Il massacro dei minatori di Niccioleta, 13-14 giugno 1944

Niccioleta è un villaggio minerario nel comune di Massa Marittima, al centro delle Colline Metallifere. La storia di Niccioleta è legata all’attività estrattiva della pirite i cui giacimenti furono acquisiti, agli inizi del secolo scorso, dalla Società Montecatini. Nel 1935 la scoperta di un grosso quantitativo di minerale dette un nuovo impulso alla miniera e la Società iniziò l’edificazione di un villaggio costruito su livelli altimetrici separati per classe sociale: i palazzi occupati dalle famiglie degli operai si trovavano in basso e circondavano la piazza, al livello superiore erano disposte le abitazioni degli impiegati e sulla sommità si ergeva la villa del direttore. I dipendenti provenivano in gran parte dal monte Amiata, dove le miniere di cinabro si erano esaurite, in particolare da Santa Fiora e Castell’Azzara, ma ve ne erano anche provenienti da altre località o regioni come Veneto e Sicilia: forza lavoro specializzata, che si trasferiva da un ambito minerario all’altro, in cerca di occupazione. Al personale impiegato nella miniera non era richiesta l’iscrizione al partito fascista, ma è probabile che i dipendenti vi fossero iscritti d’ufficio al momento dell’assunzione[1]. Le mansioni particolari dei minatori, non così facilmente sostituibili, concedevano loro il vantaggio di conservare le proprie opinioni politiche senza dover necessariamente rischiare la prigione o il confino. Si andava così costituendo sottotraccia, una base di opposizione al fascismo tutt’altro che risibile: «le famiglie contrarie al fascismo erano tante, più del 60% senz’altro, ma gli esponenti diciamo quelli più in vista, saranno stati una dodicina»[2].

La Direzione ne era senz’altro a conoscenza e ad ogni visita da parte delle autorità fasciste, si procedeva all’arresto preventivo dei più facinorosi, rilasciati all’indomani della manifestazione. Dopo l’8 settembre 1943, con la costituzione della Repubblica Sociale, a Niccioleta si contavano circa una quindicina di famiglie di fascisti, su una popolazione di circa ottocento persone. Il direttore Mori Ubaldini che aveva aderito convintamente al PNF, all’affermarsi del secondo fascismo se ne discostò, in particolare quando, dalla primavera del ‘44 nel villaggio si stagliò nettamente una maggioranza antifascista ed i fascisti iniziarono a chiudersi in difesa, nel timore che le forze partigiane potessero prendere il sopravvento e vendicarsi dei loro abusi (alcuni fascisti come Aurelio Nucciotti, segretario politico, avevano partecipato a rastrellamenti di partigiani).

I partigiani dell’area erano in contatto con il villaggio attraverso fiancheggiatori che li rifornivano di dinamite, chiodi a tre punte ed altri manufatti utili al sabotaggio. Alla fine di maggio i fascisti percependo il crescente isolamento, iniziarono ad apostrofare gli antifascisti e le loro famiglie minacciandoli dell’arrivo in loro aiuto di qualcuno che “avrebbe messo a posto la Niccioleta”. Il 5 giugno gli ufficiali tedeschi del presidio di Pian di Mucini in prossimità del villaggio, chiesero al direttore di poter interrogare cinque operai accusati di essere sostenitori dei partigiani. Si presentarono in tre, uno fuggì dalla finestra e gli altri furono redarguiti e rilasciati. Si trattò di una prima avvisaglia che denunciava la presenza di delatori al villaggio. Tre giorni dopo, mentre quegli stessi ufficiali si dirigevano in auto verso Boccheggiano, caddero in un’imboscata tesa dai partigiani e i soldati rimasti al presidio si diedero alla fuga.

Il 9 di giugno del 1944 alcuni antefatti, collegati tra di loro, determineranno le sorti del villaggio e della sua popolazione. Nel pomeriggio una squadra di partigiani della formazione “Camicia Rossa” giunse a Niccioleta; i giovani, accolti dalla popolazione festante, bruciarono qualche camicia nera e dopo aver disarmato i carabinieri e chiesto ai fascisti di restare in casa, se ne tornarono alla loro base, lasciando il paese nelle mani di un comitato pubblico costituito da vecchi antifascisti che organizzarono turni di guardia agli impianti e al paese. All’alba di quello stesso giorno, il III Freiwilligen Batallion Polizei Italien, partiva da San Sepolcro con destinazione Castelnuovo di Val di Cecina, ove giunse all’alba del giorno successivo, seguendo una logica poco comprensibile visto il contingente di reparti tedeschi in ritirata che transitavano in quei giorni sulla via Aurelia, o sulle strade più interne, verso la linea Gotica.

Il battaglione, costituito da truppa italiana e ufficiali tedeschi e italiani, era comandato dal maggiore Kruger che da subito si assentò, lasciando gli uomini sotto la guida tenente Emil Block. La mattina del 10 giugno il battaglione, al suo ingresso in Castelnuovo, catturava tutti gli uomini incontrati per strada e li conduceva presso il municipio in qualità di ostaggi. La popolazione, memore che il 7 giugno una squadra di partigiani della XXIII brigata aveva catturato e passato per le armi Pietro Palmerini, impiegato comunale fascista, al giungere del battaglione pensò ad una rappresaglia legata a quel fatto. In realtà accadde qualcosa di assolutamente indecifrabile. Durante la mattina del 10 giugno una squadra del battaglione in avanscoperta si scontrava presso Monterotondo Marittimo con una squadra di partigiani: cinque di loro persero la vita, ma furono colpiti anche numerosi militi. Il tenente Block, nonostante le perdite, non effettuerà alcuna rappresaglia su Monterotondo e neanche contro gli ostaggi di Castelnuovo che nel pomeriggio furono tutti rilasciati, tranne quattro giovani in età di leva deportati in Germania. Tuttavia, il 12 giugno il comandante chiedeva che fosse approntato un locale in grado di ospitare almeno 150 uomini; la notte stessa un reparto di circa 70 uomini lasciava Castelnuovo per Niccioleta e accerchiava il villaggio, prelevando tutti gli uomini dalle case.

Gli uomini del turno di notte fuggirono nascondendo le note con i turni di guardia nel rifugio antiaereo, gli altri furono trascinati nella piazza con le mitragliatrici puntate contro, sei di loro su indicazione di fascisti locali furono prelevati, percossi a lungo e poi passati per le armi quella stessa mattina: Ettore Sargentoni con i due figli Ado, che era in contatto con i partigiani, e Alizzardo; Bruno Barabissi, a cui fu trovato un fazzoletto rosso; Rinaldo Baffetti, noto antifascista, e Antimo Chigi che aveva un lasciapassare partigiano utilizzato per raggiungere i cantieri della Todt dove lavorava. Una volta trovate le note dei turni di guardia, gli uomini furono rinchiusi nel rifugio antiaereo e alla sera condotti a Castelnuovo Val di Cecina con i fascisti del paese e le loro masserizie.

Partirono con un moderato ottimismo, pensando che la fucilazione dei sei uomini al mattino avesse in qualche modo soddisfatto il desiderio di vendetta dei nazifascisti. Fu loro ordinato di prendere un cambio per tre giorni poiché sarebbero stati condotti a scavare trincee anticarro e a minare la centrale elettrica. Furono condotti a Castelnuovo e rinchiusi nei locali del cinematografo. Il giorno dopo avvenne la selezione: ventuno giovani nati tra il 1914 e il 1927 non presenti nelle note, pur avendo partecipato ai turni, furono condotti a Firenze e da qui in Germania ai lavori forzati; gli uomini di età superiore ai cinquant’anni furono inizialmente trattenuti, poi rilasciati successivamente alla strage dove perirono molti dei loro figli. Durante la selezione il fascista Calabrò ricevette il “privilegio” di salvare sei uomini, ma ne salvò solo due dal gruppo destinato alla fucilazione.

In settantasette furono quindi condotti in prossimità della centrale elettrica e qui uccisi da mitragliatrici occultate.

Il processo che seguì alla strage si concluse con una condanna dopo due gradi di giudizio ed un ricorso in Cassazione a 20 anni per Calabrò e Nucciotti, accusati di aver chiamato il battaglione a Niccioleta, e a 10 anni per Aurelio Picchianti, un milite riconosciuto da un giovane del villaggio. Un indulto nel 1952 liberò definitivamente i condannati. Gli uomini che fecero parte del plotone di esecuzione, denunciati inizialmente da un commilitone, saranno prosciolti in seguito al ritiro della denuncia. Il segretario del direttore, un ex capitano dei servizi segreti militari, tale Nicola Larato, si era allontano da Niccioleta ai primi di giugno e vi ritornò il giorno stesso in cui il battaglione aveva accerchiato il villaggio. Fu riconosciuto da un milite ed era atteso dal comandante; dunque, era precedentemente stato in contatto con il battaglione, forse attraverso il tenente medico Domenico Fracchiolla, pugliese come il Larato. Larato fu catturato dal CLN di Niccioleta nel dopoguerra e consegnato agli Alleati, che lo tratterranno due anni nel campo di concentramento di Padula; tuttavia non fu mai imputato al processo. Il tenente medico, invece, non fu mai ritrovato perché all’epoca si ignorava il suo nome. Molti anni dovettero passare prima che gli storici si interessassero all’eccidio e ritrovassero i documenti utili all’individuazione dei responsabili tedeschi, che tuttavia restarono impuniti.

Note

  1. Presso l’Istituto Storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea a Firenze sono conservati i registri contenenti l’elenco di tutti i dipendenti della Società Montecatini iscritti al PNF, tra questi anche oppositori al fascismo, e da un riscontro presso le famiglie risultava che nessuno ne fosse a conoscenza.
  2. Si veda l’intervista a Mario Fatarella, in Katia Taddei, Coro di voci, Il Ponte Editore, Firenze 2003, p. 310.

Per approfondimenti: https://memoriavittimenazismofascismo.it/ nel quale si possono consultare le interviste a Siliano Sozzi, Mario Fatarella, Bruno Travaglini, accessibili previa registrazione gratuita.

Articolo pubblicato nel febbario 2024.




Guerra aerea su Siena.

…Durante una mia udienza privata nel periodo “tedesco”, entrò emozionatissimo nello studio del Papa il prelato di servizio, recando copia di un telegramma: gli Alleati avevano bombardato Siena, danneggiando anche alcune importanti chiese della città. Pio XII ne fu ovviamente rattristato ma il tenore del messaggio gli sembrava strano nella penna di un arcivescovo (il bieco nemico, la perfida Albione e così via). Solo alla fine si svelò l’equivoco: il mittente non era l’arcivescovo Toccabelli, ma il segretario federale repubblichino della provincia toscana – se non ricordo male, si chiamava Chiurco – che non domandava benedizioni ma, più o meno, pregava il Pontefice di stramaledire gli inglesi…

 

Un curioso aneddoto quello ricordato da Giulio Andreotti nelle proprie memorie, in grado di riassumere in sé molte delle contraddizioni riguardanti la complessa vicenda dei bombardamenti aerei sulla città di Siena.

Caso particolare, quello senese, che vide il capoluogo e la provincia risparmiati dalle distruzioni delle bombe dal cielo fino alle ultime settimane del 1943, quando tutto intorno le città della Toscana e dell’Italia pagavano a caro prezzo l’impreparazione con la quale il regime fascista aveva portato in guerra il paese. Favorita da una posizione geografica defilata e da un numero ridotto di obiettivi strategici sul proprio territorio, Siena conservò la propria inviolabilità per tutta la prima parte del conflitto mondiale, ma da tale vantaggio nacque l’errata convinzione, condivisa tanto dagli abitanti quanto dalle autorità fasciste, che nessun ordigno sarebbe caduto all’ombra della Torre del Mangia. Fiducia mal riporta quella della cittadinanza, ingenuamente convinta che una sorta di protezione divina avvolgesse la città, i suoi monumenti e abitanti. Direttamente responsabili le autorità civili e militari, sostanzialmente inoperose fino alla fine del 1942 e conseguentemente colte impreparate dall’intensificarsi della guerra aerea sulla penisola italiana, cui tentarono di riparare avviando la costruzione di rifugi antiaerei spesso mai completati e comunque inadeguati a offrire una reale protezione ai propri avventori.

La caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e la sua rinascita in veste repubblicana l’8 settembre seguente arrecarono ulteriori danni alla già improvvisata organizzazione antiaerea provinciale. I pochi militi prima presenti lasciarono la divisa e dovettero essere rimpiazzati; la costruzione dei ricoveri pubblici venne arrestata nella speranza che l’armistizio con gli Alleati significasse la fine del conflitto; le sirene di allarme, posizionate nei centri nevralgici della città per avvertire gli abitanti in caso di pericolo, non ricevettero la necessaria manutenzione e finirono per rompersi. I rappresentanti della nuova Repubblica Sociale Italiana, fondata da Benito Mussolini assieme ai suoi sostenitori più fedeli e retta dalle armi tedesche, riattivarono la rete di avvistamento attorno alla città istituendo nuove postazioni di osservazione in località sopraelevate e sulla Torre del Mangia; per allertare i cittadini in caso di pericolo, mobilitarono tamburini delle contrade e parroci delle chiese cittadine; per tranquillizzare una popolazione sempre più intimorita dalla minaccia dei bombardamenti, rinnovarono la donazione simbolica di Siena alla Madonna, come fatto in passato nei momenti più bui della secolare storia cittadina. Come ha scritto Nicola Labanca, «mentre la guerra si fa moderna e novecentesca, i fascisti di Siena rispond[evano] con il medioevo».

Gli Alleati, intanto, bloccati nella propria avanzata verso il Nord all’altezza del fronte di Cassino durante le ultime settimane del 1943, lanciavano nel gennaio 1944 una massiccia campagna di bombardamenti volti a disgregare le strutture di rifornimento tedesche.

In tale contesto si inseriva il ricordo di Andreotti, testimone della particolare richiesta di aiuto inviata al pontefice dal prefetto senese Giorgio Alberto Chiurco dopo il primo bombardamento subito dalla città il 23 gennaio 1944. Indirizzata nella zona della stazione ferroviaria, comunque mancata dagli ordigni, l’incursione aveva interessato i quartieri periferici a sud-est della città, producendo alcune decine di feriti e 25 vittime. La posizione decentrata dello scalo ferroviario, collocato in quella che allora era aperta campagna, fece sì che il lancio errato dei bombardieri non travolgesse il centro cittadino. Il rischio di nuove incursioni si dimostrò tuttavia concreto già il 29 gennaio, quando un nuovo attacco alleato portò alla distruzione della stazione centrale e al pesante danneggiamento del vicino aeroporto di Ampugnano.

Di fronte al pericolo di nuove incursioni sullo scalo ferroviario, prontamente riattivato per garantire il transito dei rifornimenti tedeschi verso Cassino, la scelta delle autorità fasciste repubblicane fu di provare la strada della diplomazia internazionale.

Richiamandosi alla Convenzione dell’Aja del 1907, tentarono così di far riconoscere a Siena la qualifica di città aperta, prevista per quelle località che non si fossero trovate in prossimità di obiettivi strategici di rilevanza militare e, soprattutto, che non avessero ospitato al proprio interno reparti combattenti. Preoccupato di mantenere il controllo su un territorio provinciale sempre più tenacemente contesogli dalle forze partigiane, il prefetto Chiurco aveva tuttavia accasermato nel capoluogo un numero crescente di truppe da impiegare nelle operazioni di controguerriglia, mentre i locali comandi germanici mantenevano il proprio posto nel centro cittadino o nelle sue prossimità, non consentendo peraltro alcuna deviazione del traffico ferroviario transitante dallo scalo senese.

In risposta al problema venne fatto ricorso alla non meglio precisata formula di “città ospedaliera”, promuovendo la versione di una Siena rifugio per profughi e malati – come in parte era – e priva al contempo di reparti armati, caserme, comandi militari, in realtà ancora presenti all’interno del territorio urbano e, anzi, destinati a crescere in numero nelle settimane successive.

Sbarrate le vecchie porte di accesso alla città, dipinte grandi croci rosse su fondo bianco nella piazza del Campo e sui tetti degli ospedali del centro, il caso di Siena fu portato all’attenzione della Santa Sede con la preghiera di interessare al riguardo i comandi angloamericani. Questi rilevarono tuttavia l’impossibilita di conferire qualsiasi riconoscimento alla città, a causa della sua funzione di collegamento tra il Nord e il Sud della Toscana e stante anche l’uso militare fatto dai tedeschi delle vicine linee ferroviarie e stradali. Pure le generiche rassicurazioni fornite circa la possibilità di salvaguardare i monumenti e i feriti presenti nel centro storico, sarebbero rimaste strettamente subordinate “all’azione che possa essere richiesta dalla situazione militare”, lasciando intendere che qualsiasi decisione sarebbe dipesa dall’evolvere del contesto bellico, che vedeva in quel momento i tedeschi impegnati a far affluire rifornimenti di armi e uomini verso il fronte, attraverso i collegamenti stradali e ferroviari della città. La comunicazione giungeva agli inizi di marzo.

Il perdurare dello stallo creatosi lungo la linea dei combattimenti, ancora ferma a Cassino nonostante il tentativo di sbarco attuato ad Anzio dagli Alleati alla fine di gennaio, aveva intanto contribuito a fare nuovamente di Siena un bersaglio dei bombardieri statunitensi.

Delle incursioni erano state condotte sulla città a gennaio e, poi, l’8 e il 16 febbraio, con la popolazione civile sempre più disperatamente aggrappata alla speranza in un buon esito delle trattative diplomatiche, che la stampa fascista presentava come ancora possibili. Dalle autorità di Salò, tuttavia, non furono intraprese iniziative in tal senso. Senza risposta rimasero anche gli appelli indirizzati dal prefetto Chiurco a Mussolini, per una presa di posizione pubblica in favore di Siena che non sarebbe mai arrivata.

Da parte loro, i comandi alleati ribadirono il 3 aprile che nessun riconoscimento sarebbe stato accordato a Siena, la cui rilevanza come centro di comunicazioni faceva sì che qualsiasi decisione al riguardo dovesse essere subordinata alle necessità militari del momento.

Mentre tutta la provincia era ormai interessata dall’azione dei cacciabombardieri statunitensi, Siena subiva l’11 aprile un nuovo, pesante bombardamento. Colpita e distrutta la stazione ferroviaria, anche le zone limitrofe di piazza d’Armi, dell’Antiporto e porta Camollia furono investite dai lanci dei bombardieri. Se i residenti in prossimità di Camollia poterono rifugiarsi nel ricovero costruito sotto la porta – peraltro con criteri che lo rendevano inadatto a resistere all’urto dei pesanti ordigni utilizzati dagli americani – quelli della zona di piazza d’Armi e della stazione non ebbero altre alternative se non disperdersi nelle vicine campagne. I morti furono almeno 13, i feriti una quindicina. Le squadre di primo soccorso, prive di equipaggiamento e mezzi meccanici, continuarono a scavare tra le macerie dello scalo ferroviario fino al sopraggiungere della notte per trarre in salvo i civili rimasti imprigionati.

Un nuovo attacco il 14 aprile seguente procurava la distruzione del deposito locomotive e nuovi danni a ciò che restava della stazione.

Quelli che sarebbero rimasti impressi nella memoria locale come gli ultimi bombardamenti aerei su Siena confermarono il fallimento del progetto della cosiddetta “città ospedaliera”, rivelatosi strumento propagandistico utile a tranquillizzare la popolazione civile e distoglierne l’attenzione dai gravi problemi attanaglianti la sempre più traballante struttura di governo fasciata, pressata dalle insistenti richieste dell’alleato-occupante tedesco, indebolita dai contrasti interni al fascismo repubblicano, screditata dai successi militari dei partigiani nelle campagne.

Nel maggio seguente, l’imponente offensiva delle forze alleate sfondava infine le difese tedesche sulla linea di Cassino. Mutato il contesto bellico e concretizzatasi la prospettiva di una rapida avanzata verso Nord, gli Alleati non portarono nuovi attacchi alla stazione ferroviaria senese, il cui utilizzo si rivelava adesso fondamentale per l’afflusso di uomini e materiali verso l’Italia settentrionale. Sarebbero stati al contrario i guastatori tedeschi, prima della ritirata, a distruggere i pochi vagoni e binari sopravvissuti alle incursioni aeree dei mesi precedenti, lasciando Siena e i suoi abitanti nella condizione di dipendere dai rifornimenti alleati per la propria sopravvivenza.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Giulio Andreotti, A ogni morte di Papa. I Papi che ho conosciuto, Rizzoli, Milano 1980;

Claudio Biscarini, Bombe su Siena. La città e la provincia nel 1944, Del Bucchia, Massarosa 2008;

Michelangelo Borri, La guerra aerea su Siena. Misure difensive, bombardamenti, iniziative diplomatiche, Il Leccio, Monteriggioni 2019;

Nicola Labanca (a cura di), I bombardamenti aerei sull’Italia: politica, stato e società (1939-1945), Il Mulino, Bologna 2012.




LA LEGGENDARIA BANDIERA ROSSA DEL PONTINO

Un episodio del sovversivismo livornese che, attraverso i racconti orali, è rimasto a lungo nella memoria popolare è quello della funambolica bandiera rossa del Pontino.
La leggendaria beffa è stata narrata in chiave antifascista, a distanza di oltre cinquant’anni, da alcuni militanti comunisti, ma con particolari diversi e, soprattutto, con incerta e contraddittoria collocazione temporale, tanto da indurre in errore chi – compreso il sottoscritto – ne ha riferito.
In realtà, l’avvenimento è tutt’altro che dubbio in quanto, come ho potuto appurare, è attestato e datato dal seguente articolo, pubblicato su la «Gazzetta Livornese» del 29 settembre 1921, in cui è descritto con ricchezza di particolari:

Una bandiera rossa sul Pontino.

La polizia veniva ieri informata che sul Pontino i sovversivi avevano posto in luogo ben visibile una insegna rossa.
Verso le 24 di questa notte alcuni agenti e un plotone di regie guardie si recavano in camion nel luogo indicato.
L’insegna era legata ad un fascio di fili dell’energia elettrica, che passando al di sopra degli stabili del Pontino attraversano il canale – all’altezza di una quindicina di metri e oltrepassano la Fortezza.
Sotto il vento freddo funzionari e agenti lavorarono a lungo a bordo di un navicello per preparare una lunghissima pertica, all’apice della quale era un cencio imbevuto di benzina a cui fu appiccato il fuoco, ma si accorsero che l’insegna era di latta e rimandarono ad oggi l’operazione.

La bandiera in possesso della polizia.

Il Questore, nel pomeriggio d’oggi, ha disposto che alcuni operai specialisti ritentassero la prova onde impossessarsi del vessillo.
Gran folla ha assistito all’… esperimento.
Gli operai mediante una scala Ponte piazzata sulla strada, sono riusciti, operando abilmente, a giungere fino all’altezza dei fili.
La folla ha seguito l’operazione come semplice spettatrice. Alla fine gli operai sono riusciti a staccare la lastra di bandone foggiata a bandiera che però è caduta in acqua.
Una squadra di agenti con funzionari a bordo di una barca, si recavano là dove l’oggetto era caduto e dopo brevi ricerche riuscivano a recuperarlo.
La polizia aveva spiegato un largo apparato di forza.
Non si è verificato alcun incidente.

Appurata dunque la cosiddetta verità storica, può essere interessante considerare le narrazioni più conosciute dell’episodio che, nella loro contraddittorietà, si sovrappongo ad alcuni episodi analoghi, avvenuti negli stessi luoghi, ma in tempi diversi.
Infatti, pochi mesi prima, per festeggiare la vittoria elettorale socialista, «sugli Scali delle Cantine, un marinaio della marina mercantile, salito col mezzo di una fune all’altezza del filo conduttore della luce elettrica, vi stendeva sopra un drappo rosso» («Gazzetta livornese, 18-19 maggio 1921») e il 30 agosto 1930, come riferisce un rapporto di Questura, una bandiera rossa con falce e martello venne appesa sugli Scali del Pontino.
Un primo racconto lo troviamo nell’intervista al comunista Eletto Allegri, classe 1903, raccolta da Iolanda Catanorchi a metà anni Settanta, secondo il quale l’episodio era avvenuto il primo maggio del 1925 o 1926, quindi in pieno regime fascista, e collegata alla figura di Ilio Barontini, segretario della federazione livornese del Partito comunista d’Italia, indicato come il “regista” dell’iniziativa, mentre invece non vi era alcun accenno all’esecutore materiale del gesto, attribuito anzi ad un generico «noi»:

il primo maggio era proibito e allora noi decidemmo di fare qualcosa per il primo maggio. In quell’occasione, ma non mi ricordo bene se era il 25 o il 26, quella data lì di sicuro, ci organizzammo […] si mise una bandiera rossa attraverso dalla fortezza ai fossi del Pontino, dalla fortezza nuova, al centro del fosso, con un cavo. Questa bandiera rossa, lui pensò, sai Barontini ci diceva tutto di fare queste cose, questa bandiera rossa fu messa ma non di stoffa, era un pezzo di lamiera pitturato con il minio e la falce e martello. Barontini disse “vedrete che questa non la spostano”; si mise questa cosa […] E la mattina poi ti puoi immaginare la sorpresa degli operai, delle guardie, a vedere queste cose qui. Noi pensammo al nostro rione, io ero del rione Pontino-San Marco dove abitava Barontini […] mi ricordo appunto l’episodio di questa bandiera; venne i pompieri, la polizia; i pompieri in mezzo con la barca a motore con delle torce cercavano di bruciarla, ma invece si anneriva, diventava rossa e nera e allora dovettero venire con la scala porta, levarla, fare un sacco di storie. Barontini soddisfatto.

Una seconda versione, è quella trasmessa da Mauro Nocchi (1934 – 2020), figlio del militante comunista Alcide e lui stesso dirigente del PCI. Il testo, risalente agli anni Novanta ed in seguito rielaborato, riprende in parte la testimonianza di Allegri, raccolta da Catanorchi, e coincide col racconto di De Santi, con l’aggiunta di qualche colorito dettaglio ripreso dalla narrazione popolare e forse ascoltato dal padre. Anche in questo caso, l’episodio è collocato in pieno Ventennio e si sostiene che la bandiera sarebbe stata portata ed esposta a Roma, alla Mostra della Rivoluzione fascista del 1932:

Negli anni 30, in pieno regime fascista, a Livorno, seppure in modo clandestino, il sentimento antifascista e di ribellione alla dittatura fascista era ancora molto forte nella gente. Nel notte del 1° maggio si compì un atto memorabile sul Pontino. Un atleta mise un cavo tra la Fortezza Nuova e l’ultima casa del Pontino con appesa una bandiera rossa con falce e martello e stella e sotto il tricolore. Si chiamava Danilo Bugliesi ed era un compagno omosessuale, e solo per questo era discriminato. E l’hanno picchiato tante volte i fascisti perché era omosessuale e perché era comunista. Lui con altri attaccarono questa bandiera che poi rimase li per giorni. E quando i fascisti poterono averla in mano, la portarono a Roma alla mostra dei cimeli della rivoluzione.
Quel mattino molte persone radunate lungo le spallette dei fossi sugli Scali delle Cantine, gioivano per l’accaduto, e mentre la Polizia con l’aiuto dei pompieri si davano un gran da fare per toglierla, qualcuno dietro le finestre socchiuse fischiettava “Bandiera Rossa”. Le persone che assistettero all’insolito spettacolo, spontaneamente applaudirono. Il gerarca fascista non sapendo se fosse più importante togliere la bandiera oppure scoprire i fringuelli che cantavano dietro le finestre, correndo qua e la andò nel pallone […] E di questi episodi la storia di Livorno ne è piena…

Una terza versione è quella raccontata da Luigi De Santi, classe 1919, dirigente della Società di Cremazione, intervistato da Catia Sonetti nel 2001. Per evidenti motivi anagrafici, neppure De Santi poteva essere stato testimone dei fatti. Per questo, non indica alcuna data, descrive una bandiera “anacronistica” e nell’indicare Danilo Bugliesi come il principale autore dell’azione, lo ritiene imparentato con una famiglia benestante e lui stesso commerciante in preziosi.

A Livorno c’era quella bandiera di quello, che poi nella vita privata era un diverso. Però […] era un atleta e mise un cavo tra la Fortezza e l’ultima casa del Pontino, una bandiera di metallo, che poi fu la bandiera che fu il primo simbolo del Partito comunista dopo la liberazione. Una bandiera rossa con falce e martello e stella e sotto il tricolore […] Lui era un compagno omosessuale e a quel tempo c’era la mentalità che un omosessuale era un uomo di terza qualità. Invece era un uomo intelligente, commerciava in oro, brillanti, apparteneva alla famiglia Galli-Marchini, i padroni della zona Pontino che aveva magazzini nella zona degli stracci. Si chiamava Danilo Bugliesi e l’hanno picchiato tante volte povero figlio, e perché era omosessuale e comunista, per tutte e due. Lui con altri attaccarono questa bandiera che poi rimase lì dei giorni, e quando poi i fascisti poterono averla in mano, la portarono a Roma alla mostra sui cimeli della rivoluzione.

Per la cronaca, esiste pure una quarta versione, la più fantasiosa, quella di Umberto Vivaldi, portuale comunista classe 1940, riportata nel libro Livornesi! Storie popolari, pubblicato nel 1998, in cui il fatto del 1921 è diventato un episodio della Resistenza, tra folklore e maldestra rimasticatura delle precedenti narrazioni:

Bugliesi e Galli del rione San Marco Pontino, fecero cucire dalle loro donne, scampoli di stoffa rossa, così che divenne fuori una gigantesca bandiera. La notte del primo maggio, sugli scali delle Cantine, la legarono con una corda sul cavo d’acciaio che dalla Fortezza Nuova attraversa il fosso fino ai caseggiati. Quel mattino, molte persone radunate lungo le spallette dei fossi, gioivano per l’accaduto. Mentre la polizia con l’aiuto dei pompieri si dava da fare per toglierla, alcuni antifascisti da dietro le finestre socchiuse fischiavano Bella Ciao. Le persone che assistevano all’insolito spettacolo spontaneamente applaudirono. Il gerarca fascista, non sapendo se fosse più importante togliere la bandiera, oppure scoprire i fringuelli che fischiavano Bella Ciao, correndo qua e là andò nel pallone.

Se questa è la leggenda, quel Danilo Bugliesi, generalmente indicato come il principale artefice dell’azione dimostrativa, è stata una persona reale: nato a Livorno il 30 settembre 1903 e deceduto il 19 settembre 1955; figlio di Agostino e Annita Crovatti, nonché appartenente – seconda una nota di Questura del 1933, ad una «famiglia di pregiudicati e sovversivi».
Infatti, il padre Agostino, classe 1864, facchino, risultava schedato nel Casellario politico centrale come anarchico sin dal 1903, mentre il fratello minore Primo (classe 1906) nel 1930 avrebbe subito una condanna per tentato espatrio clandestino e nel 1933 una diffida in quanto «professa idee comuniste» e «per l’opera sovversiva spiegata nel passato».
Anche Danilo era stato “attenzionato” dalla polizia, come si evince da una confusa nota della Questura di Livorno, datata 9 ottobre 1927, che oltre a farci sapere il mestiere (facchino e, successivamente, lavapiatti a Roma) lo indicava in questi termini: «di cattiva condotta morale politica. Egli sebbene non abbia precedenti politici in questa città, prese parte nel passato a manifestazioni simpatizzando coi comunisti […] pure nell’epoca dei moti rivoluzionari rossi, partecipò a tutte e azioni del genere e per molto tempo conservò idee comuniste, e simpatizzante del partito anarchico di cui fa parte il di lui padre».
In aggiunta, per avvalorare lo stigma morale, veniva riferito che «durante il servizio militare, mentre si trovava circa 2 anni orsono in licenza, fu tratto in arresto perché sospetto reato di pederastia passiva poi prosciolto dal reato addebitato».
Riguardo il suo diretto coinvolgimento nella collocazione della bandiera non abbiamo riscontri, ma la residenza di Danilo Bugliesi appare indicativa e avvalora la fondatezza dei “si dice”. Infatti, egli abitava sugli Scali del Pontino n. 3, piano primo, in un edificio demolito nel 1948, oggi corrispondente al caseggiato dove si trova la Farmacia S. Marco. Quindi, corrisponderebbe proprio a «l’ultima casa del Pontino» indicata dal De Santi. Inoltre, non è certo difficile supporre che Danilo potesse contare sulla complicità familiare – piuttosto che su quella di qualche struttura politica – visto che, oltre sul padre e sul fratello, poteva contare sullo zio paterno, Pietro Bugliesi (1862 – 1928), abitante a due passi, ossia sugli Scali delle Cantine al n. 9 (l’attuale civico 78). Anche lui, facchino, era schedato come anarchico nel Casellario politico centrale sin dal 1902 e nel febbraio 1922, sarebbe stato arrestato, a seguito di perquisizione domiciliare, per detenzione di una rivoltella non denunciata («Gazzetta livornese», 16 e 17 febbraio 1922).
Frammenti di un sovversivismo evocato a posteriori a simbolo di un’opposizione collettiva od organica al partito, ma sovente espressione della rivolta informale di sodalizi familiari e individualità per troppo tempo dimenticate.

Fonti archivistiche

Archivio Centrale di Stato, CPC, Busta 888, Bugliesi Agostino;
Archivio Centrale di Stato, CPC, Busta 888, Bugliesi Pietro Paolo Garibaldo Dionisio;
Archivio di Stato di Livorno, Fondo Questura, A8, Busta 1384, Fasc. 19, Bugliesi Primo;
Archivio di Stato di Livorno, Fondo Questura, A1, Busta 45, 1927, Fasc.128, Bugliesi Danilo.

Archivio pubblicato nel gennaio 2024.




Bandiere sovietiche, ritratti di Lenin e altri cimeli

Nell’ottobre 2023 si è avviato alla sua conclusione il progetto di ricerca promosso dall’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia “L’identità comunista: il PCI in Toscana e il mito dell’URSS”. Il progetto, realizzato grazie al contributo della “Presidenza del Consiglio dei Ministri. Struttura di Missione per la valorizzazione degli anniversari nazionali e della dimensione partecipativa delle nuove generazioni”, ha inteso analizzare e documentare il radicamento del mito sovietico entro il Partito Comunista Italiano in Toscana, dalla data della sua fondazione fino al suo scioglimento. Il libro fotografico Il mito sovietico nel PCI in Toscana, edito
da ISRPT Editore, è il frutto tangibile del suddetto lavoro di ricerca: a cura di Andrea Borelli, il volume riunisce documenti, articoli e foto che richiamano, per l’appunto, quel mito sovietico di cui il PCI e i suoi militanti toscani erano imbevuti, a testimonianza della loro forte connessione politico-sentimentale con l’URSS.
Avendo avuto il piacere di collaborare a quest’opera, in questa sede andrò ad approfondire il “pezzo” di ricerca da me curato, ovvero la raccolta delle fonti iconografiche: fonti che, nel volume, sono confluite in maniera particolare nella sezione Cimeli e souvenir, in quanto il mio obiettivo è stato quello di “catturare”, fotograficamente parlando, oggettistica a tema sovietico dei generi più disparati. Ho quindi deciso di indagare, in primis, sulla presenza di eventuali cimeli sovietici nelle Case del popolo e nei Circoli Arci della Provincia di Pistoia, limitatamente alla zona della piana. Case del popolo e Circoli, spesso, hanno infatti ospitato le sezioni e le cellule del PCI: quali luoghi migliori, dunque, per andare a caccia di memorabilia che richiamassero il collegamento fra PCI e URSS? E, in effetti, nonostante siano ormai passati più di tre decenni dalla Bolognina, posso anticipare che qualche traccia di questo legame è rimasta proprio in quelle costruzioni che dell’attività politica del PCI frequentemente furono teatro.
La mia esplorazione è dunque iniziata coinvolgendo, in totale, una quarantina di Case del popolo e Circoli: c’è purtroppo da dire che, nella grande maggioranza dei casi, i cimeli “del tempo che fu” sono andati perduti nel corso degli anni (vuoi per traslochi, vuoi per rimaneggiamenti dei locali, vuoi per la delusione portata, fra gli attivisti, dalla fine del PCI dopo la cesura della Bolognina). Ho infatti rinvenuto oggetti a tema con la mia ricerca solo in sette Case del popolo e Circoli Arci. Si tratta delle Case del popolo di Tobbiana e Fognano (Comune di Montale), del Circolo Rinascita di Agliana, della Casa del popolo di Bottegone, del Circolo Garibaldi, del Circolo Niccolò Puccini di Capostrada e del Circolo di Iano (tutti siti nel Comune di Pistoia). Purtroppo, per motivi di spazio, non tutti questi Circoli e Case del popolo hanno trovato spazio tra le pagine de Il mito sovietico nel PCI in Toscana; ma, nonostante ciò, tutta l’oggettistica a tema sovietico da essi posseduta è stata fotografata e poi catalogata nel fondo archivistico appositamente creato dall’ISRPT in occasione di questo progetto di ricerca.
È dunque iniziata una sorta di “caccia al tesoro”, al termine della quale sono stati riportati alla luce oggetti di vario tipo a tema URSS: gagliardetti, bandiere, libri, busti, quadri, cartoline e manifesti; l’elemento iconografico ivi raffigurato più di frequente è l’immagine di Lenin, assurto a una sorta di icona pop del comunismo (di profilo, di fronte, realistico, stilizzato e così via). Nella maggior parte dei casi, questi “antichi tesori” sono stati conservati nelle stanze delle Case del popolo e dei Circoli pur essendosi perso, nel tempo, il ricordo della loro provenienza, andata dispersa nel lungo periodo trascorso dal secondo dopoguerra a oggi. Ciò che è sicuro è che ho riscontrato ovunque, di fronte alla mia richiesta di “riesumare le vestigia del passato”, una grande voglia di partecipazione e una certa gioia nell’avere l’occasione di ridonare valore a un patrimonio, ormai storicizzato, testimoniante la passione politica e il legame dei comunisti toscani nei confronti dell’Unione Sovietica. Le bandiere, i quadri, i gagliardetti e tutti gli altri oggetti a tema sovietico non sono infatti solamente delle “cose”, ma sono invece vere e proprie rappresentazioni simboliche di un omaggio a un Paese – l’Unione Sovietica – che, per molti militanti del PCI, rappresentava niente di meno che la concreta realizzazione dell’utopia social-comunista. Spero dunque che questo progetto possa fungere da apripista per un ulteriore lavoro di ricerca sul tema che riesca a coprire l’intera Provincia di Pistoia, in quanto sono pronta a scommettere che altre “reliquie sovietiche” siano in attesa di essere scoperte, proprio nelle tante Case del popolo e nei Circoli Arci disseminati nel nostro territorio. Un patrimonio disperso che, senza dubbio, andrebbe valorizzato come merita, in quanto testimonianza tangibile di quel filo rosso che, per lungo tempo, ha legato la nostra Regione con il Paese dove si pensava – col senno di poi, forse ingenuamente –che la “futura umanità” si fosse incarnata, faro di civiltà a cui tendere e ambire, per un domani e un avvenire migliore.

Daniela Faralli collabora con l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia, di cui è membro del consiglio direttivo. Fa parte del comitato redazionale della rivista “Farestoria” ed ha lavorato nell’ambito del progetto di ricerca “Il Mito sovietico dell’URSS in Toscana”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. 




Il nuovo inventario dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età contemporanea

Nelle prossime settimane sarà presentato al pubblico il nuovo Inventario dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età contemporanea – ISREC (consultabile qui), realizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, e già disponibile e scaricabile in formato PDF dal sito istituzionale, nella sezione ‘Archivio e Biblioteca’. Questo testo nasce dall’esigenza di aggiornare e dare una nuova forma a quello che era stato redatto al momento della catalogazione curata da Antonietta Cutillo e Cecilia Rosa nel 1999. Da allora l’Archivio dell’ISRSEC ha acquisito nuova documentazione e preso in deposito diversi fondi archivistici di persona, donati dai diretti interessati o da eredi, e catalogati via via da Aldo Di Piazza e da altri collaboratori dell’Istituto, in singoli file di lavoro, disponibili presso la Sala studio dell’Ente. Il progetto iniziato tra la fine del 2022 ed il 2023, si è prefisso lo scopo di compiere una revisione di tutti questi cataloghi, frutto del lavoro di mani diverse, ed elaborati in tempi diversi, al fine uniformare il testo e di ottenere uno strumento di ricerca completo ed esaustivo, ma di facile lettura per l’utente che fosse interessato a compiere ricerche all’interno del vasto materiale che compone l’Archivio storico dell’Istituto.

Il risultato è un inventario che si compone della descrizione dei documenti raccolti dall’ISREC nel corso della sua attività, prevalentemente materiali, in originale ed in copia, relativi agli eventi che hanno interessato Siena durante il Governa fascista, la Seconda Guerra Mondiale e la lotta di Resistenza partigiana; la serie che risulta senz’altro essere quella più consistente, è quella che raggruppa la documentazione prodotta dalle Brigate partigiane e dei Gruppi di combattimento, in particolare quella relativa all’attività della Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, operante con i suoi distaccamenti in buona parte della provincia senese. Il catalogo passa poi a descrivere gli archivi aggregati, come ad esempio quelli che raccolgono i documenti relativi all’attività dell’ANPI, a partire dal 1945, e dell’ANPIA, ma soprattutto archivi di persona. Questa sezione è ampia e composita: alcuni fondi raccolgono poche carte specificatamente legate alla Resistenza e all’attività politica – come quelli di Giorgio Salvi e di Giovanni Guastalli –, altri molto consistenti raccontano anche la vita privata e lavorativa dei loro produttori. Così incontriamo, uno dopo l’altro, gli archivi personali del libraio ed editore senese Nello Ticci, di Vittorio Meoni – unico sopravvissuto all’eccidio del Montemaggio, ma anche presidente per molti anni dell’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’ANPI provinciale di Siena –, di Sergio Vieri – partigiano e in seguito esponente del Partito Comunista Italiano e dirigente della CGIL –, di Martino Bardotti – Deputato della Repubblica sotto le fila della Democrazia Cristiana –, e di Fortunato Avanzati – partigiano, presidente dell’ANPI provinciale di Siena, assessore al Comune di Siena e membro della Segreteria della Federazione senese del PCI. I documenti raccolti in questa serie di archivi aggregati sono variegati e ricchi di contenuti; lo studio e l’approfondimento di questi materiali possono fornire allo studioso della storia contemporanea del territorio senese – e non solo- ampi spunti di indagine.

Questo nuovo strumento di ricerca, al momento consultabile unicamente in formato digitale, ha lo scopo di guidare il ricercatore a comprendere la quantità di tematiche diverse, che è possibile approfondire con lo studio attento di questi documenti, e di dare conto della consistenza e di una sintetica descrizione dei contenuti, per un primo approccio dell’utente all’Archivio. Una guida insomma, che non ha l’intento di descrivere analiticamente, carta per carta, tutto quello che si conserva presso l’Istituto storico della Resistenza senese, ma di invogliare gli studenti delle scuole, gli universitari, gli studiosi che si occupano della storia recente di questo territorio, a visitare questo archivio così ricco di informazioni, che raccontano episodi, più o meno noti, del nostro recente passato.




Gli internati militari follonichesi: nodi storiografici e metodologia di una ricerca

Gli internati militari rappresentano il più consistente gruppo di italiani trattenuti con la forza in Germania durante la guerra: oltre 600.000 furono infatti coloro che opposero un netto rifiuto, determinati a continuare volontariamente la propria reclusione pur di non aderire ancora al progetto nazifascista. Di loro, oltre 40.000 morirono prima di poter riabbracciare le proprie famiglie per le dure condizioni di prigionia a cui furono sottoposti. Dai sondaggi avviati negli archivi di alcuni Comuni della provincia di Grosseto, si intuisce che anche da questo territorio il numero di IMI deportati fu probabilmente abbastanza alto rispetto alle conoscenze acquisite dalla storiografia: il riordino in corso a cura dell’Isgrec dell’Archivio postunitario del Comune di Roccastrada, ad esempio, restituisce un prospetto riassuntivo con una quarantina di nominativi di deportati militari in Germania rientrati nell’ottobre del 1945, mentre una segnalazione del suddetto Comune al Comitato provinciale Reduci dalla prigionia fa presente che “i reduci da rientrare ammontano a circa un centinaio” (Archivio Comunale di Roccastrada, in stato di riordino).

L’internato militare follonichese Lisio Nunzi nel campo di prigionia

Una ricerca condotta dall’Isgrec sul contesto di Cinigiano nel 2015, invece, ha permesso di  avviare un’operazione di recupero della memoria della deportazione che esitò in quel caso in un documentario (Fu la loro scelta. Racconti di Resistenze, prodotto dall’ISGREC e finanziato dal Comune di Cinigiano, che ruota attorno alle interviste rilasciate da testimoni, reduci e internati militari della Seconda guerra mondiale): consentì di mettere in luce tramite le residue memorie orali del territorio la drammaticità dell’esperienza vissuta da tre deportati, cosiddetti “schiavi di Hitler”, privati dei loro diritti, umiliati e sfruttati nelle fabbriche di armi, nell’agricoltura e nei servizi tedeschi, sotto la minaccia dei continui bombardamenti alleati, ma che non vennero mai meno alla loro dignità di uomini, non si piegarono alla follia e alla barbarie, affermando con coraggio un chiaro e forte “no” alla guerra. La metodologia applicata in questo progetto dimostra come la ricostruzione evenemenziale dei percorsi umani sia la base da cui partire per una riflessione di taglio storico anche sul tema della deportazione; una metodologia che permette da un lato di dettagliare e accrescere i profili biografici di partenza, dall’altra mirante all’individuazione del numero più veritiero possibile di deportati.

Opera dell’artista Evrio Cicalini, internato militare

Quella degli IMI fu una Resistenza senza gloria, dimenticata, lontana, nella Germania dei lager, combattuta tra freddo, fame, stenti, malattie su cui una recente iniziativa del Comune di Follonica ha portato i ricercatori delll’ISGREC nuovamente ad indagare, allargando il quadro conoscitivo a un altro Comune della provincia. Infatti, dalla volontà espressa con una mozione dal Consiglio comunale di Follonica di realizzare una ricerca storica che permettesse “di individuare con esattezza i nomi dei follonichesi deportati nei lager nazisti”, è stata affidato all’Isgrec un incarico per il recupero della storia e della memoria degli internati militari di Follonica, portato avanti grazie alla sinergia fondamentale con la sezione Anpi “Virio Ranieri” di Follonica.

Obiettivo della ricerca era quello di procedere a livello locale, tenendo fermo come criterio quello della provenienza generica dal territorio follonichese, per rintracciare i nati o vissuti a Follonica deportati come internati militari dopo l’8 settembre. Questo a partire dai pochi nominativi inizialmente reperiti nel volume del 1996 “Il mi’ paese è libero: fra testimonianze orali e carteggi. Follonica dal 1940 al 1945” e in parte forniti dal Comune, prevedendo sondaggi sulle Banche dati online e tramite il contatto con associazioni dei reduci (in primis l’Associazione nazionale reduci della prigionia – ANRP – e l’Associazione nazionale ex Internati) per la verifica dei nominativi ed eventualmente l’incrocio dei dati.

Targhetta identificativa di Lisio Nunzi, internato nello Stalag V-B di Villingen, nella regione tedesca del Baden-Württemberg

Proprio le competenze maturate dall’Isgrec durante la pluriennale attività di indagine a livello locale sul tema della deportazione razziale (si vedano gli studi condotti da Luciana Rocchi), sulla deportazione politica (con la posa delle pietre di inciampo dedicate ad Albo Bellucci, Giuseppe Scopetani e Italo Ragni davanti al Comune di Grosseto e di quella dedicata a Tullio Mazzoncini a Campo Spillo) e sulla memoria degli IMI, cui già si è accennato, hanno suggerito di procedere a livello locale, tenendo fermo come criterio quello della provenienza dal Comune di Follonica. Una tipologia di lavoro storico che permette di mettere in luce non soltanto alcune figure importanti della storia del territorio, ma anche di evidenziare questioni rilevanti per l’interpretazione del quadro nazionale, che potrebbero tornare utili nel momento in cui verranno realizzate altre ricerche a livello provinciale ma anche regionale.

Targa apposta nella Giornata della Memoria 2023 a Follonica in ricordo degli IMI

Scopo del lavoro, inoltre, è stato anche quello di riportare queste vicende all’interesse collettivo, restituendo a Follonica la memoria storica dei suoi internati militari, ormai quasi dispersa. Proprio per questo motivo, alla ricerca storica vera e propria, che confluirà prossimamente in un volume, si è scelto di affiancare iniziative di public history dedicate alla comunità follonichese, come l’apposizione, a gennaio 2023, di una targa in memoria presso lo spazio antistante il palazzo comunale, con la partecipazione delle autorità cittadine, dell’Anpi e dei ricercatori dell’ISGREC e con il coinvolgimento delle famiglie degli IMI, della cittadinanza e delle scuole. L’iniziativa pubblica ha restituito quindi i risultati della ricerca portando con forza all’attenzione della collettività il tema in maniera simbolica, nella giornata dedicata dalle leggi dello Stato italiano a tenere insieme la memoria della Shoah, cioè lo sterminio e la persecuzione del popolo ebraico, con quella dell’internamento militare e della deportazione politica. La visibilità data dall’evento alla ricerca, ha permesso di raggiungere ulteriori famiglie che conservavano una memoria familiare privata di internamento militare, anche tramite una mail dedicata presso il Comune di Follonica finalizzata alla raccolta di segnalazioni. Ne sono emersi, allo stato attuale, ben 23 nominativi, 23 storie, che rappresentano rispetto al numero iniziale, un notevole allargamento delle conoscenze storiche che riguardano il territorio.

L’invito del Comune di Follonica a rintracciare gli Imi che nella città sono nati o che l’hanno resa la sede della loro crescita personale e professionale, è uno dei gesti istituzionali che contribuisce nel modo più sensibile e concreto, a distanza di ormai ottanta anni, a restituire la riconoscenza mancata verso persone che dedicarono tutti i loro sacrifici per l’Italia. Molto profondo anche il senso di comunità espresso alle origini stesse della ricerca. Non si è infatti trattato di analizzare i follonichesi nati o residenti nella città, per quanto le loro storie siano state ripercorse anche attraverso la ricerca negli archivi dell’anagrafe. Ma si è voluto comprendere tutti coloro che hanno vissuto una parte importante della loro vita a Follonica, contribuendo allo sviluppo della città, o anche alla sua ricostruzione nel dopoguerra. In qualche modo, cioè, parti integranti di una comunità, intesa come insieme di persone e di valori che hanno fatto dell’antifascismo (nel dopoguerra) e del senso civico della memoria (ai nostri giorni) le colonne portanti della propria identità. Quanto voluto da una istituzione cittadina come quella di Follonica è certamente un gesto di grande valore e di importanza storica, sebbene condotta su un numero estremamente ristretto di militari in confronto agli oltre 600mila che vissero la loro stessa esperienza. Ma è fondamentale anzitutto perché restituisce valore al sacrificio fatto dai prigionieri nei campi tedeschi, che dopo lunghi mesi di sofferenze e lavoro forzato tornarono in una patria poco pronta ad accoglierli e a capirli. Si tratta poi di un tassello di un mosaico molto grande che, per quanto necessiti di altri studi locali per andare a completare il panorama complessivo, è pur sempre un esempio ed un punto di partenza importante.

Ruolo matricolare di Rino Burgassi, Archivio di Stato di Grosseto

Lo studio condotto si è avvalso di più fonti. Le testimonianze raccolte hanno rappresentato soltanto la seconda fase di una ricostruzione che, come di dovere, è partita dagli archivi e ha cercato conferme e integrazioni nell’incrocio dei dati e delle informazioni. Gli elenchi di nominativi conosciuti a livello locale (grazie al contributo dell’Associazione Il Golfo) o apparsi su alcune pubblicazioni di vecchia data sono stati analizzati e verificati presso molteplici diversi fondi. Questo ha permesso anzitutto di scartare alcuni militari che, anch’essi prigionieri, non vissero la vicenda dell’internamento in Germania. La ricostruzione degli arruolamenti e della dislocazione dei militari all’8 settembre 1943 si è ricostruita principalmente attraverso i ruoli matricolari custoditi presso l’Archivio di Stato di Grosseto e di alcune altre provincie dove gli internati erano residenti al momento della leva. Le nuove fonti online messe a disposizione da Arolsen e altre iniziative sorte recentemente per valorizzare il sacrificio degli Imi sono parimenti state consultate per ottenere conferme o smentite. Gli archivi di Onorcaduti rappresentano poi la fonte principale per verificare gli eventuali caduti. Una ricerca a livello locale, infine, non poteva prescindere da un approfondito lavoro presso gli uffici dell’anagrafe comunale. L’aver incluso nell’analisi cittadini di Follonica nel senso più ampio, ha infatti implicato che si verificassero gli spostamenti di residenza, per comprendere quando e perché gli internati raggiunsero Follonica, o se ne allontanarono nel corso del dopoguerra. Se tutto questo ha preparato il terreno per la consultazione dei parenti dei militari, è stata fondamentale anche un’intensa opera di ricerca per passaparola al fine di rintracciare i figli, i nipoti e gli altri parenti dei protagonisti di quelle ormai lontane vicende. Da Follonica ci siamo quindi spostati anche in altre città italiane, dove nel tempo le famiglie si sono trasferite. Un percorso di ricerca dunque non facile ma che ha messo in rilievo la partecipazione e la vicinanza di questi nuclei familiari ormai stabilitisi altrove con le origini follonichesi dei genitori.

I familiari di alcuni IMI di Follonica davanti alla targa che ne ricorda la tragica vicenda

Se l’analizzare l’esperienza degli Imi a livello locale presenta alcuni precedenti, alcuni dei quali condotti con studi ben più ampi e completi, quanto svolto a Follonica rappresenta tuttavia una novità non trascurabile. Non sono state ricostruite le storie degli Imi soltanto attraverso le carte d’archivio né con le testimonianze dirette dei reduci, come in gran parte degli studi condotti sino ad ora. Il lavoro si è intenzionalmente allargato allo studio delle conseguenze dell’internamento sulla personalità dei militari dopo il loro rientro in patria e delle reazioni dei familiari e della comunità al ritorno dei prigionieri. Cosa ha lasciato in ognuno di loro la dura esperienza vissuta? Ha influito, e in che misura, nel loro costruirsi una famiglia, trovare lavoro, trascorrere il proprio tempo libero? E ancora: cosa hanno raccontato alle proprie famiglie, e in che modo lo hanno raccontato? Ciò che non hanno voluto dire e spiegare, a cosa fu dovuto? Per rispondere a queste domande la fonte più efficace sono state le testimonianze dei familiari, coloro cioè che in prima persona accolsero o conobbero gli Imi dopo che riuscirono a rientrare in patria. Ascoltando le loro voci si è potuta ricostruire non soltanto la storia della loro vita, ma anche il loro stesso atteggiamento verso l’esperienza subita, ed il loro approccio con i figli e con la comunità locale. Da tante storie diverse e comportamenti diversi si può tuttavia ricostruire un’unica storia: quella della difficoltà per gli internati militari di ricongiungersi con la nuova Italia che trovarono al rientro dalla Germania. Un’Italia che aveva mostrato i suoi nuovi tratti anche a Follonica, impegnata nella ricostruzione e amministrata da nuovi partiti politici e nuove figure istituzionali.

Storiograficamente, infine, lo studio si apre ad un’altra novità: l’utilizzo di testimonianze di seconda generazione. In un panorama in cui molte pubblicazioni, anche di grande valore scientifico, hanno utilizzato le testimonianze dirette degli Imi per ricostruire le vicende della prigionia e del loro ritorno in patria, l’utilizzo di racconti secondari non è ancora sviluppato. Da una parte sembra naturale aver voluto interpellare i testimoni diretti di quelle tragiche esperienze fino a che è stato possibile. Ma ascoltando i parenti degli Imi follonichesi ci è sembrato che le loro testimonianze non fossero un ripiego, una fonte di rimpiazzo. Abbiamo riscoperto piuttosto il loro grande valore per analizzare l’impatto della prigionia sui familiari degli internati e come quei duri mesi in Germania segnarono per sempre le loro vite, lasciando ferite indelebili e sofferenze prolungate. Ma anche qualche insegnamento, sapientemente tramandato ai figli e ai nipoti. Certo, i dettagli della detenzione, del lavoro nei campi, della vita nelle baracche possono subire alcune sfumature passando di generazione in generazione, molti aneddoti possono andare perduti. Le voci dei parenti ci aprono molti altri ambiti di riflessione, sia sulla metabolizzazione del ricordo che sulla sua funzione ed influenza sulla memoria della comunità.

Dino Ferri, libretto del campo di lavoro e prigionia

Le storie emerse sono tutte diverse l’una dall’altra. Hanno in comune alcuni punti cruciali della vicenda degli Imi, come la cattura, il viaggio in Germania, gli aspetti della prigionia. Ma hanno anche tante sfaccettature diverse. Il panorama degli internati follonichesi spazia fra momenti diversi nei quali vennero catturati, e soprattutto in luoghi diversi dello scacchiere di guerra del settembre 1943. Provenivano da famiglie di estrazione sociale, politica ed economica diversa, e questo contribuì a modellare l’impatto con la prigionia e, soprattutto, il loro reinserimento nella società locale del dopoguerra. Appartenevano ad armi e reparti differenti, sebbene nessuno di loro appartenesse al ruolo degli ufficiali. Quello che avevano lasciato a Follonica, o nei loro luoghi di origine, era un contesto altrettanto diversificato. Qualcuno aveva un’attività lavorativa bene avviata, altri erano dei ragazzi che si avvicinavano proprio in quel momento al mondo del lavoro, magari aiutando i genitori o facendo apprendistato in qualche azienda locale. Vi erano padri di famiglia, sposati e con figli, mentre altri erano i figli giovani di famiglie che avrebbero avuto necessità del loro supporto. Conseguenza inevitabile dei reclutamenti fascisti, che univano i richiamati alla leva in un susseguirsi sempre più affannato di nuovi uomini al fronte.

Molto interessanti sono poi le storie delle nuove vite. Se qualcuno tornò, pur con i suoi traumi interiori, alla vita precedente, molti altri iniziarono proprio al loro rientro a Follonica una nuova esistenza. Si sposarono, trovarono un impiego, nel difficile contesto economico dell’immediato dopoguerra, e si reinserirono in modo non sempre semplice nella comunità locale. Un approccio spesso difficile per la scarsa propensione della società di quei mesi ad accogliere e ad ascoltare chi, suo malgrado, ricordava la guerra e la disperazione. Eppure tutti loro avviarono attività a Follonica, collaborarono alla ricostruzione della città, parteciparono attivamente ad iniziative sportive, culturali, ricreative.

Lo studio dell’impatto della prigionia degli internati militari sulle famiglie e sulle comunità in cui vissero dopo il rientro in patria è in gran parte da scrivere. L’interesse mostrato a Follonica dai figli e dai parenti degli Imi ha dimostrato come essi stessero ancora aspettando un riconoscimento del sacrificio dei loro padri. L’adesione al progetto, l’impegno dimostrato nel rendersi disponibili, la loro voglia di raccogliere i documenti che conservano gelosamente e di offrirli alle nostre letture sono tutti segnali di apprezzamento per l’iniziativa di valorizzazione e di memoria che si è voluta realizzare. L’interesse dimostrato anche da persone più giovani, come i nipoti, ci suggerisce anzi che siamo forse in ritardo nell’ascoltare i loro padri. Una terza generazione sembra già a disposizione, almeno a Follonica, per raccontare quanto i loro padri raccontano dei loro padri.




Combattenti aretini senz’armi…

Francesco Venuti, autore delle Memorie di guerra e di prigionia, edito dal Consiglio Regionale della Toscana nel 2018, ha inteso contribuire con questa ricerca all’impegno dispiegato nel corso del tempo dai molti storici che hanno studiato il dramma dell’8 settembre 1943: il disarmo e la deportazione degli Internati militari italiani del 1943, mediante il paziente recupero di testimonianze scritte dagli stessi deportati in forma di diario o di ricordo, oltre al paziente lavoro di archivio compiuto sia in Italia che in Germania, soprattutto a partire dal Convegno di Firenze del 1985.
Si è trattato non solo del tentativo di colmare un “vuoto di memoria” causato dal silenzio che per decenni aveva accompagnato la vicenda degli I.M.I. ma anche di compiere un sia pur tardivo atto di giustizia nei confronti di tutti quegli italiani in uniforme che per decenni erano stati dimenticati dalle istituzioni repubblicane, dalla società nazionale impegnata nella faticosa ricostruzione postbellica, da un’opinione pubblica tesa a cancellare gli orrori della guerra insieme alle sue vittime: perfino le stesse autorità militari sembrava avessero steso un velo su quanto era accaduto ad una massa sterminata di soldati ingannati dai nazifascisti.
L’oblio e la rimozione colpirono i sopravvissuti sin dal momento della liberazione e del rimpatrio, spesso vissuti dagli ex internati come fonte di sofferenze, rabbie, umiliazioni, provati quando si resero conto che presso le autorità italiane mancava la necessaria volontà e spesso la stessa capacità di comprendere non solo la portata del loro vissuto, ma più banalmente gli stessi problemi legati al rimpatrio: i governi formatisi in seguito alla liberazione nazionale non mostrarono alcun interesse ad attrezzarsi adeguatamente per accogliere i sopravvissuti. L’opinione pubblica, alimentata in parte da una propaganda ancora di stampo fascista, tendenzialmente considerò gli internati come l’immagine perturbante non solo della sconfitta, ma anche quella dell’imboscamento e della fuga dalle responsabilità. Spesso lo stesso rientro in famiglia, oggetto di idealizzazione durante la prigionia, soffocava ogni tentativo del reduce di narrare le proprie sofferenze di fronte all’indifferenza di chi aveva a sua volta subito le sofferenze del passaggio del fronte, le prepotenze degli invasori e le violenze fasciste.
In conclusione, quella che nella esperienza comune poteva costituire un passaggio dalla prigionia alla libertà, divenne per la maggior parte dei reduci un crollo delle illusioni, la chiusura nello sconforto che spiega come ad una narrazione priva di ascolto fu scelto il silenzio.

Nell’archivio dell’Associazione Combattenti e Reduci della Federazione pratese l’autore dello studio citato in apertura si è imbattuto in nove testimonianze relative ad I.M.I. sopravvissuti della provincia di Arezzo. Si tratta di DINO BELARDI, AGOSTINO BROCCHI, GIUSEPPE CANNONI, ARMANDO LAPI, ORLANDO LIPPI, ALESSANDRO MARTINI, DINO MASETTI, MINO MENCATTINI, OSVALDO VISI.

Dino Belardi nasce a Camucia (Cortona) il 20 agosto 1912. Si sposa con Elena Salvadori. Dal 28 ottobre partecipa alle operazioni svoltesi sul fronte greco-albanese 1940 nel diciannovesimo Reggimento di artiglieria “Gavinana” ed è catturato in Albania il 14 settembre 1943. È internato nello M. Stammlager V G, presso Bonn col numero di matricola 89918 e inviato al lavoro coatto presso una fattoria. Liberato nel 1945, rimpatria il 13 settembre dello stesso anno presentandosi al Centro Alloggio di Bolzano. Il suo foglio matricolare così recita: «Nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura e al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra». Muore a Montemurlo di Prato, dove si era trasferito con la famiglia, l’8 agosto del 1997.

Agostino Brocchi nasce a Cortona il 23 marzo 1924, è chiamato alle armi l’11 maggio 1943 e arruolato nel sesto Reggimento Genio. Catturato a Bologna e deportato a Dortmund dal settembre 1943 ad aprile 1945, col numero di matricola 19798 è inviato al lavoro coatto in una fabbrica di armi dove riceve persistenti danni alla salute connessi al lavoro, come varici interne degli arti inferiori di notevole entità con esito a destra di ulcera varicosa. Al momento del rimpatrio, l’11 settembre 1945, si presenta al Centro Alloggio di Como.

Giuseppe Cannoni nasce a Castelfranco Piandiscò (Arezzo) considerato uno dei borghi più belli d’Italia il 24 agosto 1916. Arruolato di leva il 10 giugno 1936 e chiamato alle armi il 15 maggio 1937, milita nel 40° Reggimento di fanteria, Divisione “Modena” come soldato semplice fino al 27 agosto 1938. Richiamato alle armi il 2 maggio 1940 col grado di caporalmaggiore, il 12 ottobre 1943 è catturato a Prevesa (Epiro), che dal luglio del 1942 era sede della 139ª Squadriglia della Regia aeronautica italiana, internato presso Linz (Vienna) col numero di matricola 30311 e condannato al lavoro coatto di riparatore nelle ferrovie in qualità di tornitore. Rimpatria il 25 giugno 1946, e si ricongiunge alla famiglia abitante nella frazione di Certignano. Il 5 settembre è costretto ad operarsi di ernia epigastrica contratta durante la prigionia. Si ignora la data di morte.

Armando Lapi nasce l’8 maggio 1910 a Cetica, nel comune di Castel San Niccolò (Arezzo). Arruolato nell’Arma dei carabinieri il 2 luglio 1929, dapprima è assegnato alla Legione Allievi di Roma e poi, a partire dal 7 novembre 1939, risulta in servizio nella Legione di Firenze, dopo che il 28 ottobre 1939 si era sposato nella chiesa di Torre, frazione anch’essa di Castel San Niccolò, con Emilia Durazzi ed era andato ad abitare a Strada, capoluogo del comune. Il 19 luglio 1941 parte per il fronte dei Balcani in servizio presso la 65ª sezione dei carabinieri della Divisione di fanteria “Cacciatori delle Alpi”. Dopo l’8 settembre 1943 riesce a rimpatriare con mezzi di fortuna e raggiungere la famiglia il 18 ottobre dello stesso anno. Subito dopo si presenta al Comando della Legione di Firenze; ma poiché non intende aderire alla R.S.I. si dà alla macchia, rientrando di nascosto nella casa paterna di Campareccia, dove lo raggiungono la moglie e il figlio di due anni. Dopo il fortuito incontro con un maresciallo, suo vecchio amico, militante nella formazione “Lanciotto Ballerini”, operativa sul Pratomagno al comando di Aligi Barducci (“Potente”) lo segue nella cosiddetta “Repubblica partigiana del Pratomagno” e combatte col nome di battaglia di “Quaranta”. Partecipa alla vittoriosa battaglia di Cetica il 29 giugno 1944, giorno nel quale i nazifascisti avevano attuato le stragi di Civitella della Chiana, Cornia e San Pancrazio di Bucine. Catturato dal nemico il 4 agosto successivo, durante un rastrellamento, insieme al fratello Artemio è deportato in Germania nella regione della Saar, dove svolge lavoro agricolo coatto nelle fattorie oppure di addetto alla rimozione delle macerie procurate dai bombardamenti a Wiesbaden e a Francoforte sul Meno. I due fratelli sono liberati nell’agosto 1945 e nello stesso mese rimpatriano: Armando presterà servizio presso la Compagnia dei carabinieri di Prato, dove sono nati altri due figli, Lorenzo e Liliana, fino al pensionamento, il 1° novembre 1956 e dove si è spento il 20 dicembre 2006.

Orlando Lippi nasce a Poppi (Arezzo) il 15 maggio 1920, dove il 15 giugno 1944 è catturato come civile, essendo un contadino, internato a Sondershausen, in Turingia col numero di matricola 42076 e obbligato al lavoro in una officina di produzione di armi nel reparto di pezzi da mitragliatrici come tornitore. È liberato dalle truppe americane nel maggio 1945.

Alessandro Martini di Cortona nasce il 21 settembre 1915. In servizio militare a Corfù, non si conosce in quale arma, è catturato nel settembre 1943 e internato a Fulda, nell’Assia, nello Stammlager IX A col numero di matricola 82608, dove è costretto a lavorare in una fabbrica di maschere antigas ed altri lavori, fino a maggio del 1945. Secondo la sua dichiarazione per tutto il tempo dell’internamento è stato tenuto sotto custodia e sottoposto a continue perquisizioni e controlli da parte dei sorveglianti. Rimpatria il 5 luglio 1945.

Dino Masetti nasce il 19 ottobre 1923 a Pratovecchio (Arezzo). Nel gennaio 1943 è inquadrato nell’8° Reggimento di artiglieria di stanza a Postumia, in Slovenia. Dopo l’8 settembre 1943 tenta di fare resistenza ai tedeschi con un gruppo di commilitoni, ma è catturato e inviato in Germania in diversi campi di prigionia: Stettino, Mannheim, Ludwigschafen, Heidelberg, Landau, per poi finire a lavorare sulla linea Sigfrido agli inizi del 1945. Rimpatria nel settembre 1945.
«L’8 settembre […] a un certo momento verso le nove di sera suonò l’allarme e venne l’ordine assoluto di rientrare in caserma ma non si sapeva ancora il perché, che c’era stato l’armistizio […] fu fatta resistenza, noi non ci si arrese ai tedeschi, ma non s’aveva nulla: si aveva un moschetto e la pistola, ma cosa si fa contro i carri armati? In conclusione, fu fatta una sessantina di morti e poi ci si dovette arrendere».

Mino Mencattini di Stia (Arezzo), presta servizio militare a partire da febbraio 1942 nel terzo Reggimento “Granatieri di Sardegna”, corpo della Divisione “Forlì” di stanza a Viterbo. Dopo l’8 settembre 1943 è catturato e internato prima a Wietzendorf (lager X/B, matricola n° 173040 KG- ITL) presso Belsen e poi a Klein Wasleben, nel Magdeburgo. Il suo racconto autobiografico della prigionia mette al centro della narrazione la condizione di totale distruzione della dignità degli internati, lo stato di abbandono, la solitudine aggravata dalle sopraffazioni, dalle violenze e dalla fame ossessiva e incalzante. La deportazione sui carri bestiame, senza cibo, ma soprattutto senza acqua segna l’inizio «dell’abbrutimento, dell’autoannientamento morale nel quale l’infernale macchina tedesca avrebbe voluto ridurci, facendoci prima morire nello spirito».
Il discorso del comandante SS del campo di Wietzendorf rivolto ai prigionieri il giorno dopo il loro arrivo non lascia dubbi:
«Voi non siete dei normali prigionieri di guerra; i prigionieri di guerra sono avversari, leali combattenti che cadono prigionieri e meritano rispetto da soldati; voi siete dei volgari traditori badogliani che ci avete improvvisamente e proditoriamente voltato le spalle; perciò, non possiamo, non dobbiamo considerarvi prigionieri di guerra, ma pericolosi internati a completa disposizione del grande Reich e del nostro grande Führer. […] Tenete bene a mente una cosa – aggiunse – voi non siete nessuno, siete una cosa, uno strumento, del quale disporremo come crederemo meglio, quando e dove vogliamo!».
Finalmente, per i sopravvissuti, il 1° luglio 1945 partenza per l’Italia. Al passo del Brennero attende i reduci un vecchio treno merci, già occupato, insufficiente per tutti:
«L’impatto con quel treno fu un’amara delusione per tutti. Tutta l’accoglienza “ufficiale” di cui ci aveva parlato il colonnello Salzano consisteva in quel merci rugginoso e stipato e in un plotone di carabinieri per sorvegliarci. […] Mi tornavano in mente le parole di quell’anziano capitano degli alpini che ci aveva avvertiti: – Non aspettatevi che vi accolgano a braccia aperte; per i reduci non è facile parlare di diritti, non lo fu neppure nel 1918, e allora tornarono vittoriosi. I diritti saranno di quelli che sono stati a casa, degli eroi dell’ultima ora. […] Andiamo avanti tutti verso casa; siamo liberi in questo treno che ci riporta, ma siamo muti. Abbiamo tutti bisogno di scongelare, di sciogliersi l’anima, disincagliarci, riacquistare la speranza e la fiducia in noi stessi e negli altri. Ma sono cose, doni che pochi potranno darci. Non certo la nostra “mamma Italia” che quasi si vergogna di noi…».

Osvaldo Visi di Angiolo, nato a Lierna, frazione del comune di Poppi (Ar), ultimo di tre fratelli tutti chiamati alle armi.
«… Nel periodo che ho passato in Germania ricordo di aver cambiato molte città, ma di queste non ricordo che alcuni nomi. Ricordo di aver lavorato il ferro in una fabbrica vicino alla quale c’era una casa dove portavano con i camion i prigionieri provenienti da vari Paesi europei. Io non ci sono mai entrato, ma sentivamo dire che da lì li portavano poi a morire. Qui ho visto uccidere un uomo perché aveva “rubato” un po’ di frutta in un orto …».

Le fonti delle loro narrazioni sono presenti rispettivamente: per Dino Belardi, Agostino Brocchi e Giuseppe Cannoni nell’archivio della Federazione pratese dell’A.N.C.R. Per Armando Lapi e Dino Masetti in Ultime voci, raccolta di testimonianze a cura della Federazione pratese: per il primo alle pp. 90-96, vol. III, per il secondo alle pp. 48-56, vol. VIII. Per Mino Mencattini le memorie sono presenti in Eravamo nessuno, Edizioni Fruska, Stia (Ar), 1989. Per Osvaldo Visi la testimonianza integrale è reperibile in Salvo Salvi, Ritorno alla vita. Ricordi di un lontano dopoguerra, Edizioni Fruska, Soci (Ar), 2012.




Il Campo P.G. n. 60 di Colle di Compito (Capannori)

IL CAMPO FINO AL 10 SETTEMBRE 1943[1]

Nel giugno 1940 l’Italia fascista entrò in guerra. Fin dai primi giorni il Ministero degli Interni istituì su tutto il territorio nazionale campi per i militari nemici catturati. Contestualmente inasprì la legislazione antiebraica del 1938 e, con norme che si fecero sempre più restrittive, impiantò campi di concentramento e luoghi per il “normale internamento di guerra degli stranieri nemici e/o indesiderabili, e degli italiani pericolosi”. [2]

Il campo P.G. n.60, sorse[3] come campo per soldati e sottufficiali angloamericani ma dopo il tragico episodio del 10 settembre 1943, oggetto di questa nota, fu ristrutturato e servì al fascismo repubblicano come campo di concentramento – fino alla metà del ’44 – per ebrei e oppositori alla RSI e ai tedeschi occupanti.

Fu scelta l’area paludosa del Pollino, paradiso dei cacciatori di uccelli acquatici,[4] appartenuta al conte Gaddo della Gherardesca e da lui parzialmente bonificata grazie a un’idrovora inaugurata nel 1925. Al tempo della requisizione da parte dell’Esercito Regio, ne era proprietario il genovese Giuseppe Ravano che, con la moglie Candida Bombrini, vi gestiva una fattoria. Non ci è documentato l’assetto originario del campo; possiamo però ricavarne alcune caratteristiche – dimensione e strutture – oltre che da testimonianze – da una pianta di poco successiva. [5] La recinzione, con “fili spinosi“, abbracciava un perimetro di circa 600 mt, con diverse garitte per le sentinelle. Vi trovavano posto baracche di legno utilizzate come dormitori cui si aggiunsero tendoni di tipo “Roma” per fare fronte alle maggiori esigenze. Un luogo insalubre e soggetto ad alluvioni, assai freddo d’inverno per la nevicate sui monti antistanti e infestato da insetti nei mesi estivi; situato a tre km dal primo posto di ristoro (un dopolavoro[6]), ma con il vantaggio della prossimità (grazie a una stradina vicinale che attraversava il campo) alla piccola stazione di Colle di Compito, sulla linea Lucca-Pontedera: all’epoca uno snodo ferroviario vitale, soprattutto per il collegamento con la Piaggio. La linea, dopo il bombardamento della stazione di Pisa, il 31 agosto ’43, era diventata arteria logistica nevralgica per i tedeschi e, proprio perciò, bersaglio di frequenti e rovinose incursioni aeree alleate che ne decretarono il finale abbandono, spesso colpendo anche il campo. [7]

In questa fase (prima dello “sbandamento”) la sorveglianza e il controllo fanno capo al Ministero degli Interni. Il comando del campo è affidato a un colonnello dell’esercito coadiuvato da ufficiali, carabinieri e soldati. [8] Nonostante le forti carenze igieniche rilevate anche da ispezioni della CRI[9] e qualche problema di convivenza[10] i prigionieri vengono trattati con umanità: ricevono pacchi con generi di prima necessità; presso il campo è in servizio per un certo tempo un capitano medico; in certe occasioni possono, accompagnati, uscire in paese. La popolazione locale – che vede “i neri” per la prima volta – prova nei loro confronti curiosità e sentimenti di solidarietà; non mancano i piccoli baratti (molto richiesta la canapa, per fumarla) e l’abituale quota di mercato nero. Nel complesso le relazioni, anche tra soldati e popolazione locale, sono buone. Lo scenario bellico, però, evolvere. Nel giro di soli tre mesi, da luglio a fine settembre 1942, il numero dei prigionieri, soprattutto inglesi e sudafricani, cresce vertiginosamente. È un picco cui farà seguito un brusco e drastico calo. [11] Lo Stato Maggiore dell’Esercito decide comunque la trasformazione del campo da ‘attendato‘ a ‘baraccato’, ma alla fine di agosto alcune “difficoltà” impongono il ripiegamento delle tende e il trasferimento altrove di tutti i prigionieri di guerra. [12] Si rendono necessari alcuni lavori per la riapertura del campo che però, nonostante l’ordine dello Stato Maggiore del 31/12/42, figura ancora chiuso al marzo ’43. [13] Sicuramente il campo P.G. n. 60 è di nuovo in funzione nell’agosto del 1943, come si evince da forniture fatte in quel mese.

IL SACRIFICIO DEI MILITARI E LA SOLIDARIETA’ AI FUGGIASCHI

L’armistizio coglie di sorpresa anche i militari che gestiscono il campo. Lo dirige, da quasi un anno, il 65enne colonnello Vincenzo Cione, un veterano decorato della Grande Guerra, (di intuibili sentimenti antitedeschi) per la seconda volta richiamato in servizio. Un “uomo bravo” secondo un testimone[14] che spesso lo accompagna alla stazione dalla casa dove abita, sul vicino Colle dell’Uccelliera. Da due giorni incertezza e inquietudine gravano sulle guarnigioni di un esercito lasciato senza direttive dopo la fuga del re e del generale Badoglio a Brindisi. Forse già nelle ore immediatamente successive all’annuncio la mancanza di ordini ha prodotto anche lì qualche riuscito tentativo di fuga. Il giorno 10 settembre[15] verso metà mattinata, il campo è in allerta. Qualcuno ha avvertito del prossimo arrivo di una pattuglia tedesca che, infatti, giunge poche ore dopo dal vicino aeroporto di Tassignano dove è di stanza la Luftwaffe. Non sono molti, i tedeschi: arrivano in moto e sidecar, forse soltanto in quattro, ma ben armati. Intimano la consegna del campo, dei prigionieri e della relativa documentazione. Cione non obbedisce, forse perché spera ancora di poter ottenere ordini superiori, forse perché preoccupato per la sorte dei soldati e dei prigionieri. [16] Certo è che non riconosce subito l’autorità degli avieri del Reich, non si piega immediatamente agli ordini seccamente impartiti. Sulla dinamica dell’episodio si sono date versioni diverse. Alcune testimonianze, nessuna però “in presa diretta”,[17] hanno attribuito l’inizio dell’eccidio (a questo, più che a un vero scontro a fuoco mi pare assimilabile) a cause accidentali: un gesto di sorpresa male interpretato, il terreno sconnesso, le mani alzate in segno di resa. Incidenti, dunque, che avrebbero provocato la “reazione” tedesca, ovvero le raffiche di mitra che freddano, insieme a Cione, il capitano Massimo De Felice e il soldato Felice Mastrippolito, mentre un altro ufficiale resta ferito. È lecito dubitare di questa versione. Quella forse più rilevante (anche se riferita),[18] è del trombettiere del campo, Giuseppe Mangino, presente ai fatti. “Beppe” raccontò chiaramente, la sera stessa, di un allarme da lui suonato su ordine di Cione e del suo netto rifiuto di consegnare il campo. “E subito lo mitragliarono all’istante“. Una “postura” resistenziale, dunque, diversa da quanto accade a Cefalonia o a Rodi, ma espressione di valori (senso di responsabilità e protezione verso i prigionieri nemici affidati alla propria custodia; sentimento di appartenenza all’Esercito Regio, anche se in disfacimento; incompatibilità con la prepotenza brutale degli occupanti) che ritroviamo anche negli ufficiali che, al Sud, stanno ricostituendo i Gruppi di Combattimento e nella “lunga resistenza” degli IMI. I momenti che seguono immediatamente la tragedia sono di inevitabile caos. Difficile che 4 tedeschi possano controllare cosa accade lungo tutto il reticolato. Numerosi testimoni raccontano di soldati e carabinieri (anch’essi allo sbando) che aprono varchi o cancelli per far uscire i prigionieri. Non sappiamo con certezza chi, generosamente, lo fece per primo; non abbiamo i nominativi né il conteggio preciso di quanti riuscirono a fuggire e di quanti invece, soldati e prigionieri, restarono intrappolati in quel recinto che sarebbe poi diventato uno dei “Campi di Salò” riservati all’internamento civile di ebrei (pochi giorni dopo inizierà la “caccia”), oppositori, “diversi”. Abbiamo però una costellazione di episodi, belli e significativi: da quelli ricordati da A. Mancini[19] alle testimonianze rese a Galli e ai successivi studi di E. Pesi e ISREC Lucca. Perfino troppi gli esempi. La famiglia di Giulia Angelini che vuota “le casse dei vestiti” per rivestire i prigionieri; la contadina Zaira di Castelvecchio Alto, che ospita e nutre il trombettiere Beppe e altri tre paracadutisti inglesi; oppure la “Bianca” di S. Leonardo (il “maternage” delle donne fu decisivo). È tutto un pullulare di storie di solidarietà (e futura amicizia) tra chi soccorre e chi fugge, se non dal campo PG. 60, da altri distaccamenti di lavoro. A Matraia, ad esempio, dove l’assistenza delle famiglie è corale. [20] È la nascita di quella rete di protezione che estenderà il suo operato, a dispetto delle pene severissime,[21] anche a renitenti, ebrei, partigiani. Ne faranno parte luminose figure di sacerdoti che si prodigano fino all’estremo sacrificio per fornire, continuativamente e spesso in accordo con CNL e formazioni partigiane, riparo e assistenza ai perseguitati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e dai nazisti occupanti.

Il C.P. 60 continuerà ancora per alcuni giorni ad esistere. Trasferiti i militari, deportati i prigionieri e rimasto dunque incustodito, divenne quasi interamente oggetto di appropriazione da parte della popolazione ormai allo stremo. [22] I corpi di Cione e De Felice furono portati a Lucca, nel “campo dei soldati” e deposti in un apposito sacrario, per essere poi sepolti, nel 1990, nei loro luoghi d’origine, ad Avellino e a Chieti. [23]

 

PROSPETTIVE FUTURE

La vicenda del Campo per prigionieri P.G. 60, fissatosi nella memoria popolare postbellica come “campo di concentramento di Colle di Compito“, ha acquistato negli ultimi due decenni, grazie anche a un’accresciuta visibilità mediatica,[24] una forte carica simbolica, travalicando il livello locale. Da un lato, l’immediata adiacenza all’annuncio armistiziale ne fa un epicentro ideale in quanto primo – unico forte e tragico – episodio di resistenza dei militari in Provincia di Lucca (e tra i primi in Toscana). Dall’altro, la concorde gara di solidarietà verso i prigionieri in fuga, che vede protagonista la popolazione del compitese, arricchisce i profili biografici ed esemplifica il nesso tra le diverse resistenze. Non mancano, certo situazioni, analoghe[25] che però, nel panorama nazionale, restano assai contenute.

A ridosso della via dei cipressi, un cippo posto nel 1993 ricorda oggi il sacrificio dei tre militari in un luogo di notevole bellezza paesaggistica: il lago della Gherardesca, zona turisticamente vocata e mèta frequente di passeggiate nella via della Memoria.

A conclusione di quanto finora esposto risulteranno forse utili due raccomandazioni: l’urgenza di sperimentare nuove forme di valorizzazione di questo importante “luogo della memoria” (benché, rispetto ad altre realtà preda di “oblio”, non sia mai venuta meno nei due decenni trascorsi l’attenzione istituzionale) e, soprattutto, l’esigenza ormai matura di procedere ad una sistematica trattazione in sede storiografica.

 

 

NOTA:

[1] Il primo, essenziale, lavoro di raccolta di una parziale ma significativa documentazione, arricchita da 19 testimonianze sui periodi in cui il campo era in funzione, si deve al pionieristico impegno del Prof. Italo Galli, appassionato conoscitore della realtà storica locale coadiuvato dalla Associazione Il Melograno. Italo Galli. I sentieri della memoria: il campo di concentramento di Colle di Compito: i documenti e le voci dei testimoni 1941-1944. Consiglio Regionale della Toscana, 2005.

[2] C.S. Capogreco, I campi del Duce, 2004 p.9; sulle norme: https://www.annapizzuti.it/normativa/testocircolari40.php

[3] I. Galli (op.cit., p.31-33) ritiene di poter assumere per la decisione formale d’allestimento il luglio 1940, anche se la costruzione inizierebbe dal 1941; la fonte è una nota del Podestà di Capannori in cui si cita un decreto (17/7/40) del Comandante della Zona di Pisa che ne dispone, insieme ad altri campi, la costruzione. Le testimonianze rese, pur se discordanti, sono perlopiù inclini a posticipare tale data. Vedi, più oltre, anche la nota n. 7. Il sito “Campi Fascisti” (che riporta documentazione d’archivio consultabile online) ne colloca addirittura al luglio 1942 la piena operatività (cfr: https://campifascisti.it) individuandolo come uno dei sette campi per prigionieri censiti in Toscana (tra cui l’ospedale di guerra per prigionieri n. 202 a Lucca).

[4] Lo scherzoso addio ai beccaccini lo si legge nella targa apposta il 22/8/1925 in prossimità dell’impianto idrovoro.

[5] Una relazione dell’Ufficio tecnico provinciale (LU) (20/12/1943) reca una pianta allegata: si tratta del nuovo progetto di ricostruzione (in forma più ampia, dopo lo smembramento all’indomani del 10 settembre) come “campo di Salò”, operantetra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 (I. Galli, op. cit. p.157). Un testimone che, ‘nel 41, aveva lavoratoalla costruzione del campo parla di due casette in legno – altri invece di quattro – lunghe una trentina di mt.  “imperliate e incatramate sopra”. Le costruzioni per i soldati (dall’altro lato della via vicinale) erano invece “scialbate e murate” mentre le garitte distavano tra loro 50 mt. (I. Galli, op. cit; p.130-31) e passarono dalle iniziali 4 angolari a 12. (I. Galli, op. cit, p.34)

[6] Ne fa menzione una donna di Castelvecchio C. che in data 2/7/42 chiede al podestà il permesso di vendere bibite e frutta nel campo di concentramento “che viene montato” vicino al paese.

[7] Cfr. Documenti e Studi (Isrec Lucca) n.32/2010 p. 285. Nell’incursione del 21/5/’44 fu ucciso l’industriale James C. White (Glasgow, 1889) che risulta – dalla documentazione riferita – internato lì, assieme alla moglie, fin dall’agosto del 1941.

[8] La presenza di ufficiali risulta da testimonianze e documenti, oltre che dai tragici fatti del 10/9/43. Edo Toschi, carabiniere che aveva accesso al campo, poi passato con i partigiani dell’XI zona Patrioti, parla di 9 carabinieri, un maresciallo e un centinaio di soldati in forza nell’agosto ’43 (I. Galli, op.cit. p.37). Il colonnello Vincenzo Cione(dopo il Col. Crarino Di Pietro) assume il comando il 1/10/1942. Neanche un anno dopo il suo rifiuto di consegnare il campo ai tedeschi ne segnerà la sorte.

[9] Le latrine esterne sono assi di legno sul fossato; mancano libri o simili, l’assenza di zanzariere genera 180 casi di malaria. Cfr.https://www.liberationroute.com/it/pois/1477/colle-di-compito-concentration-camp

[10] Alcune testimonianze parlano di “risse” e “pestaggi” tra bianchi e neri e di conseguente divisione degli ambienti.

[11] Al 1/8/’42 sono registrati nel campo 2.465 prigionieri di guerra. Al 30/9/’42 salgono a 3.970, così suddivisi: 2.224 inglesi, 1.737 sudafricani, e 9 di altre nazionalità. Cfr. https://campifascisti.it/documento_doc.php?n=685. Il numero dei prigionieri, fin dall’inizio costante e non molto elevato (alcune centinaia), conosce invece nel secondo semestre del ‘42 andamenti opposti: un’impennata e un crollo. Tant’è che il Prefetto Marotta, in una lettera al colonnello medico scrive (15/11/’42): “il campo dei prigionieri si sta sciogliendo e non si sa dove verranno destinati gli ufficiali medici ad esso addetti” (I. Galli, op cit. pag. 47). Nel settembre ’43 il numero risalirà a 1000-1200, forse anche di più (E. Toschi in I. Galli, op.cit., p.37).

[12] La stasi nel funzionamento del campo che risulta “ripiegato per l’inverno” meriterebbe – ci pare – una ricerca approfondita, quantomeno sulla destinazione di un numero così rilevante di prigionieri e sulla natura delle “difficoltà” insorte. Su questo aspetto anche la fonte da cui attingiamo (https://campifascisti.it/documento_doc.php?n=738) non va oltre l’esibizione dei documenti. Probabili cause della sospensione: l’inizio delle piogge, la scarsa illuminazione e l’assenza di riscaldamento.

[13] Il 23 aprile 1943, (si legge nella stessa fonte) “si propone di utilizzare alcuni prigionieri di guerra tratti dal campo n. 82 di Laterina per portare a termine i lavori di riapertura del campo. In particolare si propone per evitare gli inconvenienti che hanno portato alla chiusura del campo lo scorso inverno” di “spostare l’area cintata dalla parte opposta di quella attuale; montare le tende sui terrazzi a nord e a sud della nuova area utilizzando lo spazio centrale per le adunate e come campo sportivo per i prigionieri”.

[14] Capini Vito, in I. Galli, op.cit. p.99

[15] La data dell’episodio e del decesso di Cione (e dei due militi) verrà definitivamente certificata con rettifica del 21/4/’47 sul suo Stato di servizio. Ciononostante, alcune testimonianze raccolte da I. Galli continuano a indicare date diverse. Edo Toschi, ad es., indica, dichiarandosene certo, il 9/9 come data dell’uccisione dei tre militari.

[16] Del tutto realistica l’interpretazione di G.L. Fulvetti con cui concordiamo: “Cione cerca di guadagnare tempo per consentire la fuga sia ai suoi uomini che ai prigionieri ma i tedeschi indovinano subito le sue intenzioni”. Cfr. G.L. Fulvetti, Una comunità in guerra, L’Ancora del Mediterraneo, 2006. Fondamentale su tutta la vicenda dei prigionieri evasi e sulla assistenza ricevuta dalla popolazione del compitese (e non solo) resta: E. Pesi, Resistenze civili, M.P. Fazzi, 2010, in particolare p.111 e sgg.

[17] Cfr. I. Galli, op.cit., pagg.53-54

[18] Testimonianza di Giulia Angelini (I. Galli, op.cit. p. 124-25). “Beppe” (a cui la famiglia di Giulia forniva latte) ha mantenuto rapporti di amicizia con loro fino alla morte.

[19] A. Mancini (illustre antifascista lucchese, filologo e storico, promotore e presidente del CLN) nelle sue “Memorie dal carcere” (Le Monnier, 1986, p.49) scrive di come molti contadini, nel loro rudimentale inglese di ex emigranti in America, chiamavano i fuggiaschi: “Come, come into my house!” e li ospitavano a prezzo di grandi rischi.

[20] Storie esemplari, come quelle del carbonaio Ghigo e di Doug Harrison del North Yorkshire; oppure quella di Giuseppe Taddeucci e Thomas Dormant dell’Essex.

[21] Il decreto del governo della RSI del 9/10/’43, diffuso a mezzo stampa e manifesti, ricorda che “qualsiasi borghese italiano che potrà dare indicazioni in merito a prigionieri americani o inglesi evasi, atte a facilitare la cattura, avrà una ricompensa di L.500. Ogni borghese italiano che darà alloggio ai prigionieri o suddetti o comunque li aiuterà, sarà immediatamente arrestato e passato per le armi”. In diversi, invece, riceveranno come riconoscimento il “Diploma Alexander”.

[22] Una nota dell’Ufficio tecnico Provinciale di Lucca del 20/12/43 elenca minuziosamente i materiali asportati da ignoti con “vandalico saccheggio” (Cfr. I. Galli, op.cit. pp.157-158).

[23] La famiglia di Mastrippolito, di S. Buoro (CH), raggiunta dopo molti tentativi, lo aveva dato per disperso in Russia; si trovava invece, in licenza, al CP.60.

[24] Oltre al citato libro del Prof. I. Galli, ricordiamo: la prima delle dieci “Pillole di Resistenza” (visibile anche su canale YT Isrec Lucca) e il fumetto Come into my house, M.P. Fazzi, 2019, con testi di E. Pesi e disegni di L. Lenci

[25] Soprattutto le popolazioni dell’Appennino tosco romagnolo, fin dal settembre 1943 accolsero e salvarono dalla prigionia e dalla morte decine di migliaia di persone, ricercate e perseguitate dall’occupante tedesco e dai fascisti della Repubblica sociale italiana (https://percorsisolidarieta.istorecofc.it/)