Call for Papers del numero monografico della rivista «Farestoria. Società e storia pubblica», n. 1 (2027)

Scritture di “gente comune”?

Ricerche, archivi e usi pubblici delle scritture popolari (XIX-XXI secolo)

a cura di Stefano Campagna e Francesco Cutolo

Call for Papers del numero monografico della rivista «Farestoria. Società e storia pubblica», n. 1 (2027)

Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in provincia di Pistoia

Il ricorso alla scrittura da parte di uomini e donne estranei alle élite sociali e al ceto intellettuale, benché affondi le sue radici nell’età medievale e moderna, conobbe un ampliamento graduale e significativo a partire dal XIX secolo. L’estensione dell’alfabetizzazione e della scolarizzazione, che favorì la diffusione delle pratiche scrittorie anche tra i bambini, i processi di nazionalizzazione delle masse, che integrarono ampi settori della popolazione nello Stato nazionale, e la crescente partecipazione delle classi popolari alla vita pubblica tra Ottocento e Novecento contribuirono ad allargare progressivamente la cerchia degli scriventi. Incise altresì la democratizzazione della posta, che rese la corrispondenza epistolare una pratica accessibile anche ai ceti popolari e a quanti avevano competenze scrittorie minime[1].

Furono però i grandi fenomeni di massa, violenti e traumatici, come le guerre mondiali, le migrazioni, gli internamenti e le catastrofi, a generare condizioni di separazione e destabilizzazione che, a loro volta, spinsero la “gente comune” a ricorrere, spesso per la prima volta, alla scrittura. Da tali contesti scaturì una straordinaria varietà di pratiche scrittorie che dovevano servire a mantenere i legami con i propri cari o le proprie comunità di appartenenza, a testimoniare esperienze vissute, desideri e aspirazioni, a rivolgere suppliche alle autorità o a lasciare una traccia di sé. Parallelamente, la nascita del divismo, l’avvento della società dei consumi, l’affermazione del “culto della performance” e, più recentemente, il diffondersi delle tecnologie digitali hanno ulteriormente rafforzato il legame tra scrittura e costruzione delle identità individuali e collettive.

Tuttavia, la storiografia ha a lungo trascurato queste fonti, fino alla loro riscoperta tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, nel quadro del crescente interesse per la storia “dal basso” e per le classi subalterne. Tanto in Italia quanto in Europa, «il fiume carsico delle scritture popolari»[2] — per riprendere l’espressione coniata da Antonio Gibelli in riferimento agli egodocumenti prodotti durante il primo conflitto mondiale — è tornato alla luce, rivelandosi un fecondo ambito di ricerca. In Italia, questo filone si è distinto per la diffusione di iniziative di raccolta, conservazione e valorizzazione delle scritture autobiografiche, spesso nate per iniziativa dei cosiddetti “storici scalzi” (come nel caso della scuola di Rovereto e Trento) o comunque caratterizzate dalla sinergia tra mondo accademico, ricercatori indipendenti e comunità locali. Ne è derivata una rete di archivi, istituti, seminari permanenti e riviste che hanno fatto della conservazione, dello studio e della valorizzazione di queste fonti un vasto e articolato campo d’indagine.

Ad accompagnarne lo sviluppo è stato un costante dibattito storiografico, che muove fin dalla difficoltà a denominare l’oggetto di studio. Per identificare la produzione scritta di «soggetti che non usano la scrittura in modo professionale, ma con competenze scrittorie e livelli di scolarizzazione assai eterogenei»[3] sono state impiegate nel tempo definizioni quali “scrittura popolare” e “scrittura di gente comune”, oltre alle espressioni ordinary writing ed écriture ordinaire, impiegate rispettivamente in area anglosassone e francese. Nessuna di queste definizioni, però, sembra poter restituire compiutamente la complessità e il carattere plurale di questi scritti: da questa problematicità scaturisce la forma interrogativa scelta per il titolo del fascicolo.

Ad essere oggetto di discussione sono state, inoltre, le questioni della rappresentatività e dell’attendibilità degli egodocumenti, data la loro natura soggettiva, con diversi studiosi che hanno mosso obiezioni al loro uso nell’indagine storica. Anche per questo, si è sviluppata un’articolata riflessione metodologica e lo studio di queste fonti si è arricchito di prospettive plurali, capaci di coniugare l’originario approccio “dal basso” della storia sociale con l’analisi microstorica, la storia culturale, la storia delle emozioni, la storia dei consumi, i memory studies, l’analisi linguistica e quella della materialità della scrittura e dei suoi supporti. Non è però infrequente l’uso acritico degli egodocumenti, trattati come corredo illustrativo di tesi già dimostrate o come “serbatoio” di citazioni suggestive, ignorandone il contesto di produzione e tenendoli ai margini della problematizzazione. Si tratta di approcci che offrono il fianco a quanti contestano la legittimità storiografica di queste fonti e che finiscono per indebolire tale campo di studi.

Le scritture popolari hanno poi guadagnato crescente presenza pubblica, come provano le numerose edizioni di testimonianze e i vari musei, mostre, documentari, podcast, produzioni teatrali, progetti di Public History dedicati a scritti intimi. Negli ultimi anni, questo filone si trova anche a far fronte alle trasformazioni profonde determinate dalla rivoluzione digitale, che ha modificato le pratiche di scrittura della gente comune (blog, social network, messaggistica, ecc.), ponendo nuovi problemi di raccolta, conservazione e consultazione. In parallelo, si sono sviluppati progetti di digitalizzazione e di impiego dell’intelligenza artificiale nell’analisi di queste fonti. Quest’ultima offre possibilità inedite, ma pone anche interrogativi metodologici ed etici.

All’approfondimento di questi temi, la rivista «Farestoria» dedica un numero monografico e apre una Call for Papers per sollecitare l’invio di contributi per la sezione “saggi” e per quella “rubriche”, con l’auspicio che le singole esperienze di ricerca siano poste in dialogo con il dibattito storiografico e con una riflessione metodologica sugli egodocumenti. Le proposte potranno svilupparsi lungo le seguenti traiettorie di indagine (la lista non deve considerarsi esaustiva):

  • Problemi, metodi e approcci
  • Analisi di tipologie di scritture e contesti di produzione:
    • Scritture di guerra (soldati, prigionieri, civili in guerra)
    • Scritture migranti
    • Scrittura e storia postale
    • Scritture di supplica e petizioni ai potenti
    • Scritture dei lavoratori e sul lavoro
    • Scritture dei girovaghi
    • Scritture e identità/relazioni di genere
    • Scritture educative e “bambine”
    • Scritture carcerarie e della reclusione
    • Scritture e consumi
    • Scritture della celebrity culture
    • Scritture e crisi (epidemie, catastrofi naturali)
    • Scritture esposte (graffiti, iscrizioni, scritte murali, ecc.)
    • Scritture dell’Io nell’era digitale
  • Rapporto tra scritture di gente comune e storia orale
  • Valorizzazione di singole testimonianze o di piccoli fondi documentari
  • Conservazione, valorizzazione ed esperienze di raccolta delle scritture popolari
  • Scritture popolari e Digital Humanities (ad es., progetti di digitalizzazione, portali web dedicati, uso dell’intelligenza artificiale)
  • Usi, circolazione nei media di massa (film, serie tv, videogame, ecc.) e storia pubblica
  • Progetti didattici e di Public History

CANDIDATURE

Le proposte, di massimo 3.000 battute spazi inclusi, e accompagnate da un breve curriculum del soggetto proponente, di massimo 2.000 battute spazi inclusi, dovranno essere inviate all’indirizzo e-mail farestoriaredazione@gmail.com (e per conoscenza ai seguenti indirizzi: francesco.cutolo.pistoia@gmail.com e stefano.campagna2@gmail.com) entro il 10 novembre 2026. I risultati della selezione saranno resi noti indicativamente entro la fine di novembre 2026. La consegna dei testi definitivi dovrà avvenire entro il 30 aprile 2027.

Potranno essere inviate proposte, al massimo una per proponente, da parte di studiose e studiosi, associazioni, gruppi informali, musei, enti e istituti culturali, scuole di ogni ordine e grado. Gli abstract inviati dovranno contenere un titolo provvisorio, una breve sintesi dell’argomento che si intende trattare, gli eventuali interlocutori e/o i soggetti coinvolti. Il proponente deve indicare nell’abstract se intende candidarsi per la sezione “saggi” o per quella “rubriche”, specificando in tal caso per quale tipologia intende concorrere (vedi sotto). I curatori del numero potranno in ogni caso suggerire una collocazione specifica per le proposte pervenute sulla base del loro contenuto.

I SAGGI dovranno rientrare tra le 35.000 e le 50.000 battute, note e spazi inclusi, e saranno sottoposti a referaggio.

Tipologie di RUBRICHE (non sottoposte a referaggio esterno) per le quali è possibile inviare proposte:

— “Casi studio”

Redazione di un testo di massimo 15.000 battute spazi inclusi con note all’americana e bibliografia a corredo incentrato sullo studio di uno o più casi di particolare interesse.

— “Comunicare la storia”

Redazione di un testo di massimo 15.000 battute spazi inclusi con note all’americana e bibliografia a corredo incentrato sugli obiettivi e sugli strumenti di comunicazione e divulgazione nelle attività realizzate.

— “Conversazioni storiografiche”

Realizzazione e trascrizione di un dialogo, sotto forma di intervista, di massimo 50.000 battute spazi inclusi, con un/a storico/a, da indicare nella proposta. Non sono previste note.

— “Forum storiografico”

Realizzazione e trascrizione di un dialogo a più voci, di massimo 70.000 battute spazi inclusi, con storici e storiche, da indicare nella proposta. Non sono previste note.

— “I ferri del mestiere. Fonti per la storia”

Redazione di un testo di massimo 20.000 battute spazi inclusi con note all’americana e bibliografia, nel quale vengono presentati archivi, centri di documentazione, fondi, fonti, gruppi di documenti e biblioteche, ecc., con particolare attenzione a quelli che presentano problematiche di tutela, valorizzazione e conservazione.

— “Public History”

Redazione di un testo di massimo 20.000 battute spazi inclusi con note all’americana e bibliografia a corredo incentrato su progetti di Public History che vedono forme di partecipazione del pubblico, sulla valenza pubblica degli stessi e/o sulla valorizzazione, patrimonializzazione e/o decostruzione di memorie storiche attraverso queste attività.

— “Rassegne”

Redazione di un testo di massimo 40.000 battute spazi inclusi, con note all’americana e bibliografia, dedicato all’analisi di una serie di prodotti (libri, film, serie tv, giochi, dischi e canzoni, podcast, eventi a tema, ecc.) incentrati su un tema. Il testo dovrà articolarsi in una breve parte introduttiva di contestualizzazione, con l’indicazione dei criteri di selezione, seguita dalle schede analitiche dei prodotti prescelti.

— “Storia orale”

Redazione di una ricerca di storia orale di massimo 30.000 battute spazi inclusi con possibilità di inserire note a piè di pagina inerenti ai promotori e alle promotrici e/o ai fruitori e alle fruitrici delle attività e dei progetti realizzati.


[1] D. Vincent, The Rise of Mass Literacy, Cambridge-Malden (Mass.), Polity, 2000 (trad. it: Leggere e scrivere nell’Europa contemporanea, Bologna, il Mulino, 2006).

[2] A. Gibelli, Un fiume carsico tornato. Scritture di guerra di gente comune. Il primo conflitto mondiale dalle testimonianze scritte alla memoria multimediale, in F. Caffarena, N. Murzilli (a cura di), In guerra con le parole, Trento, Fondazione Museo Storico Trentino, 2019, pp. 17-31.

[3] F. Caffarena, L’Archivio Ligure della Scrittura Popolare: origini e sviluppi, in «Revista de historiografía», 37 (2022), pp. 111-126.