Presentazione del catalogo della mostra “Livornesi alla guerra di Spagna 1936-1939”

Nell’ottobre del 2019, l’Archivio di Stato di Livorno e il Centro Filippo Buonarroti della Toscana, collaborarono per l’esposizione – nei locali dell’Archivio – della mostra “Catalogna bombardata”, incentrata sui bombardamenti dell’aviazione di Mussolini sulle città e le popolazioni catalane negli anni della guerra civile spagnola.
Nell’occasione fu allestita anche una seconda mostra sulla partecipazione dei livornesi alla guerra di Spagna, con documenti originali provenienti dai fondi – custoditi nell’Archivio di Stato labronico – della Regia Questura, della Regia Prefettura, nonché da collezioni private, con a corredo la riproduzione di pagine de “Il Tirreno” dell’epoca ed altri materiali iconografici.
Questa mostra, a differenza della prima, venne allestita in loco senza avere a disposizione il tempo per predisporre un catalogo specifico che ne illustrasse i contenuti e ne lasciasse qualche traccia. Tale catalogo, redatto e poi stampato nei mesi successivi, non è mai stato presentato al pubblico a causa dell’inizio della pandemia del Covid-19 e della conseguente interruzione di ogni attività in presenza.
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Presentazione del libro: “La rivoluzione non è che un sentimento. Venti interviste a vent’anni dal G8 di Genova”

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Convegno: I SOCIALISTI FRANCESI E ITALIANI NEGLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

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Presentazione del libro: “La bambina di Villa Massoni” di F. Evangelisti

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Laboral. Storia orale del lavoro

25 novembre

14:30 – Pistoia

Biblioteca comunale San Giorgio sala Terzani

Sulla storia orale del lavoro

– Stefano Bartolini, Direttore Fondazione Valore Lavoro

Saluto introduttivo

– Elisa Salvalaggio, ISTORETO, Sara Zanisi, Fondazione ISEC

Il lavoro tra fonti orali, sonore e musicali. Lo stato dell’arte in Italia

– Giovanni Contini, Presidente Istituto storico della Resistenza di Pistoia

Come è stato studiato il lavoro attraverso le fonti orali, una ricostruzione autobiografica

– Marco Buttino, storico orale

Fare ricerca sul campo: a proposito di una ricerca sui braccianti africani a Saluzzo

– Roberta Garruccio, Università statale Milano

Dallo studio del lavoro alla ricerca sulla deindustrializzazione

– Camillo Robertini, Universidad de Chile

I social network. Una frontiera epistemologica per lo studio della storia del lavoro

ore 19:30

Passeggiata nel triangolo della memoria del lavoro, Durata 30 minuti.

Ritrovo in via Roma angolo via Cavour

 

26 novembre

9:30 – Firenze

Camera del lavoro di Firenze sala Di Vittorio

Ricerche

– Riccardo De Robertis, Università di Teramo

Fonti orali e processi produttivi: i lavoratori abruzzesi delle corde armoniche

– Maria Concetta Cappello, Università del Salento

Dopo il tabacco, la Svizzera. Le ultime lotte delle tabacchine leccesi

– Sonia Residori, Università di Padova, ANRP

Una “banda” di brave ragazze. L’occupazione della Conber di Vicenza nel 1975

– Alberto Scaggiante, storico del lavoro

Raccontare la ristrutturazione. Il cantiere navale Breda di Porto Marghera tra anni ’70 e ’80

– Natalia Batista, Istituto di Storia Orale Università Federale di Minas Gerais Brasile

Una lavoratrice non può essere un’attrice. Classe e lavoro nella vita di Maria Euzébio

Discussant: Stefano Musso, Università di Torino

14:30 

Scene e voci

-Lorenzo Bertucelli, Università di Modena e Reggio Emilia

Introduzione: nel campo della Public History

-Renato Rinaldi, autore radiofonico – collaboratore Radio3

Le lotte del Cormôr. Un garbato sciopero alla rovescia

Podcast per “Tre soldi” di Rai Radio 3

-Lettura di un estratto del testo teatrale CÔRMOR IN LOTTA – cantata alla rovescia

di Andrea Collavino scritto a partire dai materiali d’archivio del progetto Le lotte del Cormôr

-Filippo Maria Gori, regista e antropologo

Filmare una lotta nel presente: la GKN

In collaborazione con Istituto Ernesto De Martino e Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico

Discussant: Alessandro Portelli, Circolo Gianni Bosio




Macchi e Gasparri: comunisti internazionalisti livornesi

Quinta parte della rassegna di profili biografici di militanti comunisti internazionalisti di Livorno e provincia, i quali contribuirono alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, sezione della IIIª Internazionale, avvenuta a Livorno nel gennaio 1921.

GASPARRI  Menotti (Mela, Scipione, Astarotte)

(Livorno 18.12.1907- Madrid 21.11.1936)

 Nato a Livorno nel 1907 da Flaminio e Francesca Franceschi, orfano di padre, frequenta sino alle seconda elementare; di professione è vetraio. Iscritto giovanissimo alla Federazione giovanile del Partito Socialista, nel 1923 diviene militante attivo del Pcd’I. Nell’aprile del 1924 viene segnalato insieme ad altri giovani comunisti, come diffusore di manifesti e volantini per il 1 maggio, evita di essere malmenato dai fascisti poiché uno dei suoi compagni, Carlo Di Prato, li convince che essi erano andati a prendere lezioni di mandolino dal maestro Pìattoli. Nel 1926 viene fermato per strada perché cantava canzoni sovversive insieme ad altri compagni; per tali ragioni viene eseguita una perquisizione presso la sua abitazione dove vengono scoperte diverse copie del giornale comunista “L’Unità” che gli vengono sequestrate. In quel periodo e sino a tutto il 1927 risulta essere in corrispondenza con Astarotte Cantini, comunista livornese già anarchico, emigrato dapprima in Francia e in seguito in Unione Sovietica, il quale gli invia copia del giornale “Fronte Antifascista”, stampato a Parigi dagli esuli italiani; tale corrispondenza riprenderà nel 1929 e ancora negli anni seguenti. Nel novembre 1927 viene tratto in arresto a Livorno per ordine della Questura di Pisa per propaganda comunista; aveva infatti diffuso nella“ Cristalleria Torretta” fabbrica dov’è impiegato come vetraio, il giornale della gioventù comunista “Avanguardia”, ed in particolare aveva consegnato una copia del suddetto giornale al suo compagno di lavoro, Ugo Moretti il quale, a sua volta, aveva diffuso tale giornale a Putignano, paese in provincia di Pisa, del quale lo stesso Moretti è originario. Per questa attività di diffusione clandestina, viene deferito al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e condannato ad un anno di reclusione che sconta interamente a Roma. Successivamente entra in corrispondenza epistolare con il livornese Osvaldo Bonsignori, soldato del 77° reggimento fanteria di stanza a Bergamo, anch’egli comunista, il quale lo aggiorna sul morale della truppe e sulle condizioni di vita dei soldati, ma la corrispondenza viene intercettata dalla polizia nel luglio 1930. In quegli anni diventa capo della cellula comunista della vetreria Rinaldi, dove lavora e al cui interno è tra coloro che organizzano la diffusione di giornali ed altri stampati comunisti per tutta la città di Livorno e per tali motivi viene denunciato insieme al comunista Carlo Di Prato, per associazione e propaganda sovversiva. Nel giugno del 1931 viene fermato insieme ad altri compagni nei pressi dell’isola della Gorgona (Livorno) e denunziato per tentativo di emigrazione clandestina e condannato nel luglio successivo a 10 mesi di reclusione, ridotti a 6 in appello. Uscito dal carcere nel dicembre 1931, pur venendo costantemente sorvegliato dalle autorità fasciste, riesce a rendersi irreperibile e nel marzo 1932, emigra clandestinamente in Francia con un passaporto falso spagnolo, stabilendosi dapprima a Marsiglia e successivamente in Belgio. In Francia assume, tra gli altri, gli pseudonimi di Alfredo Scipioni, Astarotte Puntoni, Mariur Frasuan e Alfredo Fiori; più tardi assumerà il nome di battaglia di Scipione. A Marsiglia lavora come scaricatore di porto presso la “Società Generale dei Trasporti Marittimi” ed è fiduciario del Pci, per il quale svolge attività politica pressoi marittimi con la diffusione di giornali ed altri stampati. Grazie a questa attività riesce, tramite i naviganti ad inviare stampa clandestina ed altro materiale di propaganda comunista in Italia; inoltre svolge il compito di emissario per il Pci in varie località, tra cui Bastia, Arles, Tolosa, Marsiglia e Parigi. Nel 1934 si trasferisce ad Arles, nel Sud della Francia, dove lavora nella miniera di Rochebelle e partecipa all’organizzazione della cellula comunista. Espulso dalla Francia si reca in Belgio per qualche mese, per poi tornare in Francia a Parigi, dove assume i consueti pseudonimi. Ai primi del 1936 è segnalato in Unione Sovietica, dove viene ricoverato, su sua esplicita richiesta,  in un sanatorio nel Caucaso per poter curare problemi di salute che lo affliggevano da tempo, causati da un’operazione subita in Francia per ulcera allo stomaco. Rientrato in Francia dopo pochi mesi, allo scoppio della guerra civile spagnola, accorre in Spagna nell’ottobre del 1936, inquadrandosi nel battaglione “Garibaldi”, successivamente divenuto XII Brigata Internazionale. Muore in combattimento il 21 novembre 1936 nella difesa di Madrid, nel settore della Città Universitaria, località Casa del Campo.

FONTI: Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen; Comune di Livorno, Archivio di Stato Civile; F. Bucci, S. Carolini, C. Gragori, G. Piermaria, Il Rosso, Il Lupo e Lillo. Gli antifascisti livornesi nella Guerra civile spagnola, La ginestra, Follonica, 2009; G. Pajetta, I Livornesi oltre i Pirenei, i volontari livornesi nella guerra antifascista di Spagna 1936-1939,www.aicvas.org/livornesi/pirenei, 2012; Antifascisti  nel Casellario Politico Centrale, 18 voll., Roma 1988-1995, ad nomen; I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), I volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, le biografie, Isgrec, Arcidosso, 2011; I. Tognarini (a cura di), Livorno nel XX secolo. Gli anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Edizioni Polistampa, Firenze, 2006; M. Tredici, Gli altri e Ilio Barontini. Comunisti Livornesi in Unione Sovietica, ETS, Pisa, 2017, ad nomen; Livornesi alla guerra di Spagna 1936-1939, pubblicazione a cura dell’Archivio di Stato di Livorno e del Centro Filippo Buonarroti Toscana, Livorno, 2020, ad nomen.

MACCHI_MACCHIAVELLO_1892_004MACCHI Macchiavello Giuseppe Amaddio

(Collesalvetti (Livorno) 20.8.1892 – Collesalvetti (Livorno) 3.6.1960)

Nato a Colognole, frazione del Comune di Collesalvetti (Livorno) il 20 agosto 1892 da Adolfo (contadino piccolo possidente) e Merope Stagi o Stazzi (casalinga), possiede la licenza elementare e di professione è fabbro. Nel 1908 a soli diciassette anni aderisce alla federazione giovanile socialista e negli anni seguenti al Partito socialista. Nel corso delle Prima Guerra Mondiale, in quanto militante socialista ed internazionalista, svolge attiva propaganda antimilitarista, tanto che viene diffidato dall’Arma dei Carabinieri di Collesalvetti. Nel dicembre 1918 a guerra conclusa viene condannato a sei mesi di reclusione per diserzione, pena che sconta interamente in varie carceri d’Italia. Tornato a Collesalvetti, diviene segretario della sezione socialista di Colognole e nel 1920 viene eletto consigliere comunale sempre per il Psi al Comune di Collesalvetti. Nel 1921 diventa militante comunista ed è tra i fondatori a Colognole, insieme al fratello Mario, della sezione Spartacus del Partito Comunista d’Italia, della quale diviene immediatamente segretario. In questa sezione Macchi svolge opera di penetrazione politica tra i lavoratori agricoli del Comune di Collesalvetti, per cui in quegli anni la sezione da lui diretta arriva a contare oltre quaranta iscritti. Sempre nel 1921 viene nominato assessore nell’amministrazione comunale di Collesalvetti, il cui sindaco è il comunista Alessandro Panicucci e dietro sua proposta viene approvata all’unanimità dalla Giunta comunale la rimozione dei busti di Vittorio Emanuele III e di Umberto I. Nel corso del 1922 sciolta la Giunta comunale di Collesalvetti ad opera del governo fascista, si trasferisce con la famiglia a Roma, dove trova lavoro presso l’officina meccanica Piperno. Nel maggio 1928 a Roma viene arrestato e deferito al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato in quanto membro dell’organizzazione comunista clandestina romana, diretta da Giuseppe Amoretti e per tale attività viene condannato a quattro anni di reclusione. Infatti Macchi è responsabile della diffusione della stampa di partito non soltanto nel Lazio ma anche in Toscana, e per tali motivi, grazie alla sua particolare abilità, riservatezza e dedizione al lavoro clandestino svolto, è tenuto in grande considerazione dal Centro del partito, che ripone in lui massima fiducia. Nel corso del 1928 e del 1929 la moglie Gina Gambaccini, madre delle sue tre figlie piccole, inoltra più volte domanda di grazia per il marito, a cause delle precarie condizioni di vita in cui erano ridotta la famiglia dovute al suo arresto, inoltra anche la domanda per ottenere un sussidio sociale. Tuttavia la moglie ottiene dal governo soltanto una sussidio mensile di ottanta lire per soli quattro mesi e la domanda di grazie viene inoltre respinta poiché in sede giudiziale viene dimostrato che la famiglia Macchi ottiene costantemente dei sussidi dal Partito comunista in clandestinità. Macchi una volta liberato nel maggio 1932 per aver scontato l’intera pena detentiva, viene sottoposto per alcuni mesi a libertà vigilata, dalla quale viene poi esentato per intervenuta amnistia, ma viene tuttavia costantemente vigilato dalla polizia politica. Nell’aprile 1933, rimasto vedovo e con tre figlie a carico, si trasferisce a Livorno, dove svolge il mestiere di fabbro ferraio in proprio e per il suo passato politico viene inserito nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze perché ritenuto capace di compiere atti sovversivi. Nel 1938 si risposa con Giuseppina Gragnani dalla quale avrà il figlio Marxino (Marzino), nato nel 1940. Nel maggio 1938 viene sottoposto ad ammonizione poiché la sera del 24 maggio al Teatro Lazzeri di Livorno, unico tra gli astanti, non si era alzato quando l’orchestra aveva suonato gli inni nazionali, la Marcia Reale e Giovinezza. Nel giugno 1943 viene arrestato nuovamente in quanto, dopo una perquisizione domiciliare vengono rinvenuti ritagli di giornale, manoscritti vari e corrispondenza a sfondo sovversivo, corrispondenza che egli teneva in particolare con Athos Aringhieri, un contadino di Castell’Anselmo, frazione di Collesalvetti, in passato appartenente alle organizzazioni sindacali rosse. Trasferito per sfollamento nel carcere di Perugia, viene proposto all’ammonizione dalla quale viene tuttavia sospeso nell’agosto del 1943 a causa della caduta del Fascismo. Dopo l’armistizio del settembre del 1943 diventa comandante partigiano. Nel 1944, al momento della Liberazione è nominato dal CLN sindaco del Comune di Collesalvetti per il PCI carica che mantiene sino al 1951. In occasione della Rivoluzione Ungherese dell’ottobre/novembre 1956 è tra coloro che deplorano e condannano l’intervento sovietico a Budapest, venendo per questo motivo emarginato dalla dirigenza togliattiano del PCI. Muore a Collesalvetti il 3 giugno 1960.

FONTI: Archivio Centrale dello Stato (Roma), Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale, ad nomen. Antifascisti nel Casellario Politico Centrale, 18 voll., Roma 1988-1995, ad nomen; F. Bertini, Con il cuore alla Democrazia, Debatte editore, Livorno, 2007; I. Tognarini (a cura di), Livorno nel XX secolo. Gli anni cruciali di una città tra fascismo, resistenza e ricostruzione, Edizioni Polistampa, Firenze 2006.




Presentato da Isrec Lucca il libro di Marco Rovelli Siamo noi a far ricca la terra: Romanzo di Claudio Lolli e dei suoi mondi.

Venerdì 12 novembre, presso la Casa del Popolo di Verciano (Lucca) si è tenuta la presentazione del libro di Marco Rovelli Siamo noi a far ricca la terra: Romanzo di Claudio Lolli e dei suoi mondi, organizzata dall’ISREC di Lucca in collaborazione con la Società popolare di mutuo soccorso “Giuseppe Garibaldi” e ANPI.

Il libro è un lavoro di acribia storica, un romanzo scritto  però attraverso i diari, le interviste a parenti e amici, incontro con la fidanzata di un tempo e con la moglie e i due figli, con gli ex studenti.

Ma perché presentare un libro di Claudio Lolli da parte dell’ISREC?

Perché Lolli ha cantato la storia dell’Italia dagli anni ’70 al primo decennio di questo secolo, sia la storia sociale, sia quella politica.

Già nel suo primo disco, Aspettando Godot del 1972, Lolli si fa portavoce della protesta giovanile più radicale e incupita. Il suo stile divenne immediatamente riconoscibile, simbolo dell’insoddisfazione più profonda e letteraria della canzone politica post ’68.

La storia sociale si fa strada nei suoi testi ad esempio attraverso la critica alla piccolo-borghesia, classe sociale di appartenenza presto rinnegata, proprio all’inizio del periodo delle grandi manifestazioni antiborghesi di piazza

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia

Questa canzone rappresenta Edipo che lotta contro la parola del padre. Edipo è la generazione del ’68”, dice Marco Rovelli che, essendo cantautore oltre che scrittore, intona anche questa canzone accompagnandosi con la chitarra. Rovelli canta poi anche La giacca, canzone che nel suo ultimo album ha inciso proprio con il cantautore bolognese.

Lolli denuncia il disagio delle periferie in Hai mai visto una città, o la piaga dei suicidi dei soldati nelle caserme in Morire di leva.

Molto presente nelle canzoni del cantautore bolognese è l’impegno politico: Lolli era comunista.

Nel suo secondo album, uscito l’anno dopo, nel ’73, Canzoni di morte, canzoni di vita, ad esempio celebra Gramsci in Quello lì (compagno Gramsci), che racconta le vicende del giovane Antonio, ancora studente a Torino, viste con gli occhi di un suo vicino di casa.

Ne è un esempio paradigmatico il famosissimo album, uscito nel settembre 1977, Disoccupate le strade dai sogni, strettamente legato all’attualità, in particolar modo ai fatti di Bologna dell’11 marzo 1977 e all’uccisione dello studente Francesco Lorusso.

Forte è il suo messaggio politico relativo ai fatti del 1968 e del 1977 in particolare, e le tensioni sanguinose fra i militanti della sinistra, della destra extraparlamentare e lo Stato durante tutti gli anni ’70, chiamati appunto anni di piombo, con canzoni come Agosto da Ho visto anche degli zingari felici del 1976, in cui si ricordano i fatti dell’Italicus, avvenuti il 4 agosto 1974 e Piazza, bella piazza, ovviamente Piazza Maggiore a Bologna, dove “siamo stanchi di ritrovarci / solamente a dei funerali”. Infatti lì si è celebrato il funerale, il 9 agosto 1974, dei 12. morti dell’Italicus. E ricordiamo che in quella stessa piazza si sono tenuti anche i funerali, nell’agosto 1980, degli 85 morti della strage della stazione di Bologna.

E non dimentichiamo l’arrangiamento di La ballata del Pinelli, la canzone che venne improvvisata la sera del 21 dicembre 1969, ossia il giorno dopo i funerali dell’anarchico Giuseppe.

Nel canzoniere di Lolli si possono ritrovare anche riferimenti a fatti di politica estera come nella canzone Primo maggio di festa, contenuta in Ho visto anche degli zingari felici, nella quale celebra la fine della guerra nel Vietnam e l’ingresso delle truppe nordvietnamite vittoriose a Saigon il 30 aprile 1975.

Nella seconda metà degli anni ’70 Lolli coltiva il grande sogno, la grande utopia rivoluzionaria di un nuovo ordine sociale, di una vita fatta per i bisogni e la felicità della gente. Utopia con realismo e un senso di inadeguatezza.

L’impegno di Lolli, che contemporaneamente porta avanti anche la sua attività di scrittore, sia di prosa che di poesia e di docente (ha insegnato fino alla pensione al Liceo scientifico di Casalecchio di Reno) continua fino a 4 anni fa. Ci piace ricordare che il 25 settembre 2010 suona al Forum Sociale Antimafia del Nord, dopo la manifestazione per ricordare Peppino Impastato, che il 19 luglio 2012 si esibisce a Brolo, e poco dopo ad Acitrezza, in un grande raduno per ricordare Paolo Borsellino, assieme a numerosi volti dello spettacolo e della canzone italiana.

Un anno dopo il suo ultimo album Il grande freddo, che vince la Targa Tenco nella categoria “Miglior disco dell’anno in assoluto”, muore di cancro a 68 anni.

Lolli è dunque l’intellettuale che ha raccontato e cantato 40 anni di storia italiana, che, per dirla con le parole di Marco Rovelli “intramava nella stessa piega l’interiore e l’esteriore, il personale e il pubblico, cantando se stesso e il mondo”.




L’influenza spagnola in Toscana. Ricerche in corso e nuovi interrogativi.

26 novembre, convegno promosso dall’Istituto della Resistenza di Pistoia in collaborazione con ISRT e con il contributo del Ministero della Cultura Direzione Educazione, Ricerca e Istituti culturali.