“Nome dopo nome” arricchire di protagonismi femminili la Resistenza senese

Nel ricostruire storie ai margini di una Resistenza che vide Siena contrapporsi al nazifascismo fino al 3 luglio 1944, Silvia Folchi si chiede: «Cosa cerco adesso, a ottant’anni di distanza, cosa vorrei farmi raccontare se ancora ne avessi la possibilità? Alcuni fatti, certo. Ma anche qualcosa che è più essenziale dei fatti. Le storie delle persone e le loro esistenze» (p. 22). Se la marginalità dei vissuti è definita dal punto di vista con cui si legge il passato, adottare uno sguardo di genere è essenziale per mettere a fuoco una articolata partecipazione femminile alla lotta di Liberazione.

Aiutandosi con una ricca storiografia ad oggi disponibile, l’Autrice si addentra nel complesso legame donne-guerra-resistenza, individuando punti di forza e limiti culturali insiti nel rovesciamento dei ruoli di genere che, in un momento di emergenza nazionale, mise uomini e donne di fronte a inedite scelte di vita.

Sul piano delle conoscenze, il quadro d’insieme appare ben definito e ci descrive una corale presenza femminile nella Resistenza italiana, in quella immediata opera di assistenza ai soldati allo sbando, a renitenti, disertori e antifascisti, in una molteplicità di compiti e incarichi svolti clandestinamente in un territorio occupato, nel diffuso ribellismo popolare e nelle diverse forme di collaborazione organizzate o spontanee, espresse con e senza armi.

Tra gli studi storici nazionali e quelli locali, tuttavia, l’Autrice individua ancora uno scarto, come è anche ingombrante il debito di memoria verso protagonismi su cui è calato il silenzio generando una grave assenza nella narrazione storica e nelle coscienze collettive. Per lunghi decenni, dal secondo dopoguerra, hanno condizionato il paternalismo, la retorica dell’uomo in armi e quella legata al “contributo” femminile al movimento di Liberazione, l’assenza di dibattito sulle donne attive in sfere d’azione maschili, quindi, il ritardo con cui ancora oggi si indaga la presenza femminile nelle istituzioni o nei luoghi di potere.

Le ricostruzioni offerte da Folchi tentano di colmare la lacuna che il caso di Siena presenta, facendosi guidare dalla storiografia locale, mettendo ordine tra fonti edite e documentazione d’archivio inedita, seguendo nuove piste d’indagine con l’intento di tessere un’unica trama discorsiva e restituire un quadro corale di partecipazioni femminili alla Resistenza senese.

46 partigiane combattenti, 67 patriote, 165 tra collaboratrici e benemerite, 20 partigiane e patriote senesi operanti fuori Provincia. Contare le donne in virtù di un incrocio tra i documenti disponibili e, «nome dopo nome» (p. 23), arricchire gli elenchi ufficiali di storie di quotidiana contrapposizione al nazifascismo, aiuta a decostruire una narrazione instillatasi nella memoria e nella storiografia locale, rigidamente fissata a 17 combattenti e 9 patriote. Gli elenchi redatti nel dopoguerra dalle Commissioni regionali scattano una foto di gruppo alle 113 combattenti senesi e definiscono i loro ritratti secondo l’età – dai 13 della più giovane ai 67 anni –, le condizioni sociali o la professione: fra loro ci sono contadine, casalinghe, impiegate, studentesse, intellettuali.

I numeri crescono in modo importante, sebbene li accompagni una costante incertezza legata alle complesse procedure per il riconoscimento delle qualifiche di guerra: la ritrosia a fare domanda e compilarla correttamente, i requisiti minimi per ottenere meriti militari, ma anche i vantaggi economici derivanti che potrebbero aver gonfiato il numero delle richieste. Il protagonismo del margine appare molto frequentato, malgrado quello che l’Autrice si aspettava di scoprire e, comunque, ancora sfuggente e incapace di ritrarre un universo difficilmente quantificabile.

«La guerra, e anche la guerriglia, richiede molto lavoro dietro le quinte, senza medaglie e senza eroi, e le collaboratrici non si occupano solo di cucire i fazzoletti rossi, ma provvedono materialmente al sostentamento delle brigate» (p. 58). Risulta essere insidioso il recupero di vissuti antagonisti, eppure, testimonianze scritte e orali, scritture autonarrative, corrispondenza e carte d’archivio gettano nuova luce su ruoli non più subalterni. Emerge allora il sostegno offerto alla Resistenza da parte delle aristocratiche residenti nelle ville o nelle tenute senesi attraverso rifornimenti, servizi di collegamento o esercitando pressioni politiche. Affiorano altresì incarichi nelle Brigate partigiane, capillari reti fiduciarie, atti di coraggio e solidarietà, azioni altruistiche, solidi legami politici stretti nei partiti e nei Gruppi di Difesa della Donna, che nascono a Siena solo nel giugno del 1944 a testimoniare, però, speranze emancipazioniste e la maturazione di un percorso di presa di coscienza.

«In diverse circostanze le donne guidano manifestazioni spontanee per protestare contro la mancanza di cibo, per opporsi al conferimento di derrate alimentari, per chiedere il rilascio di prigionieri e di renitenti alla leva» (p. 48). Fra loro ci sono le “sovversive” perseguitate dal regime fascista, arrestate, ammonite, sorvegliare e condannate al confino; sono le 27 senesi schedate nel Casellario Politico Centrale per antifascismo, dissenso e opposizione al Duce, alla guerra e alle sue conseguenze, tra cui la morte. L’Autrice, infatti, non dimentica le vittime del territorio, “cadute” sotto le raffiche di mitraglie, pallottole vaganti, fucilazioni, rappresaglie contro i civili, bombardamenti alleati; come dedica anche pagine attente a ricordare gli stupri compiuti dagli eserciti di ogni alleanza.

Raccontare vite di donne in guerra o ascoltarle raccontarsi, come fa la bella sezione biografica che chiude il volume, rappresenta una preziosa restituzione delle innumerevoli sfumature che caratterizzano la narrazione della Resistenza. Sono storie che ripercorrono traumi, stati di terrore e violenze diffuse; corpi minacciati, offesi, reattivi; emozioni contrastanti; amori, legami, trame animate da coraggio, ideali e dalle innumerevoli sfaccettature delle scelte individuali.

La lettura del volume di Silvia Folchi risulta necessaria tanto per chi studia la Storia delle donne nella Resistenza, dal quale riceve un rigoroso aggiornamento storiografico, quanto per quei lettori e lettrici desiderose di accrescere le proprie conoscenze su un evento nodale della Storia contemporanea. Riponendo il libro a scaffale, tuttavia, rimarranno delusi dal fatto che quell’allargamento dei confini partecipativi, così ben illustrato dall’Autrice, non trova corrispondenza nella memoria collettiva. A tal proposito è estremamente interessante scorrere il breve elenco di “Intitolazioni” pubbliche alle donne della Resistenza presenti in Provincia: breve, perché la toponomastica accoglie negli spazi cittadini soltanto sei profili di donne. Una maggiore consapevolezza di genere può senz’altro favorire lo sviluppo di nuovi progetti di toponomastica femminile e, in questo senso, il volume costituisce un primo passo in quella direzione.

Articolo pubblicato nel maggio 2026.




Antifascismo, Antifascismi

Lo scorso marzo si è tenuto a Lucca il convegno nazionale “Antifascismi, antifasciste e antifascisti. Pratiche, ideologie e percorsi biografici”, organizzato dall’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea, e curato da Gianluca Fulvetti e Andrea Ventura. L’appuntamento si è svolto su due intense giornate di studio e si è inserito all’interno del filone di iniziative promosse dagli istituti storici della Resistenza toscani per l’anniversario della marcia su Roma. La particolarità di questo convegno è che ha rappresentato la tappa in cui per la prima volta al centro del dibattito storiografico collettivo è stato posto il fenomeno stesso dell’antifascismo. Infatti, se negli altri momenti di discussione si era comunque sempre tenuto in considerazione l’intreccio indissolubile al fine della comprensione storica tra fascismo e antifascismo, quest’ultimo ne era rimasto ugualmente in qualche modo schiacciato, visto che ci si era concentrati prettamente sul primo fascismo, sul suo avvento e sul consolidamento del potere durante il ventennio nei vari territori.

L’incontro nazionale ha avuto alcuni importanti meriti, tra cui innanzitutto la capacità di affrontare la riflessione sull’antifascismo in tutta la sua complessità e secondo diversi livelli di analisi: esplicito fin dal titolo, la discussione si è mossa a partire dalla pluralità delle forme del fenomeno, delle sue varie declinazioni, senza dare per scontato un’univoca pratica antifascista, e con la scoperta (o riscoperta) di alcuni percorsi individuali biografici che hanno permesso di dare dignità a singoli spaccati di vita e al tempo stesso di comprendere meglio le specificità dell’agire politico. Anche in questo caso le singolarità non sono state rappresentate come fine a se stesse, ma ricondotte all’interno di una cornice unitaria, seppur multiforme, con un’attenzione non scontata al transnazionalismo come elemento sostanziale alla comprensione dell’antifascismo e delle sue riflessioni teoriche che troveranno poi una concretizzazione nel dopoguerra democratico. Altra caratteristica che secondo chi scrive ha dato un valore aggiunto al convegno è stata la scelta da parte degli organizzatori di raccogliere i contributi grazie ad una call for paper di ampio respiro tematico: ciò non solo ha dato la possibilità a storiche e storici di varie zone d’Italia di avanzare le proprie proposte, indipendentemente dalla provenienza accademica, ottenendo di fatto un allargamento democratico dell’offerta, degli spunti di riflessione e degli ambiti di ricerca, ma ha anche consentito una composizione intergenerazionale fra coloro che hanno esposto la propria relazione, una compresenza fra giovani che per la prima volta si confrontavano con l’esperienza convegnistica, con studiose e studiosi navigati, in una contaminazione che è parsa vincente.

Le relazioni selezionate dal comitato scientifico si sono tenute su due giorni e sono state suddivise all’interno di quattro sessioni: antifascismi come ideologie politiche, biografie dentro la guerra civile europea e le resistenze, antifascismi come vissuto quotidiano, storia e memoria. Assente ufficialmente come blocco tematico, ma presente trasversalmente in molte delle relazioni è stato quello del metodo storico e dell’approccio all’uso delle fonti per la storiografia dell’antifascismo. Durante ogni fase della discussione l’antifascismo, o meglio gli antifascismi, sono stati inquadrati in elaborazioni storiche di lungo periodo, che non di rado guardavano direttamente, pur mantenendo chiare le dovute differenze, anche alla Resistenza (e alle resistenze), se non addirittura al dopoguerra e all’Italia contemporanea. In particolare, in questo senso è stata pensata l’ultima sessione del convegno, in cui i vari interventi hanno portato i risultati di alcune ricerche ancora in corso che dimostrano come la narrazione di determinati avvenimenti storici sia cambiata nel tempo e come questa esprima molto della memoria pubblica. La storiografia e la memoria dell’antifascismo, quindi, come lenti privilegiate per analizzare l’Italia repubblicana.

In generale sono emersi, tra le altre cose, il consolidamento di riflessioni e persino gli avanzamenti sull’uso di fonti considerate classiche per lo studio dell’antifascismo, come ad esempio il Casellario Politico Centrale: da una parte continua ad essere proficuamente utilizzato per riscoprire biografie e costruire dizionari biografici o altre raccolte, dall’altra si studia per valutazioni innovative che riguardano il dopoguerra, per avere un riflesso di come all’indomani del 1945 veniva gestito l’ordine pubblico, quindi sostanzialmente analizzare chi fossero i funzionari dediti a tale lavoro, quali i soggetti controllati dal nuovo Cpc, quali le categorie considerate come possibili sovvertitrici delle nuove istituzioni. Ci permette, cioè, di osservare le ombre dell’Italia del dopoguerra, i motivi dietro la scelta di recuperare uno strumento liberticida e di controllo sociale all’interno di una cornice democratica, che risente fin da subito dell’incombere della guerra fredda. Inoltre, una certa attenzione degna di nota è stata posta alle riflessioni sul metodo riguardo lo studio delle figure femminili dell’antifascismo e della Resistenza con la consapevolezza di dover volgere con maggiore cura uno sguardo alle carte secondo la loro parzialità e contemporaneamente la necessità di fare approfondimenti attraverso un affinamento e fonti non convenzionali e non istituzionali.

Il convegno è stato inaugurato dalla lectio del professor Renato Camurri dell’Università di Verona, che ha posto al centro della sua relazione il carattere transnazionale dell’antifascismo, la particolarità di come biografie, culture e rotte di migrazioni si intreccino e si influenzino nello sviluppo di un’analisi politica collettiva. L’antifascismo degli esuli europei è stato osservato come laboratorio politico e culturale, come una comunità in cui la circolazione dei saperi e la riflessione teorica danno avvio ad un pensiero anticonformista e antitotalitario. All’estero gli antifascisti e le antifasciste si riuniscono e provano a immaginarsi oltre la crisi totalitaria del nazionalsocialismo e del fascismo, si proiettano verso un futuro democratico e iniziano in un certo qual modo a porre quelle che saranno le sue basi nel dopoguerra.

Infine, si riprende la valutazione conclusiva di Ventura su momenti collettivi di studio e discussione come quello lucchese: oltre all’importanza per quanto riguarda il piano della comprensione storica e della ricerca, che si arricchisce dei vari contributi e ci consente evoluzioni nella conoscenza del passato, ritornare ed esplorare i vissuti di uomini e donne che con le loro azioni hanno fatto dell’antifascismo una fondamentale scelta vita, è per noi oggi, a livello puramente personale, un modo per affrontare con maggiore fiducia questo presente così buio.

Tutti gli interventi divisi per sessioni di discussione sono consultabili online nel canale YouTube dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in provincia di Lucca.




A Lucca la presentazione del libro “Donne in guerra scrivono”

Si terrà oggi pomeriggio a Lucca presso la sala “Maria Eletta Martini” in via Sant’Andrea 33 la presentazione del libro “Donne in guerra scrivono. Generazioni a confronto tra persecuzioni razziali e Resistenza (1943-1944)”, edito da ASKA Edizioni e scritto a sei mani da Camilla Benaim, Elisa Rosselli e Valentina Supino (che sarà anche presente per parlare del libro, curato da Marta Baiardi). Porteranno il saluto delle istituzioni il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, e Ilaria Vietina, assessore alle politiche formative e alla continuità della memoria storica. Converserà con l’autrice la giornalista Margherita Loy.

17 giugno 2019 Donne in guerra scrivono Lucca presentazione




Suffragette italiane verso la cittadinanza (1861-1946)

Presso la Biblioteca San Giorgio, dall’8 marzo al 22 marzo 2019 sarà visibile la mostra “Le donne e il voto. Suffragette italiane verso la cittadinanza (1861-1946)” Organizzata con materiali provenienti in gran parte dagli archivi dell’Unione Femminile Nazionale di Milano (ovvero da una delle più grandi realtà di conservazione della storia del suffragismo italiano) e della Fondazione Anna Kuliscioff, la Mostra storica itinerante sul suffragismo italiano riporta manoscritti, volantini, giornali, vignette satiriche, pamphlet che restituiscono il clima e i contenuti di una delle più intense, e purtroppo rimosse, vicende della politica italiana. Si racconta infatti il movimento per il suffragio femminile dal 1861, anno dell’Unità d’Italia, al 1946, anno delle prime elezioni a suffragio universale.
Allestimento a cura dell’Istituto storico della Resistenza di Pistoia. Con il patrocinio del Comune di Pistoia e della Biblioteca San Giorgio.

Inaugurazione 8 marzo alle ore 12 – Atrio della Biblioteca San Giorgio
Interventi di:
Roberto Barontini, Presidente Istituto storico della Resistenza di Pistoia
Emanuele Gelli, Presidente del consiglio comunale di Pistoia
Maria Stella Rasetti, Direttrice Biblioteca San Giorgio
Chiara Martinelli, Istituto storico della Resistenza di Pistoia