Archeologia della Seconda guerra mondiale.

Quando le truppe del Terzo Reich riuscirono a bloccare l’avanzata degli anglo-statunitensi lungo la linea Gustav (dal 4 ottobre 1943 al 18 maggio 1944), l’intero territorio toscano divenne una delle retrovie dei difensori e ciò aumentò notevolmente i rischi di attacchi aerei; per prevenire questi ultimi, come si capì ben presto nel territorio senese, negli anni precedenti era stato fatto troppo poco. Le prime incursioni pesanti si ebbero rispettivamente il 21 novembre, contro Chiusi, e il 29 dicembre contro Poggibonsi; entrambi gli attacchi provocarono numerose perdite tra la popolazione civile, rilevanti distruzioni[1] e una profonda emozione poiché era palese che, se nel capoluogo alcuni rifugi (in molti casi insufficienti e inadeguati) erano stati realizzati, per quanto riguardava gli altri centri abitati della provincia la situazione era ben diversa. A Chiusi ci si era mossi soltanto nel marzo del 1944, quando era stato depositato un progetto per realizzare un ricovero all’interno del cosiddetto “labirinto”[2] ma a tutt’oggi non si è fatta piena luce su quale fosse lo stato d’avanzamento dei lavori al momento della liberazione della cittadina (avvenuta il 26 giugno di quello stesso anno). Ancora oggi non sono note relazioni circa la presenza di rifugi antiaerei per la popolazione civile in nessuna delle altre città del territorio ma è ipotizzabile che tali opere fossero rarissime e, in buona parte dei casi, dovute all’iniziativa personale dei singoli cittadini.
Non diversa appariva la situazione nelle campagne del senese. Nel 1941 il regime aveva capito che l’integrità dei raccolti era strategica e questo elemento era divenuto pressante a partire dal 1942 quando il reperimento di rifornimenti alimentari per la popolazione civile si era fatto difficoltoso. Si provvide pertanto, oltre ad allertare i vigili del fuoco, a diffondere nelle aree rurali millecinquecento volantini, realizzati dal Ministero degli interni, su “Come proteggersi dalle offese nemiche incendiarie”; a questi si affiancarono dei foglietti dedicati a “Come proteggersi dalla nuova offesa aerea nemica: La piastrina incendiaria” pubblicati l’anno precedente.
Nel 1943 il Ministero degli interni aveva dato alle stampe dei nuovi vademecum dedicati alla difesa delle campagne e dei raccolti. Si raccomandava in particolar modo di tenere sempre riserve d’acqua presso campi, stalle, fienili e legnaie inoltre si invitava a tenere puliti i terreni in prossimità dei campi coltivati e di realizzare in questi ultimi, qualora le dimensioni lo permettessero, delle strisce tagliafuoco. I consigli forniti riguardavano anche la disposizione dei covoni che non dovevano essere né eccessivamente grandi né disposti in fila indiana, bensì a scacchiera mentre il raccolto doveva essere conservato in più luoghi al coperto. Data l’indisponibilità dei vigili del fuoco (che in caso di attacco aereo sarebbero stati presumibilmente impegnati nei centri urbani), il primo intervento di soccorso era affidato a squadre di agricoltori, opportunamente istruiti dagli stessi vigili del fuoco, allarmati da avvistatori reclutati tra la Gioventù del littorio[3].
I provvedimenti e le raccomandazioni dovettero essere di scarsa efficacia poiché il capo della provincia di Siena, il 2 giugno del 1944, in una nuova direttiva inviata agli agricoltori dichiarava che i mezzi per la difesa dagli attacchi aerei nelle campagne erano “quelli di cui si dispone in posto” e che sarebbe stato inutile “attendere l’aiuto di quelli esigui delle città[4]”.
Gli abitanti delle campagne erano dunque invitati ad arrangiarsi con i mezzi che avevano, tuttavia, per molti di loro questa raccomandazione era superflua. Forti dell’esperienza della Prima guerra mondiale, alcuni agricoltori, per sottrarsi ai rigori delle requisizioni di generi alimentari, avevano ben presto attivato una serie di escamotages finalizzati all’occultamento di una parte delle derrate prodotte e, in seguito all’intensificazione degli attacchi aerei sul territorio senese, a partire dalla fine dell’inverno del 1944, avevano costruito un certo numero di rifugi; tra questi, particolarmente degni di nota appaiono quelli scavati nelle sabbie plioceniche (comunemente dette “tufo” in dialetto locale), materiale di cui è ricca l’area settentrionale della Val d’Elsa senese[5].
La compattezza delle sabbie in questione, la facilità di scavo e il limitato pericolo di crolli, anche in assenza di armatura delle gallerie, erano state notate già in età etrusca, quando le popolazioni locali avevano sfruttato queste caratteristiche non soltanto per scavare tombe a camera più o meno articolate ma anche magazzini e locali di servizio polifunzionali. L’utilizzo dei terreni pliocenici per la realizzazione di cantine e depositi era continuato nel medioevo e nell’età moderna per giungere fino alla prima metà del Novecento quando questa tecnologia si fuse con le conoscenze belliche che buona parte degli agricoltori del posto aveva acquisito nella Grande guerra. Il risultato fu, con l’approssimarsi della linea del fronte, la costruzione, nelle campagne, di un numero imprecisato di ricoveri che, almeno per la zona Poggibonsi-Barberino Val d’Elsa, possono essere raggruppati in due tipologie: una semplice e l’altra complessa. Nel primo caso si hanno delle cavità poste a pochi metri dalle abitazioni, con una sola entrata abbastanza ampia e profonde soltanto pochi metri; queste avevano il compito di offrire un riparo immediatamente raggiungibile in caso di mitragliamento o spezzonamento, pericolo sempre incombente nelle aree rurali.
La seconda tipologia appare invece molto più articolata. In questo caso ci si trova di fronte a realizzazioni di dimensioni importanti, lontane alcune centinaia di metri dagli edifici e realizzate su costoni boscosi che permettevano il camuffamento dell’entrata. Al rifugio vero e proprio si accedeva mediante corridoi stretti (al cui imbocco, su una parete, veniva spesso graffito il nome del costruttore e la data di ultimazione dei lavori) ma sufficientemente ampi da permettere il passaggio delle persone e il trasporto delle derrate alimentari. All’interno si aprivano delle camere in grado di ospitare una o più famiglie di agricoltori e qualche animale. In questi locali si era addirittura pensato a un minimo di confort realizzando nelle pareti delle nicchie dove sistemare piccole suppellettili o lucerne. Le strutture più grandi presentavano vari livelli a cui si accedeva mediante delle scalinate, anch’esse scavate nella sabbia, o talvolta delle camere segrete, in cui venivano occultati il grano e gli altri viveri, collegate per mezzo di scale a pioli. Questa tipologia di struttura presentava sempre una via di fuga (accessibile anch’essa per mezzo di uno stretto corridoio) ragion per cui, alcuni dei rifugi più piccoli (formati da un corridoio d’entrata, uno d’uscita parallelo al primo e una sola camera) sono detti a “U”.
I rifugi più grandi furono preziosi durante il passaggio della linea del fronte dalla Val d’Elsa in quanto si dimostrarono particolarmente efficaci come protezione in caso di cannoneggiamento e come nascondiglio per prevenire razzie e violenze. Ovviamente i combattimenti e le scorrerie di alcune schegge impazzite facenti parte dei diversi eserciti costrinsero spesso i civili a rimanere più giorni all’interno dei rifugi che erano privi di servizi igienici, energia elettrica e acqua corrente. A questi disagi va aggiunto che il sovraffollamento e la presenza degli animali, faceva sì che i locali venissero infestati dai pidocchi e dalle pulci rendendo particolarmente difficile la vita all’interno[6]. Tuttavia il pericolo più importante era costituito dal fatto che il ricovero venisse individuato da qualche gruppo di soldati in cerca di bottino o di donne. In questi casi gli episodi di violenza più brutali si consumavano davanti agli occhi impotenti degli stessi familiari delle vittime[7].
Con fine del conflitto, queste improvvisate ma efficaci opere di difesa, data la loro posizione in siti impervi, vennero abbandonate e talvolta trasformate in discariche per poi essere quasi completamente dimenticate. Soltanto oggi, a tanti anni dalla loro realizzazione, qualche struttura è stata riscoperta e ripulita per essere proposta come laboratorio didattico[8].

Immagini
Rifugio “complesso” scavato nelle sabbie plioceniche in loc. Barberino Val d’Elsa (Fi).
1. Ingresso.
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2. Corridoio d’accesso alle camere interne.

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3. Corridoio con scalinata per accedere al livello inferiore.

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4. Accesso alla camera interna.

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5. Camera interna.

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6. Locale per magazzino interno.

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7. Seconda uscita.

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Note
[1] Le due incursioni, precedute da uno stillicidio di attacchi minori, causarono la morte di otto civili e il ferimento di quaranta persone a Chiusi (a questo computo mancano le perdite patite delle truppe tedesche presenti in città ma la cifra ci è ignota) nonché numerosi feriti e ben settantadue morti a Poggibonsi. Borri Michelangelo, La guerra aerea su Siena. Misure difensive, bombardamenti, iniziative diplomatiche, Monteriggioni, Il Leccio 2019, pp. 76-77.
[2] Archivio di Stato di Siena, Prefettura 1800-1978, b. 6M, f. 7 Ricovero antiaereo Chiusi.
[3] Borri Michelangelo, La guerra aerea su Siena…, cit., pp. 76-77.
[4] Archivio di Stato di Siena, Prefettura 1800-1978, b. 9M, f. 16, 2 giugno 1944, Lettera del capo della provincia a vari enti.
[5] A tutt’oggi non esiste né una mappa né tantomeno un censimento dei rifugi, scavati nelle sabbie plioceniche, risalenti alla Seconda guerra mondiale. Al momento è stato possibile rintracciarne alcuni nei territori dei seguenti comuni: Poggibonsi, Barberino Val d’Elsa, Gambassi Terme (la fotografia di un rifugio di quest’area è presente sul sito https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1028659-d1754882-i28657456-Borgo_dei_Cadolingi-Gambassi_Terme_Tuscany.html, visitato il 14 giugno 2021), Empoli (Monterappoli, inaugurata la mostra sul rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale in https://2017.gonews.it/2015/01/18/empoli-monterappoli-inaugurata-la-mostra-sul-rifugio-antiaereo-della-seconda-guerra-mondiale/, visitato il 14 giugno 2021), Terricciola (I rifugi di guerra per salvarsi dai bombardamenti. Dalle grotte di campagna ai cunicoli sotterranei in https://www.lanazione.it/pisa/cronaca/i-rifugi-di-guerra-per-salvarsi-dai-bombardamenti-dalle-grotte-di-campagna-ai-cunicoli-sotterranei-1.6252684, visitato il 14 giugno 2021), Cesena (Scavati nel tufo al Rio San Michele: ecco come si viveva nei rifugi ai tempi della Guerra in https://www.cesenatoday.it/eventi/rifugi-seconda-guerra-mondiale-rio-san-michele-30-giugno-2018.html, visitato il 14 giugno 2021), Monte Colombo – Montescudo (Tordi Simone, Monte Colombo. I rifugi antiaerei della Valle del Rio Calamino in https://circolopentapoli.wordpress.com/2015/05/30/monte-colombo-i-rifugi-antiaerei-della-valle-del-rio-calamino/, visitato il 14 giugno 2021).
[6] Cfr. Scavati nel tufo al Rio San Michele: ecco come si viveva nei rifugi ai tempi della Guerra…, cit.
[7] Lucioli Massimo – Sabatini Davide, La ciociara e le altre. Il Corpo di spedizione francese in Italia, Roma, Tusculum 1998, pp. 88-90. Cfr. Bardotti Riccardo, Attenti a dove sparate. La liberazione di Siena raccontata dai fotoreporter dell’esercito francese, Siena, Betti 2018, pp. 43-46.
[8] Si veda a tale riguardo Memoria e trekking per celebrare la liberazione di Poggibonsi, in http://www.sienafree.it/poggibonsi/65569-memoria-e-trekking-per-celebrare-la-liberazione-di-poggibonsi, visitato il 14 giugno 2021.

Articolo pubblicato nel giugno del 2021.




Open Day alle Stanze della Memoria di Siena

Programma della giornata:

Ore 10: Presentazione e visita delle Stanze della Memoria rinnovate a cura di Silvia Clemente e Annarita Cioncolini.

Ore 11-13: Laboratorio didattico per bambini a cura dell’Associazione “La valigia di cartone”.

Ore 15,30: Visita alle Stanze della Memoria rinnovate e presentazione delle attività educative e ricreative.

Ore 17,30: Visita alle Stanze della Memoria rinnovate. Incontro sul tema: “Apologia della storia. Omaggio a Marc Bloch”, con interventi di Stefano Moscadelli (Università di Siena), Claudio Rosati (Museografo), Paolo De Simonis (Museografo Stanze della Memoria), Pietro Clemente (Presidente ISRSEC).

 

Per informazioni e prenotazioni:

stanzedellamemoria@gmail.com

tel: 0577 892038 oppure 338 8062038




MemoFest 2021 – Seravezza: il programma

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Inaugurazione del Sentiero della memoria: la strage di Pian d’Albero

SABATO 26 GIUGNO 2021

Iniziativa a cura dei Comuni di Figline e Incisa Valdarno e Greve.

SUL SENTIERO DELLA MEMORIA. LA STRAGE DI PIAN D’ALBERO

Piazza del Giaggiolo – Poggio alla Croce – Figline

 

Programma

ore 17

INAUGURAZIONE SENTIERO DELLA MEMORIA

interventi :

Alessandra Nardini -Assessore Regionale con delega alla Cultura della Memoria

Giulia Mugnai -Sindaca di Figline e incisa Valdarno

Paolo Sottani -Sindaco di Greve in Chianti

Associazioni promotrici del Progetto

 

ore 18

partenza per il CAMMINO TEATRALE sul SENTIERO DELLA MEMORIA

che da Poggio alla Croce porta al Casolare Cavicchi a Pian d’Albero

realizzato dal

Laboratorio teatrale intergenerazionale “SI FA TEATRO” AGITA TEATRO

Drammaturgia e Regia: Miriam Bardini – Patrizia Mazzoni

Accompagnamento musicale dal vivo: Nicola Cellai

 

ore 20,30

arrivo a Pian d’Albero e cena a sacco

 

ore 22

Rientro nella Piazzetta

 

prenotazione obbligatoria su: www.fiv-eventi.it info: 055.9125304

per coloro che parteciperanno al CAMMINO TEATRALE si raccomanda di dotarsi di scarpe e bastoncini da trekking e lampadina

 

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IL SENTIERO DELLA MEMORIA è stato promosso da: Comune di Figline e Incisa Valdarno, Comune di Greve in Chianti, ANPI Bagno a Ripoli, ANPI Figline, ANPI Firenze Sud (Gavinana), ANPI Ponte a Ema, Anpi Rignano Reggello, e realizzato anche grazie alla collaborazione di :CAI Firenze, GAIB – Gruppo Avvistamento Incendi Boschivi ODV, Gruppo San Michele G.E.V del Chianti, Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, Prociv Incisa, VAB Rignano sull’Arno – Antincendi Boschivi – Protezione Civile, Matteo Barucci, Oliviero Buccianti, Fabio Modi, Francesco Modi e in fase finale: Valdisieve Offroad Club 4×4

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L’evento di questa sera è stato possibile grazie alla collaborazione di:

Circolo SMS Poggio Alla Croce, GAIB Figline, PROCIV Incisa




Aspettando la rivoluzione: dai grandi scioperi alla “nascita” del PCdI a Firenze.

L’Italia del 1919-’20: un Paese spaesato, diviso, violento, gravato dal sommarsi di paure diverse e nuove, da consolidata estraneità nei confronti dello Stato, ostilità o indifferenza verso una classe dirigente spesso lontana e impermeabile, da un diffuso antiparlamentarismo, gravato dalla crisi economica, da disagio sociale, segnato dagli effetti di  una pandemia – la Spagnola – e dalle conseguenze del primo conflitto mondiale.

Firenze è parte di questo contesto. Anzi qui semmai le divisioni sono ancora più nette e gravi. La città è dominata da una classe dirigente conservatrice, ostile alla stella politica giolittiana, forte dei domini terrieri, signori dei poderi mezzadrili, detentori del potere politico ed economico. La propria superiorità rispetto ai ceti inferiori è un dato di fatto, una distanza naturale e incolmabile. Per povertà e disagio sociale può esserci solo benevolenza, paternalistiche concessioni, beneficenza. La città è stata interventista, intellettuali e studenti, professionisti si sono mobilitati, del resto proprio Firenze era stata sede della fondazione del movimento nazionalista, dimora di D’Annunzio, frequentata da Marinetti e dai futuristi. Fili ed eredità che si ritrovano nella fioritura di tante associazioni nazionaliste e anticomuniste nel dopoguerra, fra le quali anche un fascio abbastanza debole e precario. Ma è anche città di una crescente classe operaia. Paradossalmente proprio grazie alla guerra.

Firenze non era città di vere grandi fabbriche, se confrontate alla realtà del nord. I maggiori stabilimenti nel primo dopoguerra contano fra i 1000 e 2000 addetti. Ma è città di manifatture, che si radicano nella tradizione artigiana del territorio, pur in assenza di grandi stabilimenti è anche città operaia, frutto di uno sviluppo relativamente recente fra il primo decennio del secolo e gli anni della guerra. Di una classe operaia di tradizione artigiana, fiera del proprio mestiere, del proprio lavoro frutto di arte e conoscenze. Ancora a fine ‘800 la tradizionale dimensione agraria della classe dirigente fiorentina e la volontà di mantenere l’immagine di una Firenze d’arte e cultura avevano limitato lo sviluppo produttivo in una realtà frammentata e dispersa. Solo in età giolittiana ha una prima crescita, ma soprattutto negli anni del primo conflitto mondiale con la mobilitazione bellica degli stabilimenti, ad esempio le Officine Galileo passano dal 1907 al 1917 da circa 200 a circa 2000 addetti.

Una crescita che parallelamente vede l’esplosione di una presenza organizzata del sindacato e del partito socialista.  Nel 1920 il PSI conta oltre 8700 e la Camera del Lavoro oltre 63.000 soci divisi in circa 218 leghe. Una massa arrabbiata per i sacrifici e le scelte della guerra si organizza in una straordinaria rete di associazioni mutualistiche, ricreative, cooperative, accanto a quelle di partito e sindacato, trovando piena espressione nella dirigenza massimalista che ne ha assunto il controllo. Proprio la prospettiva neutralista e l’ostilità verso il conflitto mondiale accrescono i consensi dell’ala più intransigente del Psi fra le masse dei lavoratori già esasperate dalla precarietà e dalla durezza delle proprie condizioni lavorative. Peraltro la componente riformista, nonostante fosse ancora rappresentata da uomini come Giovanni Pieraccini e Giuseppe Pescetti e fosse radicata nelle associazioni economiche, sindacali e cooperative, aveva subito un duro colpo a seguito della svolta intervista di suoi numerosi esponenti, a partire dal direttore del periodico del partito “la Difesa”, Michele Terzaghi, espulso insieme all’on. Carlo Corsi. Tanto che proprio negli anni della prima guerra mondiale Firenze è definita la “capitale dell’intransigentismo”. La città aveva ospitato nel 1917 la Direzione nazionale del Psi che indica il sentimento patriottico come incompatibile con il marxismo e, in novembre, la riunione costitutiva dei gruppi “intransigenti-rivoluzionari” di Lazzari, Serrati, Gramscie Bordiga.

Un ruolo dominante dell’ala massimalista e rivoluzionaria che è ulteriormente rafforzato dal difficile contesto del dopoguerra. Fin dai primi mesi di pace tutte le categorie avanzano rivendicazioni e attuano scioperi. Alla Galileo sono molteplici le rivendicazioni per carovita o obiettivi politici. Centro dei moti per il carovita nel ’19 (con oltre 1400 arresti e oltre 400 persone mandate a processo) ai quali partecipano gli operai che raccolgono il malcontento di una comunità prostrata dal conflitto e dalle scelte governative dell’immediato dopoguerra. Del resto tutta la regione è scossa da tensioni e scontri. Nel 1919-1920 la Toscana è la seconda regione per numero di scioperi agricoli, seconda solo all’Emilia Romagna. I proprietari sono costretti nel corso del ’19 a rivedere le proprie posizioni e a concedere aumenti salariali.

Nel 1920 la situazione precipita. Toscana ed Emilia spiccano per numero di scioperi in un contesto nazionale che vede peraltro il nostro Paese al primo posto a livello europeo nel primo semestre di quell’anno. A gennaio quelli dei postelegrafonici e quindi dei ferrovieri aprono, pure a Firenze, una lunga scia di agitazioni, che vedono emergere sempre più la figura di Spartaco Lavagnini segretario della sezione fiorentina del sindacato ferrovieri. Proseguono le lotte agrarie. Nella primavera scontri prima in Emilia, poi in Toscana provocano vittime fra i lavoratori delle campagne e con scelte dal basso viene proclamato lo sciopero  a Firenze, Piacenza, Bologna e Modena. Dopo mesi di tensioni il 7 agosto 1920 viene firmato il nuovo patto colonico regionale fra agrari e Federterra. Ma la disputa sui patti agrari fra popolari e agrari nell’autunno del ’20 rimette tutto in discussione.

Anche nel mondo dell’industria i fronti contrapposti si muovono, gli industriali si organizzano in proprie associazioni, a maggio nel corso dell’ottavo congresso della FIOM Bruno Buozzi fa approvare un documento che chiede aumenti salariali del 40%, indennità di licenziamento, dodici giorni di ferie pagate all’anno. La CGdL approva i consigli di azienda destinati a tutelare i lavoratori in fabbrica e intervenire nell’organizzazione del lavoro. Per gli industriali è troppo. Contratti, diritti, miglioramenti delle condizioni di lavoro sono pretese inaccettabili in una totale negazione della dignità del lavoratore e del lavoro tanto più offensiva in un territorio come questo segnato da forti tradizioni e culture professionali. Non è solo una questione economica, è ancor prima una questione di rispetto mancato, negato, di riaffermazione di potere, gerarchie, tradizioni. Reazioni consolidate ma che diventano inaccettabili in un momento in cui davvero si vede la rivoluzione scuotere l’Europa. I lavoratori si muovono.

A Firenze il clima è già incandescente. 10 agosto  a Firenze in via Centostelle viene fatta saltare in aria la polveriera di San Gervasio provocando otto morti e molti feriti. 29 agosto comizio socialista a Firenze all’interno della campagna nazionale del partito per chiedere la smobilitazione delle classi di leva ancora sotto le armi, eliminazione della censura sulla stampa, amnistia per i reati di guerra, rapporti politici ed economici con la Russia. Le forze dell’ordine sparano sul corteo dei manifestanti senza adeguato preavviso per fermare una parte del corteo, di giovani, che volevano andare in corso dei Tintori verso la sede della Camera del Lavoro. 4 morti (tre operai e una guardia) e vari feriti. Mentre almeno cinquantamila persone con bandiere rosse seguono il funerale dei tre operai, viene proclamato lo sciopero generale.

L’occupazione delle fabbriche nel settembre del ’20 ha una partecipazione compatta e disciplinata delle poche grandi fabbriche e di molte delle aziende di modeste dimensioni. Dal 2 al 30 settembre l’occupazione interessa circa una decina di fabbriche e circa 3000 operai organizzate da fitta rete di rappresentanti di fabbrica, , commissioni interne, commissari di reparto, consigli di fabbrica, capaci di autogestire gli impianti che infatti, a differenza di altre regioni, continuarono a garantire ritmi di produzione quasi normali.

Aspetto qualificante delle lotte di fabbriche è l’attenzione prestata al tema della professionalità, al ruolo sociale e produttivo del lavoro. Aspetto che affonda le sue radici nelle caratteristiche di fondo della classe operaia fiorentina e che vede come corollario la lotta contro la concezione della fabbrica come dominio assoluto del padrone. C’è un’attenzione, quasi una cura della fabbrica, delle macchine, dei prodotti che segna la storia della classe operaia fiorentina e che emergerà in un momento drammatico quale la primavera estate del ’44 quando saranno gli operai a salvare le fabbriche dal trasferimento in Germania, voluto dai nazisti in ritirata, smantellandone i pezzi in modi tali da poterle poi, a liberazione avvenuta, ripararle, tutelando cose i beni dei padroni ma anche e soprattutto il proprio futuro e quello del Paese. La Pignone è la fabbrica che meglio rappresenta questa tendenza, non a caso nell’occupazione del 1920 commissione interna e commissari di reparto sono impegnati fortemente a dare prova di capacità e autonomia organizzativa e produttiva, la fabbrica sono anche loro perché senza il loro lavoro, senza la loro cultura del lavoro, la loro professionalità, i loro sacrifici, essa non esisterebbe, la fabbrica quindi non è solo il padrone. La rivendicazione del valore sociale ed economico del lavoro operaio sarà il filo rosso che segnerà tutte le diverse fasi del Novecento.

Contemporaneamente la dirigenza della sezione socialista conosce un processo di ulteriore radicalizzazione che si concretizza nell’esclusione degli esponenti riformisti dalle liste per le elezioni amministrative nell’autunno del 1920, che vedono peraltro la vittoria della lista “nazionale”. Al di là delle aspettative di massimalisti e comunisti, l’aspettativa della rivoluzione, spaventando ceti sociali diversi, consolida le forze conservatrici. A novembre la corrente comunista assume la guida della sezione urbana e di tutta la Federazione. L’adesione della maggioranza dei delegati fiorentini al Partito comunista d’Italia nel congresso di Livorno del gennaio del 1921 non appare quindi una sorpresa, ma il culmine del processo di radicalizzazione articolatesi negli anni e nei mesi precedenti. Infatti 4003 voti andarono ai comunisti, 3309 ai massimalisti e 229 ai riformisti. Come già sottolineava Giovanni Gozzini molti anni fa, tutta la regione vede una significativa adesione al nuovo partito, tanto che la Toscana ne è il secondo punto di forza a livello nazionale dopo il Piemonte. La scissione è maggioritaria nelle province di Firenze, Arezzo e Massa Carrara. Ma proprio a Firenze emerge uno degli elementi di maggiore novità del PCdI rispetto al PSI, pur nella stretta contiguità con valori e miti del massimalismo (che si rispecchiano in parte anche in una contiguità di classe dirigente): l’emergere di una nuova classe dirigente – ben simboleggiata dal segretario provinciale Spartaco Lavagnini – non solo espressione dei ceti operai e non più medio-borghesi, ma soprattutto interprete “di un rapporto diverso con le masse popolari, non più di tipo pedagogico e tribunizio – proprio degli “intellettuali” appartenenti alla tradizione socialista – bensì fondato su un’esperienza diretta di lotta e di organizzazione, molto più vicino alle aspirazioni e ai bisogni del popolo” [cfr. La formazione del partito comunista in Toscana 1919-1923, Quaderni dell’Istituto Gramsci – Sezione Toscana n. 3, Firenze, 1981, p. 208]. In città il nuovo partito riesce a strutturarsi significativamente e rapidamente grazie all’adesione plebiscitaria della Federazione giovanile socialista che porta in dote non solo entusiasmo, ma anche molte sedi, fondamentali per avviare un’organizzazione effettiva sul territorio. Immediato è l’impegno a costituire gruppi nei luoghi del lavoro, a partire dalle fabbriche; significativa la “conquista” della FIOM cittadina. Ma la strada appena imboccata non sarebbe stata agevole. E non solo per le divisioni a sinistra.

Firenze è, infatti, contemporaneamente precoce anche nelle violenze squadriste che intervengono a segnare la vita della città e della provincia, con la forza della violenza, proprio fra il dicembre del 1920 e i primi mesi del ’21, spinte dalle paure dei ceti medi spaventati dalla rivoluzione minacciata e soprattutto dai sostegni di agrari e industriali, la vecchia classe dirigente gravemente turbata dalla perdita del potere locale dopo le sconfitte alle elezioni amministrative tenutesi nell’autunno (con l’eccezione di Firenze città). Dopo il settembre delle bandiere rosse il quadro stava infatti rapidamente mutando e avrebbe colpito in primo luogo proprio la neonata sezione del partito comunista d’Italia con la barbara uccisione del suo segretario Spartaco Lavagnini, il 27 febbraio 1921. Troppo evocata, la rivoluzione aveva saputo suscitare e unire tutti i suoi oppositori proprio mentre i suoi sostenitori si dividevano ed isolavano, rimaneva mito e spettro, senza, del resto, essere mai stata realtà.




Commemorazione dei partigiani caduti a Poggio alla Malva 11 giugno 1944

Il sacrificio dei Partigiani carmignanesi, morti in nome della libertà e della pace rimane un avvenimento centrale nella storia del nostro Comune e nella storia della Resistenza in generale.

Per questo è ritenuto doveroso rievocare ogni anno la notte in cui Ariodante Naldi, Bruno Spinelli e i fratelli Bogardo ed Alighiero Buricchi persero la vita sotto il costone collinare di Poggio alla Malva, nell’azione di sabotaggio al treno carico di esplosivo a servizio dell’esercito tedesco, che, avrebbe potuto servire, secondo alcune ipotesi, alla distruzione dei macchinari delle fabbriche di Prato, oppure ad obiettivi sulla costa toscana, facilmente raggiungibili per ferrovia.

In collaborazione con il Comitato “11 Giugno” di Poggio alla Malva, circolo Arci di Poggio alla Malva e l’A.N.P.I. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia provinciale di Prato, il Coordinamento dei circoli Arci di Prato, il Comune di Carmignano ha stilato un programma di iniziative nell’intento di creare un legame tra passato e presente, al fine di non disperdere la memoria di questo periodo della storia italiana in cui si inserisce la morte dei 4 giovani carmignanesi.

 

Programma

 

fino al 20 giugno – Circolo Arci Molinaccio di Bacchereto
Lunedì al venerdì ore 13.00 – 15.00/20.00-23.00
Sabato e Domenica ore 14.00 – 19.00
Partigiani e antifascisti carmignanesi
Mostra documentaria sui personaggi antifascisti e partigiani che hanno vissuto e agito nel territorio di Carmignano

Domenica 6 giugno ore 11.00 – Cimitero di Comeana,
Deposizione corona di alloro in memoria di Sergio Sorri

Mercoledì 9 giugno ore 21.00 – Rocca di Carmignano
“Cenere e cielo. Voci femminili dal passato”
Testo teatrale di Grazia Frisina
Regia di Massimo Bonechi – Associazione STA Spazio Teatrale Allincontro
Posti contingentati nel rispetto delle norme anticovid
Prenotazione obbligatoria all’indirizzo mail: gcorbo@comune.carmignano.po.it o allo 055 8750231
Venerdì 11 giugno ore 11.00 – Cimitero di Carmignano
Deposizione corona di alloro al Monumento ai Partigiani

Venerdì 11 giugno ore 20.30 – Poggio alla Malva
Nel ricordo di Ariodante Naldi, Bogardo Buricchi, Alighiero Buricchi, Bruno Spinelli
Corteo dei gonfaloni fino al Cippo dei Caduti
accompagnato dalla Filarmonica G. Verdi di Bacchereto
Commemorazione ufficiale alla presenza delle Autorità
In diretta Streaming sulla pagina FB comune di Carmignano

Sabato 12 giugno ore 21:00 – Circolo Arci 11 Giugno di Carmignano
Proiezione del film “Ragazzi”
Cronaca di un episodio della Resistenza – Regia Massimo Smuraglia

Domenica 13 giugno ore 9.00
Sentieri partigiani di Anpi Prato
Il sabotaggio della Brigata Buricchi
Camminata da Carmignano a Poggio alla Malva a cura del gruppo trekking “Sentieri Partigiani”.
Partenza dalla piazza del Comune di Carmignano
Partecipazione gratuita e contingentata
Pranzo alle ore 13:00 “Pastasciutta antifascista” 5,00 euro al Circolo Arci di Poggio alla Malva
Prenotazione obbligatoria all’indirizzo mail: sentieripartigiani.prato@gmail.com // WhatsApp 380 7904847

Domenica 13 giugno ore 9.30 – Chiesa di Poggio alla Malva
Santa messa in suffragio dei partigiani caduti

Domenica 13 giugno ore 15-19 – Piazza C. Battisti, Comeana
“Il Bombardamento di Comeana 17 gennaio 1944”
Mostra fotografica a cura di Frammenti di Memoria




77° anniversario della Liberazione di Grosseto – I partigiani tra rappresentazioni di ieri e narrazioni di oggi

77° anniversario della Liberazione di Grosseto

I partigiani tra rappresentazioni di ieri e narrazioni di oggi

15 giugno 2021 | ore 17.30 | Piazza Pacciardi, Grosseto

>> Scarica l’invito

Per garantire il distanziamento il numero dei posti è limitato.

Prenotazione dei posti e info: segreteria@isgrec.it,  0564415219

 

Saluti:

PAOLO PASSANITI | Presidente Isgrec

CHRISTIAN SENSI | Arci prov.le Grosseto

LUCIANO G. CALÌ | Presidente Anpi prov.le “N. Parenti” di Grosseto

 

Coordina:

ILARIA CANSELLA | Direttrice Isgrec

 

Interventi di:

FRANCESCO FILIPPI | Associazione Deina

Resistenza: passato, presente e futuro del racconto di Liberazione

 

CHIARA COLOMBINI | Ricercatrice Istituto storico della Resistenza di Torino

“Anche i partigiani, però…”

 

ALESSANDRO ORLANDINI | Direttore dell’Istituto storico della Resistenza senese

La Resistenza nel grossetano e nel senese: le “tre guerre” e la “zona grigia”

 

FILIPPO MASINA | Università di Siena, ricercatore Isgrec

Le bande della Maremma: strategie e questioni operative




La scomparsa del Prof. Elia

eliaÈ stato un onore per l’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea avere il Prof. Gian Franco Elia tra i propri soci, anche come membro, per alcuni anni, del Consiglio Direttivo. La sua decisione di aderire e di dare il suo contributo all’ISGREC rappresentarono un incoraggiamento prezioso per chi aveva allora il compito di condurre l’Istituto e una conferma autorevole della validità del percorso intrapreso. Sostenendoci, Elia mostrò infatti di condividere il nostro progetto culturale, che mirava – come tutt’oggi mira – a ripercorre la storia con sguardo critico: soprattutto la storia più recente e in particolare quella del nostro territorio. C’era, in quella partecipazione, la consapevolezza che la ricerca scientifica, a maggior ragione se ha per oggetto i fenomeni sociali e politici nel loro sviluppo storico, non può prescindere da un contesto di libero confronto tra i ricercatori, e tra loro e il pubblico a cui si rivolgono; e dunque la convinzione che solo la democrazia, come forma – sia pure sempre imperfetta – della convivenza civile, fornisce le condizioni in cui la ricerca può liberamente svilupparsi. La Resistenza, esperienza collettiva senza la quale in Italia non sarebbe oggi neppure possibile immaginare una cittadinanza democratica, era dunque per Elia il riferimento storico imprescindibile. A questi principi Elia ha ispirato il proprio impegno professionale e civile: come studioso, insegnante e amministratore, anche quando ha ricoperto un Ufficio di grande prestigio e responsabilità come quello di Rettore dell’Università di Pisa.

Tra i numerosi debiti che l’ISGREC ha nei confronti di Gianfranco Elia, in riferimento alla sua produzione scientifica, ci limitiamo a ricordare gli studi sulla trasformazione della nostra città e del nostro territorio tra ‘800 e ‘900, che ancora l’ISGREC indica ai giovani studiosi e a chiunque desideri comprendere a fondo il senso di un processo storico di lungo periodo che ci ha condotto, non senza contrasti e grandi sofferenze soprattutto a carico delle classi popolari, a vivere nelle condizioni attuali.

Fu Gianfranco Elia a pronunciare, nella biblioteca dell’ISGREC, l’orazione funebre di Francesco Chioccon, il primo presidente dell’Istituto, e volle allora mettere in evidenza la coerenza di antifascista e militante socialista del suo amico e compagno. Vi fu tuttavia nel suo discorso anche la rievocazione di una stagione culturale e politica che all’inizio degli anni Cinquanta aveva caratterizzato la nostra città e le aveva dato un rilievo che andava ben oltre la cerchia delle mura medicee. Ci fu in quegli anni, da parte di personalità certamente non comuni, il coraggio di andare oltre gli sterili orgogli provinciali, per proiettarsi, con la necessaria umiltà ma con sicura decisione, su orizzonti più vasti. Chioccon rappresentò con altri quella stagione; Elia ne fu forse l’esponente più giovane. Con lui oggi quella stagione scompare definitivamente. Di quella lezione rimane un’eredità da coltivare.

ISGREC