Fondazione di studi storici Filippo Turati onlus

Sede e contatti
Via M. Buonarroti 13, 50122 Firenze
Telefono: 055.243123
E-mail: fondazione.turati@pertini.it;  biblioteca@fondazionestudistoriciturati.it
Sito web: http://www.fondazionestudistoriciturati.it/
Orari di apertura: Biblioteca: dal lunedì al giovedì 9-13; mercoledì 14-17, su appuntamento.
Archivio: mercoledì e giovedì 9-12.30 e mercoledì 14-17.

Organi direttivi
Presidente: Maurizio degl’Innocenti
Vice-presidente: Stefano Caretti

Breve storia e finalità
La Fondazione, con sede legale ed amministrativa a Firenze, si è costituita il 20 maggio 1985 ed è composta da docenti e ricercatori universitari e da studiosi. È divenuta Ente morale a seguito del D.P.R. del 6 novembre 1986. Tra le sue finalità: «la promozione e l’organizzazione dell’attività di ricerca, di studio, di documentazione e di divulgazione nel campo degli studi di storia» (art. 1 dello Statuto). La Fondazione promuove nello stesso ambito la ricerca scientifica sia in Italia che all’estero e cura la pubblicazione di tre collane per le case editrici Lacaita e Angeli con oltre 160 titoli.

Patrimonio
La Fondazione dispone di un archivio di grande rilievo, dichiarato di “Notevole interesse storico” e di una biblioteca specializzata, i quali svolgono servizio di pubblica lettura.

La Biblioteca è formata da circa 100.000 volumi, l’Emeroteca raccoglie 5.170 periodici cessati e 150 periodici correnti italiani e stranieri. Si tratta di un patrimonio di grande rilievo, per la specializzazione relativa alla cultura politica e alla storia sociale, nonché per la consistenza dei fondi appartenuti ad esponenti della cultura e della vita politica italiana, quali Agazzi, Arfé, Bassi, D’Aragona, Della Mea, Di Nolfo, Lombardi, Matteotti, Mondolfo, Saragat, Silone, Vassalli, Zagari.

L’Archivio raccoglie le carte di partiti, movimenti politici, personalità della cultura e della politica italiana del Novecento (vedi il sito) per un totale di circa 4 milioni di documenti.  In particolare, attualmente consta di 3.830 buste, oltre 4.700 manifesti, 20.000 fotografie, 1.500 materiali audiovisivi e sonori, 650 cimeli e bandiere.
Si segnalano la partecipazione al progetto “Archivi del Novecento – La memoria in rete”, promosso dal Consorzio Baicr Sistema Cultura, al progetto Archivi on line promosso dal Senato della Repubblica, la collaborazione con il Parlamento Europeo per l’inventariazione dei fondi degli ex deputati, e con l’Archivio storico del Quirinale ai fini del trattamento informativo dell’Archivio di Giuseppe Saragat.

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Fondazione Primo Conti onlus

Sede e contatti
Villa Le Coste, via Giovanni Dupré, 18, 50014 Fiesole (FI)
Tel.: 055.597095;  fax: 055.5978145
E-mail: archivio@fondazioneprimoconti.org
segreteria@fondazioneprimoconti.org
Sito web: http://www.fondazioneprimoconti.org/
Orari di apertura: Museo: dal lunedì al venerdì 9-14, per informazioni, costi e prenotazione: tel.055.597095; fax. 055.5978145. Archivio: dal lunedì al venerdì, 9-13. La consultazione avviene per appuntamento.

Organi direttivi
Presidente: Gloria Manghetti
Direttore Scientifico del Museo: Carlo Sisi

Breve storia e finalità
Lla Fondazione, nata nel 1980, ha sede a Fiesole nella quattrocentesca Villa “Le Coste” che per molti anni fu l’abitazione del Maestro. Acquistata nel 1945, la villa è divenuta sede della Fondazione quando quest’ultima venne istituita come Centro di Documentazione e Ricerche sulle Avanguardie Storiche, nel 1980. Il Centro ha rappresentato la realizzazione del sogno a lungo coltivato da Primo Conti “di conservare il ricordo, e la testimonianza, dei più importanti movimenti novatori del Novecento”.

La Fondazione Primo Conti si divide in due sezioni: il Museo delle opere di Primo Conti e l’Archivio. Il Museo e l’Archivio rappresentano nel loro insieme un Centro unico in Italia per ripercorrere e ricostruire con rigore scientifico la vicenda dell’Avanguardia storica che tanto profondamente connotò i movimenti letterari e artistici di tanta parte di questo nostro secolo.

Obiettivo privilegiato della Fondazione è infatti lo studio, la promozione e la diffusione del patrimonio artistico e letterario legato alla figura del Maestro Primo Conti, affiancato dalla valorizzazione del patrimonio pittorico, letterario e musicale legato al complesso periodo delle Avanguardie storiche. A questo scopo la Fondazione è coinvolta ogni anno in progetti di studio e ricerca finanziati dalla Regione Toscana, dalla Provincia di Firenze, dal Comune di Firenze, Comune di Fiesole, dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Patrimonio
Nell’Archivio sono conservati numerosi Fondi, che costituiscono la sezione documentaria della Fondazione e che appartennero ai protagonisti della scena culturale italiana del primo Novecento: tra gli altri i ricchissimi archivi di Balilla Pratella, Carocci, Conti, Contri, Ferrero, Meriano, Papini, Pavolini, Pea, Viani, Sanminiatelli e un ricco fondo librario sul Futurismo composto per lo più da prime edizioni rare. Nel complesso si tratta di un patrimonio di più di centomila documenti, variamente distribuiti fra missive, manoscritti, disegni e foto d’epoca. Notevole per il suo interesse storico e letterario è anche la ricca collezione di riviste, giornali e periodici futuristi fra cui si ricorda il numero di «Le Figaro» del 1909.

La Biblioteca conserva al suo interno numerosi volumi costituiti per la maggior parte da cataloghi di mostre, pubblicazioni di studi inerenti i movimenti pittorico-letterari del primo Novecento italiano ed europeo, edizioni di carteggi fra i vari personaggi della cultura novecentesca.

Il Museo della Fondazione Primo Conti, aperto al pubblico dal 1987, grazie al contributo della Cassa di Risparmio di Firenze, raccoglie sessantacinque dipinti e oltre centosessanta disegni dell’artista fiorentino. Le opere coprono un arco cronologico che si estende dal 1911 – l’anno dell’esordio artistico con l’Autoritratto di sorprendente bellezza e “ maturità” espressiva – al 1984. Il Museo consente di studiare, attraverso l’opera di Primo Conti, lo sviluppo delle vicende artistiche novecentesche in Italia e in Europa, di cui il Maestro ha colto la linfa vitale. Attraverso la visita delle sale del Museo si può ripercorrere l’intero iter pittorico di Conti, dai primi studi giovanili sulla figura umana, ai precoci interessi per l’arte fauve, preludio alla brillante stagione futurista. Artista sempre giovane e pronto a mettere in discussione gli esiti espressivi raggiunti, Conti anticipò e visse fino in fondo lo spirito artistico e letterario del suo tempo.

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Accademia dei Georgofili

Sede e Contatti
Logge Uffizi Corti, 50122 Firenze
Telefono: 055.212114 – 055.213360
E-mail: accademia@georgofili.it
Sito web: http://www.georgofili.it/
Orari di apertura: orari della Segreteria: dal lunedì al venerdì 9-13 e 15-18.

Organi direttivi
Presidente: Pietro Piccarolo
Presidente Onorario: Franco Scaramuzzi
Vice Presidente: Antonio Michele Stanca

Breve storia e finalità
L’Accademia, fondata il 4 Giugno 1753, si propone di contribuire al progresso delle scienze e delle loro applicazioni alla agricoltura in senso lato, alla tutela dell’ambiente, del territorio agricolo e allo sviluppo del mondo rurale. Non ha fini di lucro e svolge attività di rilevante interesse pubblico.

Decreto di riconoscimento della personalità giuridica: R.D. 6 Giugno 1932 N. 767. Iscritta il 13.11.1990 al Registro delle Persone Giuridiche -Tribunale di Firenze. Dal 1/3/2002 iscritta al n. 67 del Registro delle Persone Giuridiche – Prefettura di Firenze, ai sensi del c. 9 A. 1) DPR n.361 del 10.2.2000.

Il Governo Granducale Lorenese le conferì presto carattere di istituzione pubblica affidando ai Georgofili importanti incarichi per la formazione del primo Catasto Agrario Toscano. Lo stesso Napoleone commissionò l’esame del nuovo codice rurale. Ai Georgofili si deve inoltre la creazione della prima Scuola pratica di agricoltura (presso la fattoria di Meleto di Cosimo Ridolfi). Importanti i contributi dei Georgofili nel campo delle bonifiche idrauliche, collinari, integrali.

Con l’Unità d’Italia, l’Accademia dei Georgofili che già, di fatto, aveva una dimensione extra toscana, divenne anche formalmente nazionale. Nel 1897 fu riconosciuta come Istituzione statale. Nel 1932 fu eretta in Ente morale e sempre nello stesso anno ottenne l’uso dell’attuale sede demaniale.

L’Accademia dei Georgofili ha accompagnato fino ai nostri giorni lo sviluppo delle scienze agrarie, nella loro accezione più ampia, (tecniche, sociali, economiche, ambientali). Seguendo l’evolversi dei tempi continua ad affrontare le nuove problematiche che investono l’agricoltura e tutti i rapporti dell’uomo con l’ambiente naturale. I Georgofili conducono studi e ricerche adottando le più moderne metodologie, al fine di promuovere concrete iniziative. I risultati vengono esposti e discussi pubblicamente in apposite adunanze.

Patrimonio
La Biblioteca conserva un numero complessivo di opere superiori a 88.000 unità. Ad oggi sono state complessivamente catalogate ed immesse sul sito web dell’Accademia oltre 39.000 Monografie, n.1180 Periodici, n.1217 Spogli di riviste. La Biblioteca dell’Accademia possiede inoltre n.2 Incunaboli, , n.115 Cinquecentine, alcuni disegni, stampe e carte geografiche. Il catalogo è a disposizione degli studiosi sul sito web dell’Accademia. Esiste anche il catalogo cartaceo precedente il 1993 e il catalogo “Fondo antico a stampa” edito nell’anno 1994.

L’Archivio storico dei Georgofili (dal 1753 al 1911) conserva complessivamente oltre 12.000 documenti manoscritti. Esso comprende 8.000 lettere. Oltre alle memorie inviate all’Accademia ed esposte nelle pubbliche adunanze ci sono conservati anche saggi e documentazione relativa ai pareri richiesti su svariati argomenti. Di particolare interesse quelli sull’istruzione del popolo dedito all’agricoltura, sul Codice Rurale francese, sul Catasto toscano, su specifiche coltivazioni, sugli attrezzi agricoli, etc. L’Archivio conserva anche i documenti amministrativi e quelli concernenti i concorsi che i Georgofili bandirono fin dai primissimi anni di vita per aprire un dibattito sui temi di maggiore importanza nella Toscana tra XVII e XIX secolo.

La Sezione Contemporanea dell’Archivio storico raccoglie tutto il carteggio, i verbali delle adunanze, le memorie e gli atti prodotti dall’Accademia nel corso della prima metà del XX secolo. La catalogazione delle serie di documenti prodotti fino agli anni ’60 è stata ultimata ed il suo relativo inventario dotato di supporto informatico indicizzato (edito nell’anno 2004) è anche on line sul sito dell’Accademia. L’Accademia conserva anche Archivi aggregati, tra cui l’Archivio della Scuola del reciproco Insegnamento e l’Archivio Giuseppe Tassinari.

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Fondazione Centro di documentazione storico etnografica Valdibisenzio e Montemurlo (CDSE)

Sede e contatti
Via Mazzini, 21, 59021 Vaiano (Prato)
Telefono: 0574.942476
E-mail: info@fondazionecdse.it ,  fondazionecdse@gmail.com
Pec: cdse@pec.fondazionecdse.it
Sito web: http://www.fondazionecdse.it/
Orario di apertura: dal lunedì al giovedì 15-18. Per consultare l’archivio storico è necessario prendere appuntamento. 

Organi direttivi
Presidente: Annalisa Marchi
Vicepresidente: Maria Lucarini
Direttore: Alessia Cecconi

Breve storia e finalità
Il CDSE è un centro di documentazione costituito nel marzo del 1990 a seguito di una decennale fase progettuale denominata L’Immagine ritrovata. Nel 2012 è diventato fondazione senza scopo di lucro per iniziativa dei comuni di Cantagallo, Montemurlo, Vaiano, Vernio e dell’Unione del Comuni della Valdibisenzio. Nel 2013 la Fondazione è stata riconosciuta dalla Regione Toscana quale “personalità giuridica di interesse regionale”. Scopo principale del CDSE è la promozione, la conservazione, la conoscenza, la valorizzazione della memoria storico-sociale e dei beni culturali, attinenti in particolare il territorio della provincia di Prato e della Toscana.
Il CDSE è:
– un archivio storico fotografico, documentario, di memoria orale;
– un centro di ricerca di storia locale, che cura pubblicazioni, mostre, convegni, visite e corsi in collaborazione con le istituzioni culturali del territorio e con le Università;
– un centro didattico che elabora percorsi, materiali, visite guidate, incontri di formazione per docenti di ambito storico e ambientale

Attività di ricerca sul territorio: nel corso di trent’anni il CDSE ha prodotto più di 50 pubblicazioni raccolte in serie e linee editoriali, come i quaderni fotografici dell’Immagine ritrovataStoria e storie della ValdibisenzioI tascabili della memoria. La produzione editoriale ha indagato la lettura del territorio e l’evoluzione degli insediamenti della Valdibisenzio; le trasformazioni socio-economiche della Valdibisenzio negli ultimi due secoli (la costruzione della Direttissima, i mulini e le fabbriche, contadini e fattorie, i mestieri del bosco e le migrazioni stagionali); gli aspetti di costume e gli ambiti sociali; la ricostruzione storica di alcune fattorie della Valdibisenzio e di singole istituzioni associative; episodi storici specifici (il passaggio di Garibaldi in Valdibisenzio, Teresa Meroni e la marcia delle donne nel 1917, la Direttissima durante la II Guerra Mondiale; la Linea Gotica). Nel 2013 ha creato una propria casa editrice denominata “Fondazione CDSE Editore”.

Patrimonio
Archivio fotografico: raccolta fotografica storica (circa 8500 esemplari in originale e in riproduzione, catalogati e facilmente accessibili al pubblico) suddivisa per località e temi.
Sono inoltre presenti fondi specifici sulla storia della Valdibisenzio nel Dopoguerra (Fondo Fiondi), sui mulini della Toscana (Fondo Puliti – Facoltà Architettura di Firenze) e sui viaggi nella prima metà del Novecento in Europa, America, Africa, Asia (Fondo Spanger). È in corso un progetto di digitalizzazione del fondo fotografico.

Archivi rurali: selezionata documentazione degli archivi rurali della Fattoria dell’Isola (Spranger, La Briglia), degli archivi della Fattoria di Gricigliana (Carmignanello), e una miscellanea di documenti e registri provenienti dalla Fattoria del Mulinaccio (Vaiano).

Archivio di fonti orali: circa un centinaio di testimonianze organizzate per tematiche e storie di vita, in parte pubblicate nella serie Storia e Storie della Valdibisenzio, raccolte nel corso di trent’anni con registrazioni audio e audio-video.

È inoltre presente una biblioteca specialistica di storia locale, comprensiva di una sezione emeroteca e del fondo della Biblioteca popolare della Fabbrica Forti de La Briglia (Prato).

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Le ferite di Barberino Tavarnelle negli occhi dei cari. Interviste a Ugo Conti e Mirella Lotti

Tra Storia orale e memoria degli eccidi 

Cenni generali

Durante la Seconda Guerra mondiale, il territorio chiantigiano e la Val di Pesa subirono una violenza devastante: tra il luglio 1944 e la liberazione, si registrarono oltre 150 vittime civili. Per la resistenza tedesca, concentrata verso la Linea Gotica, l’area divenne un fronte nevralgico attraversato da 250.000 soldati della Wehrmacht.

La liberazione avvenne tramite una forza multinazionale (neozelandesi, maori, indiani e marocchini). Tavarnelle fu liberata il 23 luglio 1944 dagli alleati. Gli ultimi scontri nel territorio di Tavarnelle avvennero nel pomeriggio del 24 luglio. Dalla sera l’area era completamente liberata e non vi era più presenza di soldati tedeschi. Il 25 luglio 1944 le truppe neozelandesi uscirono da Tavarnelle ed entrarono nei territori di San Casciano e Montespertoli. Il 23 luglio venne liberata anche Barberino. Il 20 luglio 1944 le avanguardie alleate e i reparti speciali erano penetrati nel territorio comunale, occupando le prime frazioni collinari come Olena, Cortine e Petrognano.

Le truppe neozelandesi furono le vere protagoniste militare dello sfondamento della linea del fronte nel Chianti. Ne facevano parte i soldati della 2ª Divisione Neozelandese (composta sia da militari di origine europea sia da battaglioni Maori), guidati dal generale Bernard Freyberg. Pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, i neozelandesi combatterono casa per casa,  risalendo da sud, contro la tenace resistenza della Wehrmacht tedesca.

 

Le ferite del territorio, gli eccidi

L’uccisione di Desiderio Chiti e Corrado Conti. I ricordi del figlio Ugo Conti

Durante la ritirata, i tedeschi cercarono di punire e colpire, qui come altrove, anche i cittadini del territorio. La Toscana conta infatti molteplici eccidi e rappresaglie.

L’8 luglio 1944 [1] presso la casa di Gioacchino Forconi, vennero fucilati Desiderio Chiti (21/09/1889), operaio agricolo e Corrado Conti (22/07/1885), commerciante e proprietario di una tabaccheria.

Quel giorno, tre o quattro soldati tedeschi avevano infatti fatto irruzione nella casa colonica di Gioacchino Forconi nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Qui vennero sorpresi Desiderio e Leopoldo Chiti, Pietro e Corrado Conti, i quali con la minaccia delle armi furono prelevati e fatti avviare a piedi lungo la strada. Alla distanza di circa 20 metri dall’abitazione, i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo Desiderio Chiti e Corrado Conti e ferendo Leopoldo Chiti. Tale uccisione fu forse programmata in relazione a un rastrellamento infruttuoso condotto pocanzi nella zona circostante allo scopo di ricercare renitenti e disertori. Ugo Conti, figlio di una delle vittime, oggi ultranovantenne, spiega la dinamica:

«Noi eravamo sfollati ad una casa colonica. Vennero dei tedeschi da Tignano. Passarono da questa casa colonica e sequestrarono tre o quattro uomini più giovani. Aspettate qui gli dissero. Si va a Barberino a cercarne altri per mandarli in Germania a lavorare. Questi si buttonno nei campi, nel granturco, dove non li vedevano. Fuggirono! Tornati i tedeschi si arrabbiarono e presero così tre vecchi (sessantenni, ndr.), che erano a sedere su una panca di legno all’ombra di una quercia. Era di luglio- come ricorda Ugo Conti-. Gli spararono.  Erano i soliti, forse, – sostiene – dell’eccidio di Pratale». A Pratale- mi ricorda Conti- li hanno trovati i responsabili[2].

Come ha scritto Fusi, la ricostruzione dell’episodio si basa prevalentemente su due denunce ai Carabinieri rese da Leopoldo Chiti il 29 marzo e il 5 aprile 1945. Nelle due testimonianze la versione dei fatti cambia però sensibilmente: nella prima Leopoldo sostiene che i militari tedeschi avevano sorpreso lui e il fratello Desiderio mentre si trovavano seduti sotto a un olivo, da dove erano stati fatti alzare e avviare sulla strada per poi essere oggetto poco dopo di mitragliamento. Nella deposizione del 5 aprile, invece, dichiara d’esser stato sorpreso dai militari mentre si trovava in compagnia del fratello Desiderio, di Corrado e Pietro Conti presso la casa colonica di Gioacchino Forconi, dalla quale erano stati fatti allontanare per essere poco dopo mitragliati.
Anche la località esatta in cui si compì l’uccisione non è precisa. Talvolta è indicata quella di “Novoli”, talaltra le testimonianze indicano un luogo detto “agli indiani”. In entrambi i casi la località si trova comunque nelle vicinanze dell’abitato di Barberino. Desiderio Chiti non morì immediatamente a seguito del mitragliamento, ma decedette poco più tardi presso l’Ospedale Naldini Torrigiani di Tavarnelle Val di Pesa. I responsabili furono individuati nella divisione Fallschirm-Jäger-Division della Luftwaffe [3].

 

Foto di Ugo Conti (classe 1932)

 

Conti ricorda le fatiche della mamma, rimasta sola, per crescerlo, tra le difficoltà della guerra e del dopoguerra. Nel 1944 anche la madre rimarrà ferita da una scheggia durante i bombardamenti: «gli indiani (esercito, ndr.) la portarono a Siena all’ospedale per curarla». Lui rimase così solo con uno zio. Ai drammi delle perdite si legano infatti le emozioni, le paure, le problematicità delle famiglie e di chi era rimasto senza un affetto e senza giustizia. Togliere un padre, un uomo, ad una famiglia nell’Italia del tempo voleva anche dire minarne la stabilità e l’autonomia.

 

Mirella Lotti e la strage di Pratale: il racconto commosso di una memoria che non si spenge

Nel luglio 1944, il 23, poche ore prima della liberazione, si consumò la strage di Pratale: un commando della 4ª Divisione Paracadutisti tedesca uccise 12 civili delle famiglie Gori, Cresti, Raspollini e Lotti. Mirella Lotti, oggi unica sopravvissuta, ricorda commossa:

«Pratale è stato quello che ci ha segnato la vita- racconta con voce rotta dall’emozione. La guerra prima, poi la miseria, poco mangiare, la paura, poi il 23 di luglio, non si può nemmeno descrivere- continua. Avevo 8 anni e mezzo[4]».

A Pratale, piccolo podere del comune di Tavarnelle Val di Pesa situato a circa metà strada tra l’Abbazia vallombrosana di San Michele a Passignano e l’abitato di Fabbrica, fin dalla mattina del 23 luglio 1944 erano in corso il ripiegamento tedesco verso la collina di Fabbrica e la contemporanea avanzata della 2ª Divisione Neozelandese verso Passignano. La zona era al centro di serrati combattimenti, rivelandosi un’area cruciale per la strategia tedesca di ritirata aggressiva. Nel podere di Pratale abitavano da giorni le famiglie contadine dei Gori, dei Cresti e dei Raspollini, alle quali si era aggiunta quella dei Lotti, sfollati dalla vicina località di Fabbrica.

La sera del 23 luglio, un gruppetto di tedeschi appartenenti alla 4ª Divisione Paracadutisti fece irruzione nell’abitazione, sorprendendo le quattro famiglie a cena. Vennero quindi separati gli uomini dalle donne e dai bambini. Mentre il gruppo delle donne veniva fatto allontanare in direzione di Fabbrica, gli uomini furono invece fatti entrare in un piccolo boschetto nelle vicinanze. Fu fatta eccezione però per Maurizio Raspollini e suo figlio Rino, che il padre teneva in braccio, perché malato, che i tedeschi fecero allontanare probabilmente nella stessa direzione presa dal gruppo delle donne. I dodici uomini introdotti nel boschetto vennero quindi fatti allineare e uccisi con ripetute raffiche di mitra. Un istante prima che i militari aprissero il fuoco, Giovanni Raspollini si gettò nella vegetazione, riuscendo in un primo momento a sfuggire all’esecuzione. Durante la fuga si imbatté però in altri soldati tedeschi che lo freddarono all’istante, a breve distanza dal luogo in cui si stava consumando la fucilazione degli altri contadini.

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana, 12-12-2007, https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

Ada Vermigli, madre di Mirella e moglie della vittima Giuliano Lotti, dichiarò in una deposizione rilasciata il 28 marzo 1944 alla stazione dei Carabinieri di Mercatale Val di Pesa che dopo la strage i tedeschi avevano prelevato tutto quello che avevano potuto dal podere di Pratale. Inoltre, sembra che ai fucilati di Pratale fossero stati sottratti anche i portafogli. Nel campo dove i corpi esangui erano stati trucidati, per anni, «l’erba crebbe più alta- ricorda Mirella Lotti. I tedeschi avevano infatti mirato verso le teste degli uomini- come tristemente ricorda Lotti- barbaramente uccisi- forse per lasciare incolumi i corpi, per poi rubarne quei pochi soldi che avevano nelle tasche e, per spregio-come se non bastasse- buttarli sui corpi quei pochi spiccioli[5]».

Giovanni Baldini, Cippo dell’eccidio di Pratale, in ResistenzaToscana.it https://resistenzatoscana.org/monumenti/tavarnelle_val_di_pesa/cippo_dell_eccidio_di_pratale/

«La mia mamma- all’epoca ventottenne-  non voleva lasciare il mi babbo. Ricordo quando il tedesco mi buttò in terra». Lei, bambina, era infatti in collo al padre, quando venne catturato. Donne, bambini e vecchi furono portati via. La zia Sandrina- sorella del babbo- la raccattò di terra, dopo che il tedesco l’aveva separata bruscamente dal padre. Passarono la notte in un rifugio. C’era anche un ragazzo malato di tifo che stava molto male-ricorda. Poi furono condotti in una cantina a Badia a Passignano.

«Ti manca un affetto che te ne ricordi per tutta la vita, non ce ne si può scordare», mi ripete, commossa.

 

Mirella Lotti, classe 1935 con la foto del padre. Immagine tratta dall’articolo, Stragi nazifasciste, 20 comuni contro il ricorso dell’Avvocatura, Rai News, 12 gennaio 2024, https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2024/01/stragi-nazifasciste-20-comuni-contro-il-ricorso-dellavvocatura-dcea4824-da21-4c69-af55-174db35122d1.html

 

Il dibattito storico oscilla tra l’ipotesi della delazione e quella della rappresaglia per il ferimento di un soldato tedesco. I familiari delle vittime sin dalla liberazione accreditarono l’ipotesi che la strage fosse avvenuta a seguito della delazione fatta ai tedeschi da Pasquale Lunghi, detto “il farinaio”, uno sfollato di Tavarnelle che era stato visto fraternizzare con i tedeschi e che nei giorni precedenti aveva litigato con gli uomini della famiglia Gori per una questione di bestiame. In realtà la responsabilità di Lunghi nell’episodio non è mai stata provata, giocano anzi a favore della sua innocenza alcuni certificati rilasciati al Lunghi dal CLN di San Casciano e comprovanti la sua buona condotta politica e morale. Lei stessa sulla questione sorvola, come a non voler dar colpe o rivangare verità scomode.

Testimonianze orali italiane e fonti militari riferiscono del ferimento di un soldato tedesco a opera di partigiani verificatosi qualche ora prima della strage nella zona tra Fabbrica e Passignano, che avrebbe potuto innescare un meccanismo di rappresaglia. Tuttavia, dell’episodio nelle relazioni delle formazioni partigiane operanti nella zona (la banda garibaldina “Faliero Pucci” e la III Brigata “Rosselli”) non se ne fa menzione.

Lo stesso eccidio è stato spesso confuso negli anni con quello di Fabbrica. Perfino la località di Pratale viene talvolta confusa con Passignano o Fabbrica stessa. Questo perché sin dalla denuncia presentata il 19 maggio 1945 dalle vedove della strage ai Carabinieri è riportato erroneamente Fabbrica come luogo della fucilazione; come scrive Fusi, il boschetto nel quale vennero fucilati gli uomini prelevati dal podere di Pratale è detto anche “della Fornace di Fabbrica”; alcuni atti notori rilasciati dal comune di San Casciano dopo la strage, relativamente all’uccisione dei Lotti, riportano come luogo di morte quello di Fabbrica (in effetti i Lotti erano sfollati a Pratale da Fabbrica); il giorno dopo la strage di Pratale, si registrò nella vicina località di Fabbrica la fucilazione di altri 4 uomini ad opera dei tedeschi.

Nei bollettini della Commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiani, undici delle vittime furono dichiarate partigiani combattenti in forza alla III Brigata Rosselli, mentre Oreste Cresti fu dichiarato caduto per la lotta di liberazione. Emilio Galli, comandante della brigata, indicò in un proprio rapporto le vittime di Pratale come informatori e coadiuvanti della sua unità. Nel dopoguerra, tuttavia, da parte di alcuni parenti fu messa in discussione l’effettiva appartenenza delle vittime al partigianato: il riconoscimento sarebbe in realtà giunto grazie alla mediazione del Galli per consentire ai familiari un trattamento economico e assistenziale migliore.

Anche Nazzareno Papini (1933, Sambuca), allora sfollato a Sardella, località sopra Sambuca, ha raccontato che suo padre fu tra coloro che, nei giorni successivi alla strage, recuperarono i corpi degli uomini deceduti, ancora abbracciati, per caricarli su «due carri dei bovi» verso il cimitero [6]. I tedeschi avevano infatti impedito inizialmente una degna sepoltura alle vittime. Mirella Lotti aggiunge dettagli sulle lunghe trafile per i risarcimenti:

«La mi mamma era una donna forte. […] tutti i giorni la rammentava il suo Giuliano: io molte cose l’ho sapute stando con lei. Era una donna battagliera[7]. Ha lavorato tanto». Nel raccontare la vicenda, ben nota, Mirella si emoziona.

Nel dopoguerra si trovarono sole: Mirella e la madre Ada. Per ottenere più rapidamente gli aiuti e i sussidi alcuni partigiani avevano chiesto alla vedova Lotti di far passare Giuliano come partigiano. Mirella ricorda che la mamma «non voleva la roba degli altri». Ma ci vollero anni per ottenerlo.

Il sacrificio di suo babbo e degli altri uomini è valso la Medaglia d’Oro al Valore Civile al Comune. Come anche suo marito, sono consci che molto è stato fatto negli anni recenti: prima non c’era quasi nulla, racconta. Mirella stessa, assieme al marito Francesco Vermigli, hanno ricevuto la Cittadinanza Onoraria di Tavarnelle nel 2014. Il Comune di San Casciano in Val di Pesa con l’allora sindaco Remo Ciappi nel XX anniversario della sua liberazione concesse invece la Medaglia d’Oro alla memoria di Lotti Giuliano “che inerme cadde sotto il piombo nazista per feroce ed inumana rappresaglia nei giorni della liberazione del Comune” (26 luglio 1964). Hanno lottato una vita per avere giustizia.

«Il Comune ha aspettato troppo per fare qualcosa- dice- fossero state vive le mogli delle vittime sarebbe stato più facile ricostruire l’accaduto. Perché questo silenzio?» si è chiesta a lungo. Forse sono prevalse motivazioni politiche, le rispondo.

Anche a seguito di una nuova e rinnovata sensibilità verso gli eccidi perpetrati dai tedeschi, grazie all’apertura dell’Armadio della vergogna a Roma[8], è emersa una parziale verità, con i responsabili dell’eccidio. È stato fatto il processo -non senza spese che non tutti hanno sostenuto- ma lei sì, motivata dalla verità. Quella della memoria degli eccidi è stato un lungo cammino tra oblio, falsi ricordi, assenza di giustizia.

Nel 2011, l’Amministrazione comunale di Tavarnelle Val di Pesa ha presentato una formale denuncia alla procura Militare della Repubblica con la quale è stata avviata un’indagine che ha permesso l’identificazione di sei militari, quattro tedeschi, uno austriaco e uno polacco, i cui nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati. Il 20 maggio 2013 il GIP ha dichiarato il non luogo a procedere per estinzione del reato e per morte dei rei.

A inizio gennaio 2024, oltre venti sindaci di Comuni colpiti dalle stragi nazifasciste dell’estate 1944 si sono riuniti a Firenze per creare un coordinamento nazionale. La protesta è nata a seguito delle sentenze del Tribunale di Firenze del novembre 2023, contro le quali l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in appello, bloccando i risarcimenti destinati ai familiari delle vittime. Poiché, infatti, la Germania rifiuta di pagare, l’Italia ha istituito con il Decreto-Legge del 30 aprile 2022 un Fondo statale per risarcire direttamente le vittime. Il ricorso dell’Avvocatura ha allungato enormemente i tempi, ma la mobilitazione dei sindaci e la sentenza n. 159 della Corte costituzionale del 21 luglio 2023 hanno dato ragione alle vittime[9].

In questo caso, come suddetto, i responsabili sono stati individuati. Si trattò della Compagnia del 12° Reggimento della 4ª Fallschirmjäger Division (4ª Divisione paracadutisti), squadra composta da quattro tedeschi, Wittenauer Bruno, (1919) di Gernsbach, tenente comandante; Kurz Rudolf, (1916) di Kiel, sottufficiale aspirante ufficiale, comandante di squadra; Schulze-Holtenhausen Bernhard (1922) di Reken, caporalmaggiore; Flessenkemper Herbert, (1918) di Wuppertal; un austriaco, Moser Rudolf (1919) di Alpbach e di un polacco Ogorek Georg (1917) di Breslavia (dal 1945 Polonia).

La Storia non è fatta solo di date sui libri o di aule di tribunale; è fatta soprattutto di volti, di sguardi e di storie familiari che si intersecano con la Grande Storia. Nelle parole commosse di Ugo Conti e di Mirella Lotti, i ricordi personali smettono di essere un dolore privato per diventare memoria collettiva. Ricordare chi ci è stato strappato non è un semplice esercizio del passato, ma un atto di resistenza presente: significa restituire dignità a quelle vite spezzate e riaffermare che la ricerca della verità non scade mai.

 

Note

[1] Francesco Fusi, a cura di, BARBERINO VAL D’ELSA 08.07.1944 (Firenze – Toscana), https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2304  [consultato nel mese di luglio 2026]

[2] Testimonianza di Ugo Conti, raccolta dall’autrice il 18 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[3] Cfr. Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 123-124; Gabriella Congedo, Come se fosse ora. La comunità di Barberino Val d’Elsa e la memoria dell’ultima guerra, Sarnus, Firenze, 2013, pp. 144-145. Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, p. 150.

[4] Testimonianza di Mirella Lotti, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del progetto sul 1946 promosso in collaborazione con il Comune di Barberino Tavarnelle.

[5] Si vedano Franco Bartalesi, Memorie del passaggio del fronte a Fabbrica e a Montefiridolfi, Comune di San Casciano Val di Pesa, 1994; Claudio Biscarini, Quando piovevano le cannonate. 1944. Violenza e guerra ai civili tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, Effigi, Arcidosso, 2012, pp. 87-103; Franco Catastini, Fabrizio Silei, La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata 23 luglio 1944, Pagnini e Martinelli Editore, Firenze, 2004; Comune di Tavarnelle Val di Pesa, Storia e memoria 1940-1945. La guerra, l’occupazione, la liberazione di Tavarnelle, Pagnini Editore, Firenze, 2005; Giovanni Contini, La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana, in Leonardo Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, p. 197; Gian Luca Corradi, Lotte politiche e trasformazioni sociali nel secondo dopoguerra, in Zeffiro Ciuffoletti e Fulvio Conti (a cura di), Tavarnelle Val di Pesa. Storia e memoria (1893-1993), Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1993; Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 129-130; Matteo Mazzoni, Il passaggio del fronte tra Val di Pesa e Val d’Elsa. Civili e violenze di guerra nell’estate del 1944, Polistampa, Firenze, 2014, pp. 153-156; Pro Loco Sambuca Val di Pesa, Per non dimenticare. 23 luglio 1944. Eccidio nazista a Pratale, Tavarnelle, 1996; Carlo Salvianti, Remo Ciapetti, Lotte politiche e sociali in Val di Pesa dal primo dopoguerra alla Liberazione (1919-1944), Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1979, p. 251-52.

[6] Testimonianza di Nazzareno Papini, raccolta dall’autrice il 12 marzo 2026 nell’ambito del suddetto progetto sul 1946.

[7] Su Pratale, cfr. Francesco Fusi, a cura di, PRATALE TAVARNELLE VAL DI PESA 23.07.1944 (Firenze – Toscana) in Atlante delle stragi Nazifasciste, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2414 [consultato nel mese di luglio 2026].

[8] L’espressione Armadio della vergogna racchiude una delle pagine più dolorose e oscure della storia giudiziaria e politica dell’Italia del Dopoguerra: un insabbiamento di Stato durato oltre mezzo secolo che ha negato verità e giustizia a migliaia di vittime delle stragi nazifasciste.

La vicenda è emersa nel 1994, durante le indagini contro l’ex ufficiale SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Nei sotterranei di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, allora sede della Procura generale militare, il magistrato Antonino Intelisano rinvenne un armadio di legno sigillato con un lucchetto e posizionato con le ante rivolte verso il muro. Al suo interno giacevano 695 fascicoli d’inchiesta e un registro con 2.274 notizie di reato, tutti archiviati provvisoriamente in modo del tutto illegittimo nel 1960 dalla Procura generale militare. Quei documenti contenevano denunce dettagliate, mappe, testimonianze e i nomi dei responsabili dei più atroci crimini di guerra commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai collaborazionisti italiani tra il 1943 e il 1945. Soltanto dopo il fortuito ritrovamento del 1994 le carte sono state finalmente trasmesse alle procure militari competenti, permettendo l’avvio di una stagione di processi storici. Sebbene giunti tardivamente tali procedimenti hanno consentito di accertare le responsabilità penali ed esecutive.

[9] Stragi nazifasciste, nasce nuovo coordinamento nazionale per denunciare l’atteggiamento dell’Avvocatura dello Stato, https://www.gonews.it/2024/01/09/stragi-nazifasciste-nasce-nuovo-coordinamento-nazionale-per-denunciare-latteggiamento-dellavvocatura-dello-stato/, 9 gennaio 2024 [consultato nel mese di luglio 2026]