Il Museo e Centro di documentazione della Deportazione e Resistenza riapre al pubblico domenica 2 maggio

Il Museo e Centro di documentazione della Deportazione e Resistenza riapre al pubblico domenica 2 maggio.

In conformità con le disposizioni del nuovo DPCM del 22/04/2021 il Museo riapre al pubblico – anche nel fine settimana ma solo su prenotazione – con il seguente orario ed ingresso gratuito:

durante la settimana: dal lunedì al venerdì ore 9.30-12.30 e lunedì e giovedì ore 15.00-18.00

il fine settimana: sabato ore 16.00-19.00 – domenica 9.30-12.30 e 16.00-19.00

L’ingresso durante il fine settimana è consentito solo su prenotazione telefonando al numero 0574 461655 ; dal lunedì al venerdì mattina ore 9-13, oppure scrivendo a info@museodelladeportazione.it.

Saranno prese in considerazione le richieste che arriveranno entro le ore 13 del venerdì.

 

In occasione della riapertura offriamo anche due visite guidate gratuite su prenotazione: giovedì 6 e giovedì 20 maggio alle ore 15.30.

Mercoledì 2 giugno  – FESTA DELLA REPUBBLICA – apertura straordinaria anche il pomeriggio (9.30-12.30 e 15.00-18.00) con visita guidata gratuita su prenotazione alle ore 15.30.




Tra Storia e Memoria. Seminario con Valentina Pisanty.

Considerata la rilevanza assunta dalla questione del complesso rapporto fra Memoria e Storia, l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea promuove una serie di seminari sul tema.

Primo incontro sarà, online, il prossimo 12 maggio, ore 17.30:

Riflessioni su Memoria, Storia e Didattica

Valentina Pisanty dialoga con

Marta Baiardi, Isrt

Orsetta Innocenti, insegnante I.I.S. “Santoni” (Pisa)

Paul Corner, Isrt Università di Siena

Modera Riccardo Saccenti, Università di Bergamo

Saluto introduttivo: Giuseppe Matulli, presidente ISRT

Per info e prenotazioni scrivi a isrt@istoresistenzatoscana.it




101° Anniversario delle “giornate rosse” di Viareggio

Domenica 2 maggio alle ore 21.00, nel 101° Anniversario delle “Giornate rosse” di Viareggio, verrà presentato il libro di Andrea Ventura “Italia ribelle” (Carocci 2020).
L’iniziativa è organizzata con ANPI sezione di Viareggio.
Diretta Facebook sulla pagina dell’Istituto Storico della Resistenza di Lucca o collegandosi al Link di zoom da richiedere a: isreclucca@gmail.com




Mostra #primomaggiopistoia 130 anni di storia

In occasione del 130° anniversario del Primo maggio pistoiese, una mostra ne ripercorre in 10 pannelli tutta la storia, con immagini dei giornali i locali, manifesti, fotografie d’epoca.
L’inaugurazione sarà trasmessa in diretta facebook sulla pagina della Fondazione Valore Lavoro venerdì 30 aprile alle ore 12:00.
Ingresso libero.
Una più ampia versione online, ricca di contenuti multimediali, è visitabile al sito: https://sites.google.com/view/primomaggiopistoia/ho




Una sede per l’Isgrec – Campagna di crowdfunding

Sostieni la raccolta fondi per ristrutturare la sede dell’Isgrec, anche piccolissime cifre possono fare la differenza

>> https://sostieni.link/28572




29.04.21: presentazione on line di “Lo statuto dei lavoratori: come nasce una legge” di Lorenzo Gaeta

29 aprile 2021, ore 17.30

Pagina fb e sito dell’Isgrec

Presentazione on line del volume

“Lo statuto dei lavoratori: come nasce una legge.

I lavori parlamentari articolo per articolo, minuto per minuto”

del Prof. Lorenzo Gaeta

(Edizioni Scientifiche Italiane, 2020)

Il libro ripercorre le tappe che hanno portato all’approvazione dello statuto dei lavoratori nel 1970: il progetto di Di Vittorio nei bui anni Cinquanta, la ripresa dell’idea di un provvedimento organico col centrosinistra, l’impegno fino all’ultimo respiro di Brodolini, le intuizioni di Giugni sulla legislazione «di sostegno», le spinte volitive di Donat-Cattin e finalmente l’approdo alla legge. L’Autore analizza il faticoso percorso parlamentare di tutti i 41 articoli dello statuto (e di qualche altro che non riuscì a entrarci), scavando negli atti delle due Camere e scoprendo anche storie sconosciute o addirittura comiche. Chiudono un’appendice di documentazione e una riflessione su quel che è rimasto dello statuto dopo cinquant’anni.

Ne discutono con l’autore:

STEFANO BARTOLINI  | Fondazione Valore Lavoro, Istituto storico della Resistenza di Pistoia

PAOLO PASSANITI | Università di Siena, Presidente Isgrec

Coordina:

ILARIA CANSELLA | Direttrice Isgrec

 

L’iniziativa è organizzata di concerto con l’Istituto storico della resistenza di Pistoia e la CGIL della Toscana.

 

L’AUTORE
Lorenzo Gaeta, nato in Basilicata nel 1954, ha iniziato la sua carriera accademica a Salerno, l’ha proseguita a Catanzaro e ha perfezionato i suoi studi in Università tedesche e spagnole; è attualmente professore ordinario di diritto del lavoro nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Siena, della cui Facoltà giuridica è stato Preside.

Info: Isgrec | 0564415219 | segreteria@isgrec.it | www.isgrec.it




Danilo Mannucci

All’interno della rassegna di alcuni profili biografici di militanti comunisti internazionalisti di Livorno e provincia, i quali contribuirono alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, sezione della IIIª Internazionale, avvenuta a Livorno nel gennaio 1921, presentiamo quello di Danilo Mannucci, arricchito in allegato da un ricordo commosso del figlio Giuseppe.

MANNUCCI Danilo (Livorno 28.8.1899 – Gardanne (Bocche del Rodano, Marsiglia, Francia) 21.3.1971)

Danilo Mannucci nasce a Livorno nel 1899 da Gastone ed Anna Peruzzi; il padre, soprannominato Libeccino, dal vento Libeccio che soffia a Livorno, è un repubblicano dirigente dell’associazionismo mazziniano e anticlericale. Di professione è rappresentante di commercio.

Il giovane Mannucci cresce in seno a un’umile famiglia proletaria nella quale, grazie all’influsso educativo paterno, ma anche a quello del nonno Giuseppe, si leggono giornali e libri, si studia e si discute di diritti sociali e civili e della difesa della libertà del proletariato.

A l’età di 16 anni, dopo aver appreso della morte di Amedeo Catanesi (1890-1915), segretario generale della Federazione Giovanile Socialista Italiana, avvenuta il 17 luglio 1915 nelle trincee d’Andraz sul Col di Lana, poi ribattezzato Col di Sangue aderisce alla detta Federazione.

Chiamato alle armi non ancora diciottenne nel maggio 1917, Danilo Mannucci fu un Ragazzo ’99, e viene inviato in zona di operazioni nell’estate del medesimo anno, dove partecipa ai rastrellamenti dei reparti dispersi e sbandati dopo la sconfitta di Caporetto (ottobre 1917). Nel gennaio 1918 viene inviato sul Monte Grappa dove prende parte alla battaglia del Solstizio (giugno 1918) e alla controffensiva di Vittorio Veneto (ottobre 1918), restando al fronte anche dopo l’armistizio del 4 novembre 1918, venendo nominato caporale nel gennaio 1919. Ha seguito col commando gruppo i differenti spostamenti dalla zona del fronte fino a Cittadella (Padova) dove è rimasto fino all’invio in congedo illimitato nel febbraio del 1920.

Immediatamente, partecipa attivamente al biennio rosso nelle file della Lega Proletaria dei Combattenti Livornesi, prima formazione di autodifesa armata operaia nella città portuale toscana.

Il 21 gennaio del 1921 è presente al Teatro San Marco di Livorno, (pur non essendo tra i 58 delegati della Frazione Astensionista) dove assiste alla nascita del Pcd’i, al quale aderisce immediatamente contribuendo a fondare il 29 gennaio 1921 la Federazione livornese della quale ricopre ruoli direttivi a partire dal marzo successivo.

Tra i fondatori degli Arditi del Popolo a Livorno, fa parte del suo Esecutivo Segreto, diventa comandante di una compagnia formata da comunisti e grazie alla sua esperienza al fronte viene nominato insieme ad Athos Freschi, comandante in seconda degli Arditi del Popolo livornesi, diretti dal socialista Dante Quaglierini, ex ufficiale di fanteria. Nel luglio del 1922 è costretto, con suo sommo dispiacere, a lasciare gli Arditi del Popolo dietro ordine esplicito della direzione del Pcd’I.

Attivo oppositore dello squadrismo, a causa delle sue idee comuniste e anche per aver diffuso il Manifesto della iii Internazionale Ai Lavoratori d’Italia, viene arrestato ed imprigionato più volte dalle forze dell’ordine oltre ad essere aggredito e bastonato in più di una occasione dalle camicie nere.

Mannucci CPC (1)Nel febbraio 1923 venne arrestato nel corso della famosa operazione di polizia, voluta dal primo governo Mussolini appena insidiatosi, che colpì la maggior parte dei dirigenti (a incominciare da Bordiga), quadri e militanti del Pcd’I, con l’accusa di Complotto contro la sicurezza dello Stato tuttavia nell’aprile 1923 viene rilasciato in seguito all’intervento dei dirigenti della Camera del Lavoro, tra i quali Augusto Consani.

Ricercato ancora dai fascisti per aver partecipato ai funerali di un anarchico, dove aveva presenziato insieme alla sua vecchia compagnia degli Arditi del Popolo, nel maggio 1923, grazie all’aiuto di alcuni compagni liguri, emigra clandestinamente in Francia, dove chiede l’asilo politico.

Stabilitosi a Marsiglia entra da subito nelle file del Pcf, venendo chiamato alla segreteria del partito per il cantone di Gardanne (nel circondario di Marsiglia); inoltre diventa il comandante di una formazione comunista, una compagnia della centuria proletaria Luigi Gadda.

Per più di 10 anni dirige il Sindacato Unitario dei Lavoratori del Sottosuolo nelle Miniere di Carbone di Provenza (Cgtu) di orientamento comunista. Come si può leggere nel verbale dell’interrogatorio di polizia a Livorno nel gennaio del 1936, svolge anche attività clandestina a Lione, Cannes, Beziers e in Alsazia.

Nel corso del 1935, in qualità di segretario regionale dirige gli scioperi delle miniere che coinvolgono circa ottomila lavoratori per circa 50 giorni, attività che gli frutta un’espulsione dalla Francia il 4 gennaio 1936.

Riconsegnato a Ventimiglia nelle mani della polizia fascista italiana, viene processato dal Tribunale Speciale e condannato a cinque anni di confino, con una prolunga di due anni alla scadenza, che sconta dapprima ad Amantea e Fuscaldo in Calabria, successivamente a Ponza e Ventotene, a Pisticci (Matera) e infine a Baronissi (Salerno). In quest’ultima località lavora alla stesura di manifesti di propaganda per il partito che i compagni Matteo Romano e Luigi Rarita si incaricano di portare a Salerno.

Dopo lo sbarco delle truppe americane a Salerno, in una situazione piuttosto caotica, da subito presta la sua opera per l’organizzazione del Fronte di Liberazione Nazionale, della CGdL e della Federazione Salernitana del PCd’I.

Il 21 dicembre 1943 è sancita la nascita della Camera del Lavoro affiliata alla  CGdL, di cui diventa il primo segretario nel dopoguerra, dimettendosi però nel settembre 1944 rifiutando l’adesione alla Cgil imposta dal tripartito, in seguito al patto di Roma firmato il 9 giugno 1944 da Giuseppe Di Vittorio per il PCI, Achille Grandi per la DC e da Emilio Canevari per la componente socialista.

Il 10 gennaio 1944 si svolge a Salerno il I Congresso della Federazione Salernitana del Pci, che lo vede tra i relatori e che elegge segretario l’avvocato Ippolito Ceriello, comunista legato ad Amadeo Bordiga. Questo congresso ancora oggi non è riconosciuto dagli stalinisti-togliattiani, i quali individuano come primo congresso solo quello del 27-28 agosto 1944.

La federazione salernitana del Pci inizia la pubblicazione del suo organo Il Soviet, senza l’autorizzazione del Psychological Warfare Branch e per questo sia Mannucci che Ceriello sono condannati ad un mese di carcere. Il Soviet proibito dalle autorità alleate su pressione della dirigenza nazionale del Pci, esce quindi come numero unico, poiché in esso sono contenute le linee politiche che Ceriello e Mannucci intendono portare avanti.

Infatti in contrasto della Svolta di Salerno, voluta da Togliatti su ordine di Stalin, Mannucci e Ceriello si oppongono anche alla concezione togliattiana di Partito Nuovo, ragion per cui Mannucci, insieme a Mario Ferrante e Bernardina Sernaglia, viene espulso dal Pci dal Comitato di Riorganizzazione composto di stalinisti nelle prima decade di luglio 1944 per corruzione e indegnità. Mannucci ne vene a conoscenza solo il 14 luglio dal giornale locale Il Corriere. Mannucci reagisse immediatamente con una lettera pubblicata nel stesso giornale Il Corriere del 15 luglio, affermando che la sua espulsione arriva un poco in ritardo «poiché io ero già non solo spiritualmente, ma anche materialmente molto lontano dal partito, che mi sta sempre nel cuore, ma dalla cricca dei suoi dirigenti che con la loro azione hanno falsato e sovvertito tutto il suo programma.» Circa la motivazione dell’espulsione, Mannucci averte che si accinge «a dare querela a chi di dovere con la più ampia facoltà di prove.» La lettera è firmata «Danilo Mannucci, comunista della vecchia Guardia, ex confinato politico.» Ippolito Ceriello invece ne viene espulso per ‟acclamazione” al Congresso della Federazione di Salerno del 27-28 agosto successivo.

Nei mesi successivi Mannucci, Ceriello e insieme al liberatorio Ettore Bielli, costituiscono la Frazione della sinistra salernitana che in qualche modo si ricollega alla Frazione di sinistra dei comunisti e dei socialisti, già presente nel variopinto quadro alla sinistra del Pci togliattiano e riconducibile all’altrettanto variegata tradizione bordighista.

L’unico giornale della frazione salernitana che ottiene l’autorizzazione, il 3 maggio 1945, è il quindicinale L’Avanguardia, il cui direttore responsabile è proprio Ippolito Ceriello, tuttavia l’autorizzazione alla pubblicazione del giornale viene revocata poco dopo e anche in questo caso del giornale ne esce solo un numero.

In quei primi mesi del 1945 Mannucci stringe una feconda collaborazione politica con il vasto movimento anarchico meridionale, scrivendo una serie di articoli per il giornale anarchico Umanità Nova, con lo pseudonimo di Spiritus Asper e intrattenendo (secondo alcune fonti di polizia) rapporti politici con il vecchio anarchico siciliano Paolo Schicchi e il suo “gruppo insurrezionale”.

A Napoli il 29 luglio del 1945 la maggioranza della Frazione decide lo scioglimento e di confluire quindi nel Partito Comunista Internazionalista, per cui anche Ceriello e Mannucci aderiscono al Pc.int.

Anche in questo caso tuttavia i contrasti con la direzione del Partito sono così aspri da costringere il Mannucci ad uscire dallo stesso partito, soprattutto a causa sia dell’adesione di Mannucci, Bielli ed altri all’associazione vi Braccio, organizzazione malvista dal PC.int. perché considerata interclassista e apartitica, che della decisione di Ippolito Ceriello di candidarsi alle elezioni amministrative nel Comune di Laviano.

In seguito ciò Mannucci aderisce al Psiup negli anni 1947-1948, entrando in contatto con Lelio Basso e Alfonso Di Stasio e ricoprendo un doppio incarico, sia come funzionario di partito che come funzionario sindacale in zone difficili del Meridione, segnato dalle lotte contadine per l’occupazione delle terre in Calabria, Puglia e Basilicata.

Si stabilisce in Puglia per un anno e mezzo, dove partecipa e dirige le lotte dei braccianti del Tavoliere ed entra in contatto con Natino La Camera a Cosenza, tuttavia il nuovo percorso politico da lui intrapreso risulta assai illusorio, in quanto è costretto ad affrontare nuove e più forti difficoltà burocratiche spesso capziose per cui tutte le promesse che gli furono fatte si riveleranno assai vane.

Nel 1949 compiuti i 50 anni, dei quali più di trenta passati fra lotte politiche e sindacali e aver subito anche sette anni di confino, ora ha anche la responsabilità di una famiglia con moglie e tre figli piccoli, decide lasciare l’Italia e trasferirsi definitivamente in Francia, permettendo così ai suoi cari un’altra e migliore opportunità di vita.

Qui continua ad interessarsi di politica, legge Le Monde, La Marseillaise (giornale locale del Pcf) e L’Humanitè e spesso ogni domenica mattina si reca al mercato di Gardanne, per diffondere L’Humanitè-Dimanche.

Dei giornali italiani trova a Gardanne solo La Stampa, La Domenica del Corriere, e la Gazzetta dello Sport, tuttavia riceve dall’Italia anche altra stampa: Umanità nova, l’Avanti, l’Antifascista e forse altri. Una certa attenzione ai problemi e alla politica italiana e francese nel corso di quegli anni c’è stata, lo testimoniano la presenza alla Conferenza di Gardanne sul tema del sindacalismo e della storia italiana e due articoli scritti su Umanità Nova nel 1957, sempre con lo pseudonimo di Spiritus Asper.

Durante gli avvenimenti del 1968 prende posizione in favore degli studenti in sciopero e in particolare di Daniel Cohn-Bendit, Jacques Sauvageot e Alain Krivine.

Muore il 21 marzo 1971 a Gardanne, dove viene sepolto accompagnato dal canto dell’Internazionale durante funerali civili a cui partecipano esponenti del Pcf e della Cgt.

FONTI ARCHIVISTICHE E DOCUMENTARIE: Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen; Archivio Fondazione Istituto Gramsci (Torino), Archivio Partito Comunista, Fondo Mosca; Archivio Giuseppe Mannucci (Banon, Francia); Archivio Nazionale Francese, Fascicolo Danilo Mannucci 8383; Battaglia Sindacale, 29 agosto 1944; Libertà, a. ii, n. 2, 6 gennaio 1944; Libertà, a. ii, n. 3, 13 gennaio 1944. Il nome di Mannucci, come quello di Ceriello, Bielli e Vincenzo Nastri, appare in una lettera della Regia Questura di Roma del 14/4/1945, con la menzione attività insurrezionale attribuita a Paolo Schicchi.




25 aprile: confronto “virtuale” a Pisa sulla Resistenza.

Virtualmente a Pisa si è svolto il dibattito sul 25 aprile che ha visto coinvolti il sindaco di Sant’Anna di Stazzema, Maurizio Verona, la Professoressa Anna Loretoni, docente ordinaria di filosofia politica presso la  Scuola universitaria superiore Sant’Anna di Pisa, Preside della Classe Accademica di Scienze Sociali, coordinatrice del Phd in “Politics, Human Rights and Sustainability”, il Professore Paolo Pezzino, professore emerito di storia contemporanea all’Università di Pisa e Presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri.

Dapprima è intervenuto il sindaco di Sant’Anna di Stazzema sulla proposta di legge di iniziativa popolare -di cui si è fatto promotore-  contro la propaganda fascista e nazista “Norme contro la propaganda e diffusione di messaggi inneggianti a fascismo e nazismo e la vendita e produzione di oggetti con simboli fascisti e nazisti”.

La nostra proposta è andata ben oltre le aspettative che erano quelle di raccogliere 50.000 firme. E’ straordinario essere riusciti a raccoglierne già 240 mila, oltretutto in una circostanza anomala come quella della pandemia e senza l’aiuto dei media ma solo con quello di tante associazione e di qualche sindacato. Le firme verranno consegnate il 29 aprile al Parlamento, sperando che non facciano la fine delle carte chiuse nell’armadio della vergogna, che hanno procrastinato di 60 anni il processo per la strage di Sant’Anna di Stazzema”.

Il sindaco sottolinea poi che la creazione della anagrafe antifascista è una iniziativa non politica ma del popolo come fu il movimento partigiano.

Prende poi la parola il Professor Pezzino dicendo che la Resistenza è un fenomeno così complesso che è meglio parlare di resistenze al plurale, perché non ci sono solo i partigiani combattenti la “guerra di guerriglia” ma ci sono state anche resistenze civili, le resistenze senza armi, come quella dei 600.000 IMI, come quella delle donne che Anna Bravo ha chiamato “manutentrici della vita”, gli antifascisti politici, i sacerdoti (basti pensare al parroco di Sant’Anna di Stazzema o ai monaci della Certosa di Farneta) i deportati razziali, i partecipanti agli scioperi del ‘44.

Sul ruolo delle donne nella Resistenza interviene anche la Professoressa Loretoni dicendo “nella resistenza sono diventate cittadine ancora prima di acquisire diritto di voto !”. Poi afferma che le partigiane hanno iniziato tardi a raccontare la loro esperienza, ad esempio che il loro ruolo di combattenti non sempre era ben visto, perché rompeva lo stereotipo della donna come “angelo del focolare”, quindi erano spesso relegate al ruolo di staffetta, o attive nella “cura della vita”, ma anche nella vita,  ad esempio lavorando nelle fabbriche.

Riprende poi la parola Pezzino dicendo che il merito della Resistenza è anche quello di aver mostrato che vi erano degli italiani disposti a rischiare la vita per la liberazione del proprio paese. Basti pensare al fatto che molte città furono liberate prima dei partigiani che dagli alleati.

Quanto ai nemici della Resistenza, sono stato in primis i fascisti repubblicani e poi coloro che si sono rinchiusi nella sfera privata rinchiusi nella “indifferenza” di cui tanto parla anche la senatrice Liliana Segre.

Abbiamo avuto tanti indifferenti anche nel ’38 di fronte alle leggi razziali, firmate proprio qui a Pisa, a San Rossore. Anche le autorità accademiche pisane di fronte alle leggi razziali, che espellevano studenti e docenti ebrei, hanno spesso avuto un comportamento indifferente se non deplorevole , e non solo non hanno solidarizzato con i colleghi ebrei espulsi, ma si sono spartite le loro cattedre e dopo la guerra non hanno agevolato rientro dei loro colleghi. Per fortuna a Pisa fra Scuola Normale Superiore e Università vi sono stati docenti come Calogero e Capitini, che hanno cercato comunque di influire sulle coscienze degli studenti. “E poi dobbiamo ricordare Cesare Salvestroni, che nel ‘27 è stato cacciato dall’Università di Pisa perché si era rifiutato di prendere la tessera del PNF. Avrebbe contribuito inseguito alla fondazione del Partito d’Azione in quella città e fatto parte del CLN. Venne arrestato l’11 marzo ’44 e rinchiuso nel carcere di Firenze dove sostenne numerosi interrogatori e torture, senza rivelare notizie compromettenti per la Resistenza. Fu perciò inviato prima nel lager di Mauthausen e successivamente in quello di Ebensee dove morì il 2 marzo ’45 a seguito dei maltrattamenti subiti”.

La professoressa Loretoni sottolinea come nel partecipare alla Resistenza ci sia stata una scelta soggettiva e personale, e cita il discorso di Aldo Moro a Bari nel 1975, in occasione del trentennale della Resistenza, da cui emerge la consapevolezza che la resistenza fu lo scatto di un popolo ribelle che volle riprendersi la sua libertà.

Purtroppo oggi la democrazia, ancora più di 10 – 20 anni fa, è sottoposta a tante sfide che ne minano le stesse radici, così come espresse dalla Costituente, perché la democrazia non è solo una forma di governo.

Prendiamo ad esempio il populismo che sfida l’istituzione del Parlamento e il concetto della democrazia rappresentativa”. Si nota una regressione nella valorizzazione delle differenze e del pluralismo; e questo non solo in Italia ma anche in Europa, basti pensare alla Ungheria di Orban e alla sua teorizzazione di una “democrazia autoritaria” e a molti paesi del gruppo di Visegrad. Adesso ls democrazia è in pericolo in molti paesi, apparentemente democratici, del mondo: la Russia, la Cina, la Turchia, l’India.

E ciò che più preoccupa è che i modelli che sfidano la democrazia fanno molta presa suoi giovani, che preferiscono  governi autoritari che non garantiscono diritti politici e ritengono ormai desueto andare a votare e mettere con una matita una croce su una scheda di carta”.

Pezzino aggiunge che oggi i nemici della Resistenza sono tutti coloro che si oppongono  al 25 aprile, considerandolo una data divisiva. Ma non è così. “La Resistenza è la festa di tutti, tanto che ha dato la possibilità di parola anche a coloro che ora denigrano il 25 aprile o non la riconoscono e non la vogliono celebrare”.

Ma proprio su questa conclusione si collega Bruno Possenti, Presidente provinciale della ANPI di Pisa, a dare una grave notizia che arriva come un cazzotto al ventre della democrazia e uno sputo in faccia alla libertà.

Come già nel 2017, lo stesso giorno , cioè il 23 di aprile, è stato divelto il primo dei pannelli di  “vialibera”, un percorso di 27 pannelli, creato a Pisa, nella memoria dell’antifascismo, della Resistenza, della liberazione e della ricostruzione.

Uno sfregio mirato ad orologeria”, lo definisce Possenti.

E capiamo ancora di più dopo questo gesto quanto bisogno ci sia ancora del 25 aprile.