Arduino Lazzaretti e Aurelio Regini

Seconda parte di questa breve rassegna di profili di esponenti del Partito comunista d’Italia dell’area fiorentino-pratese.
LAZZERETTI Arduino
(Lastra a Signa, 17 aprile 1893 – lager di Severo-Vostočnyj, baia di Nagaev 15 gennaio 1938)
Figlio di Santi e di Maria Guarnieri, di famiglia contadina, bracciante e macellaio, impegnato alla Camera del Lavoro, pur senza cariche e iscritto al PCd’I fin dalla fondazione, dopo una militanza nel partito socialista. Domiciliato a Porto di Mezzo, frazione del Comune di Lastra a Signa, è considerato comunista pericoloso. Per sottrarsi alle rappresaglie degli squadristi fiorentini e all’arresto con l’accusa di complicità corrispettiva di omicidio e mancato omicidio commessi contro i fascisti il 30 ottobre 1921, emigra clandestinamente prima in Francia e nel 1923 in Unione Sovietica: è perciò iscritto nella Rubrica dei sovversivi pericolosi e attentatori residenti all’estero, al n°2552 e nel Bollettino delle ricerche: il 22 febbraio 1925 infatti la Corte d’Assise di Firenze lo aveva condannato in contumacia a 30 anni di reclusione e a 9 di vigilanza speciale. Il cenno biografico stilato il 13 maggio dello stesso anno lo presenta di carattere «impulsivo, di mediocre intelligenza … assiduo al lavoro … verso la famiglia si comporta bene … spavaldo e prepotente verso le Autorità». In merito alla sua attività di oppositore del regime fascista «Non è capace di tenere conferenze; però ha preso parte a tutte le riunioni e manifestazioni sovversive in qualsiasi circostanza, dimostrandosi sempre violento e pericoloso per commettere reati politici». Il 20 maggio 1925 la Prefettura di Firenze comunica al Ministero dell’Interno che egli risiede a Parigi, in rue S. Martin Notre Dame de Nazareth, secondo un’informazione estorta ad un suo compaesano: la conseguente domanda di estradizione a suo carico è però respinta dalle autorità francesi. La ricerca ossessiva del «pericoloso comunista» giunge allo stretto controllo della corrispondenza dei suoi familiari: in una lettera della madre una postilla della sorella Vittoria raccomanda ad Arduino di indirizzare la sua posta alla famiglia di Giuseppe Montani, alle cui dipendenze lavora il padre Santi, perché la loro casa è sottoposta a frequenti perquisizioni da parte dei carabinieri. Sappiamo che nel corso del 1931 emigra nell’Unione Sovietica, dove il suo recapito a Mosca e l’attività lavorativa rimangono a lungo sconosciuti alle autorità fasciste, mentre una prefettizia risalente al 6 ottobre 1933 ci fa sapere che Arduino «è stato inserito nell’elenco dei sovversivi classificati attentatori o comunque capaci di atti terroristici, residenti all’estero», finché in data 1° luglio 1937 un telespresso dell’ambasciata italiana riferisce che la sua residenza a Mosca è in via Bolsaia Grusinskaia, n° 19, app. II, ma che da diversi mesi si trova in carcere sotto l’accusa di trockismo. L’arresto è sicuramente avvenuto dopo il 30 settembre dell’anno precedente, quando una lettera di Arduino al padre lo informa di stare bene, così come la moglie e i figli, Lisa e Alfredo e di essere stato nominato Tenente anziano della guardia rossa; inoltre ancora in una nota della Prefettura di Firenze del 30 gennaio 1937 egli è segnalato come impegnato a svolgere propaganda comunista in Russia unitamente ad altri comunisti italiani ivi immigrati: ancora a quell’epoca dunque egli risulta libero cittadino sovietico. L’ultima prefettizia che lo riguarda risale all’8 luglio 1942, quando ormai le relazioni diplomatiche fra l’Italia fascista e l’URSS sono interrotte dallo stato di guerra, per registrare che da tempo di lui non si hanno più notizie. Eppure la sua situazione già dall’estate del 1936 si stava deteriorando, in quanto risulta che fin dal 9 agosto 1936 era stato espulso dal PCU(b) per finire arrestato dall’NKVD il 29 aprile 1937 con l’accusa di «aver partecipato, nel 1927, a una riunione illegale alla quale era intervenuto Trockij». E’ interrogato e detenuto nel carcere di Butyrki insieme al compagno Giuseppe Sensi. L’8 agosto 1937 è condannato a cinque anni di lager da scontarsi a Severo-Vostočnyj (baia di Nagaev), dove muore il 15 gennaio 1938. Il percorso politico e professionale di Arduino in Unione Sovietica è costituito dall’iniziale approdo alla casa dell’immigrato politico di Mosca fino a prendere la cittadinanza sovietica nel 1932 e alla successiva militanza nel partito comunista bolscevico e dal successivo impiego come direttore di mensa in un salumificio per poi divenire ispettore della milizia. Caduto in disgrazia, perde il lavoro ed è costretto ad impiegarsi provvisoriamente come operaio al cantiere della metropolitana di Mosca. Tra il 1936 e il 1937 i dirigenti del PCd’I che lavorano alla Sezione quadri del Comintern prendono più volte in esame il suo caso e nel ricostruire la sua biografia e le sue posizioni politiche lo segnalano come bordighista. Il 4 luglio 1956 le autorità sovietiche lo riabilitano. Nel 50° anniversario della Liberazione di Lastra a Signa viene eretto un monumento a ricordo di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà: Arduino è fra costoro.
FONTI: Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Direzione affari generali e riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen; Memorial, Archivio di Stato della Federazione Russa, Fondo degli atti istruttori 10035, op.1, P. 26343, cc. 27, 1937-1957; E. Dundovich, F. Gori, E. Guercetti, Reflections on the gulag: with a documentary index on the italians victims of repression in USSR, Milano Fndazione G. Feltrinelli, 2003; G. Lehner con F. Bigazzi, La tragedia dei comunisti italiani, Milano Mondadori, 2001; www. gulag-italia.com, scheda personale di Arduino Lazzeretti.
REGINI Aurelio (Domenico Carpi)
(Empoli, Firenze 24.12.1903 – U.R.S.S., ?)
Figlio di Serafino e Meucci Maria Assunta, cenciaiolo, comunista. Quando la Prefettura di Firenze stila il cenno biografico che lo riguarda, il 30 novembre 1937, la sua parabola di vita e il suo impegno politico nelle file del partito comunista volgono alla fine. E’ considerato di carattere taciturno ma abbastanza intelligente oltre che discreto lavoratore. Sebbene in famiglia si comporti bene, è giudicato pericoloso per le sue frequentazioni di elementi sovversivi ed il suo contegno sovente sprezzante verso le autorità. Nel 1922 emigra in Francia con regolare passaporto e dopo cinque anni si trasferisce in Belgio. In Francia, fino al 1925 risiede a Longwy (Meurthe et Moselle), dove svolge attività politica come persona di fiducia del Pci in qualità di responsabile dei collegamenti con i comunisti residenti in Lussemburgo. Dopo un breve rientro in Italia per visitare la famiglia che risiede a S. Martino a Pontorme, nell’immediata periferia di Empoli, il 13 settembre 1926 gli viene rilasciato un nuovo passaporto per trasferirsi ancora in Francia. A partire dal 1927 abita e lavora in Belgio, a Ougrée, Liegi, rue Ferdinand Nicolary, n°117, dove svolge la funzione di segretario della sezione cittadina del Soccorso rosso internazionale. Il 24 gennaio 1930 è’ imputato dell’omicidio del fascista Fernando Poloni, sulla base dell’unica testimonianza del fratello della vittima, avvenuto il 25 dicembre dell’anno precedente, proprio nel quartiere dove abita. Nonostante l’immediato arresto di Giovanni Cantini, gerente di un piccolo caffè, anch’egli originario di Empoli, di Salvatore Budroni, minatore di Oschiri (Sassari), anch’egli collettore del Soccorso rosso e di Egidio Rampioni, muratore comunista di Fano (Pesaro), sospettati di complicità, Aurelio riesce a sfuggire alla cattura dirigendosi verso Arlon, con l’intento di varcare la frontiera del Lussemburgo. L’accusa di omicidio contrasta con le notizie del Consolato d’Italia a Liegi, secondo le quali Aurelio «aveva assunto un atteggiamento riservato e tranquillo». La perquisizione effettuata a carico del fratello Emilio su iniziativa della Prefettura di Firenze conduce la polizia a individuare la sua residenza in Belgio, ma una lettera del fratello Luigi, anch’egli emigrato, del 21 marzo 1930, indirizzata proprio ad Emilio, riferisce che Aurelio è riparato in Russia in seguito ai fatti di Liegi, con l’aiuto di un compagno, Fantin Flora, che gli consegna denaro e vestiti. Ma intanto le autorità belghe avevano provveduto ad espellerlo il 24 febbraio e la Corte d’Assise di Liegi a condannarlo in contumacia alla pena capitale nel gennaio del 1931: da quel momento la polizia fascista si sforza di seguire la vita e gli spostamenti di Aurelio in territorio sovietico. Nell’aprile 1932 egli comunica alla sorella Maria di essersi sposato con una ragazza di padre russo e di madre italiana, Tamara, dalla quale ha avuto un figlio, Romolo. In Urss Regini, oltre a lavorare come tornitore presso un’industria moscovita, continua a svolgere attività antifascista organizzando spedizioni in Italia di diversi pacchi di manifestini di ispirazione comunista destinati all’opposizione clandestina, mentre nella dimensione privata continua a intrattenere rapporti epistolari con i fratelli e la sorella Maria, alla quale chiede di informare la famiglia del compagno Cafiero Lucchesi di Prato che il loro congiunto sta bene. La Regia Ambasciata d’Italia a Mosca alla fine del 1936, nel confermare che da almeno un anno Regini lavora a Sebastopoli e in vari porti del mar Nero, avanza l’ipotesi che la sua attività politica sia costituita da propaganda sovversiva rivolta ai marittimi italiani che frequentano quei porti, senza tuttavia escludere che una possibile ragione del trasferimento in questa località sia dovuta alla sua tubercolosi e alla necessità di un clima più mite rispetto a quello moscovita. In occasione dell’inizio della guerra civile spagnola e del successivo intervento di un corpo di spedizione fascista in Spagna, in una lettera alla sorella Regini mostra di essere informato sulle operazioni militari italiane e sulla sconfitta subita dai fascisti ad opera delle forze repubblicane e dei volontari della Brigata “Garibaldi” a Guadalajara, esprimendo compassione per i militari italiani inviati in Spagna per volontà del duce: «Poveri soldati ingannati!». Il 17 giugno 1938il Consolato italiano di Nancy, che sorveglia la vita del fratello Luigi, dà la notizia che Aurelio forse è deceduto: l’informazione contrasta con l’invio della posta di Aurelio alla sorella ancora in date successive alla sua presunta morte, quando, in particolare il 25 ottobre successivo, egli fa riferimento ai preparativi per l’imminente festa per l’anniversario della Rivoluzione, mentre in Italia c’è stato l’anniversario «della miseria e fame mortale e basta». Ma la situazione cambia rapidamente in modo drammatico: un telespresso della R. Ambasciata di Mosca del 10 gennaio 1939 dà notizia che Regini «sarebbe da alcun tempo caduto in disgrazia di fronte al partito per le sue relazioni con dei fuorusciti italiani … attualmente arrestati perché ostili o poco ortodossi nei riguardi del regime staliniano». In data imprecisata Aurelio seguirà la sorte di molti comunisti che saranno incarcerati ed eliminati dal regime di Stalin, fra i quali il suo amico pratese.
FONTI: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, affari generali e riservati, Casellario Politico Centrale, busta 4269; http://www.memorialitalia.it/archivio/mem/gulagframeset_ita.html.
Cafiero Lucchesi e Dino Amilcare Alajeff Meoni

Sono presentati in due articoli 4 profili biografici di altrettanti comunisti dell’area di Firenze e Prato che subirono le persecuzioni del fascismo; tre di loro furono anche vittima dello stalinismo mentre Meoni che viene qui ricordato avrà comunque un percorso di distacco critico dal PCI nel dopoguerra.
LUCCHESI Cafiero
(Prato 7.1.1897 – Butovo, Mosca (Russia) 4.6.1938)
Nato a Prato nel 1897 da Al(a)dino e da Laudomia Lumini, famiglia imbevuta di ideali anarchici e socialisti. Frequentati i primi anni delle elementari, lavora come operaio nell’industria pratese degli stracci. Membro della gioventù socialista nel 1912, nel 1916 è denunziato, insieme ad altri, per propaganda contro la guerra in occasione della chiamata alle armi della classe 1897; soldato durante la guerra mondiale, diserta e nel 1918 è arrestato e condannato. Tornato in libertà riprende il suo lavoro. Ardito del popolo e iscritto al PCd’I dal 1921, nel novembre dello stesso anno è coinvolto in scontri con i fascisti, che hanno un seguito nel gennaio successivo, in data 11, quando, in risposta all’ennesima provocazione da parte del comandante delle squadre d’azione pratesi, tenente Federico Guglielmo Florio, spara alcuni colpi di rivoltella, ferendo a morte il suo persecutore, che muore 6 giorni dopo, ed altre persone per coprirsi la fuga. Un telegramma del 12 gennaio inviato dalla Prefettura di Firenze al Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, così descrive l’accaduto: «pomeriggio oggi, mentre ex Tenente Florio dirigente quel Fascio (di Prato, n.d.r.) accompagnato alcuni fascisti, sostava Porta Serraglio, imbattevasi nel comunista Lucchesi Cafiero, già condannato grave pena per diserzione, che lo fermava per parlargli. Tenente Florio allontanavasi da compagni, ma mentre sembrava che egli parlasse tranquillamente col Lucchesi, questi estratta rivoltella che teneva abusivamente, sparò tre colpi contro il Florio che riportava ferita all’addome per la quale versa in gravissime condizioni …». La Prefettura omette di riferire come, già in precedenza più volte, l’incontro con Florio era costato a Cafiero Lucchesi bastonate, frustate, calci, sputi e umiliazioni soprattutto quando era colto in compagnia della fidanzata Giulia Giacomelli. Leonetto Tintori, famoso pittore pratese, all’epoca dei fatti non ancora quattordicenne, è testimone oculare della sparatoria e in una sua memoria narra come anche in quella circostanza il giovane comunista sia stato provocato per l’ennesima volta dal capo squadrista. La posizione di Cafiero è aggravata dal contenuto della scheda personale del 5 dicembre precedente redatta per il Casellario Politico Centrale: in essa è descritto con «espressione fisionomica truce», gode di «pessima fama» ed è «acerrimo nemico del fascismo». Dopo lo scontro con Florio, colpito da mandato di cattura il 22 gennaio, egli si rende introvabile, nonostante che le ricerche della polizia si svolgano anche all’estero. Questa vicenda fa precipitare la situazione in città, dando luogo ad una settimana di terrore e alle dimissioni della giunta comunale socialista. Infatti la reazione fascista alla morte dello squadrista in ospedale provoca la devastazione e l’incendio della Camera del Lavoro e della sede della Lega Laniera, il danneggiamento della tipografia dove si stampa il settimanale socialista “Il Lavoro”, il tentativo di incendio della casa di Cafiero e la distruzione di sedi di cooperative ed associazioni operaie. Inoltre, al di là di ogni evidenza sull’identità dello sparatore, le autorità di polizia, in sintonia con la propaganda fascista, riescono a costruire un castello di false testimonianze per avallare la tesi di un complotto comunista sulla base del quale sono processati e condannati a pene pesantissime molti oppositori locali. Intanto Cafiero, rifugiatosi in un primo tempo a Trieste, secondo la testimonianza di Egidio Bellandi, raggiunge poi l’URSS come emigrato politico. Trova lavoro in una fabbrica tessile di Mosca, sposa poco dopo un’operaia russa, che gli dà presto un figlio. Nel 1924, con sentenza del 3 febbraio, è condannato in contumacia all’ergastolo e successivamente, il 26 gennaio 1933, inserito nella rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche. La caccia scatenata a suo carico dalla polizia infatti si è estesa anche all’estero, finché il 29 agosto 1932, da un’informazione di un fuoruscito pratese, Mario Imprudenti, rifugiatosi a Mosca, risulta che «Cafiero Lucchesi […] originario di Prato, dove avrebbe abitato in via Giudea, alto, magro, dai capelli bianchi, di circa 32-33 anni, risiede a Mosca da circa 5 anni. Dirige attualmente un reparto in una fabbrica di stoffe …». Il 21 novembre 1935 l’Ambasciata italiana a Mosca comunica che in Russia egli svolge attività politica e probabilmente aderisce alla sezione italiana del soccorso rosso, aiutando alcuni comunisti detenuti nelle carceri fasciste. Intanto la corrispondenza del fratello Primomaggio e del padre Aladino è strettamente controllata, ma non emerge niente di utile per le ricerche. Il 14 febbraio 1938 l’Ambasciata riferisce che è possibile che Cafiero Lucchesi sia stato accusato di trotzkismo ed arrestato: l’accusa che gli viene rivolta è di avere legami con circoli di emigranti sospettati di spionaggio. Al club internazionale degli emigrati, sia pure in posizione defilata, è membro della minoranza di sinistra che, composta da una mezza dozzina di elementi, fa capo a Virgilio Verdaro. Nel 1929 tutta l’opposizione all’interno della dirigenza del club degli emigrati italiani viene epurata e, 6 anni più tardi, viene chiuso lo stesso club, giudicato covo di spie dalla polizia politica. Secondo gli informatori della polizia italiana nel 1936 è inviato in Spagna: infatti la polizia avanza l’ipotesi che «il pericolosissimo comunista Lucchesi Cafiero, assassino del Martire Fascista Florio» si trovi a Madrid, da dove fa pervenire «ai compagni di Prato ingenti somme di denaro» e nel 1938 è segnalato a Barcellona come «il maggiore Lucchesi»; ma del fatto non ci sono conferme. Già segnalato come bordighista dai dirigenti del PCd’I della sezione quadri del Komintern, è arrestato nel marzo del 1938 a Mosca con l’accusa di attività spionistica a favore dell’Italia, condannato alla pena di morte e fucilato nel poligono di Butovo, nei pressi di Mosca, nel giugno successivo. Riabilitato il 31.12.1959.
FONTI: Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione affari generali e riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen; Archivio generale del Comune di Prato, carte Egidio Bellandi; Corneli Dante, Lo stalinismo in Italia e nell’emigrazione antifascista, Elenco delle vittime italiane dello stalinismo (A-L), quinto libro, Tivoli, Edito in proprio, 1981; R. Daghini, Da Prato a Mosca solo andata. La sorte di cafiero Lucchesi dopo l’omicidio di Federico Guglielmo Florio, in “Microstoria”, IX (2007); M. Di Sabato, Storia del fascismo e dell’antifascismo nel Pratese, Roma, Ediesse, 2013; Dundovich Elena, Gori Francesca, Guercetti Emanuela (acd), Reflections on the Gulag. With a Documentary Appendix on the Italian Victims of Repression in the USSR, Milano, Feltrinelli, Annali, XXXVII, 2001; M. Palla (a cura di), Storia dell’antifascismo pratese, Pisa, Pacini Editore, 2012; D. Saccenti, Memorie, Firenze, Istituto Gramsci, sezione toscana – CLUSF, 1981; F. Venuti, Ricordo di un combattente. Dino Alajeff Meoni, Prato, Pentalinea, 2017; www.fondazionebordiga.org; www.memorialitalia.it; www.pratoreporter.it; httpp://archive.is.
(Prato, 03.05.06 – Prato, 21 marzo 1979)
Figlio dell’anarchico Leonello, nasce a Prato il 3 maggio del 1906. Dopo la sua nascita la famiglia emigra in Francia per evitare persecuzioni politiche e già all’età di otto anni partecipa col padre a manifestazioni sindacali e pacifiste. Nel 1921 ritorna a Prato ed entra immediatamente in conflitto con i fascisti locali quando definisce il capo degli squadristi pratesi, Federico Guglielmo Florio, “un pagliaccio”; sebbene un appunto del Commissariato di PS lo presenti come dedito alla vita randagia, ma senza precedenti né pendenze penali, egli tuttavia ben presto aderisce al movimento giovanile comunista impegnandosi a diffondere materiale di propaganda del partito. Il 29 gennaio del 1929 la Pretura di Prato lo condanna a sei mesi di reclusione, alle spese di giudizio e a cinque anni di condizionale per oltraggio a un brigadiere dei RR CC e a un milite della MVSN per avere detto: “Fate pure, per ora avete ragione, ma anche per voialtri finirà, ed allora faremo i conti“.
Nel 1931, prima della scadenza della condizionale, è nuovamente arrestato come aderente all’organizzazione comunista e il 18 febbraio dell’anno successivo, dopo l’arresto del 31 gennaio, è denunciato al TS dalla Questura di Firenze. Dalla sentenza istruttoria n°65 del 29 aprile 1932 si apprende che, nonostante la sua dichiarazione di non avere mai svolto attività politica, da tempo era frequentatore della bottega del sarto Zola Settesoldi, insieme a molti giovani comunisti della città. Alla presenza dello stesso Giudice Istruttore, Meoni dà prova dei suoi sentimenti sovversivi dichiarando che non teme l’autorità di PS e tanto meno il TS e che non gli importa di riportare una condanna.
L’11 novembre del 1932 è scarcerato in occasione del decennale fascista e da quel momento riprende la sua attività politica clandestina per finire di nuovo arrestato il 27 febbraio 1934 con l’accusa di aver costituito, organizzato e diretto il partito comunista, facendo di esso parte e svolgendo propaganda a favore del medesimo: nel corso del 1933 infatti aveva intrapreso l’opera di ricostruzione dei quadri del partito dopo le retate del 1930 e del 1932, raccogliendo intorno a sé militanti come Armando Bardazzi, Egidio Tommaso Bellandi, Valentino Bianchi, Assuero Martino Vanni, che costituiranno il nucleo più resistente all’attività repressiva delle autorità di polizia. Egli stabilisce contatti col gruppo comunista di Sesto Fiorentino e di Firenze e organizza il Soccorso rosso, almeno finché non viene sospeso dal comitato per contrasti con Egidio Bellandi e Fernando Pacetti. Con sentenza n°1 del 28 gennaio 1935 il TS lo condanna a dieci anni di reclusione, al pagamento delle spese processuali,a quelle della propria custodia preventiva e alla libertà vigilata con due anni di condono condizionale.
Trasferito dal penitenziario di Regina Coeli, arriva il 5 marzo a quello di Civitavecchia (RM) per essere recluso nelle celle “separate”, dove conosce fra gli altri Mauro Scoccimarro, Giancarlo Pajetta e Umberto Terracini. Il Regio Decreto del 15 febbraio 1937 n°77, emanato per la nascita del principe di Napoli Vittorio Emanuele di Savoia, che prevedeva un’amnistia piena per le pene non superiori a tre anni e una riduzione di alcuni anni per le altre, permette la sua scarcerazione nel 1938: da quel momento è sottoposto ad una asfissiante sorveglianza. Ritornato a Prato, viene a sapere che anche il padre Leonello e il fratello Paleario sono stati arrestati: per aiutare la madre, si impiega presso il lanificio Campolmi, dove riprende a creare, con pazienza e determinazione, un embrione di organizzazione comunista, contribuendo a mantenere i collegamenti col direttivo del partito e riuscendo a sfuggire alla vasta retata dell’OVRA attuata nel Pratese nel mese di giugno del 1941.
Pochi giorni dopo la caduta di Mussolini è arrestato insieme al fratello e a numerosi comunisti per istigazione all’astensione dal lavoro, secondo quanto riferisce una prefettizia del 5 agosto, ma subito dopo il rilascio, si attiva per ricostruire il gruppo dirigente comunista pratese e un embrione di sindacato: il 24 agosto, insieme ad Assuero Vanni e ad Alberto Torricini, come rappresentante dei tessili pratesi, sigla a Firenze un accordo con la parte padronale che concede a tutti i dipendenti delle aziende tessili pratesi la somma di £ 500 a titolo di conguaglio salariale. Nel mese di settembre entra a far parte del CLN pratese e alla fine di febbraio del 1944 collabora con Bogardo Buricchi per l’organizzazione dello sciopero generale del marzo successivo nelle fabbriche cittadine. Quando i carabinieri si presentano nel lanificio dove lavora per arrestare i dipendenti che avevano scioperato e consegnarli ai nazisti per la deportazione, riesce a sfuggire alla cattura e da quel momento entra nella Resistenza armata.
Dal 1° marzo al 25 ottobre del 1944 milita nella brigata garibaldina “Gino Bozzi”, che opera sull’Appennino pistoiese-emiliano ed in Garfagnana. A lui è affidato il compito di stabilire i collegamenti della brigata con l’organizzazione comunista di Pistoia e il comando militare del CLN provinciale ed è anche il responsabile dell’approvvigionamento di generi alimentari a favore delle popolazioni delle zone liberate dai garibaldini. Infine la sua attività si estende alla ricerca di contatti con altre formazioni operanti sull’Appennino.
Nel dopoguerra è rappresentante delle maestranze tessili pratesi nella nuova Camera del Lavoro, è redattore del periodico del PCI “Il Proletario”, fa parte per un certo periodo della Commissione annonaria del Comune e sul piano politico caldeggia il patto di unità d’azione tra i partiti antifascisti, nonostante la deriva premonitrice del clima della guerra fredda della situazione politica nazionale, allo scopo di dare, come egli stesso scrisse, “un fattivo contributo all’opera grandiosa che dovrà essere compiuta per la resurrezione e il benessere della nostra città“. Successivamente si allontana dal Pci imputando alla direzione del partito una serie di errori compiuti nel quadro del clima della guerra fredda e dell’offensiva padronale succeduta alla rottura dell’unità antifascista, collocandosi in un’area della sinistra critica.
FONTI: Testimonianza raccolta da Giovanni Verni (archivio privato); Archivio di Stato di Prato, Commissariato di PS, 1923, busta 24; Archivio Istituto Storico della Resistenza in Toscana, CLN di Prato, Relazione sulla Resistenza pratese; Archivio Istituto Storico della Resistenza in Toscana, fondo Boniforti; Istituto Culturale e di Documentazione “Alessandro Lazzerini”, Prato, “Il Proletario”, LA 29 Palch. 1.01., Misc. Pratese 25; AA.VV., Aula IV. Tutti i processi del Tribunale Speciale fascista, Roma, ANPPIA, 1961; R. Daghini, Il cammino per la libertà. Podestà, Commissari, Resistenza. Liberazione e CLN nei comuni della provincia di Pistoia (1926-1946), Pistoia, Tipografia GF Press, 2013; M. Di Sabato, Dalla diffida alla pena di morte, Prato, Pentalinea, 2003; M. Di Sabato, Prato dalla guerra alla ricostruzione, Prato, Pentalinea, 2006; C. Ferri, La Valle rossa, Prato, Viridiana, 1975; A. Menicacci, Pagine della Resistenza nel Pratese, Prato, Viridiana, 1970; G. Tagliaferri, Comunista non professionale, Milano, La Pietra, 1977; F. Venuti, Ricordo di un combattente: Dino Alajeff Meoni, Prato, Pentalinea, 2017; G. Verni, La Brigata Bozzi, Milano, La Pietra, 1975; G. Verni, Pericolosi all’ordine nazionale dello Stato, Milano, La Pietra, 1980.
UNA PER TUTTI. Le donne di ieri, la comunità di oggi: da settembre il II ciclo
Una per tutti è il progetto dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, realizzato grazie al contributo di Fondazione CR Firenze nell’ambito di “Partecipazione culturale”, il Bando tematico che la Fondazione dedica al sostegno di programmazioni culturali finalizzate a potenziare la partecipazione attiva della comunità locale e l’inclusione sociale delle periferie.Due cicli da tre incontri ciascuno a partire da una donna che ha contribuito attivamente alla costruzione della democrazia e della cultura del nostro Paese.
Il secondo ciclo, su tre donne che hanno contribuito con passione e competenza a portare la cultura tra la gente, comincia il 24 settembre prossimo. Laura Orvieto, Daisy Lumini e Margherita Hack saranno le nostre protagoniste.
Le racconteremo attraverso gli interventi di espert*, le performance artistiche della cantautrice Letizia Fuochi e attraverso le voci della memoria, cittadin* volontar* che si trasformeranno in Messaggeri di Memoria, consegnandoci le loro storie e tratteggiando – attraverso la loro partecipazione attiva – un momento storico e culturale di grande importanza.
Di seguito il calendario degli incontri e la mail per iscriversi (prenotazione obbligatoria). Cominceremo a raccogliere le adesioni dal 1 settembre, quindi: se vuoi partecipare scrivi una mail a irenedati88@gmail.com a partire dal 1 settembre 2021.
Don Aldo Mei, settantasette anni dopo

Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio, io che non ho voluto che per l’amore! (dall’ultima lettera di don A. Mei ai genitori)
Come ogni anno agosto sarà per la Lucchesia il mese consacrato alla memoria di Aldo Mei, martire della Resistenza e simbolo ideale del contributo di parte religiosa alla lotta contro l’occupazione nazi-fascista, fucilato il 4 agosto 1944 nei pressi di Porta Elisa: tutte le iniziative si terranno nel rispetto delle vigenti norme anti COVID a partire dal 2 agosto (data dell’arresto di don Mei), per concludersi il 29 dello stesso mese (ultimo giorno per poter visitare la mostra fotografico-documentaria nella chiesa di Fiano a cura di Emmanuel Pesi dell’ISREC).
Per maggiori informazioni:
Provincia di Lucca – TEL 0583 417481
Scuola della Pace – email scuolapace@provincia.lucca.it







