate da molto tempo, talvolta da oltre due anni, tre, e non ancora arrivate in porto. Tutti gli scriventi denunciano una grandissima difficoltà economica e spesso anche la mancanza di un tetto sul capo. Talvolta sono richieste di consiglio e di aiuto per ottenere pensioni da lavoro, soprattutto pensioni per le attività lavorative svolte in Francia, soprattutto in Corsica e a Marsiglia, luoghi dove Barontini era stato a lungo presente come fuoriuscito, e chi domanda è evidentemente convinto che Barontini possa intervenire con efficacia. Sicuramente Ilio aveva conosciuto direttamente la realtà di quei contesti, e la durezza del lavoro in terra straniera come emigrante, poiché anche se la sua emigrazione fu sempre e solo politica, con incarichi speciali dalla direzione del Partito comunista, certo non poteva essergli sfuggita la dura realtà di tutti quegli emigrati che univano nella loro condizione, sia la difficoltà dell’emigrato sospetto alla forze dell’ordine, che quella del disoccupato, che cercava di entrare nel mercato del lavoro per sopravvivere.
Spesso l’aiuto per lavorare, guarda alla città labronica, ma talvolta la domanda rinvia anche ad altri centri della regione. Sono abbastanza presenti i comuni dell’isola d’Elba, ma compaiono anche luoghi lontani da Livorno come: Giulianuova, Sondalo, Bologna, Firenze, Roma, Modena, Volterra, Reggello, Cecina, Montescudaio etc. In quel lontano e pesantissimo secondo dopoguerra, a causa delle immani distruzioni belliche molti non hanno più trovato la possibilità di rientrare là dove lavoravano prima del 1940 e adesso cercano in Barontini un appoggio. Le richieste che si avanzano sono quasi tutte modeste. Si domanda lavoro come operai, come boscaioli nei cantieri di rimboschimento, come edili e poco più. Solo in alcuni casi, adducendo la maggiore istruzione che si può mettere in gioco, si chiede di fare l’impiegato, talvolta l’impiegato bancario e, solo in un caso, questa richiesta è avanzata con un tono di aperta arroganza.
Ma ci sono anche domande di aiuto per ottenere la liquidazione di un credito da parte degli Americani che hanno prelevato da un magazzino–deposito, diverse tonnellate di carbone e poi hanno lasciato il debito insoluto. Un altro piccolo gruppo di missive riguarda un gruppo di militanti malati e ricoverati in un ospedale ortopedico di Bologna, il Putti, dove Barontini ogni tanto si recava in visita perché era diventato un istituto di assistenza per molti ex partigiani.
Ci sono anche alune lettere di ex combattenti che desiderano il riconoscimento di una pensione, e poi incontriamo la richiesta di una donna, Simoncini Silvana, che desidera l’attribuzione della qualifica di partigiana combattente[3]. Una lettera importante anche per la sua eccezionalità. Come sappiamo dalla storiografia e dalle memorie, furono pochissime le donne che, pur avendo combattutto nei gruppi combattenti, chiesero poi di veder riconosciuto il loro impegno.
Un altro gruppo riguarda alcuni disoccupati delle Ferrovie dello Stato, licenziati per motivi politici per gli scioperi del 1920 e del 1921, che chiedono il reintegro o l’adeguamento della pensione[4]. Come possiamo comprendere una varietà significativa di contenuti, tutti contrassegnati però da un bisogno materiale che è anche la testimonianza di una ingiustizia sociale.
Al di là dell’oggetto della lettera è evidente la minore presenza di richieste provenienti dalla città labronica. Questo significa soltanto che i livornesi preferivano avere un colloquio diretto con Barontini poiché il senatore era spesso in città e non era difficile raggiungerlo in Federazione dove svolgeva con assiduità e autorità il compito di segretario. Egli era sì un grandissimo personaggio, che fra i militanti del suo partito emanava certamente ammirazione, rispetto, qualche volta anche timore, ma non agiva sui suoi interlocutori con la forza del mito. Era percepito, soprattutto dagli uomini e dalle donne della sinistra di Livorno, come “uno dei loro”, burbero quanto si voglia, ma diretto e senza atteggiamenti altezzosi.
Fra le altre c’è una lettera particolarmente commovente nella sua ingenuità. È stata scritta da una donna, De Santis Anna che, dal sanatorio di Villa Corridi a nome suo e anche dell’amica, Gina Freschi, scrive chiedendo del denaro:
[…] Siamo due ragazze molto giovani, che ci ha condotto in questo sanatorio di Livorno che ci ha colpito un male che non perdona, siamo orfane di padre e di madre e non abbiamo nessuno che ci aiuti… abbiamo tanto bisogno, che siamo veramente scalze di tutto, specialmente ora che siamo giunte all’inverno non abbiamo niente da coprirci…. Che siamo anche noi compagne. Il numero della tessera è 1064929. [5]
L’amica è di Roma anche lei è tesserata al Pci ma ha lasciato a casa la tessera e la scrivente non può quindi indicare il numero a riprova della sua fede politica.
Accanto ad una missiva così diretta e semplice, la più semplice dell’intero deposito, ce n’è una che possiamo definire curiosa. Il mittente chiede al senatore comunista di parlare con Scelba perché vorrebbe entrare in Polizia.[6] Forse gli era sfuggito il clima della guerra fredda o riteneva Barontini capace di fare miracoli!
Ma cosa ci raccontano sulla vita, l’esistenza dei singoli, le condizioni di lavoro queste lettere? Molto anche senza darlo ad intendere, direi come un effetto secondario e quasi superfluo per il mittente e il destinatario di allora che condividevano lo stesso contesto di riferimento, ma non per noi, lettori di oggi, che, attraverso queste scritture, veniamo avvolti dalla durezza degli anni postbellici.
Il primo dato che emerge, forse anche un po’ scontato per chi si occupa regolarmente di storia, è la condizione di grande precarietà che attanagliava le famiglie italiane, sia sul piano delle abitazioni, ancora in gran parte distrutte, che su quello della possibilità di trovare un salario anche solo per la mera sopravvivenza fisica dentro quel presente. A riprova, ricordiamo che da una di queste missive, proveniente da Firenze, datata 1950, nella quale prende la parola un livornese. Costui, costretto per ordine dei tedeschi, allo sfollamento dal 13 novembre 1943, si trova ancora, dopo 7 anni, lontano da Livorno e non sa dove sbattere il capo. Dichiara fra l’altro che gli è terminata l’erogazione del sussidio per gli sfollati pari a £ 125, e senza quel piccolo aiuto, adesso è caduto in una condizione di prastrazione gravissima, senza casa, senza lavoro, senza sostegno alcuno.[7]
Questa lettera e molte altre simili, del deposito archivistico sul quale ragioniamo, ci racconta anche la farraginosità della macchina burocratica nazionale. Ricordiamoci che si trattava di una macchina organizzata dal fascismo – che ancora a distanza di 5 anni dalla fine del conflitto, così come non era riuscita ad attribuire la sacrosanta pensione alle vittime della guerra, aveva cominciato solo da poco una ricostruzione lenta e a macchia di leopardo e dal punto di vista complessivo si carretterizzava per una continuità significativa con il passato regime.[8]

Ilio Barontini (al centro in piedi, con la cravata e le mani in tasca) in una foto di gruppo con Togliatti e Nilde Iotti (Archivio Istoreco, Livorno)
Ma ci raccontano ancora di più e meglio. Ci raccontano la pesantezza del clima della ricostruzione dove accanto alla gioia per la fine del conflitto, la fine dei bombardamenti, va accostata la disperazione per la perdita della casa, la ricerca di un impiego là dove non si intravedevano possibilità a portata di mano perché non solo il tessuto urbano era andato distrutto ma anche le fabbriche, le officine, i porti, erano saltati in aria e, noi che scriviamo adesso, sappiamo che molte di queste attività lavorative mai più riprenderanno.
Ecco allora ecco la reiterata richiesta di partecipare ai cantieri di rimboschimento che furono un modo neppure troppo larvatamente assistenziale, ma assolutamente giustificato, di togliere disoccupati dalle strade. Ricordo che lo stesso Piano del Lavoro della Cgil[9] che voleva indicare verso quali attività indirizzare la ricostruzione, e che sottointendeva un progetto ponderato ed articolato, dall’altra parte però cercava e, in parte riuscì, a far partire una serie di attività lavorative – oggi si direbbero lavori socialmente utili – che tamponavano la disoccupazione dilagante, appesantita fra l’altro dal blocco dei salari. Così come il Piano Casa, cosiddetto Piano Fanfani[10], aveva come primo scopo esplicito la lotta alla disoccupazione.
Ma queste lettere ci dicono qualcosa di più soprattutto sull’etica di quelli che scrivevano. Queste persone, uomini e donne cercavano una risposta, una solidarietà, più che un appoggio clientelare rivolgendosi al proprio rappresentante politico di più alto grado, a quel politico che era così diverso da loro, inviato a rappresentarli in Parlamento e nell’Assemblea Costituente, ma così vicino alla loro comunità di appartenenza da potergli scrivere e “aprirgli il cuore”. Non si facevano richieste illegittime, non si chiedevano privilegi. Chiedevano di lavorare e lo facevano tramite il rappresentante locale del Partito più importante del mondo del lavoro di allora, il primo partito della città di Livorno, il Partito comunista italiano. Scrivevano sicuri che Ilio avrebbe preso nota, che avrebbe fatto direttamente o indirettamente qualcosa, e questo era anche confermato dalle stesse missive perché spesso i mittenti ritornavano sulla loro richiesta per ringraziare, per informare Barontini che qualcosa si era mosso, qualcosa si era risolto. Barontini veniva visto, cosa che oggi pare davvero lontana anni luce dalla realtà odierna – un politico non solo vicino alle persone, ma lui stesso persona in mezzo ad una massa di uomini che si ritenevano solidali per idee, per obiettivi, per percorsi di vita. Barontini era il loro migliore rappresentante, quello che si era evidenziato di più, che era salito più in alto, ma per coerenza, per coraggio, per intelligenza, senza camarille di potere, senza giochi di corrente, a testa alta, e spesso anche controcorrente tra i suoi, e questo lo rendeva ancora più forte e più autorevole agli occhi dei militanti di base. Questi testi ci documentano anche come Barontini ebbe effettivamente una capacità di ascolto adatta a quei singoli ed umili mittenti, così come seppe ascoltare, in altri contesti, altri leaders, anche internazionali, rimanendo fedele a sé stesso e alla sua storia.
E in questo nostro presente, ci raccontano che un altro rapporto con la politica è possibile, sia dalla parte dei rappresentanti che dalla parte dei rappresentati. La storia non si ripete mai e neppure è abituata a progredire, ma è anche vero che potremmo provare con modalità diverse, adatte ai nostri tempi, a ricostruire perlomeno qualcosa di simile, ad avere fiducia negli eletti, a pretendere una selezione adeguata dei medesimi. Occorre però il coinvolgimento di tutti, che tutti si ritorni ad essere più soggetti partecipi e meno telespettatori.
[1] Archivio Istoreco, Fondo Pci, Busta 39, Sottofascicolo di “Barontini Pci”: Raccomandazioni Lettera di Alberto De Pasquale dell’8 febbraio 1950, dal Cavo (Elba)
[2] Ilio Barontini (Cecina 1890-Scandicci 1950).
[3]Archivio Istoreco, Fondo Pci, Busta 39, Fascicolo Lettere a Barontini. Lettera del 29 maggio 1949 di Simoncini Bigongiari Silvana da Pisa.
[4] Ibidem. Si tratta di Ciurli Gino, Vaselli, Scappini di Empoli, il padre di Mario Piselli da Roma, Stefani Oreste, Luigi Guarnelfi da Roma, Modesti Arno di Montescudaio. Tutte lettere collocate tra il maggio 1948 e il luglio 1950.
[5] Ibidem. Lettera scritta a Livorno il 5 dicembre 1950. Scritta a mano e appellandosi a Barontini con: “all’onorevole”
[6] Ibidem. Lettera del 27 giugno 1950, da Giulianuova a firma di Santucci Vincenzo.
[7] Ibidem. Lettera del 28 maggio 1950 di Oscar Benedetti.
[8] Cfr. Claudio Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino, 1995.
[9] Fabrizio Loreto, Storia della Cgil. Dalle origini ad oggi, Ediesse, Roma, 2009.
[10] La grande ricostruzione. Il piano Ina-Casa el’Italia degli anni ’50 ( a cura di Paola Di Biagi), Donzelli, Roma, 2001
Decennali del Novecento
L’Istituto storico della Resistenza senese e dell’età contemporanea organizza un ciclo di lezioni sulla storia del Novecento italiano ed europeo, raccontata attraverso alcuni degli episodi più significativi del secolo.
Gli incontri si articoleranno lungo i mesi di febbraio e marzo 2021, con il seguente calendario:
18/2/21 Giovanni Gozzini, Dall’occupazione delle fabbriche alla nascita del Pci. 1920-1921
19/2/21 Massimo Bianchi, Il fascismo e lo scontro con le associazioni cattoliche. 1931
24/2/21 Gabriele Maccianti, L’Italia dall’entrata in guerra all’operazione Barbarossa. 1940-1941
26/2/21 Mauro Moretti, La guerra di Corea. 1950-1951
3/3/21 Stefano Maggi, Dal governo Tamboni al centro-sinistra. 1960-1961
5/3/21 Bruno Fiorai, Lo Statuto dei lavoratori. 1970-1971
10/3/21 Leonardo Grassi, La bomba alla stazione di Bologna. 1980
12/3/21 Daniele Pasquinucci, La dissoluzione dell’Urss. 1991
Tutti gli incontri si terranno dalle ore 17:00 sulla piattaforma Zoom.
Per informazioni e prenotazioni, scrivere all’indirizzo stanzedellamemoria@gmail.com indicando nome, cognome e per i docenti, scuola di appartenenza.
Presentazione del volume di Giacomo Pacini “La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati” (Einaudi Storia, 2021)

>> (www.isgrec.it, www.facebook.com/isgrec.istitutostoricogr)
«Sapeva quasi tutto di tutti e quello che non sapeva, tutti pensavano che lo sapesse», si dice di Federico Umberto D’Amato: “anima nera” della Repubblica, per i suoi detrattori; il più grande uomo di intelligence che l’Italia abbia mai avuto, per i suoi estimatori. Per tutti un uomo temutissimo, a capo tra l’inizio degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta dell’organismo informativo del Ministero dell’Interno, quell’Ufficio Affari Riservati (UAR) al centro dei più grandi misteri italiani durante gli anni della guerra fredda. La sua figura è al centro del nuovo volume dello storico Giacomo Pacini, “La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati”, appena uscito per Einaudi Storia e subito balzato in testa nelle classifiche dei libri più venduti.
Pacini, già autore nel 2010 di “Il cuore occulto del potere. Storia dell’ufficio affari riservati del Viminale (1919-1984)”, pubblicato con l’editore Nutrimenti, e di “Le altre Gladio: La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991”, pubblicato sempre nella collana Einaudi Storia nel 2014, ricostituisce attraverso un apparato documentale imponente la storia dell’UAR e l’operato di Federico Umberto D’Amato che ne era a capo; ne esce il quadro di un organismo responsabile di una spregiudicata e capillare opere di infiltrazione all’interno di partiti politici, sindacati e movimenti extraparlamentari, una “polizia parallela” del tutto autonoma rispetto alle forze di pubblica sicurezza, in grado di gestire e tenere a libro paga centinaia di informatori in tutta Italia. L’UAR era un ente, quindi, che agiva come un vero e proprio servizio segreto al di sopra delle leggi e del Parlamento, non troppo conosciuto alla stampa, alle forze politiche e alla stessa magistratura. Lo stesso Federico Umberto D’Amato, per anni detentore di un potere talmente pervasivo da permettergli di condizionare le scelte politiche dei vari ministri dell’Interno, è un personaggio oscuro e poco conosciuto, sul quale Pacini riesce finalmente a far luce.
Venerdì 12 febbraio alle ore 17.30 ne discuteranno con l’autore i giornalisti e scrittori Paolo Morando e Fabio Isman nel corso di un incontro on line nella pagina facebook e nel sito internet dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea. L’evento è organizzato dall’Isgrec in collaborazione con Giulio Einaudi editore. Info: ISGREC, 0564415219, segreteria@isgrec.it, www.isgrec.it, www.facebook.com/isgrec.istitutostoricogr
“La Fascistissima”. presentazione del volume di Andrea Giaconi
Martedì 16 febbraio alle ore 17.00 la Biblioteca CaNova vi invita alla presentazione online del volume di Andrea Giaconi La fascistissima. Il fascismo in Toscana dalla marcia alla notte di San Bartolomeo, Ed. Il formichiere, 2019.
Coordina Christian Satto, coordinatore toscano Comitati promozione valori risorgimentali
Intervengono l’Autore e Matteo mazzoni, Direttore Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.
In diretta sulla pagina FB della Biblioteca CaNova.
Conferimento della Laurea Honoris causa in Scienze per la Pace da parte dell’Università di Pisa alla Senatrice Liliana Segre

Nell’ambito delle iniziative per la Giornata della Memoria, martedì 2 Febbraio, nell’Auditorium Polo della Memoria San Rossore 1938 (non a caso) dell’Università di Pisa si è tenuta una manifestazione articolata in due parti: dapprima la presentazione del volume di Marina Riccucci e Laura Ricotti Il dovere della parola. La Shoah nelle testimonianze di Liliana Segre e Goti Herskovitz Bauer, poi la cerimonia di conferimento della Laurea Magistrale Honoris causa per la Pace alla Senatrice Liliana Segre.
La manifestazione si è tenuta parzialmente in presenza e su piattaforma telematica. A coordinare l’evento Fabrizio Franceschini, Direttore del CISE, Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici.
Alle 11 si è aperta la cerimonia con i saluti istituzionali del sindaco di Pisa, Michele Conti, seguito dal prefetto Giuseppe Castaldo, il quale afferma “bisogna difendere la popolazione dal virus più terribile, quello della violenza e dell’intolleranza” e da Alessandra Nardini che definisce Liliana Segre “modello di donna libera e di pace” elogiandone “la generosità con cui ha lasciato alla generazione successiva i valori di giustizia e uguaglianza”. Poi aggiunge “abbiamo il dovere della memoria e anche quello di fare i conti con la nostra storia di Italiani e di Europei”. La ricorda come una bambina di otto anni “a cui è stata tolta l’infanzia” e conclude citando un episodio assai significativo, spesso citato dalla Senatrice a vita, relativo alla fuga delle SS dai lager e il loro tentativo di eclissarsi gettando divise e armi. “Quando anche il comandante di quell’ultimo campo vicino a me si mise in mutande, quell’uomo alto, sempre elegantissimo, crudele sulle prigioniere inermi, e buttò la divisa sul fosso, la sua pistola cadde ai miei piedi ed io ebbi la tentazione fortissima di prenderla e sparargli. Lo avevo odiato, avevo sofferto tanto, sognavo la vendetta: quando vidi quella pistola ai miei piedi, pensai di chinarmi, prendere la pistola e sparargli. Mi sembrava un giusto finale di quella storia, ma capii di esser tanto diversa dal mio assassino, che la mia scelta di vita non si poteva assolutamente coniugare con la teoria dell’odio e del fanatismo nazista; io nella mia debolezza estrema ero molto più forte del mio assassino, non avrei mai potuto raccogliere quella pistola, e da quel momento sono stata libera.” È poi la volta di Luciano Barsotti, presidente della Fondazione Livorno, che ha finanziato la pubblicazione del libro presso la casa editrice Pacini. Egli ricorda come la sua città, fin dalla fondazione, ha convissuto con la comunità ebraica, lì molto numerosa, traendo benefici da questo sincretismo culturale.
Inizia poi la cerimonia vera a propria. Il professor Fabrizio Franceschini spiega il nome dato al luogo dove si sta svolgendo l’evento. Inaugurato il 25 febbraio 2020, Il nome “Polo della Memoria San Rossore 1938”, fortemente voluto dal rettore, è stato scelto per richiamare alla memoria collettiva la “Cerimonia del ricordo e delle scuse” celebrata nel 2018 in occasione dell’80° dalla firma delle leggi razziali “Con la scelta di questo nome vogliamo rinnovare in modo solenne un impegno, quello di difendere e promuovere i valori della democrazia, della libertà, dell’eguaglianza, della fratellanza e del diritto alla dignità di ciascun essere umano”. “Vogliamo che i nostri studenti conoscano i nomi di alunni e docenti perseguitati, espulsi, uccisi per motivi razziali: 20 docenti e 280 studenti”. “Questo polo – prosegue Franceschini – fa da pendant con l’altro geograficamente sito nella parte opposta del centro storico di Pisa, il polo Pontecorvo, all’interno della stessa area in cui, negli anni Trenta del secolo scorso, sorgevano gli impianti tessili della famiglia Pontecorvo”. Il polo è dedicato a Guido, Bruno e Gillo, che oltre ad essere esponenti di primo piano nei rispettivi campi della genetica, della fisica e dell’arte cinematografica, hanno subito, in quanto ebrei, le persecuzioni razziali nel ’38 e sono dovuti fuggire all’estero, Guido ad Edimburgo, Bruno negli USA e Gillo in Francia. Questo ultimo è tornato poi in Italia per aderire alla Resistenza, coordinando azioni partigiane in Piemonte e Lombardia.
Giunge finalmente la presentazione del libro Il dovere della parola da parte delle autrici, Laura Ricotti e Marina Riccucci, che tra l’altro è anche membro del CISE, la quale spiega l’origine del libro che nasce dagli incontri e dalle conversazioni che hanno intrattenuto tra il 2017 e il 2020 con Liliana Segre e Goti Bauer. Il volume che si compone di quattro capitoli: nel primo Laura Ricotti ricostruisce il contesto storico dell’Olocausto, con riferimenti agli anni 1933-1945, dall’apertura del primo lager ai processi di Francoforte e di Norimberga. Il secondo capitolo verte sull’incontro a Milano tra Liliana Segre e Goti Bauer dopo la deportazione e il ruolo avuto dalla signora Goti nel processo che ha portato Liliana a farsi testimone. Il terzo è la prima biografia (autorizzata) di Goti Bauer, condotta sulla scorta delle parole e del racconto fatti da Goti alle due autrici, durante due incontri nel 2018 e nel 2020, entrambi a Milano. Il quarto, infine, è la storia di Liliana Segre riferita nell’intervista rilasciata a Marina Riccucci nella sua casa milanese nel marzo 2017, prima della nomina a senatrice a vita. Si tratta di un resoconto particolare, durante il quale Liliana Segre “ha parlato della sua vicenda di deportata ad Auschwitz con le parole di Dante, eleggendo termini ed espressioni dell’Inferno a vocabolario della sua testimonianza”. Il volume è corredato anche da videointerviste. La professoressa Riccucci, icasticamente, dice “dalla firma delle leggi razziali l’orizzonte aperto per gli ebrei è diventato quello chiuso di un vagone piombato e di una camera a gas” e conclude, spiegando il titolo del libro, “ogni frase pronunciata deve diventare una pietra di inciampo”.
In collegamento telefonico partecipa una delle testimoni, Goti Herskovitz Bauer, 96enne, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz e molto attiva nella memoria della Shoah. Originaria di Fiume, perde nell’Olocausto i genitori, un fratello, una sorella e un cognato. Ripercorrendo la propria vita dalla solitudine nel periodo delle leggi razziali, all’indifferenza e malvagità, Goti Bauer ricorda, con grande gratitudine, che tra la cattiveria generalizzata ci fu però anche un episodio di grande solidarietà: l’aiuto ed il conforto ricevuto dalla vicina di casa, la signora Angelina Braida, che, esponendosi a gravi rischi personali, fece murare un locale nella sua casa di vacanza a Laurana dove nascose oggetti di valore di tanti ebrei, tra cui anche quelli della famiglia di Goti. La cosa del lager che ricorda con più orrore è la frase “durch den kamin” (per il camino) alludendo ai formi crematori. Come per molti altri deportati, l’occasione della testimonianza per Goti arriva negli anni Novanta quando si riaccende nell’opinione pubblica l’interesse sulla Shoah e sui racconti dei sopravvissuti. Da allora la signora Bauer partecipa a numerosi incontri con le scuole e a manifestazioni pubbliche.
Alle 11:30 inizia la cerimonia di conferimento della laurea. Ad iniziarla è il Magnifico Rettore dell’università di Pisa, Paolo Maria Mancarella, che tiene un discorso intriso dei sentimenti che hanno animato la nostra costituzione. “E’ importante la memoria nell’Italia di oggi, che risulta divisa e incoerente di fronte ai valori che dovrebbero essere comuni -come il cielo nella filastrocca di Rodari: il cielo è di tutti, di ogni occhio è il cielo intero- e non calpestati da alcuni membri delle istituzioni per meri scopi elettorali, facendo leva sulla paura”. Poi introduce Liliana Segre con queste parole “ha imparato a parlare con dolcezza e intelligenza contro le barbarie del mondo” ed è proprio per questo che le viene attribuita la laurea honoris causa in Scienze per la pace. La motivazione è letta dalla presidente del corso di laurea, Professoressa Eleonora Sirsi: “per il suo impegno nel contrastare gli hate speeches, promuovere una vera educazione alla cittadinanza, alla pace positiva e al ripudio della violenza”. La professoressa ripercorre poi la biografia di Liliana Segre, dall’infanzia con il padre, al precoce senso di ingiustizia a causa delle leggi razziali, fino al tentativo fallito di fuga in Svizzera con la famiglia, l’arresto e il carcere prima a Como e poi a San Vittore. Su quest’ultima esperienza la Senatrice ha però un ricordo dolce “eravamo noi due, io e mio padre, e in quella cella e ho vissuto momenti di felicità perché ero sola con lui”. Poi la deportazione a 14 anni ad Auschwitz, il numero di matricola 75190, il lavoro in una fabbrica di munizioni, il momento terribile in cui, trovandole un pidocchio, la rasano “avevo una consapevolezza nuova della mia nudità e del mio capo rasato…non ero mai stata così sola e infelice, avevo fame, freddo. In quella stanza c’era una bambina di circa 2 anni più grande di me, non parlava la mia lingua, credo che fosse ceca. Nei suoi occhi vedevo lo stesso orrore. Sfruttando il nostro latino scolastico, riusciamo però a dialogare. Non sapevo il suo nome, ma fra di noi nacque una intimità”. Quando torna a casa il 31 agosto 1945, a 15 anni, Liliana non ha voglia di ricordare. L’Italia di quel tempo non faceva della Shoah parte del racconto pubblico, una delle tante “amnesie della storia”, come le ha definite Remo Bodei. Negli anni ’70-’80 precipita nella depressione dalle quale esce grazie al lavoro (rileva la fabbrica paterna di tessuti) e all’inizio degli incontri pubblici e con gli alunni. Arrivano poi le onorificenze: a partire da quella di Commendatore al merito della Repubblica italiana, conferita da Ciampi nel 2004, alle 6 lauree honoris causa, di cui quella di Pisa è l’ultima, fino alla nomina a senatrice a vita nel 2018.
La laudatio è tenuta da Gadi Luzzatto Voghera e da Noemi Di Segni, rispettivamente direttore del CDEC, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, e presidente dell’UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Il primo percorre gli studi essenziali, sia stranieri che italiani, sulla Shoah, a partire dall’opus magnum The Destruction of the European Jews, pubblicato da Raul Hilberg nel 1961 negli Stati Uniti, mentre nello stesso anno Renzo De Felice pubblica in Italia il molto discusso Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo; gli esperimenti di Stanley Milgram negli anni ’70 che hanno in parte influenzato anche il saggio a Ordinary Men: Reserve Police Battalion 101 and the Final Solution in Poland di Christopher Browning del 1992; e Modernity and the Holocaust, pubblicato da Zygmunt Bauman nel 1989. Per la filmografia il monumentale documento di Claude Lanzmann Shoah del 1985. Questi studi creano un contesto culturale e civile che fa nascere “l’era del testimone” per dirlo con le parole di Annette Wieviorka.
La laudatio di Noemi Di Segni è all’insegna dell’importanza della memoria e della pace “l’impegno di memoria è un impegno morale per non precipitare nell’abisso del vuoto di umanità” e “il presupposto della pace sono la legalità e la consapevolezza del limite”.
Alle 13:20 avviene la consegna virtuale del diploma di laurea a Liliana Segre seguita dalla sua lectio magistralis. La Senatrice innanzitutto manda un abbraccio virtuale a Goti Bauer “amica e maestra di vita” e ringrazia per gli interventi le due scrittrici Riccucci e Ricotti. Poi, con grande umiltà si domanda “A volte mi chiedo come io possa aver ispirato tutto questo” e si definisce “nonna di me stessa, così come penso di esserlo stata per i tanti ragazzi che mi hanno ascoltato”. “Penso con pena infinita alla ragazzina che sono stata. Ero una bambina di 8 anni quando ascoltai dai miei cari, poi spazzati via dalla Shoah, che ero stata espulsa dalla scuola per la sola colpa di essere nata. Furono troppi quelli che accettarono le leggi razziali, anche per interesse personale, oltre che per indifferenza”. “Ma sono orgogliosa, credo, di essere stata utile nelle scelte di vita di chi mi ha ascoltato, cercando di trasmettere la forza che c’è in ognuno di noi. Ora sono una laureanda, molto matura e commossa”. “Continuerò, nei limiti delle mie forze, -ha concluso- nella mia opera di testimonianza e di costruzione di una società di pace, rispetto, responsabilità, dialogo, solidarietà ed accoglienza dell’altro“. Poi manda un abbraccio a tutti “con l’affetto di una nonna”.
La cerimonia si conclude con l’esecuzione del Kaddish di Maurice Ravel, nella produzione del Festival Nessiah.
Per la storia di un confine “difficile”. Iniziativa della Regione Toscana per il Giorno del Ricordo 2021

10 febbraio: iniziativa promossa da Regione Toscana in collaborazione con gli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea regionale e grossetano.
1920: “Italia ribelle” fra sommosse popolari e rivolte militari.

Giovedì 25 febbraio ore 17.30 in diretta ZOOM (invito_ventura), l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea e l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Lucca vi invitano alla presentazione del libro di Andrea Ventura, Italia ribelle. Sommosse popolari e rivolte militari nel 1920 (Carocci editore).
Coordina Stefano Bucciarelli, presidente ISREC Lucca
Intervengono:
Roberto Bianchi, Università di Firenze – ISRT
Matteo Millan, Università di Padova
Sarà presente l’Autore.


