
L’Istituto nazionale “Ferruccio Parri” con i suoi organi dirigenti e la rete tutta degli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea seguono con grande preoccupazione le notizie che provengono da Perugia in merito alla sorte dell’Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea. Il mancato rinnovo con il 31 dicembre dei contratti di collaborazione dei cinque collaboratori precari dell’Isuc, dopo un lungo periodo di commissariamento dell’istituto che avrebbe dovuto risolvere definitivamente il problema della stabilizzazione di questi ricercatori, comporta infatti la chiusura dell’Istituto e la cessazione delle sue attività.
L’Istituto nazionale ricorda che da quasi cinquant’anni l’Isuc è un indispensabile punto di riferimento per la raccolta di documentazione e la ricerca storica sull’Umbria contemporanea, oltre a rappresenta uno snodo importante della rete degli Istituti storici della Resistenza, una rete interconnessa nella quale la chiusura dell’Isuc lascerebbe un vuoto incolmabile.
L’Istituto nazionale auspica quindi che la Giunta regionale dell’Umbria, d’intesa, con l’assemblea regionale, trovi gli opportuni rimedi legislativi per sanare una situazione insostenibile, che con la chiusura dell’Isuc arrecherebbe un grave danno non solo alla comunità civica regionale, ma al patrimonio culturale nazionale.
Milano, 28 dicembre 2021
Il presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri-rete degli Istituti storici della resistenza e dell’età contemporanea
Prof.Paolo Pezzino
Si terrà il 3 gennaio 2022 la commemorazione della battaglia di Valibona.

Il paese più rosso d’Italia (2021), edito dalla Betti Editrice, è un volume scritto dal buonconventino Gino Civitelli. Civitelli è autore di varie pubblicazioni sulla storia locale, sulla Resistenza, sul movimento operaio e contadino. Il libro, redatto da un militante del partito, non è altro che una testimonianza delle vicende del Partito Comunista Italiano (PCI) nel Senese. In particolare, l’autore cerca di spiegare i motivi del consenso e successo del PCI a Buonconvento, piccolo borgo marginalmente toccato dalla Resistenza che diventò il “paese più rosso della provincia più rossa d’Italia” (p. 11). Attraverso brevi capitoletti, l’autore fornisce una panoramica della storia del PCI dal 1921, anno della sua fondazione, fino la sua dissoluzione nel 1992. In questo modo, Civitelli affronta le più varie tematiche: dalle questioni politiche nazionali (ad. es. il fascismo, il rapporto con il Partito Socialista Italiano, con la Democrazia Cristiana e la Chiesa, la figura di Togliatti e il Compromesso Storico, le Brigate Rosse ecc.), locali (Buonconvento), internazionali (ad. es. il rapporto con gli Alleati nel dopoguerra e con la Russia nel corso del XX secolo), fino a quelle più sociali (ad. es. le donne, i mezzadri, gli operai, le associazioni, ecc.). Il volume, quindi, si muove su un doppio binario ovvero quello cronologico (dal 1921 al 1992) e quello tematico; entrambi si intrecciano fornendo un quadro generale utile a tutti coloro interessati nel conoscere la storia del PCI e nello specifico l’importanza del Partito per Buonconvento e viceversa.
Il libro verte sulla storia di Buonconvento, il rapporto dei buonconventini con il PCI e il consenso che quest’ultimo guadagnò nel paese. Civitelli riconduce il successo del PCI nel territorio, non solo all’antifascismo locale diffuso, in particolare alla mezzadria. Per l’autore, il PCI fu il partito che riuscì a raccogliere la rabbia dei contadini, sintetizzare le rivendicazioni dei mezzadri una volta giunto al potere il fascismo e ricondurle verso gli obiettivi e i miti della Rivoluzione russa. In effetti, mostra come i contadini e gli operai videro nel PCI l’opportunità per raggiungere i propri obiettivi e una prospettiva concreta per il futuro. Secondo Civitelli, Siena era la provincia con la percentuale più alta di mezzadri e Buonconvento il Comune che ne aveva di più (p. 16). È interessante osservare come, attraverso la storia di un paese e del rapporto con il PCI, l’autore riesca a fornire un quadro generale del partito a livello nazionale e internazionale e mostrare quali erano le dinamiche che regolavano e caratterizzavano il partito. Il lettore quindi attraverso una storia micro (Buonconvento) riesce ad osservare una storia macro (la storia del PCI a livello nazionale e internazionale).
Il rapporto micro/macro si osserva anche attraverso i militanti buonconventini e le varie tematiche affrontate da Civitelli nel libro le quali contribuiscono a completare e arricchire il quadro generale della storia del PCI. L’autore, infatti, attraverso le testimonianze degli esponenti locali più noti non soltanto porta alla luce le loro esperienze ma riesce a toccare diversi nodi con valenza più ampia: ad. es. la questione femminile, la propaganda del PCI, la scuola partito, le manifestazioni ecc. In effetti, il libro raccoglie varie testimonianze ed esperienze personali che permettono al lettore conoscere più da vicino il funzionamento del partito e della vita politica e sociale dei singoli individui. Completano il quadro le varie fotografie presenti nel libro che concretizzano l’immaginario di chi legge all’illustrare la realtà così com’era.
Di conseguenza, il libro diventa una vera e propria testimonianza della storia rossa di Buonconvento poiché racchiude parte della vita dello scrittore e di alcuni dei suoi colleghi. Il volume, infatti, verte principalmente sulla conoscenza dell’autore e sulle dichiarazioni o interviste fatte ai suoi pari. Ecco perché tra le pagine del libro, il lettore riesce ad avvertire la posizione e il giudizio, talvolta critico, dell’autore verso il partito di cui ne ha fatto parte. Diventa dunque una valutazione retrospettiva della storia e pertanto rispecchia l’opinione e versione dello scrittore.
In sintesi, Il paese più rosso d’Italia fornisce una panoramica della storia del PCI e della storia di Buonconvento intrecciando la dimensione macro con quella micro lungo la vita del partito e attraverso diverse tematiche. È, quindi, un libro destinato ad un pubblico ampio, interessato nel conoscere la storia del PCI e di Buonconvento attraverso i ricordi, le esperienze, le opinioni dei protagonisti. In questo libro Civitelli ci offre la sua versione.
12 gennaio ore 17.00 Sala Pegaso, presentazione della nuova pubblicazione di Valdo Spini, Sul Colle più alto. L’elezione del Presidente della Repubblica dalle origini ad oggi, Solferino editore, 2022.
Saluti istituzionali del Presidente della Regione Eugenio Giani
Interventi di Enzo Cheli e Agnese Pini, oltre che dell’Autore.
Il 12 gennaio 2022 alle ore 16 riprendono gli incontri con gli insegnanti su tematiche di storia, memoria e letteratura.
Il primo appuntamento sarà dedicato a Letteratura e memoria della della Seconda guerra mondiale, con interventi di:
Pietro Cataldi: La guerra e la letteratura;
Pietro Clemente: Nuto Revelli, il racconto orale che si fa letteratura;
Giada Mattarucco: “Ferro” e altri racconti de “il sistema periodico” di Primo Levi;
Riccardo Bardotti: Mario Rigoni Stern, a cento anni dalla nascita.
L’evento si terrà su supiattaforma Zoom e potrà essere seguito facendo richiesta di partecipazione entro le ore 12 di martedì 11 gennaio 2022 all’indirizzo di posta elettronica stanzedellamemoria@gmail.com.
Chi fosse interessato, potrà comunque seguire l’evento dallo schermo della “Sala Avanzati” del complesso museale delle Stanze della Memoria di Siena (via Malavolti 9). Per accedere al museo sarà richiesto il Green Pass.
Per informazioni: stanzedellamemoria@gmail.com

Avvertenza: Nel trascrivere l’intervista si è cercato, ove possibile, di conservare inalterati gli aspetti peculiari del parlato, limitando al minimo indispensabile gli interventi correttivi sul testo. L’intervista è stata raccolta il 19 dicembre 2021
D- Daniela Lastri, lei nel 1989 era una attivista e dirigente del PCI fiorentino ed ha vissuto perciò le vicende politiche che portarono alla svolta della Bolognina e alla decisione di Occhetto di cambiare il nome al partito. Può dirci qualcosa della sua esperienza politica e istituzionale di allora?
Carta delle donne, proposta nel 1986, la quale, dopo lo sbandamento dovuto alla morte di Berlinguer due anni prima, era nata per rilanciare la presenza e il ruolo delle donne all’interno del partito, aprendo e dando spazio in particolare alle componenti provenienti dalla realtà del movimento femminista. La Carta delle donne nacque con questo intento: fare in modo che il PCI si rinnovasse parlando ai soggetti che erano «promotori di cambiamento», di novità, a partire appunto dalle donne. Fu una decisione importante per un partito che allora si stava ancora interrogando sulla strada da percorrere dopo la morte di Berlinguer. È stato, quello, un periodo di grande attenzione ai mutamenti e ai cambiamenti.

Daniela Lastri (fonte: Consiglio Regionale della Toscana)
Contemporaneamente, mentre facevo quest’attività di responsabile del PCI in quella zona cittadina, portavo avanti anche l’attività di consigliera di quartiere. Con le elezioni amministrative del 1985 ero entrata infatti a far parte delle istituzioni cittadine, tanto che poco dopo, tra il 1988-89, diventai vicepresidente del quartiere 11, che allora accorpava la zona di Piazza della Libertà e le Cure. Si trattava peraltro di un quartiere completamente diverso sul piano politico-sociale da quello dell’Isolotto-Mantignano che curavo come responsabile di zona per il PCI. Ma entrambe queste realtà di partito, come pure i miei primi incarichi istituzionali cittadini, si sono poi rivelati particolarmente importanti per la mia formazione e per il proseguimento della mia attività politica successiva. Ricordo perciò questo periodo come un periodo di grande impegno ed esperienza, segnato da queste significative attività e da questa particolare sensibilità e attenzione vissuta all’interno del partito nei riguardi dei «soggetti del cambiamento».
Io mi trovai a far parte della segreteria cittadina del PCI alla vigilia di un cambiamento epocale nel quale una serie di eventi e vicende politiche internazionali misero a dura prova la forza e la presenza delle politiche del PCI. In quel frangente, la questione che caratterizzò la mia militanza, fu naturalmente quella del cambiamento del nome del partito che Occhetto predispose alla Bolognina e che poi si sarebbe concretizzata qualche tempo dopo. Io mi sono trovata a gestire questa fase molto delicata del PCI in una zona cittadina a caratterizzazione storica operaia dove, come ho detto, il partito aveva allora profonde radici nelle quali peraltro io stessa mi riconoscevo personalmente. Anche le mie radici familiari, infatti, erano legate a quel mondo operaio da cui provenivano i miei genitori, anch’essi militanti del PCI, attivi politicamente come segretari di cellula del partito e nel sindacato, in particolare mio padre. Venendo da quest’ambiente io non ho fatto mai fatica a riconoscermi in quella storia, quella del PCI, in cui affondavano le mie radici.
D- Dunque, lei ha vissuto gli effetti di quella svolta “in prima linea”, per così dire. Quali furono le sue reazioni di fronte a quell’annuncio? La colse di sorpresa o era qualcosa che si poteva immaginare?
D- Perciò si trattò di una decisione necessaria? In ogni caso come fu gestita secondo lei quella svolta?

Nel 1986 fu promossa, diffusa e discussa su iniziativa di Livia Turco membro della segreteria del PCI la “Carta itinerante delle donne”, un documento che si proponeva di aprire la vita politica del partito alle istanze del femminismo e fare in generale della partecipazione attiva delle donne la chiave di volta di una nuova politica di partito. (in foto : “L’Unità”, 18 ottobre 1986)
Credo peraltro che il PCI, il quale già negli anni Settanta e a inizio anni Ottanta aveva più volte pensato all’opportunità della modifica del nome, infondo poteva essere maturo già allora per un passo simile, perché come ho detto noi comunisti italiani costituivamo un’esperienza ben diversa rispetto alle altre realtà della sinistra socialista, non solo rispetto all’esperienza sovietica, ma anche rispetto ai compagni spagnoli, francesi e portoghesi. D’altro canto, anche se già all’epoca era forse maturo per un passo simile, va detto però che il PCI era abituato a fare le scelte con grande gradualismo, proprio perché, essendo un grande partito di massa ed avendo al proprio interno tante esperienze politiche significative, aveva bisogno di gradualità. Per cui, considerato questo contesto precedente, il modo repentino con cui nel 1989 fu annunciata alla Bolognina la decisione del cambio di nome ebbe per altri versi un effetto dirompente, divenendo un elemento di grande disagio che in seguito ha costituito per molti attivisti un ostacolo nel tentativo di comprendere le ragioni per le quali al tempo fu deciso di procedere in quel modo, con quelle modalità. Io naturalmente accettai quest’idea di cambiamento, probabilmente anche perché per formazione provenivo dal movimento giovanile e dalla FGCI, una realtà in cui la necessità che il partito si adeguasse rapidamente ai cambiamenti sociali in corso costituiva una prerogativa. I grandi mutamenti politici e internazionali vissuti in quegli anni ci conferivano probabilmente una maggiore predisposizione al cambiamento. Era un orientamento, cioè, che in quanto nuove generazioni avevamo ben presente.
D- Insomma, a mancare nel 1989 è stata un’adeguata discussione interna al PCI? Ma, visti i tempi, ve ne sarebbero state le condizioni?

Durante il Congresso nazionale della FGCI tenutosi al Palalido di Milano nel maggio 1982, il segretario del PCI Enrico Berlinguer invitò i giovani a organizzare un congresso di “futurologia” che affrontasse varie discipline: dalle scienze fisiche, chimiche e biologiche, alla demografia, all’antropologia, all’informatica. Ciò per stimolare una riflessione politica a partire dalla conoscenza degli studi più recenti su alcuni problemi di pressante attualità, quali il rapporto tra risorse e popolazioni, tra sviluppo e ambiente.