www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it una mostra storica necessaria nell’80° anniversario dell’aggressione nazista e fascista

Il 6 aprile ’41, l’Italia invadeva la Jugoslavia: le truppe tedesche, seguite a ruota da quelle italiane e ungheresi, distrussero il regno dei Karađórđević e spartirono il suo territorio fra i vincitori. 
Seguirono anni terribili. Diciamolo subito: la prima responsabilità dell’inferno in cui precipitò il Paese spetta a chi lo attaccò e scatenò una guerra di tutti contro tutti.
Poi fu il caos: guerra di liberazione contro gli occupatori; guerra civile fra ustašcia croati, četnici serbi, domobranci sloveni, partigiani comunisti; guerra rivoluzionaria per la creazione di uno stato socialista, feroci repressioni antipartigiane; sterminio degli ebrei, tentativi genocidari ai danni di popolazioni dell’etnia sbagliata.

Di quel vortice di violenza, le truppe italiane di stanza nei territori annessi o occupati, non furono semplici spettatrici, ma protagoniste. Si tratta di una delle pagine più buie della nostra storia nazionale, e anche una delle pagine meno illuminate. Sulla nostra invasione della Jugoslavia aleggia ancora il silenzio dell’“Italiano brava gente”, per dirla con le parole di Filippo Focardi (Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri) che parla di una “mancata Norimberga italiana”. La mancata consegna dei 3.800 italiani elencati nella United Nation World Crime Commission per crimini di guerra e contro l’umanità mai estradati né processati. Non concessero l’estradizione né il governo Badoglio né quelli successivi di unità antifascista. E quando poi Tito perse l’aiuto di Stalin la richiesta di Tito verso la consegna dei criminali “evaporò”

E perché? Vari gli scopi: distinguersi da nazisti da guardare come i veri criminali, colpevolizzare i partigiani comunisti, non voler consegnare i prigionieri italiani sulla base di una clausola di reciprocità contenuta nell’allora codice militare di guerra, che alimentò la richiesta da parte degli Italiani agli Jugoslavi di avere consegnati i presunti responsabili di crimini commessi contro le nostre truppe.

Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, afferma: “troppo tempo ci abbiamo messo per trattare di questo argomento, quello di una guerra di aggressione con strumenti e metodi assolutamente criminali, crimini di guerra, crimini contro l’umanità”, quei crimini di cui noi siamo stati vittima dei Tedeschi dopo l’8 settembre, ma ancor prima perpetratori, dall’Etiopia, alla Grecia, alla Jugoslavia.

Oggi, dopo ottanta anni, speriamo che finalmente sia venuto il momento di fare un po’ di chiarezza.

Per ora abbiamo dovuto proporre una mostra fotografica virtuale favorirne la fruizione anche non in presenza ma ci auguriamo che possa girare presto in Italia, anche nelle scuole”).

Questa, dice l’ideatore e responsabile Raoul Pupo, è una mostra corale, è una mostra plurale, nel tentativo di una “purificazione della memoria”, cioè di un atto di fiducia nella capacità di recuperare l’analisi di fatti che sono stati ignorati, evitati, nascosti, alterati perché disturbano le logiche del paese.

 La mostra è molto vasta, per un totale di 54 pannelli, 200 immagini,  testimonianze d’epoca e  interviste ai maggiori studiosi dell’argomento.

Dopo un video introduttivo, la mostra si articola in 10 sezioni (molte delle quali con sotto sezioni e pannelli) ed una conclusione.

 I. La guerra
II. Ribellione e rivoluzione

III/1. Slovenia

III/2. Dalmazia
IV. Croazia
V. Montenegro
VI/1. Le grandi operazioni: Slovenia
VI/2. Le grandi operazioni: Croazia e Montenegro
VII. La repressione
VIII. I campi d’internamento
IX. La fine
X. La rimozione
Conclusioni

I testi dei pannelli sono puramente descrittivi, perché “Quando le fonti gridano, è bene che gli storici parlino sottovoce”.

Alcuni esempi:

La prima sezione ha tre pannelli e inizia significativamente con i “bombardamento di Pasqua” dei Tedeschi su Belgrado, non senza ricordare che Mussolini aveva già espresso l’intenzione di occupare la Jugoslavia già nel ’40, per poi finire con la spartizione dei Balcani.

La terza sezione in due dei tre paragrafi ci mostra come le autorità italiane anche estendono alla provincia di Lubiana la legislazione volta a cancellare l’identità nazionale slovena e a circondano Lubiana dal filo spinato, in un surreale immenso lager.

La sezione 7 è quella forse che ci lascia più un pugno nello stomaco: il pannello 1 riporta il testo completo della famigerata circolare C, del Generale Roatta, quella che nel 1 marzo 1942 scriveva :” Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” bensì da quella “testa per dente”, sulla sua scia nel pannello 2 il Generale Robotti conclude la sua sorta di decalogo con la frase -in grassetto- SI AMMAZZA TROPPO POCO. E poi gli altri 4 pannelli: senza pietà, i prigionieri, le razzie, le stragi sono precedute dall’avviso “Attenzione, le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità”. Cosa aspettarsi da un articolo che riporta le parole di Mussolini nel luglio 1942: “Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta” e nel 1943 così si rivolge ai soldati: “So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori.”
I soldati obbediscono e in qualche caso bruciano villaggi e sparano ai civili solo per ingannare il tempo. Atrocità vengono compiute da tutte le parti in lotta.

Le immagini dei prigionieri non lasciano indifferenti: molte di esse sono inedite e ritraggono donne in attesa di essere fucilate

La sezione 8 riguarda il sistema concentrazionario italiano: Le truppe italiane, non riuscendo ad aver ragione dei ribelli, procedono all’evacuazione delle zone ad alta densità partigiana. L’intera popolazione viene rastrellata ed i villaggi rasi al suolo per fare terra bruciata …

Nascono così i campi di concentramento italiani per popolazione slava (Arbe, campo di Molat, Gonars, Renicci) e viene riportata anche un’intervista alla sopravvissuta Marija Mahnič, al campo di Fraschette di Alatri.
L’ultima , la 10, si intitola significativamente la rimozione, in un palleggiarsi fra accuse jugoslave e strategia difensiva italiana, depistaggi, mancati processi.

In calce alla mostra virtuale una nota linguistica, bibliografia orientativa, riferimenti iconografici, sigle a rendere fruibile a tutti il contenuto.




8 aprile, presentazione di “Il diritto cangiante. Il lungo Novecento giuridico del paesaggio italiano”

L’8 aprile, alle ore 17.30, sulla pagina facebook (www.facebook.com/isgrec.istitutostoricogr) e nel sito dell’Isgrec (www.isgrec.it),  si terrà la presentazione on line, coorganizzata dall’Isgrec e dal Consorzio di Bonifica 6 Toscana Sud, del volume “Il diritto cangiante. Il lungo Novecento giuridico del paesaggio italiano” del Prof. Paolo Passaniti (Università di Siena), da poco Presidente dell’Isgrec.

Dopo i saluti di Fabio Bellacchi (Presidente Consorzio di Bonifica 6 Toscana Sud), discuteranno con l’autore il Prof. Rossano Pazzagli (Università del Molise, Direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni”) e la Prof.ssa Anna Guarducci (Università di Siena, Responsabile del progetto “ArchiMaremma”). Coordina Ilaria Cansella (Direttrice Isgrec).

Il volume ripercorre la storia della tutela del paesaggio in Italia. Un diritto cangiante, mutevole, in cui le previsioni normative assorbono e riproducono le discontinue visioni culturali intorno all’idea del paesaggio, sempre stretta tra conservazione e mutamenti. Dalle bellezze naturali al diritto ambientale, la tutela paesaggistica si è evoluta e si evolve seguendo le dinamiche del difficile incontro tra diritto e natura. Il punto d’arrivo è costituito dall’eredità novecentesca che si ritrova all’interno del Codice dei beni culturali e del paesaggio: una sorta di ponte tra il passato, che ancora risente della legge Bottai del 1939 – il Novecento da cui è difficile uscire -, e il futuro della sostenibilità ambientale alla ricerca di un diritto. Quasi un secolo di tutela, dalla legge Croce sino al presente, ricostruito intorno alla volubilità del concetto di paesaggio.

Una storia dunque anche di paesaggi culturali e di culture del paesaggio, in cui la storicità fa da filo conduttore in grado di evidenziare quello che può ancora vedersi e quello che non può più essere visto e da metodologia in grado di creare un raccordo tra la tutela del paesaggio e la sostenibilità ambientale.

INFO: ISGREC | 0564415219 | segreteria@isgrec.it | www.isgrec.it




10 aprile, convegno “Diritti, ambiente e territorio. Dalla Maremma dei Lorena alla sfida attuale di uno sviluppo sostenibile”

Il 10 aprile alle 9:30, sulla pagina facebook (www.facebook.com/isgrec.istitutostoricogr) e nel sito dell’Isgrec (www.isgrec.it),  si terrà il convegno “Diritti, ambiente e territorio. Dalla Maremma dei Lorena alla sfida attuale di uno sviluppo sostenibile”, organizzato nell’ambito delle celebrazioni della Festa della Toscana. Il convegno, aperto a tutti, è parte di un lavoro che l’Isgrec sta portando avanti con le scuole sulla forte interdipendenza fra ambiente, salute e tutela dei diritti umani; l’ambiente è infatti lo spazio entro il quale si svolge l’esistenza umana e il suo degrado può influire sulla qualità della vita e sulla vita stessa, una reciproca connessione di cui erano consapevoli già i fisiocratici, le cui teorie guidarono l’azione riformatrice leopoldina e gli ambiziosi piani di riforma in Maremma, dove lo stato di abbandono e miseria del territorio e delle popolazioni era più grave che nel resto della Toscana.

Il progetto presentato dall’Isgrec al Consiglio regionale toscano per la Festa della Toscana vuole porre all’attenzione sul tema dei “diritti di terza generazione”, che rappresentano oggi una delle rivoluzioni ideali più profonde della nostra società. Tra questi, il diritto a un ambiente salubre e a uno sviluppo sostenibile, responsabilità e impegno del presente ma inevitabilmente rivolto alle generazioni future.

Al saluto istituzionale di Leonardo Marras (Regione Toscna, Assessore all’Economia, attività produttive, politiche del credito e turismo) seguiranno gli interventi di Rossano Pazzagli (Università del Molise) – “La costruzione di un territorio. Caratteri e trasformazione della Maremma dall’età dell’Illuminismo all’Unità d’Italia” -, Roberto Costantini (Consorzio Lamma) –  “Conoscere il clima per governare il territorio. Lo sviluppo come sfida per un nuovo equilibrio”-  e del Prof. Paolo Passaniti (Università di Siena, Presidente Isgrec), “Dalla malaria all’agriturismo. La tutela del paesaggio maremmano nel Novecento”. Coordina Ilaria Cansella, Direttrice Isgrec.

Prenotazione obbligatoria per le classi per l’accesso alla piattaforma Zoom: ISGREC – 0564415219 – segreteria@isgrec.it

 




La Toscana del ‘900: mutamenti sociali e funzione del governo. E oggi?

locandina 8 aprile




Bonsignori e Becocci: comunisti internazionalisti livornesi

Seconda parte della rassegna di profili biografici di militanti comunisti internazionalisti di Livorno e provincia, i quali contribuirono alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, sezione della IIIª Internazionale, avvenuta a Livorno nel gennaio 1921.

BECOCCI  Ettore Augusto

(Livorno 17.07.1902 – Livorno 07.01.1972)

Nato a Livorno il 17 luglio 1902 da Eugenio e Vittoria Ciucci. Di professione è fuochista navale, successivamente pescatore, bracciante e nel secondo dopoguerra spazzino comunale. Possiede la licenza elementare.

Nel corso del primo conflitto mondiale si iscrive alla Federazione Giovanile Socialista, e partecipa al Biennio Rosso (1919-1920).

Appena diciottenne partecipa al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, tenutosi a Livorno nel gennaio del 1921, in quanto è segnalato tra i seguaci del futuro deputato comunista Francesco Misiano (uno dei 58 delegati al Congresso della Frazione Comunista), del quale è guardia del corpo proprio in occasione dei giorni infuocati del Congresso socialista stesso e nell’atto di fondazione del Partito Comunista d’Italia. Accompagna ancora Misiano quando nel febbraio 1921 questi si reca a Livorno per coordinare la locale sezione del Pcd’I con la direzione del partito stesso.

Militante del Pcd’I sin dalla sua fondazione, è tra i più attivi nella propaganda e nell’azione. Membro attivo degli Arditi del Popolo, inquadrato in una compagnia comunista, partecipa a tutti gli sconti con i fascisti ed in particolare si segnala nel maggio del 1921, quando colloca una bandiera rossa su una barca, presso gli Scali del Pontino, uno dei quartieri più proletari della città, al fine di provocare ed attirare i fascisti in quel quartiere, dove furono respinti. Successivamente si imbarca su vari piroscafi dove svolge le mansioni di fuochista navale. Inoltre è iscritto alla Federazione Gente di Mare (Federazione dei marittimi) diretta da Giuseppe Giulietti.

Costantemente vigilato dalle autorità di polizia sin dal 1921, nell’ottobre 1926 cerca di espatriare clandestinamente in Francia dove vive la sorella Guglielma, ma a Ventimiglia viene fermato e rimandato a Livorno, dove riceve dalle autorità una ammonizione per l’attività politica svolta in passato. Per la sua attività il suo nome è inserito nell’elenco delle presone da arrestare in particolari contingenze politiche.

Perso il lavoro di fuochista navale anche a causa di un infortunio che lo rende claudicante, nel giugno 1928 le autorità gli negano il nullaosta per l’imbarco a causa delle sue idee politiche, impedendogli così di espatriare perché ritenuto pericoloso per il regime anche all’estero. Negli anni seguenti scrive una lettera di abiura al Prefetto affinché le autorità potessero dargli una nuova occupazione.

Nel settembre 1931 viene arrestato e condannato per adulterio, in quanto da uomo sposato, intrattiene una relazione con una ragazza, Giuseppina Bua, che diverrà la sua nuova compagna. Una volta scarcerato, il 9 aprile 1932 gli viene restituito il passaporto e compie numerosi viaggi tra l’Italia e la Francia, in particolare Marsiglia (dove si stabilisce nuovamente presso la sorella) e la Corsica, per cui viene sospettato di mantenere i contatti e di fare da corriere tra gli antifascisti fuoriusciti e quelli livornesi.

Dopo pochi mesi è costretto a rientrare a Livorno per assistere la madre gravemente ammalata e nel settembre 1932 viene nuovamente arrestato e processato insieme alla sua compagna per furto, reato commesso a causa dell’impossibilità di trovare una occupazione, ma usufruisce di una amnistia e viene scarcerato.

Il 22 marzo 1933 viene fermato, insieme a molti altri sovversivi, a seguito dei funerali del comunista Mario Camici e per gli ordigni esplosi presso la sede del Comando della Milizia e quella del Dopolavoro di San Marco, quindi viene nuovamente ammonito dallo svolgere attività politica. Tuttavia gli viene concessa una pensione di invalidità di 150 lire erogate dall’Ente Comunale di Assistenza.

Nel 1933 viene cancellato dall’elenco delle persone da arrestare in determinate contingenze politiche.

Nel secondo dopoguerra si iscrive al PCI e viene assunto come netturbino dall’Azienda Municipalizzata Pubblici Servizi, diventando un membro attivo nella costituzione della cellula comunista di quell’azienda.

Nel 1956 esce dal PCI in forte polemica con la politica di Togliatti a causa dei fatti di Polonia e Ungheria e abbandona anche la CGIL per passare alla CISL, rimanendo tuttavia vicino agli ambienti della Sinistra Comunista antistalinista.

Muore a Livorno nel gennaio 1972.

 

FONTI ARCHIVISTICHE:  Archivio di Stato di Livorno, fondo Questura, serie A8, busta n. 1372; Comune di Livorno, Archivio di Stato Civile; Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen.

FONTI BIBLIOGRAFICHE: M. Rossi,  Livorno ribelle e sovversiva, BFS, Pisa, 2013; I. Tognarini (a cura di), Livorno nel XX secolo. Gli anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Edizioni Polistampa, Firenze, 2006.

 

BONSIGNORI Alfredo (Galliano, Gracco, Alfonso e Nanni)

(Cecina (Livorno) 28.1.1895 – Lione (Francia) 3.4.1976)

Nato a Cecina nel 1895 da Giuseppe ed Italia Silvestri. Ha frequentato i primi anni della scuola elementare e di professione è falegname ed ebanista. Si avvicina giovanissimo al socialismo grazie al suo compaesano Giuseppe Macchia, anch’egli falegname e si iscrive al Psi.

Nel 1915 partecipa alle proteste contro l’ingresso dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, ma nel frattempo viene riformato dal servizio di leva perché ha una deformazione all’occhio destro. Sposato con Corinna Michelotti, nel gennaio1919 ha un figlio a cui dà il nome Lenin.

Nel 1919 oltre che militante del Psi è anche sottoscrittore del giornale socialista di Piombino L’Operaio, partecipando inoltre nello stesso anno alla formazione e all’organizzazione della Lega proletaria e contadina di Cecina. Nel novembre del 1920 viene eletto a Cecina consigliere comunale, elezioni che videro la formazione di una giunta rossa guidata dal sindaco Ersilio Ambrogi.

Nel gennaio 1921 aderisce al Pcd’i, ma il mese seguente subisce un arresto per correità nell’omicidio del fascista livornese Dino Leoni, il quale si era recato a Cecina insieme ad una squadraccia fascista per costringere l’amministrazione social-comunista ad affiggere nuovamente nel Palazzo Comunale la lapide col bollettino della vittoria e i nomi dei cecinesi caduti nella Prima Guerra mondiale, dato che la stessa lapide era stata tolta nel novembre 1920, all’indomani della vittoria elettorale dei socialisti.

Candidato allora alle elezioni politiche del maggio 1921, con il nome di Galliano, nel collegio di Arezzo-Siena-Grosseto, non riesce ad essere eletto e rimane quindi in carcere e nel 1922 è definitivamente condannato a dieci anni, tre mesi e dieci giorni di reclusione sempre per la morte del fascista Leoni.

Liberato il 14 agosto 1926 in seguito ad un’amnistia, ritorna a Cecina, ma i fascisti locali gli impongono di lasciare la città entro 24 ore. Anche a Roma, dove ripara, viene però malmenato perché indossa una cravatta nera alla Lavallière, simbolo anarchico.

Si trasferisce quindi a Milano con la famiglia ma, poco dopo, emigra clandestinamente in Francia, stabilendosi a Lione, dove riprende il suo lavoro di ebanista.

In quel periodo e per qualche tempo nella sua abitazione a Lione, ospita alcuni fuoriusciti anarchici: Oscar Scarselli detto lo Zoppo, di Certaldo, capo ed animatore insieme ai fratelli Tito ed Egisto della “Banda dello Zoppo”, (fondata durante la rivolta anarchica di Certaldo nel febbraio 1921, durante la quale muore il fratello Ferruccio, scoppiata all’indomani dell’uccisione del ferroviere comunista Spartaco Lavagnini per mano dei fascisti), Giuseppe Parenti, di Campiglia Marittima, arrestato per i fatti di Ulceratico e il ciclista, acrobata e lottatore livornese Giovanni Urbani, membro della “Banda di Stefano Doneda”, tutti evasi dal carcere di Volterra (Pisa) nell’ottobre del 1924.

Viene espulso dal Pcd’I probabilmente tra il 1927 e il 1928 per le sue tendenze bordighiste e nel 1928 aderisce ai Gruppi di Avanguardia Comunista (Gac), fondati l’anno precedente  dal comunista bordighiano Michelangelo Pappalardi (1895-1940), che pubblicano Le Réveil communiste.

Vicino alle tesi di Amadeo Bordiga (1889-1970), ma contestualmente interessato alle posizioni del KAPD (Partito Comunista Operaio di Germania) e dalla sinistra marxista tedesco-olandese personificata da Karl Korsch (1886-1961), Hermann Gorter (1864-1927) e Anton Pannekoek (1873-1960), nonché dalle posizioni della sinistra russa rappresentata dal Gruppo Operaio di Gavril Ilyich Myasnikov (1889-1945), già membro dell’Opposizione Operaia in Unione Sovietica, sostiene la successiva evoluzione “operaista” dell’organizzazione di Pappalardi, che nel 1929 approda alle posizioni del Kapd, costituendo i Gruppi Operai Comunisti (Goc), aventi come organo L’ouvrier communiste.

Agli inizi del 1928 viene colpito da un decreto di espulsione dal territorio francese, ma rimane clandestinamente a Lione senza rinunciare tuttavia all’attività politica, tanto da essere accusato nell’ottobre dello stesso anno, insieme ad altri comunisti ed anarchici, di aver assalito due italiani che ritornavano da una manifestazione fascista e patriottica.

In quegli anni sottoscrive più volte per il giornale bordighiano Prometeo e per il giornale comunista operaista L’ouvrier communiste e partecipa più volte, sempre in quegli anni, a raccolte fondi per la liberazione di Myasnikov, detenuto nelle carceri turche, dopo la fuga dall’Urss nel 1928.

Nel novembre 1929 sottoscrive ancora per il giornale bordighiano Prometeo, inviando una messaggio al giornale, nel quale inneggia a Michele della Maggiore, il comunista di Ponte Buggianese (Pistoia), condannato e fucilato nel 1928 dal regime mussoliniano, per aver ucciso due fascisti.

Nel giugno 1931 partecipa ad una riunione al circolo anarchico “Sacco e Vanzetti” di Lione, durante la quale i comunisti operaisti e gli  anarchici cercano di stabilire un lavoro politico comune. Nel dicembre del medesimo anno partecipa alla campagna internazionale in favore dell’anarchico Francesco Ghezzi (1893-1942), deportato dagli stalinisti in Siberia.

Quando il gruppo di Pappalardi si scioglie, nel corso del 1931, riprende i contatti con i vecchi compagni bordighisti, pubblicando, con lo pseudonimo di Gracco, due articoli sul quindicinale Prometeo stampato a Molenbeeck-Bruxelles.

Nel 1932 rompe però con il marxismo e passa, insieme a Lodovico Rossi e Quinzio Panni, al movimento anarchico, al quale rimarrà legato per tutta la vita.  È in questo periodo che il giornale degli stalinisti italiani La Nostra bandiera stampato a Parigi, inizia a pubblicare articoli ingiuriosi su di lui, con lo scopo evidente di farlo espellere definitivamente dalla Francia.

A questa campagna sia denigratoria che di delazione, egli replica sul giornale La Lanterna, periodico anarchico di Marsiglia, denunciando le responsabilità politiche del Komintern ormai stalinizzato nell’ascesa del nazismo in Germania, e attaccando al contempo la sua apologia del cosiddetto “paradiso sovietico”.

In quegli anni svolge attività per il circolo anarchico Sacco e Vanzetti di Lione, e nel 1935 partecipa al convegno anarchico di Satrouville come delegato di Lione insieme a Camillo Berneri, Leonida Mastrodicasa e Giulio Bacconi.

Nel luglio 1936 si reca in Spagna e si arruola nelle file della Sezione italiana della Colonna Ascaso della F.A.I.-C.N.T., detta anche Colonna Italiana o Colonna Rosselli, a maggioranza anarchica, partecipando ai combattimenti sul Monte Pelato e a Tardiena.

Nel novembre 1936 rientra in Francia e interviene alla conferenza politica che il comandante della Colonna internazionale Lenin del P.O.U.M., Enrico Russo, tiene a Lione e nel marzo del 1937 è segnalato a Barcellona, dove svolge propaganda in favore della F.A.I.-C.N.T. e forse del P.O.U.M.

Rientrato in Francia continua l’attività politica tra gli anarchici e viene costantemente sorvegliato dall’O.V.R.A., che ritiene che possa rientrare clandestinamente in Italia insieme ad altri elementi per compiere attentati terroristici contro personalità del regime fascista.  Dopo la sconfitta della Francia nel 1940 partecipa attivamente alla Resistenza nella regione del Rodano e a Lione.

Nel 1943, alla caduta del Fascismo cerca senza riuscirci di rientrare in Italia. Nel 1945 rientra a Cecina, dove dà vita insieme ad altri ai gruppi anarchici Alba dei liberi e Luce e libertà e partecipa al III Congresso della F.A.I. che si svolge a Livorno nell’aprile del 1949.

Negli anni seguenti rientra a Lione con la famiglia dove continua la sua attività politica e sostiene la stampa libertaria, restando in contatto con i compagni rientrati in Italia, siano essi anarchici come Umberto Marzocchi (1900-1986), che comunisti bordighisti come Carlo Mazzucchelli (1902-1957).

Muore a Lione nell’aprile del 1976.

 

FONTI: Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen; F. Bucci, S. Carolini, C. Gragori, G. Piermaria, Il Rosso, Il Lupo e Lillo. Gli antifascisti livornesi nella Guerra civile spagnola, La ginestra, Follonica, 2009; Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna (Aicvas), La Spagna nel nostro cuore 1936-1939. Tre anni di storia da non dimenticare, Aicvas, Roma, 1996; Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (Anppia), Antifascisti nel casellario politico centrale, Quaderni i-xix, Anppia, Roma 1988-1995, ad nomen; Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, Pisa, Biblioteca F. Serantini Editrice, Pisa, 2003-2004, ad nomen; D. Erba, Prometeo ribelle e violento. Violenza individuale e violenza di masse nella lotta politica, All’insegna del gatto rosso, Milano, 2013; D. Erba, Ottobre 1917-Wall Street 1929. La sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michele Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste-serie blu, III, Milano, 2010;  G. Pajetta (a cura di), Livornesi oltre i Pirenei. I volontari livornesi nella guerra antifascista di Spagna 1936-1939, Roma,  2012, www.aicvas.org.; Livornesi alla guerra di Spagna 1936-1939, pubblicazione a cura dell’Archivio di Stato di Livorno e del Centro Filippo Buonarroti Toscana, Livorno, 2020; www. radiomaremmarossa.it/biografie-resistenti/oscar-scarselli/.




L’ISRT è una tappa del progetto Paesaggi della Memoria Laboratorio didattico tra passato della Resistenza e presente, curato da INDIRE

A partire dal lavoro di ricerca “Archivi e memoria come mezzo per una comunicazione culturale che abbia un impatto sociale”, e in vista del 76° anniversario della Liberazione, INDIRE propone una serie di dialoghi sui Paesaggi della memoria, luoghi simbolo dell’Antifascismo, della Deportazione, della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza e della Liberazione in Italia.

Partito dall’esperienza di Memoranda, laboratorio didattico sui luoghi della Resistenza piemontese, il progetto biennale Paesaggi della Memoria. Laboratorio didattico tra passato della Resistenza e presente, che ha preso il via nel 2020, prevede cicli di laboratori, sperimentazioni didattiche e visite “immersive” finalizzati a coinvolgere in particolare i giovani, nella memoria dei luoghi storici del proprio territorio.

Link al progetto: https://www.raiscuola.rai.it/percorsi/paesaggidellamemoria?fbclid=IwAR1f5y77U6oJ0yviSrUogFgH3zKjuDPfoH-K8Jl7xf3CndM4KQF9cCVAunM

Il progetto, curato dalla dott.sa Pamela Giorgi, ha coinvolto anche la realtà degli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea con l’intervista al direttore dell’ISRT.

L’intervista al direttore dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporaneas: dott. Matteo Mazzoni:

https://www.raiscuola.rai.it/storia/articoli/2021/03/Matteo-Mazzoni-df85edef-ebbb-46c6-aae2-95c912774c9d.html




“Anche i partigiani però…” presentazione del libro di Chiara Colombini

Mercoledì 14 aprile ore 17.30 l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea, l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Lucca, l’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea vi invitano alla presentazione del libro di Chiara Colombini

Anche i partigiani però…
Collana Fact Checking – Laterza

Dialogano con l’Autrice:

Enrico Acciai, Isrt, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
Ilaria Cansella, Isgrec
Philip Cooke, Università di Strathclyde Glasgow

Coordina Andrea Ventura, Isrec Lucca, dipartimento Civiltà e forme del sapere dell’Università di Pisa




Le proposte dell’ISRT ai Cantieri della Didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

Venerdì 19 marzo 2021, purtroppo on line, si è svolta la seconda edizione dei Cantieri della Didattica, organizzata dalla Rete Parri sul tema della Educazione Civica.
L’iniziativa, valida anche come corso di aggiornamento sulla piattaforma SOFIA Numero identificativo 56139
È volta a promuovere una riflessione sulle proposte della Rete Parri sull’insegnamento dell’Educazione Civica, a partire dalle attività svolte dagli Istituti. E’ stata l’occasione per avviare un confronto interno sulle metodologie adottate, sugli obiettivi prefissati e quelli raggiunti, sulle considerazioni disciplinari e sulla costruzione di uno specifico percorso.

Durante la giornata di studio, si sono tenute 20 relazioni, da parte di quasi un terzo degli Istituti membri della rete. L’ISRT ha avuto ben due relazioni, quelle delle insegnanti “distaccate” Monica Rook e Francesca Di Marco, e quella della insegnante e collaboratrice Chiara Nencioni.

La Professoressa Francesca Di Marco, anche a nome della collega, ha illustrato il progetto “CoImmunitas”, dal sottotitolo di “Formazione, di prossima cittadinanza”. Si tratta di un corso di Educazione Civica rivolto principalmente (ma non solo) a docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado a partire dalle Linee Guida ministeriali (D.M.35 del 22 giugno 2020), con particolare riguardo alla cittadinanza digitale.

Il corso, causa covid, si svolge da remoto ed è articolato in tre videoconferenze e tre workshop ad esse collegati per fornire suggerimenti operativi al lavoro in classe e materiale per un immediato uso didattico.
I temi trattati sono: sapere, web, storia pubblica; differenza, inclusione, antifascismo; relazione, genere, tecnologia.
In poche parole “Sapere, differenza, relazione al tempo dell’onlife”. L’azzeccatissima definizione “onlife” è stata creata dal filosofo oxoniense Luciano Floridi. Questo neologismo sta ad indicare la vita all’epoca del digitale, per descrivere l’esperienza che si vive in un mondo iper-connesso, dove non esiste più la distinzione fra essere on line e essere offline.
La prima sezione del corso, conformemente al terzo asse delle linee guida della Legge 20 agosto 2019, n. 92, che prevede l’educazione alla cittadinanza digitale, è stata dedicata a “Sapere, web, storia pubblica” ed è stata curata dal Dottor Igor Pizzirusso, responsabile informatico dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e capo redattore dalla rivista Novecento.org. I due incontri hanno avuto come oggetto Dentro Wikipedia: risorse e limiti dell’enciclopedia online e Costruire informazione: leggere e scrivere Wikipedia a scuola.
La seconda sezione del corso è dedicata al primo asso, cioè quello che ha come perno la nostra Costituzione (diritto -nazionale e internazionale-, legalità e solidarietà).
Questa parte, dal titolo “Differenza, inclusione, antifascismo” ha visto come relatrice Giorgia Bulli, dell’Università degli studi di Firenze, con un incontro dal titolo Differenze culturali e convivenza sociale a partire da una ricerca nelle scuole secondarie, e Orlando Paris, dell’Università per stranieri di Siena sul tema dei Nuovi razzismi: un approccio semiotico ai discorsi dell’odio. Il Workshop è stato curato dalla Prof.ssa Francesca Cavarocchi, dell’Università degli studi di Firenze, che ha in modo laboratoriale discusso con gli iscritti il problema di Costruire anticorpi al fascismo e ai razzismi, attraverso una proposta didattica.
Il terzo punto di questo percorso didattico dell’ISRT, che si deve ancora concludere, si intitola Relazione, genere, tecnologia e vede come relatori Silvia Semenzin, dell’Università Complutense di Madrid che tratterà di Violenza, genere, tecnologia, e Antonio Branchi, attore e formatore, collaboratore del progetto Maschio per obbligo, che il 25 marzo.

Nell’ambito dell’offerta didattica e di formazione dell’ISRT relativa all’educazione civica, la Prof. Nencioni ha elaborato e realizzato un progetto didattico collegato all’indagine sul fenomeno dei nuovi razzismi e della radicalizzazione dell’intolleranza nella Regione Toscana in particolare sull’antiziganismo, molto diffuso in tutta Italia (benché Sinti, Rom e Camminanti siano meno del 2% della popolazione), tanto che l’UE ha parlato per l’Italia della necessità di combatterlo, perché diffuso e propagandato dai media e da fazioni politiche trasversalmente unite nel sostenere il pregiudizio anti-Rom.

Il progetto verte sulla didattica con e su Sinti e Rom, cui la docente si è avvicinata entrando nell’UCRI (Unione delle Cominità Romanès in Italia), pur essendo una gagì (il termine gagé indica nella lingua romanì “il non essere rom o meglio il non appartenere alla dimensione romanì”). Il forte stigma sociale è dovuto anche alla nostra ignoranza. Innanzi tutto, è necessario introdurre chi sono Sintin e Rom. Tutti ne hanno paura ma nessuno li conosce. Perseguitati e diversi da sempre. Una comunità, anticamente proveniente dalla India del Nord, diffusa in tutta Europa (circa 11 milioni di persone in tutti i Paesi). Quanti sanno che divi e personaggi famosi che hanno segnato questo secolo sono “zingari? Qualche nome: nel campo delle arti e dello spettacolo Charlie Chaplin, Yul Brynner, Micheal Caine, Antonio Banderas, Rita Hayworth, Elvis Prersley, Moira Orfei, Django Reinhardt e anche il calciatore Zlatan Ibrahimovic. Tuttavia il numero ufficiale è incerto in tanti paesi, anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come etnia rom per timore di subire discriminazioni.

In Italia ci sono circa 170mila romanì per la gran parte cittadini italiani di antico insediamento con un grado di inclusione assai ampio, ma invisibile agli occhi. Le comunità rom e sinte sono ormai ferme da decenni (lo si dovrebbe dire, invece si continua a parlare di “nomadi”, cfr. Meloni il 6/3), così come si dovrebbe ricordare che molti Rom hanno combattuto nella Resistenza. Dobbiamo prima connotare meglio chi siano i Rom, perché altrimenti si producono immagini distorte: in Italia, soltanto il 20% di Rom e Sinti vive nei campi nomadi, mentre l’80% vive esattamente come il resto della popolazione italiana ed è scarsamente visibile ai nostri occhi, perché evita di dichiararsi Rom o Sinto per non doversi difendere dai pregiudizi (voi lo dareste lavoro ad una persona che si dichiara Rom? il 96% della popolazione italiana non lo farebbe); 4 Rom su 5 non stanno nei campi eppure c’è il costante richiamo a considerarli solo un popolo di ghettizzati e nomadi; impareremo che è l’effetto dei nostri stessi censimenti che rappresentano un po’ la profezia che si autoavvera, perché con i paraocchi del razzista democratico, noi diciamo “Rom” e pensiamo “campo nomadi” oltre a zingaro, ladro, delinquente ecc.

Proprio perché tuttora oggetto di discriminazione, si interessa alla questione dei Rom e Sinti anche l’ U.N.A.R., Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali,  l’ufficio deputato dallo Stato italiano a garantire il diritto alla parità di trattamento di tutte le persone e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica. Esso è responsabile nazionale della Strategia di inclusione di Rom, Sinti e Caminanti, nell’ambito del progetto  del 2018 “To.Be.Roma – Towards a better cooperation and dialogue between stakeholders inside the National Roma Platform”, presentato all’interno del Programma Rights, Equality and Citizenship della Commissione europea.

Questi gli obiettivi:

·         Rafforzare la partecipazione di Rom, Sinti e Caminanti (RSC) nei processi decisionali nazionali e locali

·         Sviluppare le competenze e le conoscenze sulle politiche di riferimento mediante processi di empowerment di giovani e donne RSC, per una maggiore capacità di contrasto all’antiziganismo e all’hate speech

·         Sviluppare un modello gestionale integrato, flessibile, partecipativo e condiviso sulle politiche di inclusione locali in grado sia di rispondere ai bisogni delle persone RSC, sia di ridurre il conflitto nei contesti urbani

Vediamo alcuni strumenti didattici per decostruire lo stereotipo:

·         Materiali sulla storia di Rom, Sinti e Camminanti forniti dall’U.N.A.R., in particolare piccole dispense tematiche: le origini, nel Medioevo, in età moderna, i campi di concentramento fascisti, il porrajmos…

·        Documenti prodotti e attività del progetto To.Be.Roma (in particolare le guidelines) reperibili sul sito dell’U.N.A.R.  http://www.unar.it/cosa-facciamo/azioni-positive-e-progetti/progetto-to-be-roma/

·       Il saggio dello scrittore e attore Pino Petruzzelli, Non chiamarmi zingaro, Milano, Chiarelettere, 2008. L’autore va a cercare storie e opinioni di persone in Italia, Romania, Francia, Bulgaria, si avvicina alle vergogne dell’intolleranza e alle tragedie degli incendi, facendo sentire la voce di chi le subisce; fa conoscere chi ha un ruolo sociale importante e nasconde la sua origine o la ostenta pagandone le conseguenze: La zingara medico che sorveglia sulla nostra salute, lo zingaro responsabile degli antifurti di una banca, l’insegnante, il prete, le migliaia di bambini che vanno a scuola, realtà che sembrano straordinarie ma che appartengono alla vita quotidiana.

Per far toccare con mano agli alunni il problema dell’integrazione e della discriminazione, con una V Liceo Linguistico è stato messo in pratica un piccolo ma significativo abbattimento delle barriere e del pregiudizio, trascorrendo un sabato con i suoi alunni in un campo Rom, a Prato, dove vivono in totale 108 romanì. Sono stati ospitati e guidati nella visita al campo da Ernesto Grandini, che è anche Presidente dell’associazione Sinti Italiani di Prato e membro dell’U.N.A.R., un pozzo di conoscenza e un divulgatore di cultura sinta. Lui non ha problemi a dichiarare di essere un italiano di minoranza culturale sinta, perché è uno scafato e un chiacchierone, ma riconosce che per un Sinto dire chi sei richiede coraggio. Racconta cosa è stato nascere in Italia nel 1955, da padre italiano, e mamma sinta, ed essere messo nelle scuole speciali, quelle dedicate ai bambini rom, che aprivano negli scantinati quando non era orario di lezione per gli alunni “ordinari”; come è stato essere guardato con sospetto e paura oppure sentir parlare della sua gente solo come spauracchio nelle campagne elettorali. Poi Ernesto lascia la parola alle due sue nipoti, Nancy, studentessa di 17 anni e Margherita, operaia di 24, affinché gli studenti, pongano loro domande, in una conversazione fra pari. Gli alunni son subito colpiti dall’abbigliamento alla moda delle due ragazze, dal parlare correttamente l’italiano, insomma dal fatto che non le distingueresti mai da un “gagé.
E così iniziano le domande: ad es. Chi sono i Sinti? Siete nomadi? Come vi trovate a scuola? Siete ladri? E’ vero che vi sposate molto presto e con matrimoni combinati? Avete famiglie allargate? Le donne vivono in una condizione di sudditanza? Che ne pensate delle zingare che si vedono in giro con la gonna lunga a chiedere l’elemosina? E le ragazze rispondono, vestite all’occidentale, con i loro i-phone, del tutto uguali agli alunni in visita. Rispondono con naturalezza e senza sdegno. Ad uno ad uno si sfatano i pregiudizi, si notano le similarità mai pensate, si decostruiscono gli stereotipi.

L’intervista alle due giovani sinte è pubblicata sul portale “Toscana Novecento”: Un’esperienza didattica nel campo Sinti di Prato www.toscananovecento.it/custom_type/spiegare-il-porrajmos-a-scuola/

Conoscere le storie di Rom e di Sinti fa uno strano effetto. Iniziando a conoscere la loro cultura si comincia a vedere lo “zingaro” da un diverso punto di vista. Il suo. Si comincia a capire qualcosa di una “etnia più misconosciuta che conosciuta”. Una?! Rom, Rom Lovari e Kalderasa, Rom Rudari, Carnerm, Sinti, Manouche, Kalè, Jenish, Khorakhanè, Kanjarja, Sufi …. Un variegato mondo di comunità.