Storie di indesiderabili e di confini.

Gli autori di questo volume hanno alle spalle un lungo cammino di studio in parte comune, in parte personale, sulla storia degli italiani antifascisti volontari in Spagna tra la guerra civile ed i suoi esiti. La meno nota, in Italia quasi mai raccontata, è la storia dei campi della Francia del Sud. Lì furono rinchiusi, passato il confine dei Pirenei, alcuni di loro, accanto ad altri reduci dalla guerra e a popolazione civile spagnola, in fuga dopo la vittoria franchista. Vi rimasero per tempi più o meno lunghi, dopo il 1940 mescolati ad ebrei o perseguitati dalla Francia del Governo di Vichy. Per una parte dei prigionieri i campi furono apprendistato politico e preludio di nuove lotte contro il nazi-fascismo.

Sono fatti di quasi ottant’anni fa, senza alcuna relazione diretta con la difficile congiuntura della Spagna di oggi, ma utili a fare luce sulla “diversità” della cronologia e delle forme di costruzione della democrazia spagnola, rispetto alla nostra. A queste vicende si può guardare anche per interpretare le ragioni della generale crisi del progetto di unione europea.




Oltre il 1945

La seconda guerra mondiale concluse una lunga stagione di conflittualità politica, militare e sociale. Eppure al termine delle ostilità le esperienze, le culture, le pratiche della violenza furono lungi dal cessare in Italia come in molti paesi europei. Comportamenti dettati dall’inerzia e nuove aggressività, vendette a lungo covate, aspettative deluse, rivendicazioni antiche e rinnovati antagonismi, nuovi focolai di guerra civile sfociarono in pratiche violente radicate durante il conflitto, ma riattivate nelle forme e nei contenuti dal contesto della guerra fredda e dalla difficile transizione verso la democrazia che segnò il dopoguerra europeo.

Indice:

Enrico Acciai, Guido Panvini, Camilla Poesio, Toni Rovatti, Introduzione

Guerra e dopoguerra. Resistenza, violenza, giustizia
José M. Faraldo, Resistenza a Est e Resistenza a Ovest. Verso un unico modello di analisi
Javier Rodrigo, La fine della violenza? L’Europa in guerra (civile), 1936-1949
Joshua Arthurs, Combattere “l’altro” dopoguerra: conflitto sociale nel Mezzogiorno, 1943-1944
Toni Rovatti, Ansia di giustizia e desiderio di vendetta. Esperienze di punizione nell’Italia del Centro-nord, 1945-1946
Camilla Poesio, L’internamento degli ex fascisti, i rilasci e la lunga scia di sangue. Il caso di Coltano
Andrew H. Beattie, L’internamento dei civili tedeschi dopo la seconda guerra mondiale e la questione della violenza

Oltre il dopoguerra
Elisa Guida, «La tregua» e la violenza dopo Auschwitz
Enrico Acciai, Uscendo dalla guerra: i reduci dell’antifascismo in armi nell’Italia in transizione (1945-1948)
Guido Panvini, L’altro dopoguerra: i neofascisti e la legittimazione della violenza politica nell’Italia repubblicana
Lorenzo Bertucelli, I conflitti di lavoro nel dopoguerra
Luigi Ambrosi, Vita di un questore. Apparati e uomini dello Stato nell’Italia del secondo dopoguerra
Fabien Archambault, La manifestazione di piazza in Francia e la violenza di Stato dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta

Pubblicazione sostenuta dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea e dal Ministero dei Beni culturali.




A Oriente sorge il sol dell’avvenire

Per il centenario della Rivoluzione russa pochi sono stati a tutt’oggi in Italia i momenti di riflessione critica e di riconsiderazione storiografica sull’evento da cui si sarebbe originato un fenomeno epocale, il comunismo sovietico. In tale contesto, una felice eccezione è rappresentata da questo saggio che descrive, con efficace sintesi, la straordinaria precocità degli anarchici di lingua italiana rispetto alle altre componenti della Sinistra nel denunciarne senza esitazioni i pericoli d’involuzione autoritaria della rivoluzione. Per gli anarchici era inscindibile il binomio libertà politica-rivoluzione sociale in contrapposizione al modello autoritario che di fatto negava le ragioni stesse degli ideali della rivoluzione. La sollevazione di Kronštadt del marzo 1921, repressa nel sangue dall’Armata rossa e ben presto assurta a simbolo, nel movimento anarchico italiano ed europeo, dell’estremo quanto disperato tentativo delle forze libertarie per contrastare il potere dei bolscevichi, testimonierà di lì a poco della degenerazione definitiva del sogno di libertà originatosi dalla Rivoluzione russa.




Un’ardua gioconda utopia

L’anarchismo di lingua italiana è stato un movimento politico e sociale che, con le sue personalità ed esperienze, ha profondamente caratterizzato l’età classica della storia del movimento operaio e socialista italiano. Ma come è stato possibile il suo radicamento in importanti settori del proletariato italiano? Si può rileggerne la storia non tanto attraverso l’adesione a un preciso programma politico, ma individuando una molteplicità di personaggi, simboli e vettori che hanno caratterizzato la sua immagine collettiva? È possibile dare un’interpretazione della fortuna e del declino del movimento libertario a partire dall’analisi di alcuni personaggi ed eventi che hanno sicuramente alimentato l’immaginario sociale libertario, favorendo quel processo collettivo di rielaborazione del proprio pensiero e della propria storia che ha portato all’interpretazione della realtà in termini mitologici? A tali domande risponde in parte questo volume che raccoglie una serie di saggi che hanno a che fare con singole persone del milieu anarchiste. Non si tratta tuttavia di biografie in senso stretto, ma dell’utilizzo dell’elemento biografico ai fini della ricostruzione di ampi frammenti dell’immaginario collettivo simbolico dell’epoca (come nel caso di Ferrer, Bresci e Gori) oppure di reti di relazione (l’universo dei noms de plume) o di fasi e piccole porzioni di fenomeni allora rilevanti come l’emigrazione politica.




Livorno clandestina

All’ombra dei Quattro Mori, durante il cosiddetto Ventennio, prevalse l’avversione popolare al fascismo oppure vi fu un consenso unanime verso il regime di Mussolini?
Anche a Livorno, oltre a una indefinita “zona grigia”, interpretabile sia come rassegnato dissenso che come tacita adesione, ci furono i sostenitori e i contrari, ma tale divergenza non fu soltanto d’opinione.
Così come era avvenuto tra il 1921 e ’22, quando gli squadristi guidati dal ras Costanzo Ciano erano stati affrontati dagli Arditi del popolo, si espresse infatti con la violenza di un conflitto tra livornesi schierati su fronti dichiaratamente nemici, divisi per classi, ruoli e inconciliabili concezioni della libertà.
Fu così che, alle spettacolari adunate di massa e alla capillare repressione poliziesca, si contrapposero le scelte di non sottomissione di centinaia di uomini e donne non disposte a conformarsi alla “cultura” dominante.
Infatti, di fronte a un regime imposto e fondato sull’uso della violenza legale, per quanti non accettavano di vivere in una condizione di servitù morale e fisica l’unica opzione – etica ancora prima che politica – era violare le leggi dello Stato: nel silenzio delle galere o al confino, ma anche attraverso l’organizzazione operaia clandestina, la propaganda illegale e l’azione armata, ben prima dell’inizio ufficiale della resistenza partigiana.




Vincenti per tutta la vita

Sono ventenni, trentenni, quarantenni. Sono popolani della città e contadini della provincia. Le carte di polizia li chiamano comunisti, anarchici o solo antifascisti. Sono i sovversivi di Parma e delle terre circostanti che, tra il 1936 e il 1939, unendosi a quel generale moto di popolo che fu la guerra di Spagna, si arruolarono volontari nelle Brigate Internazionali per combattere le forze reazionarie di Francisco Franco. Arrivarono dopo viaggi rischiosi avendo lasciato genitori, mogli e anche bambini piccoli. Alcuni morirono in battaglia, altri furono feriti. Seguendo le strade che attraverso i Pirenei e la Catalogna conducono al fronte, il libro ricompone i sentieri personali dei parmensi che sulle trincee antifranchiste misero in gioco se stessi, trovarono spunti di esaltazione o motivi di profondo sconforto affrontando quel nemico per sconfiggere il quale, di lì a poco, sarebbe servita una guerra mondiale. Un’intuizione, quest’ultima, che li fece i primi resistenti al fascismo e che li rese − come ha scritto Attilio Bertolucci sulle Barricate del 1922 – “vincenti per qualche giorno, vincenti per tutta la vita”.




La rivoluzione russa. Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa

Nelle grandi manifestazioni studentesche degli anni Sessanta, accanto ai ritratti di Marx e Che Guevara venivano innalzati fieramente anche quelli di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Dei due leader tedeschi si ammirava la coerenza politica, l’integrità etico-morale con cui si erano opposti alla Prima guerra mondiale e il lavoro politico/teorico di rinnovamento radicale del movimento socialista internazionalista al fine di ritrovare un’unità d’intenti per un programma rivoluzionario.
In quell’epoca l’attualizzazione del loro pensiero aveva ricoperto un significato antidogmatico nella speranza di trovare una terza via alternativa ai modelli di socialismo d’impronta staliniana e a quelli socialdemocratici.
I testi politici della Luxemburg che si offrono oggi alla lettura, La rivoluzione russa e Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa, rappresentano sul piano storico la sintesi di questa lettura critica.




RIGLIONE

È possibile raccontare un secolo circa di storia d’Italia – dal 1861 al 1948 – attraverso la narrazione degli eventi accaduti nelle borgate di Riglione, Oratoio, Pisanello e Pierdicino situate al confine sud-est del comune di Pisa? A tale domanda vuole rispondere questa ricerca, che scava nella storia sociale e politica del nostro paese attraverso un ampio ventaglio di fonti archivistiche e documentarie. Pisa e la sua provincia vivono intensamente, e con caratteristiche peculiari assai spiccate, il processo di unificazione nazionale e la prima industrializzazione, nel contempo sono protagoniste della storia del nascente movimento operaio e socialista, con una marcata anima anarco-repubblicana e anticlericale. L’Autore, attraverso un racconto coinvolgente ed efficace, riscopre gli “anonimi volti” degli abitanti di questi borghi, dando loro voce e descrivendone le passioni, i progetti, le speranze e le delusioni che li animarono nei momenti cruciali della storia d’Italia. Lo studio accurato della storia locale è utile a formare quella memoria storica necessaria a contrastare il processo, che è in corso, di oblio del nostro passato. Come ricordava il grande storico francese Marc Bloch: «L’incomprensione del presente cresce fatalmente dall’ignoranza del passato».