“LA PANTERA… SIAMO NOI”

Se pensiamo ad un periodo di lotte, di occupazioni, di proteste, di manifestazioni ad opera degli studenti, la mente molto probabilmente riavvolgerebbe il nastro della memoria sino alla fine degli anni Sessanta e più precisamente al ‘68, e forse, risalendo, agli anni Settanta con l’apice del ‘77, ma difficilmente si fermerebbe ad un periodo meno lontano nel tempo come il 1990, quando “un elemento selvaggio irruppe nelle città e nelle Università italiane a turbare i sogni tranquilli di molti” sotto le sembianze di una “Pantera”[1]: un vortice di protesta  durato solo pochi mesi che sconvolse il mondo universitario italiano. Dal 5 dicembre del 1989, quando a Palermo fu occupata la Facoltà di Lettere e Filosofia, la protesta risalì tutta la penisola con ramificazioni che coinvolsero più di cento facoltà, per poi terminare solo nel mese di aprile del ‘90.

Mappa delle occupazioni. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Un movimento di lotta studentesco che ebbe dunque breve durata ma di forte impatto sugli Atenei italiani. La protesta ebbe origine attorno al rifiuto del progetto di riforma che prevedeva una trasformazione in senso privatistico dell’Università; relatore di questo disegno di legge era stato Antonio Ruberti, ministro socialista dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel governo pentapartito guidato da Giulio Andreotti.

Gli studenti si mobilitarono in numero sempre più crescente concentrando i loro sforzi contro la riforma universitaria, pretendendo il suo ritiro immediato insieme alle dimissioni dello stesso ministro. Una riforma che venne studiata a fondo dagli studenti, soprattutto quanto la privatizzazione avrebbe inciso sull’Università rendendo di fatto le facoltà umanistiche come di serie B rispetto a quelle scientifiche-tecnologiche. Nei mesi di occupazione fu analizzata anche la didattica e la qualità del sapere e gli studenti si organizzarono in commissioni didattiche di facoltà e interfacoltà, producendo molti seminari autogestiti e stilando progetti alternativi sul diritto allo studio. Le occupazioni svilupparono inoltre nuove forme di partecipazione comunitaria, si viveva di giorno e di notte in facoltà, si mangiava insieme (alcune facoltà avevano organizzato delle vere e proprie mense) e oltre a partecipare a gruppi di studio o seminari per la sera venivano organizzate feste, cineforum, spettacoli teatrali e concerti. E a latere delle assemblee e delle feste si vedevano ragazzi cantare e ballare nelle ore più strane e in ogni luogo, si era creato un clima gioioso all’interno di ogni facoltà e vi era la consapevolezza di poter gestire uno spazio prima percepito come arido e ostile e adesso invece luogo di incontro e socializzazione. Si sperimentava non solo l’idea di un’altra università, ma anche l’idea di un altro modo di vivere le relazioni interpersonali, di provare sentimenti, emozioni e valori alternativi a quelli dominanti un po’ come accadeva negli anni fine Sessanta e durante gli anni Settanta. Si percepiva la sensazione di essere protagonisti di un grande movimento nazionale che rafforzava una coscienza politica “di sentirsi parte di uno status collettivo (quello dello studente) che prima era smarrito e confuso nelle mille storie personali di ognuno[2].

Il movimento prese forma in un periodo storico sia di crisi internazionale, dopo la caduta del muro di Berlino, fra lo sfaldamento del blocco Sovietico e l’avvio alla globalizzazione capitalistica, sia nazionale nel momento più alto di una crisi del sistema politico italiano sfociato di lì a poco in Mani Pulite, con l’implosione della “prima Repubblica”, preceduta dalla fine del PCI nel contesto delle profonde trasformazioni geopolitiche avvenute in Europa dell’Est e URSS fra il 1989 e il 1991, a partire dal “crollo” del muro di Berlino. E fu in questo clima di crisi generale che avvenne il risveglio dal letargo degli anni Ottanta con una scintilla scoccata a Palermo che infiammò la protesta in tutti gli atenei italiani.

Da rilevare che la nascita del movimento nel capoluogo siciliano si legò anche alla lotta alla mafia che in quel periodo aveva nel sindaco Leoluca Orlando il suo più autorevole esponente. Il legame fra le lotte fu spontaneo perché la legge Ruberti stabiliva per le imprese l’opportunità di entrare nei consigli di amministrazione delle università, e in Sicilia parlare di apparati produttivi significava parlare di mafia (purtroppo non solo allora…) e quindi ci sarebbe stata la legittimazione formale dell’ingresso della malavita organizzata nei consigli di facoltà[3]. Fin dall’inizio gli studenti palermitani dimostrarono una grande determinazione nel portare avanti la loro protesta, determinazione dimostrata anche quando decisero di mantenere l’occupazione delle facoltà malgrado le feste natalizie, rinunciando a trascorrerle in famiglia. “A Natale con il panettone continueremo l’occupazione” lo slogan che rimbalzò per tutta la penisola facendo scendere migliaia di studenti in Sicilia per le feste[4]. E naturalmente fu enorme la partecipazione ai veglioni di fine anno nelle varie facoltà occupate… Ma a Capodanno scesero tutti in piazza per dimostrare all’opinione pubblica che l’occupazione durante le feste non era soltanto un’occasione per divertirsi e far baldoria ma anche un momento di confronto per l’organizzazione della protesta.

 

LA PANTERA E IL FAX

Perché “Pantera”? Il nome deriva da un fatto di cronaca: una pantera, probabilmente addomesticata da qualche temerario e fuggita dal suo padrone, fu avvistata per le strade romane la notte del 27 dicembre del 1989, ma nessuno riuscì mai a trovarla. Aveva scelto la libertà… “era scappata di casa”, e naturalmente incuteva timore nei cittadini romani. A due giovani pubblicitari Fabio Ferrini e Stefano Maria Palombi questo fatto insolito fece venir in mente lo slogan “La pantera siamo noi” e disegnarono il logo rielaborando il simbolo delle Black Panters americane per poi donarlo agli studenti “ribelli”[5].  Fu accettato all’unanimità come simbolo della loro protesta: metaforicamente stava a significare che gli studenti non sono affatto addomesticati, che vogliono essere liberi, che possono avventurarsi in territori sconosciuti, che possono far paura! “La Pantera affila i denti, lotta insieme agli studenti[6].

Giornale “L’unità”. Foto scattata alla mostra “La Pantera siamo noi. Il Movimento studentesco del 90, tra protesta, progetti e speranze.” presso il MEUS di Bologna.

Il logo giunse agli occupanti proprio il giorno in cui si erano radunati in un’assemblea di interfacoltà alla Sapienza e fu inviato per via fax.  E proprio il fax sarà la vera novità comunicativa del movimento che grazie a questo strumento, in dotazione agli uffici amministrativi, le facoltà occupate si scambiavano messaggi, mozioni, documenti e comunicati stampa: una vera e propria rete fax per comunicare, precursore delle attuali e diffuse mailing list.

Come funzionava la rete fax. Fonte: Archivio Marco Pezzi, Bologna, in Massimiliano Denaro, “1990, il movimento studentesco della Pantera“, Tesi di laurea in Scienze politiche, anno accademico
2005-6.

Sex, Fax e Rock’ n’Rool” scritta che si poteva trovare in alcune segreterie di facoltà o nei corridoi giocando sul ruolo di quel fax diventato ormai l’arma segreta del movimento[7]. Nel linguaggio della Pantera il gioco di parole sembrava prevalere su tutto e si serviva di ricordi, frasi celebri e scampoli di libri di testo… rifacendosi un po’ alla stravaganza, alla derisione e all’umorismo di stampo dadaista: “Ruberti stai in campana se no la Pantera ti sbrana[8].

Ma ci furono anche delle vere e proprie forme artistiche, come i murales intesi dagli studenti come modo per riscrivere i muri delle facoltà. Alla fine del movimento le mura delle università italiane avevano davvero mutato in parte il loro colore, e molti dei grandi murales della Pantera resisteranno per anni. Ma, senza dubbio, l’espressione culturale più rappresentativa e che ebbe maggiore successo è stata la musica Rap italiana: una vera e propria esplosione politica e culturale fece il suo ingresso nelle facoltà occupate e nelle manifestazioni diventando la colonna sonora della contestazione contro la riforma Ruberti. Durante le occupazioni il rap ha cessato di essere un genere di nicchia per trasformarsi in uno strumento di comunicazione politica. Il linguaggio hip hop, con il suo ritmo incalzante, si adattava perfettamente alle esigenze della nuova generazione.

La creatività artistica permeava molte forme di protesta della Pantera, che oltre alla streetart e alla musica rap, realizzò video, happening, flashmob… si ricorda il corteo circense che sfilò per le vie di Roma, una sorta di sfilata in maschera con mimi e momenti di animazione, una manifestazione ironica di derisione, condita da inediti e taglienti slogan, a cui parteciparono più di cinquemila studenti che ebbe il suo momento massimo quando la vasca sotto il tempio di Minerva, ormai senza acqua e usata per lo skateboard, fu riempita di giornali stracciati e su quel “mare in tempesta” fu fatta navigare una barca di carta, simbolo del movimento in balia della “stampa di regime”[9].

La stampa nazionale inizialmente dette poco risalto, quasi ignorando, le occupazioni delle facoltà degli studenti palermitani, forse immaginando che fosse una protesta circoscritta in seno all’isola siciliana. Solo i due quotidiani locali, “Il giornale di Sicilia” e “L’Ora” ne davano notizia schierandosi l’uno contro e l’altro a favore: il primo criticava l’occupazione perché egemonizzata soltanto da una parte di studenti che non lasciavano alcun spazio a coloro che volevano continuare le lezioni; il secondo invece appoggiava appieno la protesta al punto tale di farsi promotore di un’iniziativa giornalistica che rimarrà quasi unica nello scenario editoriale italiano, offrendo agli stessi studenti una pagina settimanale sotto la cura tecnica della redazione, continuando però a commentare indipendentemente le loro iniziative[10]. Ma ci fu un momento in cui la Pantera rimbalzò su tutti i quotidiani nazionali, manifestandosi appunto come quella “stampa di regime” agli occhi di chi occupava: i primi di febbraio in un seminario autogestito del movimento romano “Vecchi e nuovi movimenti”, prese la parola un ex brigatista raccontando la propria esperienza nella lotta armata. Questo bastò per scatenare il giorno dopo la stampa nazionale: La Pantera nella trappola del terrorismo (Corriere della sera), Un’ombra sulla Pantera (Il Messaggero), L’ex BR al movimento: grazie a voi gli anni Ottanta sono proprio finiti (La Repubblica) … titoli del genere si sprecarono su quasi tutti i giornali. Una valanga di critiche volte a screditare il movimento studentesco che fino ad allora aveva cercato di apparire con intenti non ideologici ma trasversali e mai violenti[11]. “Non siamo terroristi. Giornali e televisione, in questi giorni, hanno affermato che vi sono state lezioni tenute da brigatisti all’Università occupata. Queste notizie sono false e tendenziose e tendono a screditarci agli occhi della gente che ci appoggia. Siamo un movimento democratico, apartitico e pacifico che mai si potrebbe riconoscere negli ideali del terrorismo (…)[12].

Pacifici, democratici e antifascisti” con questa dichiarazione si aprivano un po’ tutte le mozioni delle facoltà occupate, ed era come una volontà nel voler ribadire la propria identità per sfuggire dall’equivoco di apparire come un movimento impolitico o corporativo, e soprattutto per non rimanere intrappolati dall’egemonia delle organizzazioni politiche.

 

SAMARCANDA

Il rapporto con la stampa fin dall’inizio fu, dunque, complicato e contraddittorio; vi era una forte diffidenza nei confronti dei mass media responsabili secondo l’opinione degli studenti di travisare metodicamente il movimento. E infatti a tal proposito rifiutarono di intervenire in qualsiasi trasmissione televisiva che non fosse in diretta per paura di possibili manipolazioni senza possibilità di controllo. Si dovette attendere il giornalista Santoro con la sua trasmissione in diretta “Samarcanda” per avere visibilità in un canale nazionale e poter sfruttare l’occasione non solo per propagandare le occupazioni, ma anche per illustrare le proprie ragioni facendo piazza pulita di tanti equivoci. Il collegamento avvenne con gli studenti romani assiepati nell’aula 1 di Lettere e con quelli nell’Aula magna dell’università di Palermo. Quella trasmissione rappresentò un vero e proprio salto di qualità per l’intero movimento, che finalmente poteva farsi portavoce di un malcontento generale per il sistema universitario alla luce della riforma Ruberti, avendo un uditorio a livello nazionale senza correre il rischio di manipolazioni e fraintendimenti. Ora gli studenti potevano esprimersi senza mediazione e farsi conoscere per quello che rappresentavano dagli italiani: nessuno poteva più giocare sulle comode mistificazioni dei bravi ragazzi che vogliono solo una maggiore efficienza, o di una massa di indolenti che hanno trovato il pretesto per divertirsi anziché studiare e seguire le lezioni[13].

 

31 GENNAIO 1990: PRIMA ASSEMBLEA NAZIONALE A PALERMO

Non poteva che essere indetta a Palermo la prima assemblea nazionale, la città da cui era partita la protesta della Pantera, il centro propulsore del movimento. Nell’aspettativa di molti doveva essere un momento in cui il movimento trovava una forma di organizzazione democratica nazionale, un momento di confronto sulla linea politica da seguire, un’assemblea che avrebbe dovuto fornire spunti per la mobilitazione e su come ottenere il ritiro del disegno di legge Ruberti… e invece non avvenne niente di tutto ciò. Giunsero nel capoluogo siciliano studenti da tutta Italia, e già cominciarono i primi contrasti in quanto alcune facoltà non avevano accettato la regola dei 6 delegati, decidendo di essere rappresentate solo da studenti a titolo personale. Ci furono, quindi, centinaia e centinaia di presenze in più rispetto al numero preventivato rendendo impossibile effettuare l’assemblea: l’Aula Magna era praticamente assediata da migliaia di persone dentro e anche al di fuori che volevano partecipare al dibattito. Fu deciso di rimandarla il giorno dopo e di svolgerla all’aperto per garantire la possibilità a tutti di parteciparvi. Ma l’assenza di una direzione politica unita alla forte spontaneità del movimento crearono caos e confusione al punto che l’Assemblea di Palermo non riuscì a prendere decisioni nemmeno sulle cose più elementari… l’unica decisione presa fu continuare l’occupazione. Un’occupazione che cominciava sempre più a pesare sugli Atenei e sulla politica italiana e iniziarono le pressioni sugli studenti per far riprendere le lezioni e consentire lo svolgimento degli esami; come in un coro l’invocazione dei Rettori, dei partiti e delle più alte cariche dello Stato ripetevano come ad libidum: “Liberate gli atenei e accogliete l’offerta di trattare avanzata dal ministro Ruberti”.

Ma la Pantera non arretrava e la mobilitazione continuò coinvolgendo ancora più facoltà lungo tutta la penisola. Così come continuavano le critiche degli studenti contro quella mentalità liberista che avrebbe poi indirizzato le successive riforme dell’istruzione: quella massimizzazione dei profitti come scopo principale, se non l’unico, verso il quale la società doveva tendere[14].

 

 

NOTE:

[1] Nando Simeone, Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso, Alegre, Roma 2010, P. 78.

[2] Ivi, p. 67.

[3] Cfr. Michele Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, “Diacronie studi di storia contemporanea”, 49 1/2022, pp. 114-15, e Luca Falciola, Le premesse di una nuova sinistra, in La meglio gioventù. Dalla Pantera ai nuovi movimenti, Left, Roma 2020, pp. 27-35

[4] Rino Csscio, Cenone in facoltà, in “Manifesto”, 3 gennaio 1990.

[5] La storia del logo la racconta Nando Simeone a pagina 75-6 del suo Gli studenti della Pantera, cit. Una storia un po’ diversa emerge dal racconto del Duka, all’epoca membro dell’Onda rossa, il quale sostiene che il simbolo furono loro a portarlo da Milano, stampato su di un volantino con la traduzione dei testi dei Public Enemy ricevuto al Cox18. PHILOPAT, Marco, Lumi di punk, Milano, Agenzia X, 2006, p. 64, in M. Sgobio, I loro incubi sono i nostri. Il movimento della Pantera tra critica al neoliberismo e nuovi modi di comunicare, cit., pp. 128-29.

[6] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 78.

[7] Cfr. Massimiliano Denaro, Cento giorni. Cronache del movimento studentesco della Pantera, Marsala, Navarra Editore, 2007.

[8] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., p. 77.

[9] Carmelo Albanese, C’era un’Onda chiamata Pantera, Manifestolibri, Roma 2010, p. 66.

[10] N. Simeone, Gli studenti della Pantera, cit., pp. 56-7.

[11] Ivi, pp. 94-5.

[12] Lettera aperta degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche occupata di Palermo, in Ivi, pp. 162-3.

[13] Ivi, p. 68.

[14] Cfr. Pietro Maltese, La Pantera: il primo movimento contro l’università neoliberale, Istituto poligrafico europeo, Palermo 2021.

 

Articolo pubblicato nel mese di giugno 2026.