Incontro su Natalia Ginzburg.

Il 18 gennaio alle ore 16.30, per il ciclo Il genio femminile in Europa. Scrittrici e poetesse del Novecento, Laura Barile illustrerà la figura di Natalia Ginzburg. È la lezione di apertura di un nuovo ciclo dedicato a grandi figure femminili del ventesimo secolo di diverse aree linguistiche promosso da Accademia La Colombaria.




Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza.

In occasione del Giorno del Ricordo 2022, l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea e la Biblioteca delle Oblate vi invitano a

 

7 febbraio ore 17.00

Biblioteca delle Oblate – Sala Conferenze Sibilla Aleramo

In occasione del Giorno del Ricordo 2022

 

Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza

(Laterza, 2021)

 

Matteo Mazzoni e Luciana Rocchi (ISRT)

dialogano con Raul Pupo già docente dell’Università di Trieste

 

Incontro sui grandi nodi della complessa vicenda del “confine orientale” a partire da questa sua recente pubblicazione.

 

Necessaria la prenotazione inviando una mail all’Isrt o alla Biblioteca come indicato nella locandina.

Per accedere alla Biblioteca è necessario avere Green pass rafforzato e mascherina FFP2

Pupo.ridotto




Pietre per ricordare. Seminario “Fra Storia e Memoria”.

25 gennaio, ore 18.00
Seminario fra Storia e Memoria

L’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea e la Comunità ebraica di Firenze vi invitano a

Pietre per ricordare
Dialogo con Marta Baiardi, ricercatrice ISRT e autrice del volume
Le tavole del Ricordo.
Guerre e Shoah nelle lapidi ebraiche a Firenze (1919-2020) (Viella)

Saluti di
Giuseppe Matulli, presidente ISRT
Enrico Fink, presidente Comunità ebraica di Firenze

Intervengono:
Alberto Cavaglion, Università di Firenze
Nicola Labanca, Università di Siena

Coordina: Matteo Mazzoni, Direttore ISRT

Iniziativa online sulla piattaforma ZOOM ISRT
Per partecipare scrivere a isrt@istoresistenzatoscana.it entro il 24 gennaio.




“Rileggere i classici per migliorare il presente” 2022: il primo incontro

L’Istituto Gramsci Toscano vi invita al primo incontro che si svolgerà il giorno
28 gennaio 2022
alle ore
17.30

Chiunque vorrà partecipare e commentare l’evento potrà farlo partecipando alla riunione zoom a cui potrete accedere a
questo link

L’evento sarà visibile in diretta allo stesso orario anche sulla
pagina facebook dell’Istituto Gramsci Toscano




Presentazione degli Scritti inediti di economia di Carlo Rosselli

L’Accademia “La Colombaria” inizia il 2022 con la manifestazione in programma si terrà giovedì 13 gennaio alle ore 16,30 con la presentazione degli Scritti inediti di economia di Carlo Rosselli (Biblion edizioni). Interverranno Carmelo Calabrò, Marco Dardi e il curatore del volume Enno Ghiandelli.
Si può partecipare in presenza, previo green pass rafforzato e mascherina Ffp2, ovvero seguire a distanza utilizzando il seguente link:
https://us02web.zoom.us/j/85759928805




Gennaio 1922, fuoco a Serravalle

All’inizio del 1922 l’infittirsi delle spedizioni squadriste nel pistoiese registrava ormai numeri da bollettino di guerra. Nel corso del 1921 il neonato fascismo locale aveva devastato la Camera del Lavoro a Pistoia e sequestrato due volte il suo segretario Onorato Damen, rapito il parroco – animatore del movimento delle casse rurali – Don Ceccarelli, aggrediti numerosi militanti sindacalisti, socialisti, comunisti, anarchici e antifascisti, compiuto una sanguinosa spedizione a San Marcello, assaltato circoli, occupato interi paesi come Agliana e Casalguidi, incendiato sulla pubblica piazza copie dei giornali avversari, colpito leghe contadine e si era scontrato con la breve esperienza degli Arditi del popolo locali. Il tutto senza trovare un’attiva opposizione delle autorità statali, che si delineava sempre più come un’aperta connivenza. In questo contesto matura un’azione, svoltasi sulla falsariga delle altre, della quale disponiamo di preziosi resoconti, che mette ben in risalto il modus operandi delle squadre ed il ruolo della forza pubblica.

Il 10 di gennaio infatti una spedizione punitiva colpì il circolo comunista di Serravalle. Le modalità con cui venne portata a termine svelano un’accurata preparazione e la connivenza delle autorità del luogo. Il comando dei Carabinieri di Pistoia era venuto a conoscenza della possibilità di un’azione simile, prendendo per una volta immediati provvedimenti. Erano stati inviati a Serravalle quattro Carabinieri a cavallo per informare il comandante di quella stazione di intensificare la vigilanza in paese ed allo sbarramento istituito da tempo per impedire, senza grandi risultati, il passaggio delle squadre da e per la Valdinievole. Un altro sbarramento fu predisposto a Pontelungo ed infine veniva inviato un camion di Carabinieri di rinforzo. Tutte queste precauzioni furono inutili. Nella sua relazione il Sottoprefetto dichiarava che «è risultato che elementi giovanili fascisti eransi recati per tempo alla spicciolata per sentieri reconditi a Serravalle ove avrebbero dovuto essere assolutamente fronteggiati da quel Comandante di Stazione dell’Arma il quale aveva a disposizione mezzi più che sufficienti alla bisogna. Senonché il Comandante di quella Stazione il quale, come sovra è detto, era stato debitamente avvertito dalla pattuglia di CC. RR. a cavallo ed aveva disposto servizio sorveglianza dinanzi al circolo comunista, per ragioni assolutamente inesplicabili aveva sospeso il servizio stesso alla mezzanotte. I fascisti di Serravalle e quelli giunti alla spicciolata da fuori colsero tale momento per compiere l’azione» (sottolineature nell’originale).
Il camion dei carabinieri proveniente da Pistoia aveva arrestato sulla strada per Serravalle tre fascisti, di cui uno armato di pistola, e ne aveva avvistati altri diretti a Serravalle che però erano riusciti a fuggire per le vie laterali. Arrivato in paese verso le una di notte l’ufficiale dei Carabinieri al comando dei rinforzi, tenente Simula, constatava l’avvenuta «devastazione del circolo, sulla soglia del quale trovavansi ancora i residui in fiamme delle sedie dei tavoli delle porte e delle finestre». Il tenente constatò «la inesplicabile imprevidenza del servizio disposto dal maresciallo Vannini Umberto, comandante di quella stazione, il quale nel disporre il servizio quella notte non aveva ordinato che il servizio stesso avesse il cambio sul posto». Il capitano Mazzone stabilì che «la devastazione del circolo di Serravalle era stata opera di un gruppo di una ventina di individui i quali giunti verso le ore 23 per un sentiero erto di campagna dal fondo valle ed evitando ogni controllo lungo la strada maestra e quello dello sbarramento, avevano potuto riunirsi non visti da alcuno alle spalle del piccolo fabbricato adibito a circolo comunisti e socialisti del luogo, in località assolutamente deserta», qui aspettarono la fine del turno di guardia dei Carabinieri e «attesa una diecina di minuti circa per dar tempo a questi di far ritorno in caserma, irruppero contro la porta del circolo facendo tutta prima contro di essa una scarica di una ventina di colpi di rivoltella. Quindi abbattuta la porta poco resistente, entrarono nei locali tutto devastando e distruggendo e riunendo poscia i rottami innanzi l’ingresso, appiccandovi il fuoco e dileguandosi poscia per la stessa via dalla quale erano venuti, completamente indisturbati». Il circolo comunista “Umanità Nuova” subì danni per 2.500 lire. Furono arrestati 7 fascisti. I 3 sopramenzionati, Vittorio Franceschini di 20 anni carrozziere, Francesco Vannini di 18 anni studente, Pellegrino Pistoresi e poi Bruno Lorenzoni di 23 anni studente, Antonio Cappelli di 19 anni definito benestante, Riccardo Rosati e Desiderato Rosati. Un telegramma del Sottoprefetto al Prefetto dell’11 gennaio faceva salire il numero degli arrestati a otto, cinque di Pistoia e tre di Serravalle, ma non fornisce i nominativi. Tuttavia già da queste informazioni rileviamo ancora una volta la giovane età degli assalitori e l’interclassismo dei fasci, tutti elementi tipici dello squadrismo.
La devastazione del circolo di Serravalle fu un piccolo tassello nell’ascesa del fascismo nel pistoiese, che tende a scomparire di fronte ai ben più gravi fatti del 1922, con l’uccisione di diversi antifascisti, ma ci permette ci mettere in luce quanto l’ascesa del movimento di Mussolini fosse “resistibile”, se contrastata da chi ne avrebbe avuto la funzione.

Stefano Bartolini è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Pistoia e coordina le attività di ricerca storica, archivistiche e bibliotecarie della Fondazione Valore Lavoro. Ha partecipato al recupero dell’archivio Andrea Devoto ed attualmente si occupa di storia sociale, del lavoro e del sindacato. Tra le sue pubblicazioni: Fascismo antislavo. Il tentativo di bonifica etnica al confine nord orientale; Una passione violenta. Storia dello squadrismo fascista a Pistoia 1919-1923; Vivere nel call center, in La lotta perfetta. 102 giorni all’Answers.




Vite sospese. Memorie e storie della Shoah nel pistoiese

Giovedì 20 gennaio a Pistoia presso la Sala soci Coop in Viale Adua presentazione del libro di Andrea Lottini.




Bruno Baldini, deportato politico.

Testo dell’intervento tenuto dalla nipote Silvia Cardini in occasione della deposizione della pietra d’inciampo in memoria di Bruno Baldini a Firenze il 20 gennaio 2022.

Siamo qui intorno a Bruno Baldini, nel quartiere in cui ha vissuto con sua moglie Maria, i suoi due figli Milo e Sonia e la vecchia madre Argìa.
La sua è stata una breve presenza e per di più intervallata da lunghi periodi di carcerazione e deportazione, eppure quando ho carcato di dare forma al ricordo che mi era stato tramandato l’ho sempre immaginato in questa strada e fra queste mura. Da questa casa è stato strappato per due volte, il 15 marzo del 1941 e il 21 maggio 1944, sotto lo sguardo impotente dei suoi familiari. La prima volta per attività cospirative contro il fascismo, la seconda senza imputazione dagli scherani della Banda Carità.
La tragedia di Bruno ha avuto forse avvio nel bar Migliorini a pochi passi da questa casa dove andava qualche volta dopo cena a discorrere con gli amici antifascisti del quartiere. Qualcuno ha sentito le sue parole di libertà e le ha riportate alle autorità fasciste. Forse è successo altrove, forse in modo diverso ma poco importa: la macchina dell’annientamento ha preso il via grazie a una delazione. Bruno era per sua natura una vittima predestinata della meschinità umana perché incapace di avvertirla, di prevenirla, di schermarsi. Era un uomo naturalmente solidale, incline alla gioia, aperto agli altri.
Il suo antifascismo era innanzitutto uno stile di vita. L’avversione politica alla dittatura faceva tutt’uno in lui con l’avversione umana al sopruso, all’ingiustizia, al predominio dell’uomo sull’uomo. Era nato benestante, in un villino in Via Luciano Manara dove -raccontava mia nonna- “si mangiava in salotto e la tavola era sempre apparecchiata”, in una famiglia che per censo avrebbe potuto trarre vantaggio dalla politica fascista e che invece la avversava.
Il bisnonno Emilio ad un certo punto aveva addirittura deciso di proteggere i figli trasferendosi in campagna, in certi suoi possedimenti a Dicomano, in luoghi dove l’occhiuta strategia del controllo e della delazione sarebbe stata indebolita dalle consuetudini paesane e dalla rarefazione dei rapporti umani.
Ma Bruno è troppo giovane per rinunciare alla vita di scambio e ai contatti con la città. Avvia una sua impresa nel quartiere di Santa Croce, un concessionario di motociclette Guzzi. E prende dimora in Via Gian Paolo Orsini con la moglie, anche lei ben determinata ad abbandonare l’ambiente paesano. Fra Bruno e Maria c’è sempre stata una comunità profonda di intenti, di progetti, di desideri. Una capacità di risorgere e di resistere. Hanno vissuto da giovanissimi quello stato di grazia che Bruno, in una lettera inviata dalle Murate dopo il primo arresto, chiama “ felicità a fior di labbra”. Poi hanno affrontato il distacco per l’invio al fronte di Bruno durante la grande guerra, il suo ferimento, il ritorno. Quando arrivano in Via Gian Paolo Orsini hanno già perso il loro primogenito stroncato a Dicomano da una broncopolmonite, hanno in comune un dolore profondo, due figli ancora da crescere e la vita davanti a sé. La casa ogni tanto risuona delle canzoni di Bruno che è stonato ma sa essere ancora felice.
È in questa casa che si consumerà il loro dramma.
Il primo atto avviene il 15 marzo del ‘41. La famiglia è riunita a pranzo quando si presentano i poliziotti dell’OVRA. Maria sussurra alla figlia più piccola di prendere il foglietto che si trova nella tasca della giacca del babbo e di farlo sparire. La piccola Sonia, sgattaiola in camera, fruga, trova e ingoia. Mastica accuratamente la prova del delitto senza nemmeno avere il tempo di leggere cosa c’è scritto. Un volantino, una lettera, un indirizzo? Non lo sa ma è sicuramente orgogliosa della sua prova di coraggio. Purtroppo non basta. Bruno viene prelevato dalla polizia e interrogato sotto tortura perché faccia il nome della sua rete. Bruno è maciullato, perde sedici denti, rantola ma non parla.
Vi ho detto che era un uomo con una grande capacità gioire, ma altrettanto grande doveva essere la sua capacità di resistere al dolore e alla cattiveria.
Quando penso al suo interrogatorio, e il pensiero mi diventa subito insopportabile, mi consola sapere che in questo quartiere e forse anche altrove ci sono individui e intere famiglie che hanno potuto godere della vita grazie a un uomo che sputava i denti ma non i nomi e gli indirizzi. Forse non lo sanno nemmeno ma esistono e questo è già tanto.
In aprile viene trasferito a Roma, in maggio processato dal Tribunale speciale e condannato a tre anni e sei mesi per delitto contro la personalità dello Stato. Alla famiglia viene notificata la beffarda richiesta di pagamento delle “spese di giustizia” che, sommate a una pena pecuniaria, ammontano a 890 lire e 10 centesimi. Maria a quel tempo aveva già avviato un laboratorio di sartoria in casa per mantenere i figli e la suocera. Quanti punti d’ago ci saranno voluti a pagare le spese di questa suprema ingiustizia? Lei comunque la paga.
Bruno viene trasferito a Fossano (Cuneo) dove non può ricevere per undici mesi nessuna visita.
Il 14 febbraio del 1942 arriva la notizia della Grazia che non è un atto di clemenza ma il risultato di una compravendita. Mia nonna ha sempre raccontato che amici antifascisti abbienti riuscirono a “ungere le ruote” del Ministero di giustizia ottenendo il trasferimento di Bruno da Regina Coeli alla colonia penale di Pisticci in Basilicata. Il suo nome rimane però nella lista dei soggetti pericolosi per la sicurezza dello Stato, da dove all’occorrenza potrà essere ripescato. Da Pisticci viene poi trasferito a Introdacqua in Abruzzo. Il 15 giugno del ’42 ritorna per grazia definitiva a Firenze.
Passa in questo quartiere due anni di tregua, trova lavoro come commesso in una ditta di tessuti in Via Tavolini e ne diventa presto il factotum perché in ogni contesto spende, senza risparmio, le sue capacità e la sua naturale gentilezza.
Il 21 maggio del 1944 mentre è a tavola con la famiglia suonano alla porta. Sono venuti di nuovo ad arrestarlo. Sono in tre: un italiano appartenente alla Banda Carità e due SS. Questa volta si fa a meno anche del capo di imputazione. A mia madre che piange, l’italiano dice: “Non fare così. Te lo riporto presto il tuo babbo”.
Bruno passa un giorno a Villa Triste, poi viene trasferito alle Murate. Scrive lettere piene di richieste di generi di prima necessità, di rassicurazioni e di amore. D’altra parte anche quando verrà trasferito nel campo di concentramento di Fossoli riuscirà a trovare qualcosa di rassicurante da dire alla sua Maria: nel campo di concentramento si può camminare e si respira aria pura.
Ultimo contatto una lettera del 14 giugno del 1944. Poi il buio.
Ad avere la notizia che Bruno è morto sarà Sonia, mia madre. Maria cuce notte e giorno per mantenere la famiglia, Sonia fa il giro di quelli che ritornano dai campi di concentramento per sapere qualcosa di suo padre. Tocca al vetraio Gandi dirle che suo padre non ce l’ha fatta ed è morto a Mauthausen stremato dalla fame e dalla dissenteria. Poi arriverà una lettera di tale Silvia Turci di Carpi che testimonia di aver visto partire in treno Bruno per la Germania o forse per l’Austria e di aver ricevuto da lui un biglietto in cui ancora una volta assicurava di stare bene. La lettera spedita il 22 giugno del 1944 arriva alla moglie a guerra ormai finita e quando hanno già saputo che è morto.
Il 12 ottobre giunge la comunicazione ufficiale della morte dalla Croce Rossa.
Il 25 maggio del 1984 il Presidente Sandro Pertini conferisce a Bruno Baldini il Diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia.
Per tutta la vita mio nonno mi è stato vicino, come se l’avessi conosciuto e potuto amare in carne ed ossa. Ringrazio mia nonna e mia madre per la loro straordinaria capacità di rendere la sua memoria vita pulsante e volta al futuro. Ringrazio il Comune, l’ANED, l’ISRT, la direttrice del Museo della deportazione e della Resistenza di Prato Camilla Brunelli, la professoressa Marta Baiardi, l’artista Gunter Demnig per aver voluto con me questa pietra d’inciampo a testimonianza di una vita resistente.