L’eccidio del Padule di Fucecchio

Il 23 agosto 1944 alcuni reparti dell’esercito nazista massacrarono indiscriminatamente, con metodi da guerra e di artiglieria pesante, 174 civili, fra cui neonati e anziani, all’interno del Padule di Fucecchio, fra le province di Pistoia e di Firenze, colpendo nei comuni di Monsummano Terme (frazione di Cintolese, la più colpita con 84 residenti uccisi), Larciano (frazione di Castelmartini), Ponte Buggianese (zona di Capannone e Pratogrande), Cerreto Guidi (frazione di Stabbia) e Fucecchio (frazioni di Querce e di Masserella).

Iniziamo con alcune premesse. Durante quella terribile estate l’estremità meridionale del Padule distava appena cinque chilometri dalla linea del fronte sull’Arno, stabilitosi là dal 18 luglio e conservatosi fino alla fine di agosto; a sud del fiume si trovavano gli alleati, a nord i nazifascisti.

Casotto dei Criachi - LarcianoIn quel periodo all’interno del Padule si erano stabiliti numerosi gruppi di sfollati e contadini che tentavano di sfuggire ai quotidiani rastrellamenti tedeschi e alle cannonate alleate, sparate per colpire obiettivi militari ma che finirono per uccidere diversi civili. La fitta vegetazione, non tagliata quell’estate, offriva riparo a uomini e donne; inoltre per la sua posizione, lontano dalle vie principali e dai centri abitati, era esente da possibili bombardamenti e combattimenti.

In Padule era stimata da parte nazista una presenza di partigiani nell’ordine delle 200-300 unità – almeno così hanno testimoniato gli ufficiali nei successivi processi -, ma in realtà l’unica formazione partigiana nelle vicinanze era la “Silvano Fedi” di Ponte Buggianese, comandata da Aristide Benedetti, che poteva contare su circa 30 elementi, attiva in zone limitrofe al Padule. Importanti squadre resistenti si trovavano principalmente sul Montalbano, nelle zone collinari e sull’appennino pistoiese. Alcuni attacchi c’erano stati fra i partigiani di Benedetti e i nazisti, tuttavia senza causare uccisioni di soldati nazisti nella settimana precedente. I tedeschi cercavano di proteggere le vie di fuga, sopravvalutarono la presenza partigiana ed emanarono un comando preciso di far terra bruciata e di liberare tutta la zona, massacrando ogni presenza umana per favorire la ritirata a nord delle truppe che si sarebbero stabilite sulla Linea Gotica.

L’operazione iniziò all’alba e si attenuò prima dell’ora di pranzo; l’area fu delimitata a est dalla strada statale 436 che portava a Monsummano, a sud dalla confluenza fra il canale del Capannone e il canale del Terzo, a ovest dalle Cerbaie e a nord dalla linea che andava dall’Anchione alla capanna Borghese.

Monumento Giardino della Meditazione Stabbia - Cerreto GuidiL’ordine impartito dal colonnello Crasemann fu chiaro: “Vernichten”, ovvero annientare. Fu poi il capitano Joseph Strauch a condurre l’azione sul campo e a istruire i tenenti delle varie unità operative. L’eccidio si consumò “in gronda”, cioè ai bordi del Padule dove era sfollata la maggior parte della popolazione, poiché i reparti nazisti non giunsero mai nel centro di esso, temendo eventuali ma inesistenti attacchi partigiani. Non furono risparmiati bambini, vecchi, donne ma, nonostante le atrocità commesse, furono numerose le persone che riuscirono a salvarsi. Ci fu chi si nascose al centro del Padule, soprattutto gli uomini adulti che avevano paura di un rastrellamento, chi non fu colpito dai proiettili, chi non fu visto in mezzo ai campi, chi fu ferito e curato dai medici o dall’ospedale, chi fu scelto per portare le munizioni e poi lasciato libero.

Fra gli episodi più drammatici e tristi ricordiamo quello di Maria Faustina Arinci, detta Carmela, di 92 anni sorda e cieca, fatta esplodere con una bomba a mano infilata in una tasca del grembiule e quello di Maria Malucchi, la più piccola, trucidata all’età di 4 mesi.

Un aspetto non secondario fu rilevante in quelle ore, ovvero l’aiuto di collaborazionisti italiani: fascisti locali e toscani furono riconosciuti nelle varie località dagli inermi superstiti.

Le vittime vennero trasportate con ogni mezzo, fra cui barroccini e carretti, sepolti in maniera inadeguata in casse costruite in fretta con semplici assi di legno, oppure seppelliti avvolti nelle coperte. In alcuni casi furono gli stessi tedeschi a portare via i caduti con dei camion, scaricandoli e ammassandoli in fosse comuni.

Monumento in ricordo delle vittime a LarcianoLa sera del 23, mentre le famiglie piangevano i propri defunti, i nazisti festeggiavano sia a Ponte Buggianese sia a Larciano e, fra canti e risate, gridavano: “Vittoria, partigiani tutti kaput”, nonostante avessero ucciso quasi esclusivamente civili.

L’eccidio del Padule di Fucecchio fu uno dei casi a livello nazionale in cui si cercò di rendere giustizia ai caduti, attraverso processi che coinvolsero i presunti colpevoli. A Venezia Kesselring, comandante della Wehrmacht in Italia, fu inizialmente condannato alla pena di morte, poi all’ergastolo e infine graziato; Crasemann a Padova prese 12 anni di reclusione mentre Strauch a Firenze 6 anni di carcere: tutti i condannati furono liberati dopo pochi anni e nessuno scontò pienamente la propria pena. Durante il recente processo di Roma sono stati condannati all’ergastolo il capitano Ernst Arthur Pistor, il maresciallo Fritz Jauss e il sergente Johann Robert Riss, mentre il tenente Gherard Deissmann, anch’esso imputato, è morto a cent’anni nel corso del processo.

Matteo Grasso, laureato in storia, svolge attività di ricerca archivistica, orale e bibliografica finalizzata all’approfondimento locale e nazionale di particolari momenti della storia contemporanea. Collabora sia con l’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia (ISRPt), gestendone il sito web e facendo parte del consiglio direttivo, sia con l’Associazione Culturale Orizzonti di Lamporecchio che diffonde il mensile Orizzonti. Ha pubblicato alcuni saggi riguardanti il periodo della seconda guerra mondiale sui Quaderni di Farestoria, periodico quadrimestrale dell’ISRPt. Attualmente svolge un tirocinio per la valorizzazione storico-artistica di una villa medicea a Firenze.




Ricordo di Gabriele Monti, combattente partigiano.

29 agosto, alle ore 17.00, incontro a Castelnuovo Garfagnana, dedicato alla figura di Gabriele Monti, partigiano combattente, morto a venti anni nell’eccidio di Forno del 13 giugno 1944.




Cultura, musica e approfondimento per celebrare il 77° anniversario della Liberazione di Prato

Comincerà sabato 28 agosto e culminerà il 6 settembre, giorno dell’anniversario, il programma delle iniziative per il 77° anniversario della Liberazione della città dall’occupazione nazifascista, “Aspettando il 6 settembre”, realizzato dal Comune di Prato, dalla Provincia, da Anpi Prato e Museo della Deportazione e della Resistenza di Figline in collaborazione con Aned, Arci Prato, associazione 6 settembre, Cgil, Istituto Storico Toscano per La Resistenza e Università di Firenze.

Tante le iniziative di quest’anno, con due novità principali: il concerto dei Modena City Ramblers la sera del 6 settembre all’Anfiteatro Dorval Vannini di Santa Lucia e il Consiglio comunale straordinario nella piazza dei Partigiani a Figline alle 16 del 6 settembre, subito dopo la cerimonia tradizionale in memoria dei 29 martiri impiccati nel borgo proprio il giorno della Liberazione dalle truppe naziste e fasciste in fuga.

IL PROGRAMMA.- Gli incontri pubblici si terranno nella Sala Biagi di Palazzo Banci Buonamici, in via Ricasoli 19, tranne quello del 6 settembre ore 10.30 con lo storico dell’arte Tomaso Montanari, “La cultura è il vaccino contro il fascismo”, che avrà luogo nella Sala conferenze della biblioteca Lazzerini. La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti previa prenotazione all’indirizzo federazioneanpiprato@gmail.com  oppure presso la Sala Biagi durante l’orario di apertura della mostra; per il concerto del 6 settembre dei Modena City Rambles a partire dal 24 agosto si potrà prenotare il proprio posto sul circuito Box Office Toscana. L’accesso agli eventi, gratuito, sarà consentito secondo le modalità previste dalla normativa vigente. Gli incontri saranno trasmessi anche in diretta Facebook ed in streaming YouTube.

■ Sabato 28 agosto ore 10.30  Inaugurazione della mostra a Palazzo Banci Buonamici La nostra storia (aperta fino al 5 settembre in orario 10,30-12,30/16,30-19,30 – chiuderà il 6 settembre ore 13).

■ Lunedì 30 agosto ore 18 Incontro “Raccontare la Resistenza a scuola”. L’incontro fa seguito al recente ciclo di webinar organizzato dall’Università degli Studi di Firenze sul tema “Costruire percorsi didattici e educativi fra storia e memoria”. Saluti istituzionali del Comune e della Provincia di Prato Con Stefano Oliviero, Luca Bravi, Chiara Martinelli, Francesco Bellacci e Micaela Frulli (Università di Firenze); partecipano Enrico Iozzelli (Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza di Prato), Matteo Mazzoni (ISRT) e Angela Riviello (ANPI provinciale Prato) insieme a docenti, studenti, associazioni, enti per co-progettare nella scuola.

■ Martedì 31 agosto ore 18 Incontro “Nella Resistenza e nella vita: Bruno Fattori e Anna Fondi”. Intervengono Lorenzo Pancini (Segretario Generale Camera del Lavoro Cgil di Prato), Angela Riviello (Presidente ANPI provinciale Prato), Riccardo Cammelli (scrittore e storico) e l’On. Rosanna Minozzi.

■ Mercoledì 1° settembre ore 18 Presentazione del libro “Essere Anpi – – Storia e attualità dell’antifascismo”. Ne parliamo con i curatori del volume Giovanni Baldini (Patria Indipendente) e Paolo Papotti (Segreteria nazionale ANPI).

■ Giovedì 2 settembre ore 18 Presentazione libro “Spartaco il ferroviere. Vita morte e memoria del ragionier Lavagnini antifascista”, di Andrea Mazzoni.Saranno presenti l’autore, l’editore Manuele Marigolli e Angela Riviello, Presidente ANPI provinciale Prato.

■ Venerdì 3 settembre ore 18 presentazione in anteprima del libro “Il collaborazionismo a Firenze. La Rsi nelle sentenze di Corte d’Assise straordinaria e Sezione speciale 1945-1948” di Enrico Iozzelli. Intervengono Marco Palla (presidente Comitato scientifico Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza) e Simonetta Soldani (Università di Firenze), coordina Camilla Brunelli, direttrice Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza, sarà presente l’autore.

■ Sabato 4 settembre ore 18 presentazione del libro “Orso. Scritti dalla Siria del Nord-Est”. Curato dal padre di Lorenzo Orsetti. Intervengono Annalisa e Alessandro Orsetti Manfredi Lo Sauro (ARCI Firenze).

Il 4 settembre ci sarà anche la seconda edizione della discesa dal Sentiero Partigiano “Tramonto di un’Alba” a cura di Associazione 6 settembre. Alle ore 17 la salita per i Faggi di Javello con partenza da Vallupaia; domenica 5 settembre ore 6 l’inizio della discesa dai Faggi per Pacciana. Alle 11.30 l’arrivo al Ponte Vella. Alle 12 l’inaugurazione dell’opera di Antonio Bruno “Tramonto di un’Alba”.

■ Domenica 5 settembre alle 21 al Castello dell’Imperatore la proiezione del film-documentario “L’occhio di vetro” di Duccio Chiarini. Racconto di un viaggio nel tempo e nella memoria. Introduce Matteo Mazzoni, direttore ISRT.

■ Lunedì 6 settembre Giorno della Liberazione di Prato Nella Sala Conferenze della Lazzerini alle 10.30 “La cultura è il vaccino contro il fascismo”, con Tomaso Montanari, p.

Alle 15.30 la tradizionale cerimonia istituzionale a Figline, con l’omaggio al Monumento ai 29 Martiri, e alle 16 nella piazza dei Partigiani il Consiglio comunale straordinario. Interverranno fra gli altri Angela Riviello, presidente provinciale ANPI, e il sindaco Matteo Biffoni. alle 19.30 il tradizionale brindisi della Liberazione presso il Circolo di Figline e alle 21.30 all’Anfiteatro “Dorval Vannini”, via Guado a Santa Lucia il concerto dei Modena City Ramblers.

In caso di pioggia il concerto si svolgerà al Teatro Politeama Pratese.




Il Partito comunista italiano a Livorno dal dopoguerra allo scioglimento.

239409812_4329396027107566_2857007492257183822_nIl 4 settembre, a Livorno, si aprirà alla Rotonda d’Ardenza, con inaugurazione alle ore 18.00, la mostra a ingresso libero “Il PCI a Livorno dal dopoguerra allo scioglimento“. La Mostra, che si apre con una linea del tempo raffigurante i dati degli iscritti e gli esiti delle elezioni amministrative e politiche dal 1945 al 1991, riporta oltre 350 tra fotografie e manifesti conservati nell’Archivio storico di ISTORECO, oltre al materiale di alcuni archivi privati che, con entusiasmo e partecipazione, ex militanti del PCI hanno messo a disposizione. Il percorso si articola soffermandosi su alcune delle tematiche più presenti e documentabili che coincidono spesso con le tematiche più importanti affrontate da quella forza politica: lavoro, battaglie civili, vita di partito, pace e questione internazionale e sport.

L’allestimento, realizzato all’interno di container, che assumono un grande valore simbolico, si muoverà su più piazze livornesi, in modo da coinvolgere sia i quartieri nord che centro e sud della Città: dal 4 al 10 settembre, dalle ore 18 alle ore 23, sarà alla Rotonda d’Ardenza; dall’11 al 17 settembre, con orario 17 – 22, in piazza della Repubblica; dal 18 al 24 settembre sarà la volta di piazza Saragat, con orario 17 -20. L’ultima tappa, sarà il Palazzo del Portuale (dal 28 settembre al 2 ottobre con orario 10 – 13 e 15 – 18), dove si svolgerà, il 30 settembre alle 16, anche il convegno conclusivo dal titolo Il Porto e il Lavoro a Livorno tra passato e futuro. All’evento interverranno Luciano Guerrieri, Enzo Raugei, Gianfranco Simoncini, Catia Sonetti e Fabrizio Zannotti. Il 16 settembre alle ore 18 in piazza della Repubblica, sarà inoltre presentato il libro fotograficoIl PCI in Toscana. Una storia per immagini“. All’evento interverranno Federico Creatini, Marco Ruggeri, Erika Schiano e Catia Sonetti. Il 23 settembre alle ore 17 in piazza Saragat si svolgerà invece il dibattito dedicato alle Feste de l’Unità, alla presenza di Michela Berti, Maurizio Paolini, Claudio Seriacopi e Catia Sonetti.

La Mostra, ideata, progettata e realizzata da ISTORECO con la compartecipazione del Comune di Livorno, propone uno sguardo storico, critico e articolato su quella vicenda. “Probabilmente – ha dichiarato Catia Sonetti, Direttrice dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno – molti cittadini livornesi si potranno riconoscere in queste immagini, moltissimi sono gli assenti, anche assenti importanti. Ma abbiamo evitato con pervicacia di fornire una galleria di uomini e donne illustri. Quello che ci preme, e pensiamo di averlo colto se pure parzialmente, è restituire l’immagine della forte identificazione dei molti militanti, donne e uomini, che hanno riversato impegno, fantasia, sacrifici in quella comunità, per un lungo tratto della loro vita.




Presentazione del libro di A. Prosperi “Un tempo senza Storia” in occasione del 77° anniversario della Liberazione di Pisa

Nel 77° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DELLA PROVINCIA DI PISA DALL’OCCUPAZIONE NAZI-FASCISTA (1944-2021), Biblioteca Franco Serantini – Associazione amici Biblioteca F. Serantini vi invitano a partecipare alla presentazione del libro «Un tempo senza storia. La distruzione del passato» di Adriano Prosperi (Einaudi, 2021) che si terrà la Il 3 settembre (ore 18) presso il Circolo ARCI Pisanova, via V. Frascani Pisa

Intervengono: Adriano PROSPERI (professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa), Paolo PEZZINO (presidente dell’Istituto Nazionale F. Parri) e Stefano GALLO (ricercatore CNR).

L’iniziativa si svolge nell’ambito dei programmi di presentazione dell’Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pisa.

Porteranno il saluto il Sindaco del Comune di S. Giuliano, il Presidente dell’ANPI provinciale e il Presidente della Provincia di Pisa

Patrocinio della Regione Toscana, Comune di San Giuliano T. e Provincia di Pisa
L’’iniziativa si terrà nel rispetto delle prescrizioni in vigore per il contenimento della pandemia covid-19.

ingresso libero fino alla capienza
si consiglia la prenotazione scrivendo a: associazione@bfs.it o telefonando a: 3311179799




Socialproletari a Prato

In occasione dell’uscita del volume di Alessandro Affortunati intitolato Tra potere e contropotere. Appunti per una storia del PSIUP a Prato, 1964-1972 (Prato, Pentalinea, 2021) abbiamo rivolto alcune domande all’autore. Proponiamo il testo dell’intervista ai lettori di ToscanaNovecento.

 Il PSIUP nasce in conseguenza del varo del centrosinistra organico nel 1964 (a livello locale i primi segnali di insofferenza interna al PSI si erano manifestati in occasione delle “giunte difficili”, dopo le amministrative del 1960, a Firenze e, più vicino a noi, a Carmignano). Parlaci della genesi del nuovo partito.

 All’interno del PSI esisteva una componente di sinistra, molto variegata, che aveva accettato con qualche perplessità la svolta di centrosinistra. Quando il PSI passò dall’appoggio esterno alla partecipazione diretta al governo (dicembre 1963), questa componente si oppose nettamente all’operazione, rifiutò di votare la fiducia e diede vita al PSIUP (gennaio 1964). La sinistra riteneva infatti che l’ingresso dei socialisti nel governo avrebbe avuto come unico risultato la rottura a sinistra fra PSI e PCI e l’integrazione del Partito socialista nel sistema politico esistente, senza che fosse possibile ottenere nulla di significativo sul terreno delle riforme di struttura (e, considerati gli sviluppi politici successivi, non si può dire che questa analisi fosse priva di fondamento).

Tu hai intitolato il tuo libro Tra potere e contropotere. Perché?

 Il titolo allude alla contraddizione (rimasta sostanzialmente irrisolta) in cui il PSIUP venne a trovarsi nelle realtà locali dove aveva responsabilità di governo, diviso com’era fra la gestione del quotidiano, che imponeva di misurarsi con problemi concreti (e talora prosaici) e l’aspirazione a dar vita ad una democrazia di base fondata su gruppi che intendevano opporsi al potere costituito (basti pensare alla concezione psiuppina dei consigli di quartiere, di cui si chiedeva l’elezione diretta, oppure all’ambizione di costruire il contropotere operaio nelle fabbriche). L’idea di contropotere (fatta risalire all’esperienza della Comune parigina) è stata, secondo me, l’elemento qualificante della proposta politica del PSIUP.

Quali furono a Prato le reazioni degli altri partiti alla comparsa del nuovo soggetto politico?

 Le reazioni da parte della DC, del PSDI e, naturalmente, del PSI furono negative (all’interno del PSI, in particolare, i lombardiani – che, dopo la scissione, erano rimasti soli a rappresentare la sinistra – temevano uno scivolamento del PSI su posizioni socialdemocratiche). Quanto al PCI, Mauro Giovannini, segretario della Federazione comunista, definì “dannosa” la scissione (c’era il rischio che il PSIUP erodesse in parte il consenso elettorale del PCI, sottraendogli voti a sinistra), ma poco dopo un documento della Federazione stessa corresse il tiro, sostenendo che fra PSIUP e PCI non poteva che nascere un rapporto di solidarietà.

Come si mosse il Psiup verso gli alleati?

 La politica proposta dal PSIUP era basata sul principio dell’unità di classe e quindi metteva al primo posto l’alleanza col Partito comunista ed anche con il PSI, se disponibile. Continua fu comunque la polemica verso quest’ultimo, accusato di avere rotto l’unità delle forze del lavoro e di essere passato nello schieramento avversario. A livello locale il PSIUP governò con socialisti e comunisti (Piero Spagna, suo primo rappresentante in consiglio comunale, fu eletto anche vicesindaco).

Quali erano le istanze del partito e i punti programmatici a livello locale?

 Il PSIUP elaborò nel 1966 un documento in cui si parlava dei problemi concreti della città: va sottolineato che i socialproletari avevano una loro visione dello sviluppo di Prato che non coincideva con quella dei comunisti. I socialproletari chiedevano, fra l’altro, una programmazione pluriennale in campo economico, sul modello di Bologna, per evitare una nuova crisi del tessile e difendere i livelli occupazionali, una rapida realizzazione del piano regolatore, che non doveva avere riguardi nei confronti degli interessi dei tanti centri di potere, un potenziamento dei trasporti urbani ed extraurbani fondato sulla municipalizzazione della CAP, la società più importante nel settore del trasporto pubblico locale. Molto interessante era poi la proposta di dar vita ad un organismo pubblico che si prendesse cura dei ragazzi abbandonati, dato che la città era allora scossa dallo scandalo dei “Celestini”, scoppiato quando era stato scoperto che i bambini così chiamati, ospitati in un istituto di assistenza gestito da religiosi, non solo erano costretti a vivere in condizioni igieniche inimmaginabili, ma erano anche sottoposti a sadiche punizioni.

CopertinaPSIUP_Prato1024_2Nel corso del tempo, nelle tue ricerche, hai “incontrato” spesso Ferdinando Targetti. E anche stavolta lo hai ritrovato. Un personaggio politico che ha attraversato una parte importante del Novecento. Ci puoi dare un tuo parere di storico?

 È un parere nettamente positivo. Targetti, pur appartenendo ad una famiglia di grandi industriali (uno dei suoi fratelli, Raimondo, fu anche presidente della Confindustria), si iscrisse giovanissimo alla sezione pratese del PSI, lasciando la sua quota in azienda ad un altro fratello e vivendo solo dei proventi della professione di avvocato. Fu il primo sindaco socialista di Prato, fra il 1912 ed il 1914, e la giunta da lui presieduta fornì un ottimo esempio di amministrazione rossa. Fermo nei suoi principi di antifascista, scampò per caso alla morte in occasione della famigerata “notte di San Bartolomeo” fiorentina (3 ottobre 1925). Dovette poi trasferirsi a Milano ed in Svizzera, ma non cessò mai di svolgere attività antifascista. Nel dopoguerra, riflettendo sull’esperienza della dittatura e della guerra, giunse alla conclusione che la borghesia era pronta a tutto pur di non rinunciare ai  suoi privilegi, e che quindi la più stretta unità d’azione tra socialisti e comunisti era la condizione imprescindibile per la difesa della democrazia e la realizzazione del socialismo (e si badi che Targetti, in quanto riformista, era stato espulso dal PSI ed era entrato a far parte del PSU, il partito di Matteotti). È così che si spiega la sua adesione al PSIUP, di cui egli stesso chiarì le motivazioni in una lettera indirizzata ai compagni di Prato, che viene pubblicata per la prima volta in questo libro. In sostanza, Targetti non accettò mai nessuna forma edulcorata di socialismo: il socialismo significava per lui superamento del capitalismo, non un’operazione di maquillage per rendere accettabile il capitalismo stesso.

L’invasione della Cecoslovacchia è certamente uno spartiacque nel panorama politico della sinistra e coinvolge anche il PSIUP. Quale fu la sua posizione in merito e quali le conseguenze?

 A differenza del PCI, che condannò con fermezza l’invasione, la direzione del PSIUP non andò oltre un comunicato, alquanto fumoso, nel quale non era dato riscontrare una netta parola di condanna dell’accaduto. Questo comunicato rifletteva la posizione dei vertici del partito, cioè della componente che faceva capo a Tullio Vecchietti ed a Dario Valori, ma non quella di tutto il PSIUP. La base psiuppina, infatti, più che filosovietica poteva definirsi terzomondista (con simpatie filocinesi in alcuni casi molto evidenti): qui a Prato, ad esempio, essa si dissociò dalla direzione, sposando la linea della Federazione di Firenze. Comunque sia, la posizione assunta dai vertici (sulla quale ebbero il loro peso – come è stato esplicitamente ammesso da dirigenti di primo piano del partito, come Silvano Miniati – i finanziamenti che il PSIUP riceveva regolarmente dall’Unione sovietica per mantenere un apparato decisamente sovradimensionato) ebbe conseguenze gravi per il partito, cui alienò le simpatie della parte più movimentista del suo elettorato.

Nella logica del sistema proporzionale i socialproletari hanno raggiunto, in alcuni casi, discreti risultati. Che bilancio si può trarre dall’andamento elettorale a livello locale?

 Il PSIUP partecipò a quattro competizioni elettorali (le amministrative del novembre 1964, le politiche del maggio 1968, le amministrative del giugno 1970 e le politiche anticipate del maggio 1972), ottenendo dei discreti risultati, ma non riuscendo a sfondare a sinistra. A Prato oscillò fra il 4,04% del 1968 e l’1,61% del 1972. Le politiche del 1972 furono una vera e propria Caporetto elettorale per il partito, che, non essendo scattato il quorum in nessun collegio, non poté utilizzare i resti e scomparve da Montecitorio. La fine del PSIUP fu la conseguenza del progressivo disimpegno socialista dal centrosinistra, che restrinse il suo spazio politico, della mancata condanna della repressione della “primavera di Praga” e della contemporanea presenza di tre liste concorrenti (il Manifesto, il Movimento politico dei lavoratori e Servire il popolo).

A un certo punto, tratte le conseguenze del voto del 1972, si pone il problema del quo vadis? Detto con un’altra metafora, si pone il problema della Legge di Newton: i corpicini piccoli subiscono la forza di attrazione verso quelli più grandi. Ma non per tutti andò così…

Subito dopo la disfatta elettorale del 1972 il IV (ed ultimo) congresso del PSIUP decise a maggioranza lo scioglimento del partito e la sua confluenza nel PCI. A livello nazionale fu questa la linea che passò e, col senno di poi, si può forse dire che fu la scelta più giusta. A Prato solo una minoranza passò nelle fila comuniste, mentre la maggioranza degli iscritti decise di proseguire la battaglia dando vita al Nuovo PSIUP (nessuno, a quanto mi risulta rientrò nel PSI): la decisione presa dalla maggior parte dei militanti psiuppini della città laniera stava a significare che, pur con tutti i suoi limiti, quella del PSIUP era stata per molti un’occasione di crescita politica e culturale.




“Roccastrada 1921” al Clorofilla Film Festival – Festambiente 2021

ProiezioneFestambiente_18.08.21




Presentazione di “Partigiani della Wehrmacht. Disertori tedeschi nella Resistenza italiana” a Montemassi (20 agosto, ore 21)

Nella Resistenza non tutti i tedeschi erano nemici. Fra il 1943 e il 1945, nel corso della Campagna d’Italia, più di mille soldati delle forze armate del Reich scelsero di disertare rischiando la pena capitale. Molti di loro si unirono ai partigiani italiani. Alcuni rimasero uccisi, altri decisero di rimanere in Italia e di integrarsi nelle comunità che avevano contribuito a liberare.

Il 20 agosto alle 21.30, nei giardini di Piazza della Madonna a Montemassi, sarà presentato il volume “Partigiani della Wehrmacht. Disertori tedeschi nella Resistenza italiana”, curato da MIRCO CARRATTIERI (Direttore generale dell’Istituto nazionale “F. Parri” di Milano) e IARA MELONI (Università Statale di Milano). Introduce MARCELLO PAGLIAI (Arci Montemassi). Dialogano con i curatori MARCO GRILLI, autore del saggio sul disertore tedesco Günter Frielingsdorff, unico superstite della strage di Maiano Lavacchio, SILVANA CAROLI (coautrice del saggio su Jacob Hoch). Coordina LUCIANA ROCCHI (Isgrec).