La Famiglia Forti al centro di un ciclo di eventi promossi da Centro Pecci e CDSE

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato e la Fondazione CDSE presentano tre eventi di approfondimento su Simone Forti (Firenze, 1935), artista e performer internazionale.
Simone Forti è protagonista della mostra Senza fretta al Centro Pecci; all’interno della kermesse si svolgeranno due incontri in mostra e una visita al villaggio fabbrica de La Briglia a cura degli esperti della Fondazione CDSE e del Museo Pecci, per ritrovare tracce e legami della famiglia di industriali Forti sul territorio pratese.
mercoledì 30 giugno h 18.00
La famiglia Forti e il territorio toscano
visita alla mostra Senza fretta presso il Centro Pecci con Silvia Sorri, storica e studiosa della famiglia Forti e Elena Magini, co-curatrice della mostra

sabato 10 luglio h 9.30
visita gratuita al villaggio fabbrica Forti a La Briglia con la collaborazione del Comune di Vaiano, su prenotazione, con
Luisa Ciardi, storica e archeologa industriale del CDSE e Irene Innocente, coordinatrice dipartimento Educazione Centro Pecci

mercoledì 21 luglio h 18.00
La famiglia Forti e il mondo dell’arte nella prima metà del Novecento
visita alla mostra Senza fretta presso Centro Pecci con Alessia Cecconi, storica dell’arte e direttrice del CDSE, e Mario Pagano, responsabile Ricerca e Public Program Centro Pecci

Gli incontri al Centro Pecci sono inclusi nel biglietto di ingresso alla mostra con prenotazione obbligatoria su www.centropecci.it
clicca qui per prenotare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSetiaEufCZdNFoGKUUQHsBKn1BOtQK6E_8p-kUl6eVnXAQjpQ/viewform




Alla ricerca di una memoria europea.

Terzo appuntamento dei seminari Tra storia e memoria promossi dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea in modalità online, su piattaforma ZOOM, il prossimo 9 settembre alle ore 17.30.

A partire dalle recenti iniziative del Parlamento europeo, discuteremo sulle linee entro cui l’UE intende definire una propria memoria comune insieme a Filippo Focardi, direttore scientifico dell’Istituto Parri e docente dell’Università di Padova, che ha affrontato criticamente la questione anche all’interno del suo volume Nel cantiere della memoria (Viella).

Dialogheranno con lui:

Francesca Cavarocchi, Università di Firenze, Consiglio direttivo ISRT
Enrico Acciai, Università Tor Vergata Roma, Consiglio direttivo ISRT
Stefano Bottoni, Università di Firenze

Modera: Matteo mazzoni, direttore ISRT

Saluta e introduce: Giuseppe Matulli, presidente ISRT

Prenotazione obbligatoria, scrivendo a isrt@istoresistenzatoscana.it




“Squadrismo e fascismo a Grosseto” – A cento anni dalla “spedizione punitiva” su Grosseto

Il 29 giugno del 1921 Grosseto fu assalita da circa 700 squadristi provenienti da tutta la regione. La cosiddetta “spedizione punitiva” sul capoluogo maremmano mirava alla devastazione delle sedi e dei luoghi di aggregazione dei partiti (principalmente il Partito socialista) e alla intimidazione degli avversari politici. Scopo ultimo “spurgare”, “bonificare”, “purificare” la rossa Grosseto attraverso la ferocia degli squadristi, che rappresentavano il braccio armato del nascente movimento politico fascista. La “conquista” fascista di Grosseto segnò l’inizio di un periodo di “assenza dell’autorità” sul territorio e rappresentò un punto di non ritorno verso il commissariamento prefettizio del Comune, seguito dalla riforma podestarile fascista.

La ricorrenza dei cento anni da quei fatti offre oggi l’occasione per riflettere su un periodo fondamentale, ancora poco studiato nel contesto locale, riportando l’attenzione su quell’ “estate di sangue” che poche tracce ha lasciato anche nella memoria cittadina e ricollegandola alle vicende successive del fascismo maremmano.

L’occasione è offerta dall’incontro coorganizzato dalla Sez. ANPI “Elvio Palazzoli” di Grosseto e ISGREC per il 1° luglio, ore 18.15. In Piazza del Popolo (presso la ProLoco di Grosseto) gli storici Ilaria Cansella (Direttrice Isgrec) e Marco Grilli (Isgrec) e il Dott. Giuseppe Corlito, Presidente della Sez. Palazzoli rifletteranno su “Squadrismo e fascismo a Grosseto”. Coordinerà l’incontro Adolfo Turbanti (Isgrec).

Posti limitati, prenotazione consigliata: segreteria@isgrec.it | 0564 415219




Affermazione e consolidamento della dittatura. Il secondo appuntamento del ciclo online “Livorno – società e politica fra fascismo e antifascismo”su

Si terrà il 1° luglio sempre sulla pagina FaceBook del Coordinamento nazionale Associazioni risorgimentali il secondo incontro del ciclo “Livorno – Società e politica fra fascismo e antifascismo”

Presiede Pierfernando Giorgetti

Intervengono:

Fabio Bertini, L’industria e la classe operaia

Matteo Mazzoni, Il partito nel sistema di potere fascista

Enrico Mannari, la rete antifascista

 




Pian d’Albero: nei luoghi dell’eccidio nasce il Sentiero della Memoria

Pian d’Albero è la nostra memoria fondativa, una memoria condivisa che non appartiene al passato, ma è un lasciapassare necessario per il futuro”: così la sindaca Giulia Mugnai ha ricordato i tragici fatti del giugno 1944 durante la doppia celebrazione per il 77° anniversario dell’eccidio di Pian d’Albero che si è tenuta domenica 20 giugno 2021, prima con una celebrazione istituzionale in forma ristretta davanti al casolare Cavicchi, teatro del massacro nazista, poi con la cerimonia pubblica al monumento alla memoria di Sant’Andrea di Campiglia.

Sabato 26 giugno, poi, è avvenuta l’inaugurazione del Sentiero della Memoria, un percorso escursionistico attraverso i luoghi simbolo della Resistenza sui Monti Scalari, tra i quali lo stesso casolare.

“Nell’eccidio del 20 giugno 1944 furono ammazzate 39 persone. Morirono giovani partigiani e contadini, morì il piccolo Aronne Cavicchi, poco più di 14 anni. Pian d’Albero è una ferita profonda che ci rammenta costantemente la ferocia del nazifascismo, ma ci racconta anche di come la comunità abbia saputo rinascere e ricostruirsi con la solidarietà, i diritti, la democrazia, anziché con la vendetta”, ha detto la sindaca.

Pian d’Albero è anche la tappa principale del Sentiero della Memoria, un percorso ad anello lungo circa 11 chilometri, con partenza e arrivo a Poggio alla Croce, attraversando i luoghi della Resistenza sui Monti Scalari: il casolare dei Cavicchi, teatro dell’eccidio, ma anche altri casali e rifugi di fortuna che vennero utilizzati dalla Brigata partigiana Sinigaglia, fino a raggiungere la linea Mädchen, ultimo avamposto difensivo delle forze nazifasciste, teatro di un durissimo scontro al termine del quale ebbe la meglio il reggimento scozzese dei Black Watch, che nel luglio 1944 riuscì a sfondare. Lungo il percorso, dei pannelli informativi raccontano le vicende di quei tragici giorni. Il tracciato escursionistico non presenta particolari difficoltà ed è adatto a chiunque abbia un minimo di confidenza con la camminata nel bosco.

Il Sentiero della Memoria è un progetto promosso da Comune di Figline e Incisa Valdarno, Comune di Greve in Chianti, Anpi Figline, Anpi Bagno a Ripoli, Anpi Firenze Sud (Gavinana), Anpi Ponte a Ema, Anpi Rignano Reggello, realizzato anche grazie alla collaborazione di omunCai Firenze, Gaib – Gruppo Avvistamento Incendi Boschivi, Gruppo San Michele Gev del Chianti, Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, Prociv Incisa, Vab Rignano sull’Arno – Antincendi Boschivi – Protezione Civile, Circolo Sms Poggio alla Croce, Matteo Barucci, Oliviero Buccianti, Fabio Modi, Francesco Modi e in fase finale Valdisieve Offroad Club 4×4.

Il videohttps://www.youtube.com/watch?v=IrKAaQFe0Bg&t=258s




Celebrazione per la Liberazione del Comune di Montepulciano

La cerimonia avrà inizio al Giardino di Poggiofanti, dinanzi al monumento dedicato ai partigiani, alle 16.30 di martedì. Dopo la deposizione di una corona d’alloro, interverranno il Sindaco Michele Angiolini ed il Presidente dell’ANPI Valdichiana, Lorenzo Micheli. Il Maestro Antonio Petrucci, tromba solista, eseguirà i brani che contrappunteranno le varie fasi della manifestazione. Non saranno ammessi assembramenti, il pubblico eventualmente presente dovrà rispettare le norme sul distanziamento.

Come avviene ormai da alcuni anni, la celebrazione si sposterà poi sul territorio per rievocare un fatto storico legato alle giornate della Liberazione. Questa volta l’Amministrazione Comunale, presso il cimitero di Valiano, renderà omaggio alla memoria del piccolo Pier Damiano Pepi, 11 anni, che il 1 luglio 1944, al Podere Terra Rossa, in uno dei tanti scontri che caratterizzarono dolorosamente il passaggio del fronte, perse la vita, colpito da una scheggia di una bomba.

Il tragico episodio è stato così ricostruito, anche attraverso testimonianze dirette, dallo studioso e ricercatore Alessandro Angiolini, esponente dell’ANPI: “Durante il passaggio del fronte, nelle ore che segnavano la definitiva ritirata dei tedeschi e l’arrivo dei britannici, i mezzadri dei due poderi di Terra Rossa accolsero tra gli applausi i liberatori nelle aie delle case, offrendo loro ristoro: acqua, vino e qualcosa da mangiare. Un momento di festa interrotto bruscamente da un attacco improvviso da parte di una retroguardia tedesca, appostata dietro le siepi, a pochi metri dai poderi. Un’imboscata da cui si sviluppò un combattimento feroce tra i militari che si affrontarono con lanci di bombe a mano e di mortaio e addirittura anche con scontri corpo a corpo. I tre fratelli Pepi, Euro, Pier Damiano e Zanobi, insieme ad altri bambini, cercarono rifugio nella cantina ma una scheggia di bomba colpì la tempia di Pier Damiano. Finito lo scontro a fuoco, in cui rimasero feriti oltre a diversi militari (forse anche alcuni caduti), anche alcuni contadini, ci si rese conto dell’assenza di Pier Damiano: il bambino fu cercato e ritrovato, ma ormai morto; a nulla valse la corsa verso l’ospedale da campo alleato nelle retrovie”.

 

manifesto liberazione montepulciano 2021




Mazzino “Aldo” Fedi

Stando a quelli schedati nel Casellario Politico Centrale, furono 23 gli antifascisti pistoiesi che si recarono in Spagna per combattere la Guerra civile. Il numero sale a 36 dalle stime riportate nel progetto Volontari antifascisti toscani tra guerra di Spagna, Francia dei campi, Resistenze, promosso e realizzato dall’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Dalla seconda metà del 1936, ortolani, braccianti, artisti teatrali, tappezzieri, minatori, verniciatori, operai, muratori, decoratori, manovali, calzolai e terrazzieri si mossero da più parti della provincia per raggiungere la penisola iberica, valicando a piedi i Pirenei dalla frontiera di Port Bou o raggiungendo Barcellona dal porto di Marsiglia. Un’operazione rischiosa e svolta in totale clandestinità, animata – riprendendo le parole di Leo Valiani, recuperate da Ilaria Cansella – dalle «loro idee di libertà, di democrazia, di socialismo nella forma più pura ed universale»[1].

Alla fine dell’ottobre 1936, di questo scenario entrò a far parte anche Mazzino “Aldo” Fedi. Nato a Pistoia il 19 aprile 1912 da Ferruccio e Isola Nesi, a soli vent’anni finì sotto la lente della Polizia politica. Il suo fascicolo venne infatti aperto nel 1932, pochi giorni dopo la denuncia che lo aveva raggiunto dalla questura di Firenze per essersi iscritto alla sezione del Partito comunista d’Italia segretamente ricostituitasi a Prato. Quel giovane minuto e dai capelli ondulati, finallora privo di qualsivoglia ruolo attivo in campo politico, era stato descritto – secondo la tipica retorica utilizzata dai fascisti nei confronti degli oppositori – come un ragazzo dal «carattere impetuoso, ozioso, di comune intelligenza» e di «limitata cultura, avendo frequentato solo la scuola elementare». Eppure la sua scaltrezza gli aveva permesso di ottenere subito credito come «fiduciario di zona dei giovani comunisti», aspetto ancor più rimarchevole se considerata la natura manifatturiera di un’area come quella di Prato. Nella città del tessile si era recato nel 1927 in cerca di lavoro, trovandolo come manovale e lanino: a Pistoia aveva lasciato la sorella Fulvia e il cognato Alfredo Boni, entrambi definiti di «buona condotta morale e politica»[2].

Braccato e denunciato al Tribunale speciale – il 30 giugno 1932 – per «organizzazione comunista», Fedi fu quindi costretto alla fuga. Iscritto alla Rubrica di frontiera, al Bollettino delle ricerche e in possesso di documenti falsi per eludere il mandato di cattura (emanato il 23 luglio), diede inizio ad un lavoro di depistaggio che lo accompagnò per tutto l’arco della sua lunga latitanza. Per uscire dall’Italia utilizzò la falsa identità di Aldo Ferri, munito di un passaporto spagnolo «rilasciato dal Gobernador Civil di Oviedo il 16 gennaio 1932 e intestato a don Pedro Antonos, nato a Bilbao il 14 febbraio 1904»: l’uomo risultava arrivato da Bardonecchia il 19 aprile 1932 e ripartito da Livorno il 23 seguente, diretto a Marsiglia dopo una tappa nella città corsa di Bastia. Una traiettoria estremamente battuta all’interno della rete clandestina antifascista. La vera identità di “Ferri” fu scoperta solo alla fine dell’agosto 1932: Fedi – indicava il prefetto di Firenze, Luigi Maggioni – aveva «effettivamente fatto ritorno a Prato il 20 aprile [1932], da dove si era allontanato qualche mese prima, ed […] essendo per ragioni politiche ricercato, riuscì a fuggire come ha scritto ai familiari, espatriando proprio dal porto di Livorno il 23 aprile stesso e riparando in Corsica».

Nel frattempo la sua attività aveva già conosciuto ulteriori evoluzioni, procedendo anche in Francia la militanza nelle file comuniste. Non passò comunque molto perché la sorveglianza fascista ottenesse un primo risultato: Fedi scoprì infatti che a segnalarlo alla polizia fiorentina era stato Giuliano Giovannelli, zio di Nella Giovannelli, maestra elementare di San Giusto con cui aveva avuto una relazione. Decise pertanto di scrivere all’indirizzo del suo detrattore una lettera durissima, accompagnandola con alcuni espliciti ritagli de “l’Unità” ed un opuscoletto relativo al XV° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre:

Oggi stesso sono venuto ad avere un colloquio con un compagno che sono pochi mesi che è giunto dall’Italia, dove io [h]o voluto che esso mi facesse una relazione sul mio conto. E mi è stato riferito che il colpevole della mia causa sei stato tutto te. Non credevo mai…Sì, sei te il traditore del proletariato del nostro paese? Vigliacco: vergognati, un artigiano rovinato come sei tu mettersi al servizio della société del mondo attuale. Quando vedi un proletario ogni giorno che lotta per le tue rivendicazioni e te vai a denunziarlo che esso lotta per un miglioramento di vita per tutta la classe lavoratrice, e per i contadini che dona tutta la sua vita per coloro che non hanno ancora compreso cosa è il Fascismo e tu vai a fare la spia? Vergognati. Sfido io se fossi un uomo che avresti un po’ di umanità dovresti fare il tuo volto pieno di rossore quando passi di fronte a un lavoratore. Perché sei un suo traditore, un disgregatore delle file rivoluzionarie del proletariato dove i meglio combattenti portano una lotta senza quartiere per un benessere di tutta l’umanità sofferente, e te vile uomo dal cuore di marmo vai per le sedi della questura a denunciare il suo ideale, il suo pensiero che essi vogliono sferrare gli anelli delle sue catene fasciste. Dimmi uomo senza cuore cosa [h]ai raggrumolato durante (11 anni) di dominio fascista? Parla su questo punto perché è molto importante. Nulla, non è vero? Altro che miserie e torture e sacrifici e fame, giorno-giorno. Questo non lo puoi negare, lo so meglio io che te da che andavi a farti prestare 10 lire per mangiare in quel giorno. Uomo venduto, uomo senza cuore sei stato a venderti al Fascismo per un tozzo di pane, cioè forse per la gloria, ti contentavi soltanto che venisse a pronunciare un linguaggio che dicesse: bravo Giovannelli, tu sei un vero e proprio italiano, un vero fascista. Non è vero? Uomo che sa cosa è il Fascismo, un uomo che è stato come da…ti sei ridotto a fare la spia? Vergognati mascalzone. Traditore della classe sfruttata. Forse lo facevi per via venissero a metterti alla [g]reppia? 1°) Ti ricordi quando ero latitante il giorno 21 aprile che [venisti] a trovarmi nella capanna, che mi dicesti questa sera verrai a dormire in un posto che te lo procuro io. Volevi farmi arrestare, non è vero? Furbo il gatto, ma furbo il topo. 2°) Ti ricordi quando alla tua nipote gli mandasti quella lettera che gli spiegavi che faceva all’amore con un comunista, con l’uomo più pericoloso del paese, e gli dicevi che era il prete del paese che l’aveva inviato? Per via che essa venisse a intimorirsi che il nostro amore venisse a troncare. Ma tutto il contrario. Fu forte e potente. Perché facevi tutto questo? Sfido che l’indovino, ascolta: perché siete molto amanti del denaro, siete gente che vivete per un soldo soltanto. Vi piace di vedere le gemme d’oro tanta ricchezza. Avete molto la mentalità borghese. Siamo noi proletari ad ammirarsi che si trova, che siamo gli sfruttati, che noi non ha nessun mezzo di sussistenza, che noi lottiamo efficacemente per mandare in un fondo precipizio la società attuale per un benessere della classe proletaria come hanno fatto i nostri fratelli russi che loro hanno saputo liberarsi dalla schiavitù zarista. Quindi molti vorrebbero impedirla questa lotta, e una tra i quali sei te uomo malvagio. Quello che mi denunciavi lo avevi indovinato. Sì lo ero e non mi vergogno a ripeterlo, e sempre lo sarò, sono molto orgoglioso di essere un giovane comunista, un vero e proprio rivoluzionario che tutti i giorni porta una lotta che non ha fine. Guarda, prendi questo esempio: tu sei stato alla guerra, hai lasciato tutto sul fronte per difendere la borghesia dove molti e molti dei lavoratori hanno lasciato tutti la sua vita, molti sono restati mutilati, molti bimbi sono restati senza babbo, senza una gioia, senza felicità. E te, voi, a tradire il proletariato. Mascalzone, ricordati che presto tornerò che nulla mi sono dimenticato di quello che [h]ai fatto. Sono giovane e tutto sono bono ad affrontarti. Non credere che io venga dicendoti così che io soffro perché sono lontano dal mio paese. Non è soffrire trovandosi lontano dalla gente che amo e quello che [h]o sempre amato, ma soffrono coloro che della vita fanno mercato come uno tra i quali sei te che vai mettendo la tua vita all’asta e la vendi. Cesso di mandarti tante di queste parole ma ne avrei ancora da farti un lungo romanzo perché ritrovandomi all’estero mi sono ancora più istruito.[3]

Nell’inviare l’epistola, Fedi dovette necessariamente indicare un suo pur generico riferimento: Bar Restaurant Gino, 288 Avenue D’Arles, Marsiglia. Consapevole di essere stato individuato, cercò così di sviare ancora una volta la polizia annunciando la sua immediata partenza per Nizza.

Nell’aprile del 1933 risultava in realtà ancora residente nel capoluogo provenzale, dove – comunicava il console reggente Valeriani – figurava «abbastanza» attivo «nella locale sezione del Partito comunista, che ha sede presso il Club International des Marins». Sicuramente si spostò invece nel giugno 1933, inviato a Tolone dall’Organizzazione centrale comunista di Parigi; all’incarico nel dipartimento del Varo ne seguì poi un altro «per propaganda» nel vicino comune di La Seyne-sur-Mer. Qui – sotto i falsi nomi di Feoli, “Masaniello”, “Alfredo” e “Fieno” – partecipò all’organizzazione del Congresso dei comitati del Fronte unico antifascista ed entrò in contatto con Giorgio Salvi, celebre antifascista di Poggibonsi che proprio in quel momento stava per completare un lungo giro della Francia in cui si era impegnato a propagandarne la causa[4]. Fedi stesso sarebbe stato tra gli oratori della prima adunanza del Fronte a Marsiglia (24 e 25 dicembre 1933), appuntamento a cui presero parte anche il dottor Giuseppe Berti, Giacinto Bruno Serrati, Bruno Monciatti, Angelo Lucchi, Giuseppe Steddatu, Pasquale Donno, Alighiero Bonciani, Amedeo Frosine, Celestino Vittone, Alessandro Bandoni, Gino Bagni, Attilio Millin, Ettore “Trinca” Privilegi, Ovidio “Lupo” Pessi e Silvano Picchi.

Nel luglio del 1932, peraltro, aveva intrattenuto un breve carteggio anche con l’anarchico Errico Malatesta (indirizzando le lettere alla moglie Elena Melli), già gravemente malato e destinato a morire pochi giorni dopo (il 22 luglio) l’ultima lettera di Fedi (datata 15 luglio). Al centro dello scambio era finita la volontà di alcuni antifascisti italiani di chiudere la pubblicazione di “Lotta”, periodico comunista spesso vicino ad alcune delle posizioni espresse dall’Unione anarchica italiana: una scelta con la quale il nativo di Pistoia si era mostrato in sostanziale disaccordo, evidenziando indirettamente le distanze che ormai persistevano tra la base del Pcd’I e il movimento anarchico italiano[5]. Tra il 1933 e il 1934 furono invece frequenti i suoi contatti con Mazzino Chiesa, membro della Federazione italiana dei lavoratori del mare che – sotto le direttive del comitato centrale del Pcd’I di Marsiglia – aveva ricevuto l’incarico di organizzare i marittimi delle «navi mercantili italiane che tocca[va]no quel porto» e di avvicinarli «distribuendo loro stampa del partito e tessere»[6]. Era stato proprio Chiesa – stando alla ricostruzione del capo della divisione Polizia politica Di Stefano – a chiedere a Fedi un aiuto nella divulgazione del materiale propagandistico, almeno fino a quando il pistoiese non si imbatté erroneamente nel console:

Per il mattino alle ore 9 del 15 aprile 1934 la S.S. Italia (O.N.D.) aveva organizzato una corsa ciclistica che ha ottenuto un brillantissimo successo. Durante le operazioni preparatorie della partenza, due individui modestamente vestiti ed assai giovani di età incominciarono ad aggirarsi fra i corridori distribuendo manifestini. Essi si avvicinarono anche a me e me ne diedero. Constatato – come supponevo – che si trattava di manifestanti antifascisti, strappai quelli che avevo in mano e rivolgendomi a colui che me li aveva dati, feci il gesto di strappargli di mano il poco che teneva ancora. Ne seguì una discussione assai vivace, nel corso della quale, avendo io detto che non eravamo in sede adatta per fare della politica e che volevo sapere che cosa volessero da noi, uno dei due si tolse la giacca e propose una “partita di pugni”. Risposi tranquillamente e semplicemente volgendo le spalle; l’individuo (che nel frattempo avevo riconosciuto per il Fedi Mazzino, ben noto a codesto R. Ufficio) disse allora “sapremo ritrovarti”; rivoltomi allora verso di lui gli dissi: “Ti aspetto e perché tu non abbia a sbagliare ti dico che sono il Console”. Il Fedi, seguito dall’altro che si era sempre tenuto tranquillo, si allontanò quasi immediatamente, ma continuò a distribuire gli stampati. Persona che si trovò poi vicina a lui nello stesso tram che li riconduceva a Tolone, lo ha udito dichiarare che “se avesse saputo che parlava con il Console non avrebbe fatto così” ed ha constatato che il Fedi era leggermente preoccupato delle conseguenze del suo gesto. Tale preoccupazione non gli ha però impedito – a quanto pare – di ricominciare nel pomeriggio al Velodromo di La Seyne. In una riunione ivi organizzata dai francesi, i corridori vincitori della mattina dovevano fare un “giro d’onore”. Erano quindi presenti alcuni dei dirigenti della S.S. Italia ed uno di questi (Germinale Cantone, organizzatore della Squadra Ciclistica) fu preso a mal partito; incidenti seri sarebbero stati evitati unicamente grazie all’intervento del padrone del Velodromo (M. Philip) che fece intervenire un agente che espulse uno dei figuri che peraltro non pare fosse il Fedi (che però era presente).

L’episodio portò Fedi (sotto l’ennesima falsa identità di Rolando Caccioni) all’arresto, avvenuto a Tolone nei primi mesi del maggio 1934.

[1] Cfr. I. Cansella, Volontari in guerra, in http://gestionale.isgrec.it/sito_spagna/ita/percorsi_volontari_ita.htm (ultima consultazione: 3 giugno 2021).

[2] Fedi aveva anche un’altra sorella, Olga, coniugata con Federico Marchi.

[3] Come anticipato, alla lettera – qui riportata per intero – seguivano anche alcuni ritagli de “l’Unità” e un opuscolo. I primi – del 17 e del 25 novembre 1932, anno IX – recavano due articoli indicativi: Le promesse e i fatti del Decennale nei discorsi del fascismo e Le contraddizioni del fascismo, firmato Ercoli (Palmiro Togliatti). Sul bordo della testata, Fedi aveva inoltre appuntato: «Fedi Aldo, russo, nato a Mosca, Lenin». Il volantino invece era titolato 7 novembre 1917 – 7 novembre 1932. Difendiamo la nostra patria socialista! Lottiamo per fare come in Russia, riferendosi ovviamente al XV° anniversario della Rivoluzione russa.

[4] Dopo lo scioglimento della Concentrazione antifascista, alla quale il Partito comunista d’Italia non aveva aderito, sorsero alcuni organismi unitari che ebbero però breve durata. Tra questi vi fu anche il Fronte unico antifascista, destinato a precedere la linea dei Fronti popolari della seconda metà degli anni Trenta. Quanto a Giorgio Salvi (1896-1979), dal 1928 era entrato a far parte – assieme ad Angelica Balabanoff – del Comitato esecutivo del Bureau International des Partis Socialistes come rappresentante del Psi, carica che ricoprì fino al 1933. Dal 1933 al 1936 proseguì invece il suo impegno nel Comitato centrale del Comitato mondiale per la lotta contro il fascismo, noto appunto come Fronte Unico Amsterdam-Pleyel. Cfr. https://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=prodpersona&Chiave=49707.

[5] La morte di Malatesta venne fatta passare sottotraccia dalla stampa italiana. Uscì un solo trafiletto su “l’Unità”, dove l’anarchico veniva comunque definito «politicamente morto» da diverso tempo.

[6] Cfr. S. Gallo, Mazzino Chiesa, un uomo in mare, in https://www.toscananovecento.it/custom_type/mazzino-chiesa-un-uomo-in-mare/ (ultima consultazione: 3 giugno 2021).

Articolo pubblicato nel giugno del 2021.




4 incontri su Livorno: società e politica fra fascismo e antifascismo. Il 1° appuntamento.

24 giugno alle ore 21.00 primo appuntamento del ciclo di incontri online promosso dal Coordinamento delle associazioni risorgimentali e ANPPIA.