E GLI ANGELI DEL FANGO SCESERO SU FIRENZE DEVASTATA DALL’ALLUVIONE

“…questi fiumi rovinosi, che quando
s’adirano, allagano e’ piani, ruinano
gli alberi e gli edifizi… ogni uomo cede
all’impeto loro, senza potervi in
alcuna parte obstare.” (“Il Principe” di Machiavelli)
“O Rosa, ma che l’hai chiuso l’acquaio ieri sera? E sento un gran pisciolio d’acqua!” Purtroppo, non era solo un “pisciolio” d’acqua, con cui iniziava la canzone sull’alluvione del cantautore e menestrello Riccardo Marasco, ma un’enorme massa d’acqua torbida di fango e nafta che si riversava nelle strade e nelle piazze di Firenze sommergendo cantine, negozi e abitazioni e raggiungendo nei punti più alti quasi 6 metri di livello. Il 4 novembre 1966 le acque dell’Arno invasero la città portando morte e lasciando migliaia di persone senza un tetto, oltre ad arrecare un indicibile danno ai tesori d’arte custoditi per secoli all’interno delle mura della città. Un disastro naturale, tragico che ha svilito quei “doni” che Firenze aveva portato alla cultura ed alla civiltà, quella ricchezza artistica che “trasuda dai muri stessi delle sue case e si riversa nelle piazze e nelle vie per essere partecipata da tutti”[1] ma che l’Arno aveva sommerso con le sue acque rendendo il mondo intero più povero, triste e in lutto.
La sera prima del 3 novembre, nonostante la pioggia battente da giorni e l’Arno con i suoi affluenti in piena, nessuno poteva prevedere una catastrofe così immane. In città la vita scorreva come sempre, era la vigilia della festa delle Forze Armate, le scuole erano chiuse per il ponte di Tutti i Santi, che all’epoca durava dal 1° al 4 novembre, e quell’anno addirittura fino alla domenica 6. I cinema erano affollati, e ironia della sorte, alcuni film che venivano proiettati avevano titoli come “I combattenti della notte” o “Che notte, ragazzi!” che diventavano profetici, con tragica ironia, di una delle più tremende esperienze che una comunità di quasi mezzo milione di persone avesse potuto vivere.
E Firenze dormiva mentre nella notte cresceva la catastrofe: alle 4 del mattino l’Arno cominciò a ricevere alle soglie della città l’ondata di piena scaricata dalle dighe del Valdarno e quella dei vari affluenti che già avevano seminato disperazione e morte. Nelle zone basse della città l’acqua già trasportava via alberi e automobili. Firenze dormiva mentre il dramma più spaventoso della sua storia era ormai inarrestabile. Le prime falle si aprivano sul lungarno Acciaioli, mentre sul lungarno alle Grazie la spalletta era già superata da un’immane massa d’acqua.
Niente a questo punto avrebbe potuto fermare la catastrofe. Firenze moriva e il mondo non lo sapeva. Firenze moriva e il novanta per cento dei fiorentini ancora non lo sapeva: “l’alba oscura di tempesta si levava su una deserta città di bandiere – per festeggiare le Forze Armate – e di acqua fangosa” preludio di infiniti drammi[2]…
Intorno alle 7.30 l’ultimo ponte, quello di San Niccolò, veniva invaso dalle acque dell’Arno che straripavano, il fiume già scrosciava sopra le spallette del Ponte alle Grazie e del Ponte Vecchio che, invaso dall’acqua, resisteva ancora alla violenza incredibile della piena.
Un mare di acqua fangosa franava sulla città isolata dal mondo, irraggiungibile dal cielo, dalla terra, dalla capitale dei Ministeri e dall’esercito. Dai lungarni, ridotti ormai anch’essi ad un impressionante fiume, l’acqua scendeva verso le vie del centro. Il fiume aveva rotto gli argini, travolto spallette, alberi, fatto saltare il selciato stradale, aveva fatto franare centinaia e centinaia di metri di lungarno, e moltissime automobili in balia della corrente venivano sparate come proiettili dalla piena contro muri, porte e saracinesche… E da quelle auto sommerse che avevano azionato i contatti elettrici si levava un sordo ululato di clacson che per tutto il giorno sarebbe stato il leitmotiv del funerale di Firenze.
Un grande lago si stendeva sulla città che era diventata un’enorme “trappola di morte” da cui non si usciva più, la via Bolognese era bloccata da frane, le autostrade erano interrotte, via Pisana sommersa dall’acqua, mentre la Cassia e la via Senese erano intransitabili. Un fiume di nafta viscida cominciava a fluire in mezzo al fango proveniente dalle caldaie, dalle pompe di benzina, dai depositi di kerosene spaccati dalla furia dell’acqua, e sarebbe stata quell’untuosa linea nera a segnare via via, per la storia di domani, la piena che saliva. Saliva l’acqua e la gente saliva sui tetti specialmente nelle case a uno o due piani agitando lenzuoli bianchi, chiedeva aiuto ma il loro grido disperato sembrava perdersi in un eco senza risposta.
La situazione drammatica si viveva anche all’ospedale San Giovanni di Dio in via Borgognissanti, dove era saltato il gruppo elettrogeno e i malati restavano al buio mentre l’acqua lambiva il piano terra serpeggiando tra le corsie: al lume di candela e di pile si cercava affannosamente, tra le urla angosciate dei degenti, di portare in salvo quei malati impossibilitati a muoversi autonomamente. Anche a Montedomini, il ricovero per anziani di via dei Malcontenti, l’acqua e la melma salivano senza sosta e dalle grandi camerate del pianterreno affannosamente gli ospiti furono portati a spalla su per le scale fino al piano superiore: “A Montedomini mille vecchi fiorentini stanno inebetiti, senza più nulla di proprio, inermi di fronte alla sciagura, alcuni senza neppure capirla. Si è subito manifestato nei più uno stato confusionale. O non fanno nulla o si perdono in cose minute, mentre la casa era un lago, vecchiette tentavano di levar con la scopa l’acqua dal pianerottolo, altre cercavano un gatto o un vecchio lenzuolo con le cifre…un vecchio con i pantaloni a righe e una papalina in testa ramazzava l’acqua con movimenti lenti senza espressione…Quando hai 80 anni e un fiume ti entra in casa non è facile da capire né da combattere…”[3].
Nel caos anche l’ospedale psichiatrico di San Salvi quando dopo mezzogiorno arrivò la terribile onda di piena invadendo viali e giardini e sollevando i pavimenti come fossero di carta. In un’ora l’acqua raggiunse il livello di tre metri. Alcuni dei ricoverati urlavano per la paura, altri mugolavano impietriti: medici, infermieri e suore cercavano di calmarli parlando ai degenti piano con dolcezza come ci si rivolge ai bambini, ma avevano la morte nel cuore, sapendo che la farmacia era completamente allagata con tutti gli psicofarmaci che avrebbero potuto calmare i pazienti.
E quando l’acqua fece la sua comparsa anche nel carcere delle Murate, raggiungendo in poco tempo i quattro metri di altezza, il terrore esplose fra i detenuti che, sopraffatte le guardie, raggiunsero i tetti e alcuni di loro imperterriti pur di riassaggiare la libertà si tuffarono nelle acque vorticose di fango e di nafta. I più audaci e sicuri si salvarono, ma uno di loro, forse il più giovane, esitò qualche attimo sopra il tetto e quando si tuffò fu visto annaspare e sparire sotto la viscida nafta. Lo ritrovarono giorni dopo in una cantina di via dei Pepi. Quella piena a cui chiedeva la libertà lo portò senza dubbio lontano dal carcere…ma portò il suo cadavere.
Quel 4 novembre Radio Londra lanciava un allarme disperato: “Il mondo sta per perdere una delle sue gemme: Firenze[4]”. Ma contro quel fiume che tentava di strappare alla città il suo passato e il suo futuro c’erano donne e uomini che fin dall’alba avevano iniziato a lottare “Uomini e donne che avevano il volto antico della città: quello angoloso e tagliato di Procacci soprintendente, di padre Cocci, frate francescano e storico di Santa Croce, quello calmo e intento Di Umberto Baldini capo del gabinetto restauri, quello di disperata tensione di Luisa Becherucci, direttrice degli Uffizi, quello di Maria Luisa Bonelli direttrice del Museo della scienza. E di altri meno noti ma mossi dalla stessa forza: frati, operai, guardie”[5].
E il mondo stava per perdere del tutto il crocifisso di Cimabue – un’ opera di inestimabile valore che segna il passaggio fra l’arte medievale e l’arte giottesca – distrutto al 70 per cento, è rimasto come il simbolo più emblematico della devastazione nel campo artistico provocata dall’alluvione: nel tentativo di rendere meno traumatica la sua deturpazione “per due giorni i frati e i tecnici del restauro crivellarono l’acqua del pavimento e la mota paludosa con dei setacci, per recuperarvi una ad una le minuscole crosticine di colore del prezioso Crocifisso…”[6].
L’alba del 5 novembre fu “l’alba livida della tregua tra l’Arno e i fiorentini”[7]. Nelle prime ore del mattino l’acqua si era fermata ed era cominciata a scendere: l’acqua si ritirava lasciando dietro di sé 35 morti, centinaia di feriti, 70 mila famiglie alluvionate, 6 mila negozi devastati, 20 mila automobili nel fango, migliaia di officine, laboratori, tipografie, botteghe artigianali, cantine allagate. L’alba del 5 novembre rivelò anche che l’alluvione non era formata da sola acqua, ma era fatta soprattutto di immondo fango e di lurida melma. A sommergere la città erano stati i grossi e grassi campi del Valdarno superiore che invasero le vie e le piazze, con la loro terra, le loro zolle erbose, i loro arbusti, i loro alberi, rimasti incastrati negli archi dei ponti o attraverso le strade. L’acqua era stata il veicolo rapidissimo nel trasporto della terra, della mota, dei vegetali, degli animali morti, facendo saltare le fognature, rigurgitare i pozzi neri, esplodere i depositi di carburanti, in modo che la terra argillosa venne abbondantemente concimata diventando un liquame nauseabondo, intriso di sterco mescolato alla nafta, dentro il quale ogni cosa si macerava e si corrompeva. Questa fu la più repellente sorpresa che i fiorentini ebbero quando l’acqua venne lentamente ringoiata dalle fogne e riconvogliata tra gli argini rotti del fiume. Sulla città riemersa dal diluvio era distesa un’oscena coltre di melma, dentro la quale erano rimasti prigionieri oggetti d’ogni valore, carogne d’ogni specie, materiale d’ogni qualità. Erano completamente distrutte la rete dell’acquedotto, le condutture del gas, i cavi dell’elettricità e del telefono e inoltre andarono perduti o danneggiati centinaia di opere d’arte, migliaia di metri quadrati di pitture murali, migliaia di oggetti d’arredo, migliaia di manufatti cartacei. Durante l’alluvione Firenze fu invasa da 250 milioni di metri cubi d’acqua e da 600 mila di fango, uno scenario apocalittico che mise in ginocchio tutta la città.
La lotta contro l’acqua non era durata che ventiquattro ore, quella contro il fango doveva durare alcuni mesi, e fu la più dura, la più faticosa, la più avvilente, la più esasperante. Mise alla prova, non soltanto la coraggiosa intraprendenza, ma l’ostinata resistenza della popolazione, passata dal terrore delle onde al ribrezzo della fanghiglia.
Ma fin da subito i fiorentini si rimboccarono le maniche immergendosi in quel fango terribilmente appiccicoso per rimediare all’immane devastazione in cui era caduta la città e per tentare di riprendere al più presto il corso normale della propria vita. Era come una lotta ostinata ed impari contro la mota, che gettata dalla porta pareva rientrare dalle finestre basse, colava dalle pareti, usciva dai mobili, si insinuava sotto i vestiti, schizzava negli occhi, impastava la bocca. La mancanza di acqua per lavare rendeva il lavoro quasi impossibile da portare avanti: “E fango era il pane, fango era la sigaretta, fango era il fazzoletto, il portafoglio, l’orologio. E fango colava dai capelli, fango usciva tra le dita, fango entrava nelle unghie, fango si fermava agli angoli della bocca, fango si posava sui lobi delle orecchie”[8]. Lavoravano nel fango, tutto era fango, ogni cosa sapeva di fango, dovunque c’era sentore di fango, pensavano solo al fango, parlavano esclusivamente di fango, parlavano… col fango. Si frugava per ore e ore faticosamente nella mota ma, nonostante l’immane tragedia, c’era chi non aveva perso il buon umore come quei commercianti che appendevano sotto le insegne dei propri negozi cartelli ironici del tipo “Oggi grandi ribassi. Prezzi sott’acqua” apparso in un negozio di abbigliamento, o quello di una trattoria “Oggi niente arrosto. Soltanto umido”, oppure una farmacia che aveva scritto “Cura di fanghi medicamentosi”[9].
Dal giorno dopo dell’alluvione, dunque, donne e uomini, soprattutto giovani, si presentarono ai comitati, alle case del popolo e alle parrocchie, offrendo la loro disponibilità, il loro tempo e il loro lavoro volontario, attratti dal bisogno di fare e come da un impegno diverso da quello che avevano conosciuto fin da allora. Si dice che in quei giorni a Firenze si poteva contare solo sui preti e sui comunisti, la croce e la falce e il martello che, smesso di darsi battaglia, uniti si adoperavano per dare un aiuto a chi ne aveva bisogno. Parrocchie e case del popolo, all’inizio unici centri di aggregazione funzionanti nella latitanza delle istituzioni, per giorni furono centri di smistamento di generi alimentari, acqua, sapone, coperte…ecc[10]. Sembra che addirittura l’alluvione fosse venuta in aiuto al sindaco Bargellini, il cui mandato senza questo “salvataggio dalle acque” sarebbe stato davvero breve. Raccontano infatti che Bargellini abbia più volte affermato: “Io e Mosè siamo stati tutte e due salvati dalle acque” a significare che egli, di fatto decaduto dal suo ruolo di sindaco – si era dimesso il 30 settembre a seguito di una convulsa seduta del Consiglio comunale – fu riportato in carica proprio dall’alluvione[11].
All’epoca in Italia non era ancora stata istituita la Protezione Civile e la risposta spontanea dei volontari fiorentini fu quindi sorprendente e con dedizione e fatica tentavano di rimettere in moto la vita nella loro città. Ma c’era da pensare anche all’inestimabile materiale artistico e i tesori d’arte erano troppi e il fango metteva a rischio dipinti, affreschi, manoscritti, libri, sculture… Gli Uffizi, la Biblioteca Nazionale, l’Archivio di Stato, il Gabinetto Viesseux, la Chiesa di Santa Croce, il Duomo e il Battistero erano stati pesantemente colpiti dalle forze delle acque, dalla nafta e dal fango mettendo a rischio il loro patrimonio culturale, un patrimonio immenso, universale, canonico ed è per questo che la sua perdita sarebbe stata culturalmente insopportabile. E a quel punto nella tragedia, accadde qualcosa di straordinario. Moltissime persone, soprattutto giovani si misero in viaggio dall’Italia e da tutto il mondo per raggiungere Firenze. In città arrivarono migliaia di volontari per tentare di salvare quel patrimonio artistico: una catastrofe che sfociò in un grande movimento di solidarietà. Giovani di varie nazionalità, di diverse religioni, mossi da un sentimento di appartenenza alla “città universale”, arrivarono e si prodigarono oltre ogni limite per settimane a lavorare, con stivali di gomma, immersi nel fango, per portare all’asciutto opere d’arte e libri. Giovani che parlavano lingue diverse ma che si intendevano perfettamente nel passarsi di mano in mano i secchi di melma nerastra. Nel giro di qualche settimana prendere parte agli aiuti era diventato una sorta di imperativo, come un sentimento di appartenenza trascendente la territorialità: l’idea di salvare un patrimonio universale sembrava aver cancellato le frontiere degli Stati-Nazione. All’inizio i volontari non avevano nessuna competenza specifica in materia di aiuti, e neppure l’equipaggiamento idoneo. Partivano per aiutare Firenze, senza sapere dove avrebbero lavorato, mangiato o dormito. Alla sensazione di partecipare ad una delle più importanti operazioni di salvataggio nella storia dell’umanità, si aggiungeva la consapevolezza di un gesto che affermava un’appartenenza: se all’inizio si partiva per andare a salvare un patrimonio, che la stampa nazionale e internazionale riaffermava come universale, dopo alcune settimane ci si mobilitava perché bisognava esserci, “perché salvare quel patrimonio era un gesto obbligato, Firenze era il suolo su cui marciare, il fango l’insegna da conquistare”[12]. Questo gruppo di giovani dai contorni indefiniti, dalle proporzioni immense, poliglotta e transazionale, accoglieva nelle sue file chi arrivava in nome della cultura, facendo dei libri il proprio simbolo e del fango la propria singolare “cifra distintiva”.
In quel momento si faceva sempre più impellente l’esigenza di salvare un infinito numero di libri in forte pericolo della Biblioteca Nazionale rimasti nel fango, e moltissimi giovani giunti a Firenze, per lo più studenti, venivano là indirizzati nella speranza che il maggiore numero di forze messe in campo potesse accelerare il processo di salvataggio[13]. Questi giovani come mossi da una percezione del ruolo fondamentale giocato dal libro nella nostra cultura – cultura allora essenzialmente scritta – formavano catene umane passandosi di mano in mano libri melmosi dalla mattina alla sera con la ferma volontà di mantenere in vita quella memoria storica che altrimenti si sarebbe perduta per sempre. Possiamo dire che l’alluvione rafforzò la consapevolezza del valore a volte sottovalutato che ha una biblioteca, quella sua funzione di memoria e di educazione per la società che le vive attorno. Al freddo e con gli stivali nell’acqua, alla luce di candele e a rischio di polmoniti nei sotterranei allagati questi ragazzi prelevavano con delicatezza, come consigliavano gli esperti, i testi ridotti ad ammassi fangosi, diventati pesantissimi e scivolosi blocchi inzuppati, e una volta sollevati li passavano di mano in mano per trasferirli all’aperto in un’epica corsa contro il tempo.
In generale furono seppelliti dal fango un milione e duecentomila volumi, molti dei quali, fra i più preziosi, come la raccolta più antica della Biblioteca, del fondo Magliabechiano, o la raccolta Palatina, composta da antichi atlanti botanici e faunistici, giacevano nel sottosuolo, luogo dove erano stati portati durante la Seconda guerra mondiale per preservarli dai bombardamenti e lì lasciati anche dopo il conflitto perché ritenuto un luogo sicuro. Nessuno poteva immaginare che il luogo più sicuro dalle bombe divenisse il luogo più pericoloso perché più esposto ad essere sommerso dal fango quando arrivò l’alluvione.
Era una dura lotta con quel fango che seccandosi sarebbe stato difficile scrostare in modo “indolore” laddove si era attaccato: la poltiglia che ricopriva libri, manoscritti, carte geografiche antiche si poteva eliminare solo con procedure d’urgenza e attraverso il numero di forze che potevano essere introdotte nell’emergenza. Il tam tam messo in atto dagli stessi giovani unito alle preoccupazioni e timori lanciati dai media facevano aumentare ogni giorno le fila dell’esercito di salvezza della Biblioteca Nazionale. Non esistevano ancora le grandi organizzazioni del volontariato organizzato e Firenze fu il primo test della mobilitazione volontaria di un esercito senz’armi e senza divise e pronto per altre imprese ed altre emergenze. Non spalarono solo fango e non salvarono solo milioni di testi e opere d’arte, ma furono testimonial di una indimenticabile pagina di storia e di passione civile.
“Chi viene (a Firenze), anche il più cinico, anche il più torpido, capisce subito… che d’ora innanzi non sarà più permesso a nessuno di fare dei sarcasmi sui giovani beats. Perchè questa stessa gioventù…oggi ha dato… un esempio meraviglioso, spinta dalla gioia di mostrarsi utile, di prestare la propria forza e il proprio entusiasmo per la salvezza di un bene comune. Onore ai beats, onore agli angeli del fango”[14]. Così scriveva Giovanni Grazzini in un articolo sul Corriere della Sera del 10 novembre del 1966. Probabilmente Grazzini fu il primo ad utilizzare l’espressione “angeli del fango” con la quale di lì in poi e ancor oggi si descrivono i volontari, spesso giovani, che partecipano alle operazioni di pulizia delle città dal fango dopo un’alluvione.
Ma con chi ce l’aveva il giornalista Grazzini… e poi chi erano questi ragazzi del ‘66 chiamati Beats? Ce l’aveva con coloro che incarnavano il perbenismo imperante in quegli anni e inorridivano al cospetto di quei giovani con capigliature fluenti, vestiti a loro parere oscenamente, accompagnati da ragazze “seminude” solo perché indossavano la minigonna; ce l’aveva con coloro che disapprovavano quel modo di comportarsi e di contestare i padri; ce l’aveva con coloro che si fermavano soltanto all’apparenza provando una forma di ribrezzo per il loro lato estetico. Una notizia riportata dai giornali proprio quello stesso anno e che fece scalpore raccontava di un preside che aveva sospeso dalle lezioni uno studente solo perché portava i capelli troppo lunghi. E non era raro in quel periodo che giovani con i capelli lunghi, chiamati capelloni, che si radunavano nelle piazze cittadine venissero fermati dalla polizia e portati in questura per accertamenti in nome del pubblico decoro e per la quiete pubblica[15]. I capelloni degli anni Sessanta erano giovani influenzati dal movimento beat e dalla cultura anglosassone che portavano i capelli lunghi come simbolo di dissenso contro la società borghese e conformista. Il movimento rappresentava una rivolta contro i padri e una protesta contro il modello consumistico: “Come potete giudicar, come potete condannar, per i capelli che portiam…” così cantavano i Nomadi, complesso (allora i gruppi musicali si chiamavano così) nato nel periodo Beat italiano.
L’alluvione fece emergere dal fango anche questi giovani con capelli lunghi e barbe incolte e indurite dalla melma che lavoravano senza sosta per far tornare a splendere la città di Firenze. “E d’ora in avanti, che nessuno si permetta più di insultarli: sono stati degli angeli, gli angeli del fango” concludeva così l’articolo Grazzini ammonendo quegli “…ipocriti, professionisti di cipiglio, ruderi di cartapecora” che offendevano e storcevano la bocca al cospetto dei giovani con i capelli lunghi[16]. In una Firenze nel fango c’era chi guardava con una certa diffidenza l’arrivo delle avanguardie di capelloni con barbe contestatrici e insieme ai badili le chitarre in spalla, per questi benpensanti i ragazzi che affluivano in città erano felicemente fuori da ogni rigido schema sociale e quindi inappropriati a svolgere una funzione così importante. E invece questi giovani giunti da soli o in gruppi e organizzati alla meglio sapevano cosa fare: rimboccarsi le maniche e aiutare i fiorentini a pulire e spalare melma e fango[17].
In quello scenario di emergenza totale, la città iniziò improvvisamente a riempirsi di giovani, scendevano alla stazione di Santa Maria Novella appena riaperta o da automobili riempite all’inverosimile, raggiungevano Palazzo Vecchio che li smistava tra musei, biblioteche, chiese, botteghe abitazioni e cantine. E da subito si mettevano a lavorare facendosi largo nell’acqua e fango misto a nafta, tra deiezioni fognarie, suppellettili ridotte in poltiglia, cibo marcito, carcasse di mucche e maiali e altri animali che facevano rischiare epidemie ed infezioni. Restavano per ore, anche sedici al giorno, al freddo, alla luce di candele con badili secchi e scope. Gli “angeli” contribuirono a ripulire la città affiancando i loro coetanei fiorentini, gli scout, i soldati dell’esercito… E non c’era strada alluvionata, piazza, museo, chiesa, biblioteca, cantina dalle quali non uscissero infangati, stanchi ma sorridenti, e la sera, dopo aver cenato con cibi in scatola, improvvisavano canzoni accompagnandosi con la chitarra. Per molti di quei giovani la mobilitazione di Firenze fu una sorta di anticipazione del maggio del sessantotto, si intravedevano gli stessi segni della volontà di agire sul mondo, si apriva le porte alla costituzione dei giovani come soggetto collettivo, universalmente riconosciuto e portatore di ideali. E ciò che si provava nel ‘66 non era altro che la premessa dell’atmosfera che avrebbe circondato il ‘68, ma senza averne la consapevolezza. In quell’occasione i giovani non erano ancora mossi da quelle pulsioni ribelli che si manifestarono energicamente nel Sessantotto, ma piuttosto da una sorta di pulsione di salvaguardia: i giovani partivano guidati dalla voglia di salvare Firenze, assumendo il ruolo di custodi di un patrimonio immenso costudito dalla città e messo in grave pericolo dall’acqua e dal fango. Lo stesso fango che era il nemico da abbattere divenne ben presto il segno di vittoria della cultura sulla natura, la vittoria della solidarietà sulla disgrazia, al punto che come rappresentazione dell’alluvione di Firenze e la sua rinascita nella memoria collettiva è rimasta impressa l’immagine di quei giovani sporchi di fango.

La “Stele dell’amicizia”, il monumento dedicato nel 1976 agli “Angeli del Fango” in Piazza G. Poggi a Firenze.
NOTE:
[1] Franco Nencini, Firenze. I giorni del diluvio, Sansoni, Firenze 1966, p. 11.
[2] G. Di Leva, Firenze. Cronaca del diluvio, Le Lettere, Firenze 1966.
[3] F. Nencini, Firenze, i giorni dell’alluvione, cit., p. 17.
[4] Ivi, p. 15.
[5] Ivi, p. 14.
[6] Ivi, p. 15.
[7] Franco Quercioli, Non siamo angeli, in Giorgio Valentino Federici (a cura di), La grande alluvione, «Testimonianze», vol. 59, n. 504-505-506, Firenze 2016, p. 72.
[8] Piero Bargellini, Il miracolo di Firenze. I giorni dell’alluvione e gli angioli del fango, Società editrice fiorentina, Firenze 2006, p. 26.
[9] Ivi, p. 23.
[10] Saverio Saccardi, Nel segno della memoria e della speranza, in «Testimonianze», cit., p. 15 e Franco Quercioli, Non siamo Angeli, in Ivi, p. 73.
[11] Mauro Sbordoni, Il Sessantasei e la cassetta “civica” degli attrezzi, in Ivi, p. 82.
[12] Anna Luso, Angeli alla conquista del fango, in «Testimonianze», cit., p. 56.
[13] Un vero esercito di giovani è venuto ad aiutare la città, “La Nazione”, 16 novembre 1966.
[14] Giovanni Grazzini, Si fruga ancora nel fango per ritrovare i capolavori di Firenze, “Il Corriere Fiorentino”, mercoledì 10 novembre 1966.
[15] Erasmo D’Angelis, Angeli del fango. La meglio gioventù nella Firenze dell’alluvione, Giunti, Firenze 2006, p. 148.
[16] Ibidem.
[17] Erasmo De Angelis, Erano giovani e si sentivano parte della “città universale”, in «Testimonianze», cit., p. 69.
Articolo pubblicato nel mese di novembre 2026.



