Unione Europea: snodi e prospettive tra passato e presente

Corso di formazione online per docenti in collaborazione con la
Rete degli Istituti della Resistenza toscani e con l’Ufficio Scolastico Regionale.

Programma:

VENERDÌ 18 FEBBRAIO 2022
UE: nascita, formazione e
sviluppo tra storia e diritto
Giuliana Laschi, Università di Bologna
Scelte per l’Europa: dalle guerre all’Erasmus
Chiara Favilli, Università di Firenze
Caratteristiche e peculiarità giuridiche
dell’Unione europea
MERCOLEDÌ 23 FEBBRAIO 2022
Salute, ambiente, stato di diritto
e partecipazione democratica (workshop)
Federica Martiny, Università di Pisa
Crisi e opportunità per l’Unione Europea
nel mondo che cambia
Luca Verzichelli, Università di Siena
L’Unione Europea e le sue sfide attuali:
un approccio ludico

Entrambi gli incontri si svolgeranno da remoto con orario 15:00 – 18:00

Per iscriversi sono necessari entrambi questi passaggi (da effettuare a partire dal 1 febbraio):

  1. Iscriversi sulla piattaforma Sofia (corso codice 69008)
  2. Mandare mail di avvenuta iscrizione a isrt@istoresistenzatoscana.it



Un mare grande da attraversare. Giorno della Memoria alla Biblioteca CaNova dell’Isolotto (FI)

In occasione della Giornata della memoria
In diretta sulla nostra pagina Facebook (facebook.com/bibliotecanova)
Un mare grande da attraversare. Dal diario di Anna Frank alle rive del Mediterraneo.
giovedì 27 gennaio 2022 – ore 17.30
Chi sono le Anna Frank dei nostri giorni? Un viaggio tra passato e presente partendo dalla rilettura del diario di Anna Frank per arrivare alle attuali pagine dei migranti.
Ne parlano:
Alessandro Martini, Assessore
Mirko Dormentoni, Presidente Q4
Matteo Mazzoni, Direttore dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana
Enrico Fink, PresidenteComunità ebraica
Hicham Benbarek, testimone diretto
Liceo Artistico di Porta Romana sul Murales su Anna Frank, ne parlano Laura Pozzi, Dirigente, i professori Martini e Ghelli, e Francesco Flora, studente.
Con la partecipazione delle scuole del Q4.
Matteo Allodi, disegnatore e fumettista, darà vita a delle illustrazioni sul tema della serata.
Modera l’incontro Beatrice Barbieri, Presidente della Commissione servizi educativi e culturali del Q4
A cura del Quartiere 4




“Nel Cantiere della Memoria”: Giorno della Memoria a Lucca.

Venerdì 28 gennaio alle ore 17.00 in Palazzo Ducale a Lucca l’iniziativa promossa dall’Istituto della Resistenza di Lucca per il Giorno della Memoria.




Commemorazione Oberdan Chiesa

Nella locandina il programma della cerimonia di commemorazione che si terrà in occasione del 78° anniversario della fucilazione di Oberdan Chiesa, sabato 29 gennaio alle ore 11.00 sulla spiaggia del Lillatro in prossimità del monumento nel comune di Rosignano Marittimo.




L’inganno delle razze. Giorno della memoria 2022.

In occasione del Giorno della Memoria 2022

 

Il lungo cammino della specie umana

L’inganno delle razze

 

Siena, 27 Gennaio 2022

 

Visite guidate gratuite a percorsi specifici

al Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici e alle Stanze della Memoria

 

“Il lungo cammino della specie umana: l’inganno delle razze” è il titolo dell’iniziativa organizzata dal Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici e dalle Stanze della Memoria con la collaborazione organizzativa dei volontari del Servizio Civile Regionale presso le due istituzioni per sottolineare il Giorno della Memoria che il 27 gennaio di ogni anno ricorda le vittime della Shoah.

 

Per 6 volte, con inizio alle ore 10.00, 11.00, 12.00, 16.00, 17.00 e 18.00, saranno effettuati percorsi guidati gratuiti relativi allo sviluppo scientifico della specie umana e alle discriminazioni basate sul concetto di razza.

Ogni percorso durerà mezz’ora e si svolgerà in contemporanea in entrambi i musei di Siena, rispettivamente in Piazzetta Silvio Gigli 2 e in Via Malavolti 9.

 

Nel suggestivo seminterrato del Museo di Storia Naturale l’illustratore scientifico e antropologo Stefano Ricci, del Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena, racconterà ai visitatori le tappe del processo evolutivo della specie umana attraverso la mostra “Il cammino dell’uomo” da lui stesso creata con moderne tecnologie di ricostruzione: visibili le repliche dei più importanti fossili rinvenuti, realizzazioni grafiche che illustrano la vita dei nostri antenati e perfino la fedele replica di una delle più antiche sepolture di Homo sapiens rinvenute in Europa, a Grotta Paglicci (Foggia).

 

 

Nelle Stanze della Memoria sarà la Direttrice scientifica Laura Mattei a parlare di “Leggi razziali e deportazione a Siena” in un percorso storico che parte dalle vicende legate alla promulgazione in Italia delle leggi discriminatorie basate sulla razza che portarono fino alla deportazione degli ebrei senesi: fonti scritte e di memoria consentono di ricostruire inediti particolari di vita vissuta che avvicinano quelle drammatiche esperienze alle sensibilità e alle coscienze di oggi.

 

Info e prenotazioni con mail a:

eventi@fisiocritici.it

stanzedellamemoria@gmail.com

indicando l’orario scelto per la visita e un numero di telefono

Per l’occasione le Stanze della Memoria prolungheranno l’orario di apertura fino alle 18.30




Sulla pelle degli operai: Pignone 1953.

La mattina del 5 gennaio 1953 la direzione delle Officine Meccaniche e Fonderia del Pignone di Firenze presentò alla Commissione Interna un piano di riduzione del personale di oltre 300 lavoratori, fra operai, tecnici e impiegati. I licenziamenti, che riguardavano inizialmente un sesto degli addetti occupati, raggiunsero in seguito progressivamente quote più alte, fino a prevedere la totale chiusura dell’impianto. A motivare l’operazione, la SNIA Viscosa, proprietaria del Pignone, riportava deficit di bilancio nel biennio precedente dovuti all’insufficienza delle commesse e agli elevati costi di produzione.

La vertenza, dopo un intero anno di lotta condotta su diversi fronti con inedite modalità politico-sindacali, si concluse tra il 5 e il 13 gennaio 1954 con la rilevazione da parte di ENI dell’azienda e il reintegro di una parte dell’organico, con un minor numero di addetti rispetto al primo piano di esuberi del gennaio ‘53. Più in generale, la parabola dello stabilimento fiorentino s’inseriva nel vasto quadro di licenziamenti e smobilitazioni che la ristrutturazione del tessuto industriale italiano comportò tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà del decennio successivo, che a Firenze ebbe pesanti conseguenze, ma ne rappresentava al contempo un caso paradigmatico.

La vicenda del Pignone passò alla cronaca per l’estensione temporale e qualitativa della protesta operaia, condotta unitariamente dai sindacati per la prima volta dalla scissione del 1948, che coinvolse larga parte della cittadinanza fiorentina: i commercianti e le famiglie operaie, i lavoratori degli altri stabilimenti e una parte del clero locale sostennero in diverse occasioni le proteste e la lunga occupazione della fabbrica. Soprattutto, però, la vertenza ottenne una grande risonanza nel dibattito politico grazie all’intervento diretto e deciso del sindaco democristiano Giorgio La Pira, poi della corrente che faceva capo a Fanfani e che proprio in quel periodo stava diventando maggioritaria nel partito.

Tutto ciò, ovviamente, fu oggetto della massima attenzione da parte dell’Ufficio Politico della Questura di Firenze. Tra gli elementi più interessanti riportati dalle fonti di polizia vi è certamente quello relativo all’atteggiamento tenuto nel corso della lunga vertenza da Zenone Benini e Franco Marinotti, gli amministratori delegati rispettivamente del Pignone e della SNIA.

Ciò che qui interessa sottolineare è la discrepanza tra le motivazioni alla base del ridimensionamento e poi della liquidazione del Pignone e la reale situazione economico-finanziaria in cui si trovava lo stabilimento. Per Marinotti e Benini al Pignone mancavano le ordinazioni e i costi produttivi erano insostenibili, mentre  le indagini dell’Ufficio Politico, le analisi delle rappresentanze operaie e la Relazione dei liquidatori della Società concordavano invece nell’attestare la buona salute dell’azienda.

Su un bilancio di oltre 7 miliardi di lire il passivo dell’azienda alla fine del 1952 si attestava intorno a 240 milioni, di cui la quasi totalità riscontrabile nel nuovo ramo produttivo meccanotessile imposto dalla riconversione targata SNIA. Anzi, secondo il parere dei liquidatori i reparti tradizionali su cui si fondava la vecchia come la recente storia del Pignone, compressori, carpenteria e caldareria, avevano addirittura fatto registrare negli ultimi anni un’espansione del fatturato. In merito al “mantra” ripetuto dal padronato della carenza di ordinazioni, le indagini avevano rilevato che gli aiuti ERP non solo avevano finanziato una parte del rinnovamento del parco macchine fra 1949 e 1950, ma avevano anche assicurato fino a quel momento sostanziose commesse offshore. Inoltre alcune ordinazioni erano state gestite in maniera pessima dalla Direzione, come delle lavorazioni per trapani radiali, costate al Pignone tra interruzioni e scarti produttivi un centinaio di milioni di lire.

Dalle parti della Questura dunque, come del resto anche nella CCdL, con il passare delle settimane andava accumulandosi una certa perplessità sulla buona fede delle scelte aziendali, dato che Benini non solo chiudeva sistematicamente qualsiasi spiraglio di trattativa con la Commissione Interna e confermava la necessità di ridimensionare l’azienda – anzi la rilanciava portando a 400 il numero delle sospensioni -, ma allo stesso tempo stava imponendo ore di lavoro straordinario obbligatorio a una consistente fetta di tecnici, disegnatori e operai.

Le perplessità dei funzionari di polizia si fecero più consistenti quando, poco prima delle elezioni politiche del giugno 1953, la stima delle riduzioni di organico  era praticamente triplicata rispetto alle sospensioni avviate a gennaio, attorno alle «900 persone su 1800 dipendenti». L’Ufficio Politico riteneva:

«Urgentissimo provvedere acciocché la direzione dell’azienda non vada a questi estremi che porteranno al fallimento. Infatti il costo/ora commerciale, che prima delle sospensioni era circa 1400-1500 lire, è salito a oltre 1800 lire, come anche un qualunque essere ragionevole aveva capito e detto fino da quando furono minacciate le sospensioni: le persone che producono  diminuiscono e le spese generali rimangono le stesse. È perciò da considerare:

1) Il completo fallimento della politica dei vari Benini, Gerla e Torrini.

2) Il prossimo tracollo della Società (le azioni vanno scendendo di nuovo rapidamente), dato che sarà impossibile vendere anche un solo spillo, anche perché l’ora produttiva del Pignone costa il triplo di quelle della concorrenza.

3) La necessità di un forte intervento governativo presso la SNIA Viscosa e la Direzione del Pignone per impedire in ogni modo la rovina della Società, eventualmente assegnando del lavoro per un importo della consistenza tale da salvare alcune centinaia di operai».

Qualche mese più tardi gli investigatori informavano che Benini, «alla luce di una voce raccolta in qualche ambiente interno delle officine del Pignone, solitamente bene informato, […] avrebbe più che raddoppiato il suo capitale in seno all’azienda, giuocando al ribasso quando le azioni, alcuni mesi or sono, ebbero un apparente fortissimo tracollo; da un lato, faceva sapere a tutti ufficialmente che si era giunti al disastro dell’azienda, mentre dall’altro, comprava a tutto spiano le azioni che medi e piccoli azionisti gettavano sul mercato, vendendo a qualunque prezzo pur di disfarsene».

Nel novembre 1953 infine, quando ormai la vertenza entrava nelle sue fasi più acute a seguito della decisione aziendale di liquidare la Società, gli indizi si facevano più chiari per i questurini, che consideravano ormai «buona parte della mancanza di lavoro» dovuta «all’atteggiamento della SNIA Viscosa nei riguardi del Pignone». Nei mesi precedenti il colosso lombardo aveva richiesto la progettazione e la realizzazione di «due prototipi di macchine TPS, poi, dopo averle testate e valutate positivamente, si faceva consegnare progetti tecnici per commissionare la produzione di un centinaio di questi macchinari, per l’importo di oltre un miliardo di lire, ad un altro impianto, lo Stabilimento Meccanico che essa stessa possiede in Torino».

Così, a nove mesi di distanza dall’apertura della vertenza, i funzionari di polizia  erano portati a «supporre che la crisi di lavoro in cui l’azienda si dibatte [fosse] stata creata ad arte».

Effettivamente l’attività speculativa emersa dalle carte della Questura sul caso Pignone conferma non solo, e non tanto, «il fallimento di una classe imprenditoriale culturalmente arretrata e dotata di scarsa “coscienza industriale”»; indica piuttosto una scelta preordinata, una strategia imprenditoriale sostenuta dalla proprietà in quella fase di ristrutturazione complessiva del tessuto industriale italiano. Una volta presa coscienza dell’errata scelta di riconversione al tessile a scapito invece della  tradizione produttiva della fabbrica fiorentina, la gestione Benini-Marinotti già tra il 1948 e il ’50 aveva optato per il definanziamento delle produzioni di casa Pignone, incentrando il proprio indirizzo strategico nel taglio dei costi e alimentando di conseguenza il conflitto interno allo stabilimento.

Nel 1953 però, a differenza delle precedenti dismissioni di manodopera, la Direzione non dovette fronteggiare solo una decisa e determinata protesta sindacale unitaria, ma anche un mutato assetto del contesto politico generale e territoriale, in cui le istanze sociali rappresentate dalla corrente di Fanfani e La Pira si stavano imponendo sulle linee di governo. In altre parole la dirigenza si trovava di fronte un doppio ostacolo: la combattiva resistenza operaia (tanto alle scelte contingenti di licenziamento quanto più compiutamente a tutto l’indirizzo produttivo imposto nel ’46); la volontà del sindaco e di una parte della DC di sostenere la lotta del Pignone.

Per questa via, già a ridosso delle elezioni del 7 giugno, e poi più realisticamente con il progressivo emergere del protagonismo di La Pira e le voci di un intervento governativo, Benini e Marinotti maturarono la scelta di disfarsi dell’azienda, tanto più che dopo la salita di Fanfani al Viminale trovarono nella disponibilità istituzionale alla mediazione la sponda idonea per superare l’empasse a proprio favore.

Concretizzatesi finalmente le iniziative governative per salvare il Pignone con il coinvolgimento della neonata ENI guidata da Mattei, e una volta accentrate il più possibile le azioni, la SNIA e il vecchio patron Benini riuscirono a ricavare profitto da una fabbrica estremamente politicizzata e conflittuale, che versava in buona salute finanziaria ma risultava da anni in crisi nel ramo produttivo che più interessava alla SNIA.




L’archivio della famiglia Forti in dono alla Fondazione CDSE

L’archivio personale della famiglia Forti, una preziosa “scatola delle meraviglie”, è arrivato nei mesi scorsi da Los Angeles a Vaiano. Le testimonianze più intime di questo gruppo familiare di industriali illuminati di origine ebraica, costretti a fuggire negli Usa a causa delle leggi razziali, è giunto in dono alla Fondazione CDSE da Simone Forti, nipote di quel Giulio Forti che fu proprietario del villaggio fabbrica de La Briglia, fondato dal padre Beniamino a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento.

“Questo dono ha un grande valore per la Fondazione – sottolinea il presidente Giulio Bellini – Costituisce un tassello di assoluta rilevanza per il lavoro di ricerca che da molti anni si sta conducendo al CDSE. È come se i Forti, con le loro memorie, fossero finalmente tornati a casa, dopo vicissitudini di oltre ottant’anni”.

“Nel 2021 Simone Forti, che è artista e performer di fama internazionale, ha stabilito che l’archivio di famiglia tornasse in Val di Bisenzio – spiega Alessia Cecconi, direttrice della Fondazione CDSE – Siamo davvero di fronte a una scatola delle meraviglie: nella donazione sono presenti lettere, testamenti, fotografie: un’emozione incredibile per il nostro Centro ritrovare tutte quelle memorie che parlano di questo territorio ma anche dei rapporti artistici e internazionali di questa famiglia”.

A metà degli anni Novanta una studiosa del Centro, Silvia Sorri, ha condotto un articolato lavoro di tesi in storia contemporanea sulla famiglia e sulla creazione del villaggio fabbrica de La Briglia, intervistando vari discendenti e recuperando prezioso materiale documentario e fotografico. Il suo incontro con Simone Forti, che è anche tornata in visita a Vaiano, è stato intenso e ricco di rsultati.

Presso il CDSE sono conservate fotografie storiche e la biblioteca popolare del villaggio fabbrica istituita dai Forti a inizio Novecento. “Questo dono che arriva dal ramo americano della famiglia ci spinge a un ulteriore lavoro di ricerca e di parallela restituzione alla comunità, ancora molto legata alla storia di questa famiglia”, mette in evidenza Cecconi.

Simone Forti, nata nel 1935, vive a Los Angeles dal 1939, in seguito alla fuga della famiglia prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. È artista, coreografa, danzatrice e scrittrice, figura chiave nello sviluppo della performance dalla fine degli anni Cinquanta a oggi ed è tra gli interpreti maggiori della danza postmoderna del Novecento. Il suo lavoro è stato esposto nei principali musei di arte contemporanea del mondo e le sue opere fanno parte delle collezioni del MoMa. Nel 2021 le è stata dedicata una mostra di ampio respiro al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.

Il nonno di Simone, Giulio appunto, non era solo una figura singolare di industriale illuminato, presidente dell’Associazione degli industriali di Prato, ma dipingeva e scriveva di filosofia; gli zii di Simone, Matilde e Giorgio Forti-Castelfranco, che abitavano a Firenze nel villino sul Lungarno Serristori, oggi Museo Casa Siviero, furono i primi mecenati di De Chirico e Savinio.

La fuga costituì una lacerazione dalla quale la famiglia non si riprese mai: chi emigrò in America vi rimase per sempre. Il villaggio fabbrica e l’industria Forti di fatto subirono un forte declino con le leggi razziali, la partenza della famiglia e le conseguenze della guerra. Negli anni Cinquanta si arrivò alla chiusura definitiva.

La Fondazione CDSE ha lavorato molto sui Forti organizzando serate a tema, convegni, visite guidate al villaggio fabbrica, mostre sulla loro attività di mecenati. Durante l’esposizione curata dal Pecci nel 2021 il CDSE ha coprogettato un public program approfondendo con vari appuntamenti la figura dei Forti.

Notizia tratta dal sito della Fondazione CDSE




La Scuola del Popolo a Prato con il contributo del CDSE

Storia e territorio, quello che a scuola non si studia; Quelle donne in marcia per la pace nel 1917; Migrazioni stagionali e definitive dal nostro territorio; La fine della mezzadria e l’industrializzazione; La scuola come speranza di emancipazione e crescita sociale: sono i titoli degli incontri in programma alla “Scuola del popolo”, il progetto di studio, conoscenza, discussione, socialità, lanciato anche a Prato a settembre dello scorso anno da Flc Cgil (Federazione lavoratori della conoscenza) e Spi Cgil («con 50 iscritti e una partecipazione media, in presenza, di 30 persone, ha reso evidente il bisogno di misurarsi su temi di attualità, basandosi sulla conoscenza e lo studio dei fatti», nelle parole di Maria Grazia Tempesti segretaria Spi Cgil Prato), che da gennaio ad aprile realizza il suo terzo modulo formativo, in collaborazione con la Fondazione CDSE (Centro di documentazione storica etnografica) e il Cidi (Centro iniziativa democratica insegnanti), sezione pratese.
Gli incontri, gratuiti come i precedenti, che avrebbero dovuto tenersi nella sala “Bruno Fattori” della Camera del Lavoro, si svolgono, quantomeno i prossimi due, in modalità on line, a causa della perdurante situazione pandemica.
Per partecipare basta inviare, entro venerdì 21 gennaio, una mail a gtempesti@prato.tosc.cgil.it, con nome e cognome e numero di cellulare.
Nei giorni che precedono l’evento agli iscritti sarà inoltrato, sempre per mail, il link per accedere al seminario sulla piattaforna Webex Meet.
Il terzo modulo formativo, mutuato sul modello e la metodologia del Centro di documentazione storica etnografica, nel quale il sindacato è stato diretto protagonista, sintetizzato dalla direttrice Alessia Cecconi in «centralità della scuola, educazione permanente, educazione alla complessità, ricerca di base e ricerca delle fonti», sarà inaugurato martedì 25 gennaio dalla professoressa Annalisa Marchi, docente di Lettere, che come ricercatrice di storia locale e della storia del Novecento, con l’uso di fonti dirette, iconografiche e orali, ha dato origine 40 anni orsono all’esperienza del Cdse. «Lezioni – spiega la prof.ssa Marchi – non cattedratiche, con la partecipazione di più soggetti, per scoprire i segni della storia più vicina e da qui partire per cogliere le trasformazioni più grandi». Tutto il programma, dal primo seminario di impianto più prettamente metodologico all’ultima conferenza, è concepito come un viaggio che dalle radici locali si estende sul proscenio della storia del Novecento.
Filosofia che incarna lo spirito della “Scuola del popolo”: «Il progetto di Flc e Spi Cgil Prato – dichiara Filomena Di Santo segretaria generale Flc Cgil Prato – intende regalare momenti di conoscenza a quanti desiderano approfondire argomenti e temi del dibattito pubblico, svolti spesso in forme oscure o approssimative».
«La “Scuola del popolo”, così come è stata concepita, offre l’opportunità – nelle conclusioni di Di Santo e Tempesti – di condividere esperienze per arricchire la propria vita personale e dare valore al proprio tempo libero, con scambi per accrescere il proprio bagaglio culturale».

Il programma

martedì 25 gennaio – ore 16,30-18,30

Storia e territorio, quello che a scuola non si studia. Per seminare dal basso una comunità educante: le fonti della storia in dialogo fra loro, per cogliere lezioni e contraddizioni della storia del Novecento.

martedì 8 febbraio – ore 16,30-18,30

Quelle donne in marcia per la pace nel 1917, attraverso la graphic novel della Fondazione CDSE

martedì 22 febbraio e 1 marzo – ore 16,30-18,30

Migrazioni stagionali e definitive dal nostro territorio: quando, dove e perché. Arrivi e partenze nella storia del Novecento: dal passato al presente.

martedì 22 marzo – ore 16,30-18,30

La fine della mezzadria e l’industrializzazione: il tempo del boom economico nell’area pratese negli anni Cinquanta e Sessanta.

martedì 12 aprile – ore 16,30-18,30

La scuola come speranza di emancipazione e crescita sociale: la lezione di don Milani e le esperienze delle 150 ore.

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