Letteratura e lavoro di cura

Mentre seguivo la ricerca promossa dall’Istoreco sulle badanti nella provincia di Livorno e finanziata dallo Spi-Cgil e terminata con un bel volume pubblicato con l’Ediesse[1], mi sono volontariamente imbattuta in tre romanzi, fortemente autobiografici che mi hanno suggerito riflessioni e suggestioni assai significative. Si tratta di opere apparentemente molto lontane l’una dall’altra, scritte da donne di età diversa e anche di nazionalità diversa, ma che in qualche modo cercano, attraverso la scrittura, di elaborare un pensiero che riesca a mettere ordine nel loro difficile rapporto, in due casi con le altre donne che entrano nelle loro case per prendersi cura di loro stesse, o dei loro genitori, e in un caso, quella della scrittrice più giovane, la statunitense Stephanie Land, a dare senso al lavoro durissimo, di pulizie, nelle case degli altri, per riuscire a sopravvivere con la piccola figlia alla situazione di indigenza nella quale era precipitata[2].

Ma proviamo a procedere libro per libro, ovviamente in maniera molto sintetica e anche approssimativa perché non si tratta qui di proporre nessuna analisi testuale, né tanto meno una lettura critica comparata. Il mio intervento parte dalla constatazione della grande capacità ermeneutica che traspare dalla scrittura letteraria che può divenire, uno strumento in più, una lente in più, da accostare alla lettura storica o sociologica che i nostri istituti sono in grado di mettere in atto. In qualche modo, il mio, è un invito ad uno sguardo multidisciplinare.

1Infatti mentre Sandra Burchi e Caterina Satta stavano costruendo i loro due saggi sul lavoro delle badanti, questi romanzi sul mio tavolo mi hanno consentito di apprezzare di più i risultati delle stesse sociologhe e mi hanno suggerito alcune riflessioni che qui provo a proporre. Sia nel primo romanzo, che noi lettori sappiamo fortemente autobiografico, della grande scrittrice ungherese, Magda Szabò[3], così come in quello della nostra autrice e giornalista Tutti Marrone, siamo di fronte ad un rapporto fortemente conflittuale, le cui radici stanno nella ammissione, ob torto collo, della loro assoluta necessità di un aiuto domestico per dedicare, nel primo caso, le energie alla ricerca e alla scrittura creativa, nel secondo caso per non vedere sconvolta completamente la propria esistenza dalla malattia della madre. Eppure in entrambi i casi questa scelta di ricorrere ad un’altra donna per portare avanti le incombenze quotidiane, risulta pesante e anche disadattante. É come se agisse nelle scrittrici e anche in noi donne che ci troviamo immerse nella lettura, una specie di abito mentale ancestrale che ci vorrebbe all’altezza di far fronte a tutto. Come se quella necessità segnasse anche il confine delle nostre capacità. O, meglio, mettesse a nudo i nostri limiti. Come se quell’aiuto ci ricordasse che non riusciamo ad “essere all’altezza” dei nostri compiti, perché accudire il padre e la madre è una forma di rispetto antichissimo che ci coinvolge anche se non credenti. Non riusciamo a osservare uno dei comandamenti: “onora il padre e la madre”.

Nel primo caso, quello di Szabò, il marito della protagonista, anche lui scrittore, si chiude nel suo spazio e non si lascia coinvolgere, o così perlomeno sembra, dalla presenza di questa estranea. La casa è più pulita, il cibo è migliorato, la moglie meno stanca fisicamente. Ma la donna in questione che si occupa dentro il quartiere dove la coppia abita anche di tenere pulite altre case, che lavora con una resistenza disumana, costringe tutti i suoi interlocutori ad un rapporto che non può essere quello di una routine anonima. Emerenc, così si chiama, entra nella loro vita, occupa un territorio e lo gestisce di testa sua e il datore di lavoro si trova così costretto a non essere solo il soggetto neutro che elargisce una paga a fine lavoro. Quel rapporto comporta una continua rinegoziazione, la costruzione di una trama che non è indolore, né insignificante. In questo caso il libro è qualcosa di più di un libro sul rapporto fra una signora borghese e istruita finalmente giunta alla notorietà e una donna delle pulizie. Nel testo entrano avvenimenti lontani e recenti di un paese, l’Ungheria, con un passato difficile e complesso, un percorso di storie che si dipanano nella loro unicità e che generano anche molte difficoltà per riconoscersi. Di sicuro il romanzo è un romanzo dalla scrittura finissima che impropriamente, in questa occasione, sto utilizzando al suo livello più basso.

E poi abbiamo il racconto molto autobiografico di Titti Marrone[4]. Il contesto qui è più familiare. Siamo in Italia, siamo a Napoli. La nostra protagonista è una donna impegnata, di sinistra, un intellettuale che quando si trova a gestire l’improvvisa malattia della madre ricorre quasi subito ad un aiuto esterno. La donna che assume, una giovane donna moldava è una signora che – si scoprirà avanti nel testo – è laureata e parla benissimo l’italiano ma finge di non saperlo per adattarsi alle aspettative della sua committente. Il libro procede con i capitoli contrapposti, dove il soggetto che parla è ora la badante, ora la signora italiana. Questa modalità di procedere che risulta anche un po’ spiazzante è estremamente utile per entrare nelle letture capovolte che le due protagoniste danno degli stessi episodi. La scrittrice-autrice entra quasi subito in conflitto con la signora dell’est che gestisce sua madre e in automatico anche suo padre, perché è lei che ci vive insieme. Occupa degli spazi anche affettivi con i due vecchi genitori, spazi che vengono avvertiti sia come liberazione che come usurpazione e innescano sensi di colpa. La nostra intellettuale è come se cominciasse a rimproverarsi della sua impotenza ad occuparsi della vecchia madre, ad aver trasferito questo compito su una estranea, e per di più straniera. Questo nucleo duro con il quale tutte le donne fanno i conti, quello che ti comanda di pensare ai tuoi cari, questo “dover essere” che giace dentro la nostra cultura della famiglia e dalla quale non è facile uscire, bussa alla porta. Non basta la consapevolezza che il quadro di riferimento è cambiato; che la vecchia famiglia patriarcale è scomparsa, che viviamo in piccoli appartamenti dove non ci possiamo inserire nessun estraneo, che le nostre abitudini lavorative, relazionali, affettive sono cambiate.

2È come se anche in noi, donne europee emancipate, parlasse una voce sotterranea quella che, nel mio percorso mi giunse tramite una donna originaria del Marocco la quale, in un incontro al Centro Donna di Pisa, disse che dopo poco che era approdata in Spagna prima, e poi in Italia, era rimasta sconcertata dal fatto che noi, inteso come ”noi europei”, affidassimo i nostri vecchi alle badanti. Da loro, raccontava, sarebbe stato impensabile.[5]

E credo non sia assolutamente casuale che quelle parole mi ritornino alla mente mentre sto scrivendo queste pagine. Tutte le nostre acquisizioni non bastano a sedare un sottile ma onnipresente senso di colpa. Questo sembrano raccontare insieme a tante altre cose, questi romanzi, in gran parte autobiografici.

Il romanzo di Land, invece vede la prospettiva del lavoro di cura dalla parte opposta, dalla parte di colei che è costretta per necessità, in un’America divenuta un paese per soli ricchi, a pulire i cessi per dare qualcosa da mangiare ad uua figlia piccola nella quasi totale assenza di strutture di welfare. Per le famiglie per le quali lavora, spedita attraverso una agenzia oggi da una parte e domani da un’altra, lei e il suo lavoro sembrano non esistere. É come se il suo corpo, la sua fatica, diventassero trasparenti. La propria condizione non interessa a nessuno. Del resto l’incipit del libro lascia poche illusioni: “Mia figlia imparò a camminare in un rifugio per senzatetto.”.[6] Così come lascia poche speranze sulla condizione del vuoto contemporaneo che la maggior parte degli abitanti delle case dove lei si reca a pulire, cercano di riempire con oggetti e con corse allo shopping. Sempre nel suo testo troviamo:

Molte volte mi ci voleva un’ora solo per guadagnare i soldi che spendevo in carburante per arrivare al primo lavoro della giornata. Invece i miei clienti lavoravano fino a tardi per comprarsi auto di lusso, barche, divani, che tenevano coperti con un lenzuolo.[7]

In Italia affidiamo i nostri anziani e ci affidiamo per le cure domestiche, anche al di fuori dei ceti alto borghesi, ad aiuti esterni, da diversi decenni. Questo atteggiamento ci ha messo in contatto con un universo quasi per intero femminile, che proviene soprattutto, ma non solo, dai cosiddetti paesi dell’est. Come raccontano sia Tiziano Distefano[8] con la sua indagine statistica che Sandra Burchi nel suo intervento[9] e Caterina Satta[10], con un approccio sociologico, e come in parte era stato messo in luce anche in un’altra ricerca che si concentrava sul territorio di Lucca di Liliana Da Ponte e Daniela Simi,[11] il rapporto con queste figure è un rapporto complesso e per niente lineare.

Scrive S. Burchi:

Trovare un punto di equilibrio fa parte del lavoro stesso e si gioca nello spazio di tensione e negoziazione che le lavoratrici riescono ad aprire con i datori (più spesso le datrici) di lavoro. In queste vite domestiche globalizzate, le differenze culturali si annullano e la maggior parte dei casi sono prese in carico dalle lavoratrici, che si preoccupano di imparare una lingua, di adeguarsi alle abitudini dei loro assistiti, di assumere i codici, anche della cura, che il contesto si aspetta da loro.[12]

Ma trovare un punto di equilibrio costa fatica e dolore e quando alcune di loro vengono intervistate, come scrive C. Satta:

… sembrano accettare con rassegnazione il loro lavoro di badanti come se fosse un destino contro il quale si può fare poco. Non si arrabbiano, al massimo si commuovono e fanno dei sospiri molto lunghi che dicono più di tante parole. Poi ti guardano di traverso per coprire leggermente gli occhi lucidi e dicono “è andata così”.[13]

Vi si scontrano differenze di atteggiamenti, di culture dell’abitare e dell’alimentazione, di sensibilità verso gli anziani che non sono né peggiori, né migliori ma sono diverse. Mentre il lavoro degli storici e dei sociologhi cerca un approccio neutro e scientifico al tema, l’approccio letterario ovviamente cala dentro la problematica tutta la soggettività della scrivente. Notare che i testi dei quali mi sono occupata sono tutte scritture femminili, sia quelli di finzione che quelli scientifici. Ma nella tradizione dei testi di invenzione potremo, volendo risalire molto indietro, a veri e propri capolavori del passato, tutte opere maschili. Non a caso.  Anche se un capolavoro, non possiamo rinviare, per questa nostra disamina, al rapporto tra Robinson e Venerdì,[14] inventato da Daniel Defoe la cui prima uscita si colloca nel lontano 1719, così come possiamo rinviare al racconto di Denis Diderot, Jacques le fataliste, comparso in Francia nel 1796. Possiamo anche ricordare come molti secoli dopo un autore francese, scomparso da poco, Michel Tournier provò a rovesciare l’ottica di Defoe con il suo, azzeccatissimo, Venerdì o il limbo del Pacifico[15].  Posso citare anche il caso, assai positivo della scrittura di Valerie Martin[16] che racconta del dottor Jekyll e di mister Hyde dalla prospettiva della sua cameriera. Una scrittura femminile che prova a destrutturare il punto di vista del capolavoro di Stevenson comparso nel 1886 a Londra. Posso concludere che mentre le scritture maschili stanno dentro una visione del mondo che si rapporta alla antica tematica: servo-padrone, che rinvia alle concettualizzazioni di Diderot e di Hegel, quelle femminili sono meno duali, le autrici dei testi sui quali ho cercato di soffermarmi, sono pienamente coinvolte nella trama, sono loro stesse parte della trama. Questo anche nel caso delle ricerche scientifiche perché l’angolo di lettura è sempre quello di una donna. E questo ci rinvia a prendere atto di contraddizioni che non si possono risolvere, di oscillazioni di punti di vista che stanno dentro la trama del vissuto di ciascuna di noi, perché la specificità della scrittura femminile e dello sguardo femminile costituisce, per fortuna, una differenza irriducibile.

[1] Il mondo in casa. Indagine sulle badanti in provincia di Livorno, (a cura di Catia Sonetti), Ediesse, Roma, 2019

[2] Stephanie Land, Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre, astoriaedizioni, Milano, 2019.

[3] Magda Szabò, La porta, Einaudi, Torino, 2016

[4] Titti Marrone, La donna capovolta, iacobellieditore, Roma, 2019

[5] Raccolsi questa testimonianza durante un corso sulle fonti orali che svolsi alla Casa della Donna di Pisa, nel marzo 1998.

[6] S. Land, Donna delle pulizie.., cit., p.3

[7] Ibidem, p 167.

[8] Tiziano Distefano, Il mondo in casa. Indagine sulle badanti in provincia di Livorno, in Il mondo in casa, cit., pp. 19-52.

[9] Sandra Burchi, Vite domestiche globalizzate. Percorsi migratori, cura e lavoro nei racconti di alcune badanti a Livorno, in Il mondo in casa, cit., pp. 53-129.

[10] Caterina Satta, Le lavoratrici domestiche e di cura migranti tra percorsi migratori, senso di casa e “capacità di aspirare”. Il caso di Livorno, in Il mondo in casa, cit., pp.131-188.

[11] Liliana Da Ponte, Daniela Simi, “Il mio paese adesso sono due”. Storie di badanti, Ets, Pisa, 2017.

[12] S. Burchi, Vite domestiche.. cit., p. 57.

[13] C. Satta, Le lavoratrici domestiche.., cit. p. 157.

[14] Faccio riferimento all’edizione del 1992 di Daniel Defoe, Robinson Crusoe, Garzanti, Milano, 1992.

[15] Michel Tournier, Venerdì o il limbo del Pacifico, Einaudi, Torino, 2010.

[16] Valerie Martin, La governante del dottor Jekyll, Bompiani, Milano, 1990.

Articolo pubblicato nel dicembre del 2019.




Una nuova rubrica di ToscanaNovecento

È la sera del 9 novembre 1989; Günter Schabowski, funzionario del partito di unità socialista della Germania, durante una conferenza stampa in diretta Tv, incalzato dal corrispondente dell’ANSA, Riccardo Ehrman, sui tempi della concessione dei permessi di viaggio ai tedeschi dell’Est, risponde con solo due parole: “Ab sofort”: da subito.Ci si è interrogati sulle ragioni di queste parole: sfuggite in un clima di incertezza e confusione o scelta consapevole?L’effetto è, prevedibilmente, immediato: i berlinesi si riversano in massa nei pressi del muro; le guardie, spiazzate e senza chiari ordini in merito, aprono i varchi per evitare episodi di disordine.

(Fonte: ansa it - copyright Ansa/Epa)

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Dalla tv entrano nelle case di tutto il mondo le immagini festanti dei tedeschi di entrambe le parti, ora di nuovo insieme, degli abbracci e della commozione di un popolo separato per 28 anni, delle prime picconate al muro.

(Fonte: ansa it - copyright Ansa/Epa)

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La caduta del muro di Berlino ha una carica e un valore simbolico tali da essere indiscutibilmente collocata tra i grandi eventi del Novecento. Barbara icona della Guerra Fredda, emblema della contrapposizione politica, ideologica, economica e militare tra Usa e Urss, ma anche garanzia di stabilità e di equilibrio tra i due blocchi in Europa, in una notte il muro diventa, con la sua caduta, simbolo dell’implosione di regimi fondati sull’ideologia comunista. Con il muro viene giù un mondo. Il processo è iniziato da tempo e non si concluderà la sera del 9 novembre ma quell’evento resta nell’immaginario collettivo quale simbolo visibile e tangibile del fallimento della via sovietica al socialismo. Di lì a poco inizierà lo smottamento degli altri regimi comunisti e la crisi di quei partiti che, pur con distinguo, criticità e declinazioni diverse, erano parte della galassia del comunismo europeo. Tutto ciò, non senza contraccolpi su tutto l’universo della sinistra.

A trent’anni di distanza il rumore del crollo del muro, prima, e dell’Unione Sovietica, poi, arriva fino a noi, riecheggia nella ritrovata unità della Germania, nei nuovi assetti geopolitici che l’Europa si è data a partire dagli anni Novanta con l’accelerazione del processo dell’integrazione europea e l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est; ma risuona anche nei conflitti che hanno squarciato l’ormai ex Jugoslavia, nell’attacco russo in Georgia del 2008, nell’ostilità, ora aperta, ora celata, fra Stati Uniti e Russia dal 2014 in Ucraina.

(Fonte: ansa.it – copyright Ansa/Epa)

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La redazione di ToscanaNovecento ritiene utile aprire uno spazio di riflessione e conoscenza sulle trasformazioni che l’evento simbolico “caduta del muro” ha prodotto, sulle conseguenze che esso ha avuto non solo da un punto di vista geopolitico ma anche sul modo di pensarsi e (auto)rappresentarsi della politica e del potere in Italia: lutto per alcuni, liberazione per altri, la fine della contrapposizione tra blocchi ha messo in discussione i riferimenti di chi, nato e vissuto in un mondo bipolare, forse fatica ancora oggi ad elaborarne la portata e il significato. Quello che proponiamo, e che andrà avanti con almeno un appuntamento al mese per l’ultimo scorcio del 2019 e per tutto il 2020, è un esperimento per questo portale: non articoli su singoli episodi storici di rilevanza locale o generale, ma una serie di interviste a personalità politiche, sindacali, culturali toscane sulle conseguenze della caduta del muro, sui significati di questo evento epocale, sia su un piano strettamente personale, sia sul piano pubblico dei rapporti e degli schieramenti politici.

Ci muoveremo in un “terreno accidentato tra memorie individuali e ricordi collettivi” (Passerini, 2003), ben consapevoli della differenza tra storia e memoria, quest’ultima “permanentemente in evoluzione, aperta alla dialettica del ricordo e dell’amnesia, inconsapevole delle sue deformazioni successive, soggetta a tutte le utilizzazioni e manipolazioni, suscettibile di lunghe latenze e improvvisi risvegli” (Nora, 1984). Ma ci sembra un percorso necessario per comprendere il recente passato e il presente.

Il primo appuntamento con la nuova rubrica del portale è per il mese di dicembre.

Articolo pubblicato nel novembre del 2019.




Sui luoghi della memoria o la memoria dei luoghi

L’espressione ripresa da Pierre Nora, e subito fraintesa, come ebbe a scrivere lo stesso autore, doveva facilitare un approccio critico al problema dei luoghi, ma si trasformò da subito in una espressione autocelebrativa.

A distanza di molti anni dall’opera di Nora, la situazione non è migliorata, anzi è profondamente peggiorata. Prima però di fare alcune riflessioni legate soprattutto, come mi pare corretto, all’esperienza maturata all’interno delle attività dell’Istoreco di Livorno e del territorio della sua provincia e, in parte, della provincia di Pisa, vorrei fissare l’attenzione sul titolo che dichiara da subito come si debba dividere la problematica in due diverse concettualizzazioni. Un conto è ragionare sui “luoghi della memoria” e un conto è ragionare sulla “memoria dei luoghi”. Mentre i secondi, a mio parere sono quelli che, con maggiore spontaneità, attraverso gli anni, sono diventati dei veri e propri topos che condensano alcuni significati importanti per gli abitanti che vivono su quello spazio o nei suoi pressi, o, forse è più corretto ipotizzare, per una parte dei suoi abitanti. Faccio un esempio chiaro per la consapevolezza di un italiano medio, perlomeno lo spero. Il luogo dell’attentato a Falcone, alla moglie e alla scorta sulla strada che dall’aeroporto di Palermo arriva nel capoluogo siciliano.

Ci passai molti anni fa, perlomeno 18-20 anni fa (era quindi l’anno 2001 o 1999). A ricordare cosa era accaduto lì, il 23 maggio 1992, c’era solo la vernice rossa che una qualche mano pietosa ed onesta (penso qualcuno dei lavoratori che rifecero il guard rail) aveva steso per attirare l’attenzione degli autisti che si trovavano a passare di lì. Lì era accaduto qualcosa di grosso, di veramente esorbitante, cosa nostra aveva fatto saltare uno dei simboli alla lotta alla mafia, e l’aveva fatto provocando un cratere degno di una guerra. Erano passati già diversi anni da quell’attentato ma l’erezione di un cippo commemorativo avvenne solo nel 2004. Dodici anni dopo la strage! Siamo sempre stati un Paese lento nel prendere coscienza, e qualche volta manco la prendiamo.

Ma dal punto di vista del significato, quella semplice rudimentale mano di vernice, suscitava un grande impatto e segnalava l’accaduto e nello stesso tempo denunciava la negligenza dello Stato. Quella poca vernice aveva assunto il valore di prendere su di sé la responsabilità e la scelta di dichiarare quel luogo, un luogo della memoria civile e democratica del nostro paese. La politica e lo Stato arrivarono dopo, molto dopo. Quel segno costituiva come un codice per la comprensione e la lettura, era un invito a schierarsi contro i mafiosi e chi li proteggeva. Un invito che non portava firma, anonimo. Occorre però aggiungere che nessuno aveva osato cancellare quella vernice. Quindi per genesi spontanea la coscienza di una parte degli italiani aveva decretato che quel punto dell’autostrada doveva essere sottolineato a ricordo del sacrificio di Falcone, della moglie e della scorta, trucidati da una quantità di tritolo spaventosa.

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La lapide che ricorda la nascita del PCI a Livorno

Qualcosa di simile è accaduto ed accade per altri luoghi della nostra storia democratica. Altre volte si sviluppano dei percorsi più tortuosi come quello che ha riguardato la città labronica. A Livorno, c’è un luogo, in via Borra, dove prima si ergeva il teatro San Marco, il teatro dove si riunirono gli scissionisti del Congresso del Psi nel 1921 per fondare il Partito comunista, e a ricordarlo era stata collocata nel dopoguerra una lapide. Con gli anni sia il luogo che la lapide avevano perso parte del loro smalto, del resto la lapide è posta in alto e occorre alzare gli occhi per vederla e il testo appare oggi per i giovani praticamente incomprensibile. Il profilo dell’edificio dell’ex teatro, oggi sede di un asilo, è profondamente cambiato e al di là di pochi fiori collocati da mani sconosciute per gli anniversari della nascita del Pci, mani forse cariche di nostalgia e di mitologia, pareva un luogo dimenticato. Ma quella lapide subì spontaneamente una nuova semantizzazione quando la ministra Gelmini dell’allora governo Berlusconi, dopo le proteste per il simbolo della Lega in una scuola del nord del paese, inviò un ispettore ministeriale per verificare se i bambini dell’asilo erano sottoposti alla fascinazione della falce e martello.

L’ispezione ci fu e non poté scattare nessuna reprimenda per il Comune di Livorno perché quel luogo storico, che tale è, e come tale va preservato, non esercitava nessuna persuasione occulta nei confronti dell’infanzia, anche perché, semplicemente, i bambini dell’asilo entrano dalla parte opposta. Una parte degli abitanti di città però non gradì questa minaccia e, immediatamente, la lapide che ricorda la nascita del Partito comunista, beneficiò per un periodo, anche abbastanza lungo, di attenzioni particolari: fiori freschi, scritte di solidarietà. Così la lapide e quello che vi è inciso ripresero vivacità e attenzione, e molti di quelli che si trovavano a passare da quelle parti, alzarono gli occhi alla segnalazione marmorea. L’Istoreco di Livorno l’ha sempre inserita nel percorso del trekking urbano che rivolge alle scolaresche sul Novecento, e alla spiegazione del significato del testo e della sua comprensione storica, adesso aggiunge la nuova vita che quella lapide ha assunto nello scontro politico attuale. Come si comprende bene due episodi molto diversi nelle dinamiche e nel significato ma che vedono entrambi scattare una specie di presa in carico da parte di cittadini sconosciuti di un luogo che viene letto come luogo deputato a rappresentare qualcosa che ci appartiene, che in qualche modo sta dentro la costruzione della nostra identità.

Ma la risemantizzazione di un luogo indica che si è potuto ricostruire la condivisione di un’emozione e questo ha permesso di rivitalizzarlo attraverso una ri-narrazione. Come scrive Antonella Tarpino la memoria come traccia “non è più un atto diretto, come nel caso del testimone, ma un atto vicario: un osservare davvero, si potrebbe dire, per conto terzi.“

L'ossario di S. Anna di Stazzema

L’ossario di S. Anna di Stazzema

E quando soggetti come gli Istituti storici accompagnati e sostenuti in questa operazione dalle amministrazioni pubbliche anche perché l’intervento è quasi sempre sopra uno spazio pubblico, decidono di segnare uno spazio, di riperimetrarlo, decidono cioè di proporre per quello spazio una narrazione che lo indichi come luogo, luogo di memoria fanno su una base solida di conoscenze, una operazione di narrazione, che è anche una ri-narrazione, una aggiunta, un addendum segnalato con una qualche modalità visiva. Ma affinché l’operazione funzioni occorre che ci sia qualcuno pronta ad accoglierla. Ed è qui che si rivelano spesso le fragilità. Mentre tutti i segni che contraddistinguono un luogo come Monte Sole così come Sant’Anna di Stazzema, sono quasi immediatamente percepiti e compresi perché luoghi di pellegrinaggi, perché luoghi diventati mete scolastiche, altre emergenze pur raffinate e pur dense di significato, non riescono a condensare senso e memoria condivisa, o se lo fanno, ciò accade in modo diverso e spesso opposto a quello auspicato.

Rinvio ad esempio all’esperienza del progetto Luoghi della memoria del mio istituto che, a pochi anni dalla sua realizzazione, risulta molto meno efficace e meno ricco di quella che i suoi ideatori ed io stessa auspicavamo. La novità del QRcode quando fu adottata sembrò ricca di potenzialità ma poiché adesso il rinvio ad altro, di solito un approfondimento, tramite il QRcode è anche sulle confezioni dei fazzoletti, la forza comunicativa si è persa. Non solo. Il sito ha bisogno di manutenzione mentre il pannello in materiale non biodegradabile alle intemperie ha retto negli anni. Questo alla fine è quello che è rimasto. Una tappa in un trekking urbano sulla memoria del Novecento. Un appiglio visivo per un passante poco distratto, una percezione momentanea e forse stimolante. Credo niente di più. Può darsi comunque che non sia poco.

Ma c’è un altro problema con i luoghi della memoria, specialmente quelli più affardellati dagli anni e dai trascorsi. Proviamo a ragionare sul campo-monumento di Fossoli. Fossoli è un luogo simbolico assai importante nella nostra storia di italiani e di democratici. Immediatamente il campo ci fa scattare la memoria Primo Levi e, subito dopo, specialmente se abitiamo un luogo sede di comunità ebraica, altri nomi di ebrei passati di lì (per Livorno sicuramente Frida Misul della quale ricorre l’anniversario della nascita), ma anche il nome di molti politici. Eppure quel campo, campo di concentramento a pochi chilometri da Carpi, è stato campo di concentramento non solo nel senso legato agli eventi della seconda guerra mondiale. É stato anche molto altro. É un luogo della memoria nel quale è possibile leggere, anche grazie alla cura che ne ha la Fondazione Fossoli, una stratigrafia semantica di significati. Campo per prigionieri di guerra dal 1942 all’ 8 settembre 1943, campo per profughi stranieri, campo della Repubblica sociale italiana per ebrei e politici destinati all’azione di persecuzione delle truppe nazifasciste, campo di prigionia di manodopera coatta per la Germania, centro di raccolta profughi stranieri, campo per i i bambini di don Zeno Saltini fino a quando lui con i suoi ragazzi furono allontanati da Fossoli e don Zeno fu accusato di praticare quello che si chiamava “comunismo evangelico” dal ministro degli Interni Scelba. La sua comunità divenne famosa come la comunità di Nomadelfia. Non furono però gli ultimi ospiti del campo, che si aprì di nuovo per i profughi giuliano-dalmati con il cosiddetto Villaggio San Marco.  Dopo quella data, il campo fu abbandonato all’incuria fino a quando finalmente arrivò una legge ad hoc nel 1984 che solo dopo un periodo lunghissimo di passaggi burocratici portò alla costruzione di Fossoli come luogo di memoria pubblica. Ci sono stata poco tempo fa e ho visto grazie anche a Silvano, un volontario che la lavora con la Fondazione Fossoli che ha sede a Carpi, che ci ha fatto da guida fuori dall’orario di apertura. Insieme a lui abbiamo osservato due mazzolini di fiori collocati lì al cancello di ingresso e sopra un pannello da mani sconosciute, perlomeno per me. Silvano ci ha spiegato che sono alcune donne dell’est che si trovano in zona come badanti, ad aver messo quei mazzolini. Probabilmente qualche loro parente è passato di lì come prigioniero di guerra. E questa è l’ultima ri-semantizzazione di quel posto. Ed è una ri-semantizzazione che rende, a mio parere, quel luogo anche un po’ più europeo di prima, serve ad avvicinare e non a costruire barriere, a rafforzare l’idea di un’Europa unita come unica cornice di pace.

Ma i luoghi, tutti, questo come il mausoleo di Sant’Anna di Stazzema o il monumento su Monte Sole, godono oggi di molta più attenzione rispetto anche ad un passato abbastanza recente perché il “guardare” è diventato preponderante rispetto all’”ascoltare”. Anche per questo credo che occorra da parte nostra manipolare con molta cura questa situazione per non avallare conoscenze frettolose, superficiali, da turismo dell’horror. Per avvicinarsi a questi deposi memoriali occorre sempre utilizzare una guida preparata, fare delle soste lontano dagli stessi prima di entrare dentro a spazi che, nel bene e nel male, risultano comunque monumentalizzati. Proporre per le scolaresche percorsi che abbiano solo come ultima tappa la visita. Quello che si fa ad esempio con il viaggio ad Auschwitz, o nei luoghi del “confine orientale”, con la Regione Toscana.

Il mauseleo a Costanzo Ciano sulle colline di Livorno

Il mauseleo a Costanzo Ciano sulle colline di Livorno

Altrettanta attenzione e sensibilità occorre nell’affrontare i luoghi della memoria della destra. O i luoghi a doppia lettura. Uno per tutti: Piazzale Loreto. Luogo dell’uccisione di 15 partigiani, con un’esecuzione fra le più feroci della guerra. Poco meno di un anno dopo, il 29 aprile 1945 nella stessa piazza forno esposti i corpi di Mussolini, Claretta Petacci, Pavolini ed altri.

Questo luogo è come comprendiamo facilmente, un luogo a doppia valenza. Le nostre ricerche sulle dinamiche di entrambi gli episodi possono essere utilizzati a seconda del vento che tira. E di questo occorre essere consapevoli.

O pensiamo a luoghi come il cimitero di Predappio invaso sempre più spudoratamente da folle inneggianti al Duce. In questo caso forse occorrerebbe domandarsi cosa è stato fatto dalla Repubblica perché questo, nei decenni passati, prima che il partito della Lega di Salvini prendesse il potere in quel municipio, per impedire questa manifestazione di ossequio e riverenza ad un passato tragico e colpevole, quello del ventennio fascista.

Esistono risposte di fronte a queste difficoltà, alla impossibilità di costruire una grammatica narrativa non penso condivisa, ma rispettosa, credo di sì, ma non dentro questo presente dove sempre il sindaco di Predappio ha negato per la prima volta un contributo per il viaggio ad Auschwitz degli studenti affermando che questi viaggi sono sempre a senso unico. Dove pensa che vada costruita la coscienza europea, nei Gulag? O che la storia del “confine orientale” comprensiva della tragedia delle foibe, possa pareggiare con quella dei campi di sterminio e di concentramento? Certo quello che domina è l’ignoranza che insieme alla tracotanza, diventa una miscela molto esplosiva. Proviamo a resistere a questa deriva che ci può far naufragare in un mare molto scuro.

Articolo pubblicato nel novembre del 2019.




Una Toscana fascistissima?

L’11 novembre 2019, presso l’Archivio di Stato di Prato, Alessandro Bicci e Marco Palla hanno presentato il volume di Andrea Giaconi intitolato La fascistissima. Il fascismo in Toscana dalla marcia alla notte di San Bartolomeo. In quell’occasione abbiamo rivolto alcune domande all’autore: proponiamo il testo dell’intervista ai lettori di ToscanaNovecento.

 

Ha senso parlare di un “fascismo toscano”? Il fascismo ebbe cioè nella regione dei tratti distintivi, in parte diversi da quelli che il movimento presentava a livello nazionale?

Parlare di “fascismo toscano” ha senso nella misura in cui si voglia da una parte sottolineare il ruolo primario svolto dalla Toscana nella conquista e nel mantenimento del potere da parte del fascismo; dall’altra esaltare alcuni tratti che indubbiamente furono comuni all’intera regione. La realtà fascista toscana si distinse sia per una nascita tarda del movimento ma anche per una sua tanto rapida quanto violenta ascesa che nel giro di pochi mesi (tra il dicembre 1920 e il marzo 1921) portò a raddoppiare i fasci e quintuplicare gli iscritti. Fu quello toscano un fascismo “insonne”, combattente, che si segnalò soprattutto come componente essenziale nella scalata al potere del biennio 1921-1922, carico di tutti i miti e i riti squadristi volti a fomentare la violenza contro le opposizioni e a rinsaldare la retorica poi divenuta componente essenziale nel consolidamento del regime. In tal contesto, la regione si allontana soprattutto da realtà (soprattutto nell’Italia meridionale) in cui il fascismo quale fenomeno di massa è un elemento successivo alla marcia dell’ottobre 1922. Eppure, a ben vedere, piuttosto che di “fascismo toscano” è forse più esatto parlare di “fascismo in Toscana”. Toscana che fu, infatti, contenitore di manifestazioni del fascismo tra loro tanto vicine quanto distinte. La non uniformità corografica, economica e sociale della regione si riflesse in una difformità politica che dette vita ad esperienze tra loro assai diverse. Così come la grande mezzadria conviveva con la piccola proprietà e le significative realtà industriali, egualmente la supremazia di ras come Renato Ricci (Carrara) e Carlo Scorza (Lucca) si affiancava ad aree in cui il PNF fu attraversato da vibranti lotte per la conquista della leadership locale (che molto spesso ponevano di fronte opposte visioni del movimento) dalle quali seppero avvantaggiarsi protagonisti (Ciano a Livorno, Sarrocchi a Siena) non immediatamente assimilabili al movimento della prima ora. Infine vi furono pure zone (Prato, Grosseto) in cui larga parte del fascismo fu riassorbita nell’orbita del servilismo agli agrari e all’imprenditoria industriale.

 

Gli industriali e gli agrari toscani appoggiarono senza riserve il movimento fascista durante il cosiddetto “biennio nero” (1921-22) o è necessario articolare meglio il discorso?

Sicuramente la quasi totalità di industriali e agrari appoggiò il movimento negli anni precedenti alla conquista del potere vedendolo come necessario strumento di repressione contro le richieste provenienti dalle organizzazioni operaie e mezzadrili e dalle organizzazioni tanto socialiste (e poi anche comuniste) quanto cattoliche. Tuttavia, la stessa retorica “rivoluzionaria” della “prima ora” mal si conciliava con le intenzioni di restaurazione dell’ordine (sociale prima ancora che politico) del notabilato e della grande imprenditoria. Ne conseguì un progressivo avvicinamento alle gerarchie di partito e l’istituzione di un sistema clientelare volto ad emarginare l’elemento più sincero del movimento fascista delle origini e delle forze che ne avevano appoggiato la carica radicale attraverso un connubio tra antiche classi dirigenti, le frange più corruttibili del partito e comunque caratterizzate da una pronunciata vena d’arrivismo e una cospicua componente criminale.

 

Quali furono i rapporti fra la massoneria toscana ed il fascismo locale, prima e dopo la marcia su Roma?

Pur distinguendo tra le due principali obbedienze, la massoneria tout court fu uno dei principali punti d’appoggio del fascismo antemarcia. Si può anzi sicuramente affermare che tanto Palazzo Giustiniani (salvo tanto isolate quanto eclatanti eccezioni, come il pratese Giuseppe Meoni, Gran Maestro Aggiunto) quanto Piazza del Gesù fiancheggiarono e finanziarono il fascismo nello stesso evento della Marcia. Di fatto, la visione delle massonerie fu offuscata dalle dinamiche successive al dopoguerra, quando dinanzi alle rivolte del “biennio rosso”, esse intravidero nel fascismo una forza radicale capace di riportare un ordine democratico comunque lontano dalle precedenti consorterie. Fu un tragico equivoco di cui si ravvidero solo dopo l’ottobre 1922 e ancor di più, dopo il febbraio 1923, con la dichiarazione d’incompatibilità tra fascismo e massoneria. Da allora le strade si divisero. Il fascismo tese ad emarginare e ad epurare le proprie componenti massoniche o le obbligò a ripudiare l’istituzione. Dinnanzi a ciò il Grande Oriente si pose progressivamente in opposizione al Partito fascista. La Gran Loggia, almeno nei suoi vertici, si attestò (pur non mancando isolati casi di resistenza) in un piatto ossequio al regime. Ma egualmente non si può ridurre il rapporto tra massoneria e fascismo ad uno scontro tra partito e istituzione. Di fatto, il vincolo massonico (almeno per il fascismo toscano) fu una delle corde sulle quali vibrarono più fortemente le tensioni interne al partito, per l’imposizione di una propria visione politica o anche per la più gretta conquista del potere. Sotto questa prospettiva potevano essere letti gli scontri tra Enrico Spinelli e Dino Philipson (Pistoia), tra Tullio Tamburini e Dino Perrone Compagni (Firenze), tra Bruno Santini e Filippo Morghen (Pisa), tra Dario Lupi e Alfredo Frilli (Arezzo). Le lotte tra obbedienze, la carica antimassonica del partito e la coerenza liberomuratoria, con i dettati della “prima ora”, furono forse i principali motori delle lotte intestine al PNF. Non a caso, la piena normalizzazione e acquiescenza alle direttive del partito si realizza con atti di violenza contro la massoneria, quali le spedizioni squadriste della “notte di San Bartolomeo” (ottobre 1925).

 

E quale fu l’atteggiamento della chiesa?

È ormai noto da tempo come il fascismo adoperasse una distinzione tra struttura ecclesiastica e movimento cattolico. Laddove l’associazionismo bianco era forte e ben radicato (Lucchesia, in alcune zone del Pistoiese e dell’Aretino…), il fascismo non esitò ad utilizzare qualsiasi mezzo per disarticolarne la struttura. Ben diverso era l’atteggiamento verso la gerarchia ecclesiastica, intesa come possibile punto d’appoggio e fattore di legittimazione del regime anche a livello locale. Eppure, non mancarono casi di vescovi toscani come il pistoiese Gabriele Vettori che denunciò le violenze squadriste. Non fu un fatto limitato alla gerarchia: molti parroci si schierarono contro le azioni squadriste e, per questo, ne furono bersagli. Basti pensare che, nei tre mesi precedenti alle elezioni politiche del 1924 quasi quaranta furono i parroci aggrediti tra la Lucchesia e il Pistoiese.

 

Antonio Gramsci ha individuato nella mobilitazione violenta della piccola borghesia contro il proletariato l’elemento caratterizzante del fascismo. Questa analisi è valida anche per la Toscana?

Questo può essere valido solo in parte. Basti pensare che quasi il 40% degli iscritti ai fasci di combattimento era costituito da lavoratori della terra e dell’industria e che un campione di marciatori toscani su Roma ricavato da pubblicazioni coeve abbassa tale percentuale non di molto. Vero è che le cifre si modificarono abbastanza rapidamente quando, una volta al potere, il fascismo si trovò a gestire la redistribuzione dei poteri anche a livello locale. Significativa è infatti la composizione dei primi sindaci fascisti, laddove circa la metà degli eletti (49%) era formata da possidenti e nobili. Si andava così assistendo quasi a un ritorno dei potentati terrieri in un negoziato tra antiche gerarchie e nuovi regimi. Ne riuscivano bilanciamenti dai quali vennero progressivamente escluse le forze riformiste e radicali che pure erano entrate nel “calderone” del primo fascismo (ed ovviamente le organizzazioni “rosse” e “bianche” che al fascismo si erano opposte). Emersero invece il grande interesse, l’opportunismo e, in parte, l’elemento criminogeno e criminale (quest’ultimo poi parzialmente estromesso a seguito della linea epurativa guidata da Augusto Turati successivamente alla “notte di San Bartolomeo”, dell’ottobre 1925).

 

Nella primavera del 1921 un foglio comunista fiorentino ravvisò nei fascisti del Carmignanese “tutta la delinquenza del vasto comune di campagna, assoldata dalla borghesia terriera locale” (L’azione comunista, 21 maggio 1921). Puoi dirci qualcosa a proposito del ruolo dell’elemento criminale all’interno del movimento fascista nella regione?

L’elemento criminale fu una componente che sempre caratterizzò lo squadrismo fascista, prima convivendo con gruppi formatisi in opposizione alle rivolte del cosiddetto “biennio rosso”, ma con sinceri intendimenti radicali e di ritorno all’ordine (ne fu un esempio l’ex-combattente Bruno Santini a Pisa), poi assumendo una rilevanza che fu alla base dei potentati dei ras, delle lotte interne al PNF per la conquista del potere locale, della seconda violenta ondata squadrista. Per comprenderne la consistenza che aveva assunto in alcune zone, basti citare un dato relativo all’adunata squadrista svoltasi nella violenza a Firenze nel dicembre 1924. Su 3.000 fascisti provenienti da Lucca, l’allora prefetto locale Enrico Cavalieri segnalava il coinvolgimento «in atti criminali anche comuni» per «almeno la buona metà» di essi.

 

Il fascismo fiorentino era diviso in due filoni, spesso in contrasto fra loro. Uno faceva capo a Dino Perrone Compagni, l’altro a Tullio Tamburini. Quali erano le principali differenze fra queste due correnti?

La divisione tra Perrone Compagni e Tamburini può essere in larga parte circoscritta a una lotta per la conquista del potere locale. Fascinazioni per le quali le rispettive iscrizioni alle obbedienze massoniche potevano dar adito a uno scontro tra ordini libero-muratori deve necessariamente rimanere sullo sfondo (tant’è che lo stesso Tamburini sarebbe divenuto tristemente famoso per le violenze utilizzate sui suoi stessi “fratelli”). Di fatto, i due schieramenti potevano essere assimilati alle “bande criminali” in lotta per il controllo di un territorio. Il fascismo fiorentino poteva segnalarsi per la propria inquietudine, per gli scontri e per le divisioni interne alle proprie file già nel biennio 1921-1922. Era questo un periodo che vide anche la compresenza di tre fasci fiorentini di cui uno ufficiale e due autonomi. Di questi ultimi due, uno poteva addirittura contare più iscritti del fascio ufficiale. Il prosieguo di tali divisioni doveva molto alla mancata rassegnazione alla sconfitta dei leaders fascisti perdenti. Sicuramente ciò vale per Perrone Compagni, il cui avvicinamento a gruppi dissidenti come la nota “Banda dello sgombero” o all’esperienza dei Fasci nazionali, deve necessariamente essere letta quale sostegno all’azione antitamburiniana in prospettiva di un ritorno al potere.

 

Tullio Tamburini era un pratese. Cominciò la sua carriera come squadrista e la concluse come capo della polizia della Repubblica di Salò. Vuoi parlarci brevemente di lui?

Di Tamburini, nato a Vaiano, allora frazione del comune di Prato, hanno scritto diffusamente molti storici del fascismo, eppure ancora oggi manca una biografia che ne inquadri il percorso. Già membro attivo dell’interventismo pratese al tempo della guerra di Libia, ex impiegato alla Forti, grande industria tessile della Valle del Bisenzio, si era ridotto a vivere d’espedienti. Nota è la sua attività di calligrafo, creando biglietti da visita o per eventi quali nozze e battesimi. Combattente decorato durante il primo conflitto mondiale, fu segnalato per furto e appropriazione indebita. Si evince sin da ora come Tamburini fosse un personaggio per lo meno contiguo all’elemento criminale dal quale il fascismo attinse una parte non trascurabile dei propri appartenenti. Iscrittosi al fascio di combattimento fiorentino già nel 1919, egli fu protagonista della scissione tra i due fasci fiorentini, divenendo uno dei più diretti responsabili delle violenze che imperversarono tra il 1921-1922. Espulso per indisciplina nel marzo 1922 dal PNF, non tardò a rientrarvi, guidando la piazza di Firenze nei giorni della Marcia e dirigendosi egli stesso a Roma a capo della prima legione fiorentina. Negli anni seguenti Tamburini fu, nonostante le frizioni con Perrone Compagni, a capo del fascismo fiorentino, gestendo le reti delle bische clandestine e di altre attività criminose nel capoluogo toscano. Lo fece attraverso la violenza e legami clientelari che gli permisero di uscire indenne dagli scontri interni al fascismo fino almeno al 1925. Di questi anni sono per lo meno da ricordare le violente spedizioni del dicembre 1924 e dell’ottobre 1925. Quest’ultima, di carattere ferocemente antimassonico, fu identificata come la “notte di San Bartolomeo” e chiuse di fatto il cerchio sugellando la formazione del regime. Fu proprio però per tali recrudescenze e per il ripetuto ricorso all’illegalità che Tamburini fu allontanato dalla Toscana e inviato in Libia. Da qui egli tornò prima come ufficiale della Milizia forestale di Trento e poi come prefetto del regno nelle sedi di Ancona, Avellino e Trieste. Aderì alla RSI, di cui fu capo della polizia. Coinvolto in un losco  giro di appropriazioni indebite anche a danno di altri gerarchi, fu arrestato e inviato nel campo di concentramento di Dachau nel reparto riservato ai criminali comuni. Liberato dalle truppe alleate, fu processato e condannato a sei anni di carcere ma, in seguito, amnistiato. Espatriato in Argentina, dal paese sudamericano inviò finanziamenti al Movimento sociale italiano. Tornato in Italia nella seconda metà degli anni Cinquanta, Tamburini morì a Roma nel 1957. Di fatto può essere identificato come il volto del più brutale squadrismo e allo stesso tempo uno dei protagonisti non troppo secondari del consolidamento del regime.

 

Renzo De Felice distingue un “fascismo movimento”, che avrebbe avuto in sé una carica in qualche modo innovativa, da un “fascismo regime”, risultato di una serie di compromessi con i centri di potere tradizionali. Questa distinzione è valida anche per la Toscana?

La distinzione tra “fascismo movimento” e “fascismo regime” ha alcune sue basi anche in Toscana, a patto di non considerare una divisione netta tra le due parti. In realtà gli anni del “movimento” furono segnati da pesanti infiltrazioni ed importanti interessi da parte dei centri tradizionali del potere e, anche alla luce di tali vincoli tra fascismo e potentati locali, si può ben dire che la compresenza delle due componenti fosse all’origine delle lotte interne per il controllo del territorio e del partito. Lotte che, di fatto, si intensificarono in momenti apicali di scontro ma, paradossalmente, anche di coalizione tra le componenti del PNF, quali le fasi di campagna elettorale. A ben vedere, le svolte elettorali se da un lato amplificarono e inacerbirono gli scontri interni, dall’altro furono capaci di riassorbire i malumori e di catalizzarli verso gli avversari politici. In sintesi, in Toscana questi due tipi di fascismo coesistettero con svariate sfumature in base alla zona considerata e, proprio tale compresenza fu alla base delle lotte che caratterizzarono gli anni compresi tra il 1922 e il 1925.

 

Nel tuo lavoro si parla anche della tristemente nota “notte di San Bartolomeo” fiorentina. Siamo nell’ottobre del 1925. Che bilancio si può fare dei primi tre anni di dominazione fascista in Toscana?

La “notte di San Bartolomeo” (il 3 ottobre 1925) fu un punto di svolta dopo il quale non fu più possibile un’opposizione al fascismo da parte dei suoi avversari. Né tantomeno fu più possibile un dissenso interno al PNF. È da tale svolta violenta che, di fatto, giunge a maturazione il regime in Toscana. Prima di tale evento non è giusto parlare di “dominazione” quanto piuttosto, parafrasando l’ormai classico studio di Lyttelton, di conquista e di consolidamento del potere. Conquista che avvenne non solo con la violenza delle spedizioni squadriste ma con un ripetuto esercizio retorico ed evocativo di miti e ritualità volti da un lato a cementare le file interne del partito e dall’altro ad emarginare gli avversari esterni. Per cui, il computo finale di quei tre anni trascorsi tra la Marcia e la nascita del regime non può esimersi da notare che in Toscana si manifestarono per intero ed assai pronunciate le tensioni interne al PNF post-marcia. Esse non permisero di definire il fascismo come un dato definitivo quanto piuttosto come un oggetto politico in divenire, alla ricerca di una sua compiutezza, acquisita solo attraverso la totale eliminazione delle voci discordi. E questo lo si ebbe solo col 1925. Era in definitiva la nomalizzazione.

Intervista a cura di Alessandro Affortunati.

Articolo pubblicato nel novembre del 2019.




Il 1917 in Toscana

Il 1917 è stato un anno di svolta generale nella storia della prima guerra mondiale. Eventi eccezionali come la rivoluzione russa, l’ingresso nel conflitto degli Stati Uniti nel conflitto, la gravissima crisi alimentare e la rotta di Caporetto sottoposero a molteplici ansie e a notevoli sfide i “fronti interni”, intensificando il senso di stanchezza verso le condizioni sempre più dure imposte dallo stato di guerra.

L’Italia, come la Germania e la Russia, fu uno dei paesi maggiormente interessati dalla cosiddetta “crisi dei fronti interni”. Dopo quasi due anni di rassegnazione o di proteste sommesse, in tante aree del paese riesplosero tensioni che riportavano con il pensiero a due anni prima, ai momenti più caldi delle mobilitazioni che avevano preceduto il tardivo e osteggiato ingresso del Regno dei Savoia nel conflitto.

In tale contesto conflittuale, la Toscana è stata tradizionalmente percepita come un territorio assai coinvolto da quella nuova esplosione di agitazioni e proteste espressione del disagio popolare verso il conflitto. Una fama legata un po’ alla leggendaria notorietà di alcuni episodi, come la grande marcia per la pace delle donne della Valle del Bisenzio del luglio 1917 guidata da Teresa Meroni, in parte a quanto messo in luce dagli esiti di alcuni sporadici e specifici studi o ancora al vivo ricordo delle forti e spesso radicali proteste antinterventiste del periodo della neutralità che avevano agitato non poco i sonni delle autorità in tutta la regione. Questa impressione è ampiamente confermata adesso da una mappatura organica di quel ciclo di manifestazioni di rivolta, e delle variegate forme che esse assunsero, effettuata da un recente volume promosso dalla rete degli Istituti toscani della Resistenza e curato da Roberto Bianchi e da Andrea Ventura dal titolo Il 1917 in Toscana. Proteste e conflitti sociali. Il testo affronta infatti il tema in maniera ampia, grazie a un complesso di saggi di vari autori dedicati alle diverse province della regione (da Massa Carrara a Lucca, da Pisa a Livorno, dall’area pratese e pistoiese alle zone rurali del territorio fiorentino, maremmano, aretino e senese).

La geografia delle proteste finì effettivamente per abbracciare l’intera regione, e per coinvolgere, dal punto di vista ambientale e socio-economico, aree urbane e medie cittadine, ma anche borghi di campagna e realtà rurali in cui forse per la prima volta risultarono scossi i consolidati equilibri della “pace sociale” garantita dal proverbiale regime mezzadrile. Lotte operaie in grossi centri urbani come Livorno si intrecciarono dunque con grandi e piccole mobilitazioni contadine come quelle ad esempio di aree tipicamente mezzadrili quali Greve o San Casciano nel Chianti.

Teresa Meroni, fine anni ’20.

Dal punto di vista della composizione sociale, la crescente conflittualità vide assai attivi le donne e i ragazzi, che come la storiografia sul primo conflitto mondiale ha largamente messo in luce furono un po’ ovunque i soggetti privilegiati delle mobilitazioni avvenute a conflitto in corso. Nella Toscana del 1917 tali soggetti diedero vita a un’estate particolarmente «incandescente» in tante realtà del contado pisano, dove grossi opifici artigianali che impiegavano numerose operaie coabitavano con la perdurante centralità del mondo agricolo, e per intensità e durata il fenomeno della protesta femminile investì in maniera significativa e con diversi episodi di mobilitazione anche diversi comuni interni e costieri della provincia di Massa-Carrara. Un’altra zona calda di forte attivismo delle donne in piazza contro la guerra furono il circondario pistoiese e quello immediatamente confinante del pratese che si segnalarono in particolare per la diffusione e il successo delle cosiddette “marce della pace” che si svolsero nel corso dell’estate. A ruota del particolare protagonismo di queste aree, il fenomeno non mancò però di di lambire contesti per tradizione ritenuti politicamente assai più quieti come la città di Lucca, dove a distinguersi furono le agitazioni delle numerose sigaraie della grande Manifattura tabacchi cittadina, o spaccati esemplari della placida Toscana rurale come appunto il Chianti fiorentino o località della profonda campagna senese. Queste agitazioni fortemente connotate in chiave di genere e generazionale, cominciate a inizio anno con petizioni e preghiere alle autorità, presero nel corso delle settimane la forma di presidi di fronte a palazzi ed uffici delle istituzioni e si radicalizzarono nei mesi a venire con veri e propri cortei e manifestazioni contrassegnati da grida ed espliciti slogan contro la guerra, spesso animati da centinaia di popolane e fanciulli e che giunsero in molti casi a infrangere con fare minaccioso l’ordine costituito e a scontrarsi apertamente con la forza pubblica. Arresti e processi colpirono numerose partecipanti a queste azioni e con particolare durezza alcune delle leader riconosciute delle proteste; esemplare in tal senso il destino di Teresa Meroni, la sindacalista milanese attiva da un paio di anni nel pratese e postasi a capo degli scioperi e delle marce nella Valle del Bisenzio che prontamente punita con diversi mesi di carcere e una cospicua multa fu poi internata in Garfagnana fino al termine della guerra.

Laddove vi erano numerosi, grazie al vasto operare del meccanismo degli esoneri per la presenza di fabbriche di interesse bellico dichiarate “ausiliarie”, anche gli operai maschi non si astennero altesì dal prendere sempre più parte col trascorrere dei mesi a episodi di protesta. Emblematico da questo pinto di vista il caso di una delle non molte realtà a forte industrializzazione della Toscana dell’epoca come quella livornese. Negli stabilimenti militarizzati del capoluogo o del polo siderurgico di Piombino si assiste infatti a un escalation di proteste culminate nella seconda metà dell’anno in grandi e massicci scioperi, pur vietati dal regime di guerra, e in eclatanti forme di rifiuto della propaganda patriottica e antidisfattista imposta dopo Caporetto; spicca in proposito il caso delle conferenze patriottiche inaugurate a fine anno in pompa magna nei grandi stabilimenti del proprio cantiere dai fratelli Orlando e sospese nel giro di un solo mese per l’ostinata, massiccia e “imbarazzante” diserzione opposta ad esse da parte delle maestranze operaie.

Per quanto concerne le caratteristiche e le forme della protesta antico e moderno si mescolarono, consueti bisogni e nuove idealità si sovrapposero. Così a deferenti istanze verso le autorità superiori e a tumulti spontanei per il pane, ad atti di ostruzionismo e di sabotaggio che attingevano al tradizionale repertorio della protesta popolare, si associarono sempre più pratiche d’azione più avanzate quali scioperi, cortei di protesta e altre agitazioni in cui non mancarono occasionalmente di fare capolino segnali o simboli di espresso carattere politico (di intonazione pacifista e rivoluzionaria), che contribuirono a un mutamento del clima generale con cui le autorità e la società in guerra furono chiamate a fare i conti.

Del resto a lungo la storiografia è stata incline a considerare le dimostrazioni contro la guerra del primo conflitto mondiale quali espressioni di protesta frutto di un’istintiva reazione popolare a un concreto disagio economico e sociale (l’assenza di mariti e fratelli, carichi di lavori insostenibili, il carovita, l’insufficienza dei sussidi). Rivolte per il pane a cui è stata fondamentalmente negata ogni valenza politica di fondo. In realtà nei grandi stabilimenti cantieristici e metallurgici di Livorno, ma anche fra le “fabbrichine” del pisano, o fra le lavoratrici del pratese dietro i comportamenti che segnavano una presa di distanza dallo sforzo di mobilitazione interna trame e movimenti – ma finanche gesti simbolici – di natura politica, come affiora da alcune delle pagine del libro, appaiono largamente riscontrabili. Sembra peraltro di osservare nel corso dei mesi un mutamento di tono dello stato della protesta in cui il semplice rifiuto della guerra quale aspirazione al ripristino del tradizionale ordine di cose si trasforma sempre più in richiesta ed esplicito desiderio di pace, percepita quale un orizzonte ideale nuovo e alternativo rispetto al presente.

Non un’effervescenza prodotta da uno stato di bisogno dunque, ma qualcosa di più profondo e radicato pare muoversi dietro il disagio e le tensioni. Un altro aspetto di parziale novità che pare affiorare dagli spunti offerti dalle ricerche di questa recente mappatura, rispetto alle consuete conclusioni della storiografia sulla protesta, è non a caso l’emergere di una scansione temporale variegata delle agitazioni che non sempre mostrano una ciclicità lineare nei diversi territori. Dopo il picco del 1917 infatti non dappertutto si registra un rapido riflusso della conflittualità fino alla scomparsa delle lotte e delle inquietudini dell’anno precedente, ma il fenomeno conflittuale non sempre si spegne e tenderà semmai a saldarsi con le agitazioni e le rivendicazioni dell’immediato dopoguerra e più avanti ancora del “biennio rosso”.

*Marco Manfredi ha conseguito nel 2005 il titolo di Dottore di Ricerca presso l’Università di Pisa. Dal 2007 al 2009 è stato borsista postodottorato al Dipartimento di Scienze della Politica dell’Università di Pisa, mentre dall’anno accademico 2009-2010 è Professore a contratto di Storia Contemporanea. Attualmente è collaboratore dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno.

Articolo pubblicato nel settembre del 2019.




Leonardo da Vinci ‘genio italico’ del fascismo

Il 9 maggio 1939, nell’anniversario della nascita dell’Impero, si inaugurava a Milano la Mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni italiane, un evento che, nelle parole del Comitato organizzatore, avrebbe mostrato, «in forma al tempo stesso eletta e popolare, il vertice altissimo raggiunto dallo spirito italiano con Leonardo, in modo da esprimere nella mirabile opera dell’artista e dello scienziato del Rinascimento, i caratteri essenziali della spiritualità della stirpe che nel Fascismo si ricompongono ancora dopo molti secoli in forma unitaria».

Di fatto divenne uno degli show più propagandistici del regime, un’esposizione -per usare le parole di Roberto Longhi- «discutibile e discussa», che portò a una significativa strumentalizzazione e decontestualizzazione storica dell’artista.

L’ingresso alla mostra milanese su Leonardo del 1939

L’interpretazione di Leonardo quale genio della “stirpe italica”, da cui partiva una gloriosa linea di scienziati che culminava con Guglielmo Marconi, eroe dell’Italia autarchica di Mussolini, era già iniziata qualche anno prima: in questa direzione si allineò la mostra milanese, portando all’associazione della grande monografica sull’artista con una parallela esposizione, ovvero la seconda edizione della Mostra delle Invenzioni italiane, che trovò altisonante sede presso il Palazzo dell’Arte al Parco Sempione (ora della Triennale).

Già dall’inizio degli anni Trenta il fascismo aveva utilizzato sia le mostre d’arte antica italiana all’estero che le grandi esposizioni monografiche in patria, come palchi propagandistici, eventi collettivi ampiamente pubblicizzati con gli strumenti di comunicazione di massa (video dell’Istituto Luce, opuscoli turistici promozionali, comunicati radio) già sperimentati nella propaganda politica. Rispetto ad altre importanti esposizioni della seconda metà degli anni Trenta (come la mostra giottesca a Firenze del 1937), quella dedicata a Leonardo a Milano assunse tuttavia connotati ancor più particolari: Leonardo diventò l’antesignano dell’ “uomo nuovo” fascista, paragonabile allo stesso Duce.

I vari approfondimenti sugli studi di Leonardo dedicati all’architettura, all’ingegneria, all’anatomia, alla matematica diventarono tappe di un percorso espositivo incentrato sulla celebrazione del suo ruolo di pioniere nella cultura tecnico-scientifica italiana, secondo un’impostazione – cara al regime – per cui i protagonisti della storia della scienza erano visti come monumenti, isolati dal contesto in cui avevano operato. L’aspetto preponderante e più spettacolare fu la parte scientifica e tecnica dell’opera dell’artista, rappresentata da 200 modelli di macchine, talvolta anche in scala gigantesca e azionabili dal pubblico, realizzati grazie alla progressiva edizione dei manoscritti ma anche con una buona dose di interpretazione.

Tuttavia la mostra vedrà anche la presenza di numerosi dipinti e disegni originali di Leonardo, portando alla spoliazione di quasi ogni opera leonardesca presente nei musei italiani. Lo sforzo maggiore fu chiesto proprio alla soprintendenza fiorentina: il 1° maggio 1939 partirono da Firenze una trentina di casse con dipinti, disegni e sculture principalmente dalla Galleria degli Uffizi e dall’allora Regio Museo Nazionale del Bargello, comprese opere simbolo e delicatissime come l’Adorazione dei Magi e l’Annunciazione di Leonardo e il Battesimo del Verrocchio. Per quest’ultime, invano, il soprintendente Giovanni Poggi e il responsabile del Gabinetto Restauri Ugo Procacci richiesero un restauro preventivo «per poter sopportare un viaggio senza risentire danni».

In linea con la dialettica del regime, che da un lato promuoveva grandi eventi accentratori e dall’altro valorizzava le identità locali in senso di orgoglio municipalistico, anche a Vinci soffiò forte il vento della retorica fascista. Collegata alla mostra milanese, nel paese natale  fu organizzata un’esposizione di cimeli leonardeschi, inaugurata il 20 agosto 1939 dal ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, che parlò dal balcone della casa del fascio. Pubblicizzato alla stregua di un “pellegrinaggio”, il tour vinciano prevedeva la visita ai luoghi dell’infanzia dell’artista, tra i quali la restaurata casa di Anchiano, oltre a fonte battesimale e la riproduzione di un documento di mano del nonno di Leonardo.

Una delle sale dedicate ai modelli leonardeschi nella mostra milanese del 1939

In quello stesso biennio 1938-1940 l’esaltazione di Leonardo divenne di fatto una moda e mania collettiva che fu cavalcata anche dalle frange più estreme del regime. A tal proposito ne «La Difesa della Razza» comparvero una serie di articoli a tema artistico dedicati proprio a Leonardo, dove la strumentalizzazione sciovinista si colorò anche di tinte antisemite e perversioni interpretative. Già nel 1938 era comparso il breve articolo Come Israele insudicia il genio di Leonardo, atto di accusa contro la nota interpretazione di Freud sul sogno raccontato da Leonardo riguardo al nibbio. Nel 1939, anche in riferimento alla mostra milanese, nella rubrica “la razza e l’arte” la polemica dei redattori si indirizzò verso La favola dell’europeismo e Leonardo italiano, ovvero verso la tendenza degli studi dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, di scippare l’italianità dell’artista a discapito di una sovra-nazionalità europea. Nel 1940, in un climax ascendente di strumentalizzazione interpretativa, comparve un nuovo articolo dall’emblematico titolo Leonardo pittore razzista, dove venne presentata un’analisi del Cenacolo improntata alla presunta diligenza leonardiana nell’aver riprodotto nei volti degli apostoli caratteri somatici “biologicamente” ebraici.

Con l’entrata in guerra dell’Italia continuò l’utilizzo politico di Leonardo, protagonista, grazie all’interessamento del ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini, di una leonardesca americana, organizzata dal Rockefeller Center nel Museum of Science and Industry di New York nel luglio 1940 con i modelli della mostra del 1939. Questi stessi modelli presero poi la via di Tokio, dove furono esposti – suscitando grande stupore – nel 1942, in piena guerra mondiale. Fu il loro ultimo viaggio: la nave che che dal Giappone li riportava in Italia fu colpita e affondata, in una sinistra e simbolica fine, per mano di quel conflitto così acclamato, della strumentalizzazione retorica di Leonardo come grande “genio italico”.

Articolo pubblicato nel settembre del 2019.




Emilio Angeli: il “nonnino” della Resistenza toscana

«Chi ricorda la situazione livornese dal ’45 al ’48 sa che cosa voleva dire, allora, agire nel piano sociale per una idea cattolica apertamente professata. [Emilio Angeli] era ancora dolorante per le percosse e le fratture riportate dalla aggressione di centinaia di scalmanati e ripartiva per affrontare in altre parti il rischio di nuove aggressioni. “Non sono questi i guai” diceva sorridendo e ricominciava la sua battaglia. Erano giorni in cui solo i manifesti murali del “Fides” osavano affrontare il terrorismo comunista per far conoscere le cose vere della città. La polizia non era sufficiente per proteggere, la gente era spaventata: affiggere quei manifesti, periodicamente, tra continue minacce significava rischiare letteralmente la vita: ma il sor Emilio insieme ad Alfio e a pochi altri, sempre diversi, non mancava mai. Non si trattava di episodi ma di una lotta continua ed estremamente rischiosa condotta in difesa dei valori cristiani con l’umiltà di chi la credeva un semplice dovere»[1].

Così scriveva il 20 gennaio 1957 sul «Fides» don Renato Roberti, nel terzo anniversario della morte di Emilio Angeli, il «nonnino»[2] della Resistenza toscana.

Emilio Angeli (Archivio Centro Studi R. AngelI)

Emilio Angeli (Archivio Centro Studi R. AngelI)

Due giorni prima il vescovo coadiutore di Livorno monsignor Andrea Pangrazio inaugurava in memoria del padre di don Roberto Angeli il «Centro di Assistenza Sociale Emilio Angeli»[3], situato vicino al Cantiere Orlando tra Borgo S. Jacopo e via Micheli. Quel Centro avrebbe raggruppato il “cuore” delle attività del Comitato Livornese Assistenza (CLA) di cui nel 1948 Emilio «fu uno dei più entusiasti e preziosi iniziatori»[4]: in Borgo S. Jacopo col tempo si raggrupparono un notevole numero di attività, tra cui una Casa di educazione per adolescenti, la Scuola Tipografica «Stella del Mare», un Centro medico-psico-pedagogico, un Refettorio e ricreatorio post-scolastico oltre agli Uffici e servizi vari del CLA[5]. Per la Pontificia Commissione Assistenza (PCA) e per il CLA, Emilio Angeli aveva speso senza risparmiarsi l’ultimo decennio della sua vita, occupando il tempo che gli restava libero finito il turno di operaio alla Motofides. «Senza mio padre – affermò don Angeli – non avremmo potuto fare per i ragazzi quello che abbiamo fatto»[6]. Scrive don Roberti: «Con lo stesso impegno e la stessa generosità del periodo clandestino si dava anima e corpo al successo dell’opera, ne amava intensamente le finalità e non c’era niente che egli considerasse estraneo alle sue premure e alle sue fatiche. […] Più di una volta, per un insieme di circostanze, si è trovato praticamente solo a sostenere il peso della organizzazione di tutto il C.L.A. Allora saltava notti in bianco, pasti, conversazioni estranee, e si moltiplicava per fare tutto quello che occorreva. […] I bimbi delle colonie, dei doposcuola, dei ricreatori, li amava, li difendeva»[7].

Gli scontri coi comunisti nel dopoguerra, anche seri e gravi[8], non furono niente a confronto con le nerbate e con le torture subite da Emilio Angeli nelle carceri di via Tasso a Roma durante gli interrogatori a cui fu sottoposto dal responsabile del Massacro delle Fosse Ardeatine in persona, Herbert Kappler, il famigerato comandante del Servizio di Sicurezza  (Sicherheitsdienst-SD), e della polizia segreta nazista (Geheime Staatspolizei-Gestapo) di Roma.

Tradito da un certo Ghirelli, che operava ai margini della Resistenza romana, Angeli fu arrestato dalla Gestapo sul ponte Milvio. «Fui portato in via Tasso in Roma – ricordava Angeli nel 1945 – bella villa, finestre murate, dimora delle S.S. luogo principale di tortura di Roma. Spogliato, perquisito, privato di quanto possedevo fui portato in cella dove si trovavano altri sei disgraziati. La mia persona parve alle S.S. tedesche molto importante perché fui subito sottoposto a lunghi e estenuanti interrogatori interrotti da nerbate perfino sotto le piante dei piedi. Il mio viso serviva come esercizio di box anche al colonnello Kappler comandante delle S.S. a Roma. Il mio viso era diventato gonfio come un pallone ciò durò per cinque giorni alla fine dei quali si sentenziò: “domani sotto torchio parlerete…”»[9]. Kappler «credeva nientemeno che fosse un generale – scrive don Angeli nel capitolo dedicato a suo padre nel Vangelo nei Lager – […] Questo – disse una volta Kappler ai suoi collaboratori dopo un’estenuante seduta, mentre il detenuto a testa bassa, taceva ancora ed il pavimento era chiazzato di sangue – questo è veramente un soldato…»[10].

Nel dopoguerra il Maresciallo d’Italia generale Giovanni Messe decorò Emilio Angeli con la Medaglia d’argento al Valor Militare con la seguente motivazione: «Nel corso di un lungo periodo di attività clandestina collaborava alla attività di due nuclei informativi operanti in territorio italiano occupato dai tedeschi. Arrestato e sottoposto a lunghi ed estenuanti interrogatori, manteneva ferma e dignitosa fierezza. Condannato a morte riusciva ad evadere e a raggiungere le truppe alleate»[11]. Anche il rabbino capo di Livorno, Alfredo Toaff, riconobbe che quello di Angeli fu un «esempio fulgido di bontà, di fede e di eroismo»[12].

Sia don Angeli che Renato Orlandini descrivono il fortunato epilogo del suo arresto[13]. Emilio Angeli lo ricordava così: «Per una ventina di giorni fui lasciato in pace e me ne chiedevo la ragione quando la sera del 3 giugno fui condotto in una sala dove mi legarono le mani dietro la schiena. La stessa sorte toccò ad altri 28, a un certo momento giunse in cortile un piccolo camion dove ci fecero salire, dopo il quattordicesimo non ce ne stettero altri, io ero il quindicesimo. Il maresciallo mi respinse e il carico partì. Noi ritornammo nella sala, si prolungava di qualche ora la nostra agonia, anche allora Iddio mi protesse. La macchina non fece ritorno e alle ventiquattro fummo slegati e ricondotti in cella. La mattina del 4 giugno sentimmo gran confusione, erano i tedeschi che dal palazzo di via Tasso fuggivano perché si sentiva la mitraglia e il cannone vicino Roma. Alle sette del mattino eravamo liberi, la popolazione ci aveva aperto le porte».

Erminia Cremoni e Emilio Angeli (Archivio Centro Studi Roberto Angeli)

Erminia Cremoni e Emilio Angeli (Archivio Centro Studi Roberto Angeli)

Ma perché c’era stato tanto accanimento contro Emilio Angeli? E in cosa consistette il suo «lungo periodo di attività clandestina»?

Merlini lo sintetizza così: «Si trattava di salvare tanti ebrei perseguitati, di portare aiuti a tanti soldati italiani e a tanti prigionieri alleati braccati sui monti, di raccogliere informazioni militari, di divulgare la stampa clandestina e soprattutto di dare vita ai primi gruppi di partigiani. E il “nonnino” compariva dappertutto, con tutti i mezzi, ad aiutare ed a risolvere le più disperate situazioni»[14].

[1] R. ROBERTI, Alla generosità della sua lotta non può mancare il premio del Signore, in «Fides», 20 gennaio 1957. Emilio Angeli era nato nel 1887 e morì nel gennaio del 1954.

[2] «Lo chiamavamo così perché, a noi ventenni, un cinquantenne o poco più sembrava vecchio. E, in effetti, era il più anziano del nostro gruppo [dei cristiano-sociali]», cfr. R. ORLANDINI, Attorno al quarantatré, MCS, Livorno 1989, p.49

[3] A Emilio Angeli vennero intitolate anche la Colonia montana presso Cutigliano (Pistoia) e nel 1969 il Soggiorno montano in località Talento presso Marliana (Pistoia), cfr. 1948-1964 Gli anni e le attività, in «Il Ponte», notiziario del Comitato Livornese Assistenza, n.2, aprile 1964 e 30 anni, «Il Ponte», n.1, maggio 1976

[4] Cfr. Emilio Angeli, «Il Ponte», n. 2, aprile 1964

[5] Cfr. Il Vescovo e il Prefetto inaugurano il nuovo Centro di Assistenza Sociale “Emilio Angeli”, in «Fides», 20 gennaio 1957

[6] Cfr. Il «nonnino» che aveva per amici i bambini, in «Fides», 24 gennaio 1954

[7] Cfr. R. ROBERTI, Rischiare la vita per il bene degli altri fu la sua soddisfazione più bella, in «Fides», 21 febbraio 1954

[8] In Archivio Centro Studi don Roberto Angeli, si trova una lettera di don Angeli a Gianfranco Merli, datata 1963, in cui il sacerdote ricordando il decennio 1945-1955 e gli scontri con i comunisti afferma che «a mio padre, che scortava i nostri “attacchini” [del “Fides” edizione murale], venivano rotte due costole». In R. ROBERTI, Perché voglio parlare di don Pessina, in «Darsena Toscana», 21 settembre 1991 don Roberti sostiene che nel dopoguerra «il “nonnino”, il babbo di don Angeli, l’eroico antifascista, torturato dai nazisti a Roma in via Tasso, senza che riuscissero a farlo confessare, aggredito dai comunisti a S. Jacopo e bastonato a sangue – ricoverato all’ospedale con due costole rotte – accusato e punito come un “bieco fascista”»; concetto ribadito in Id., Delitto di leso giornalismo, in «Darsena Toscana», 21 settembre 1996: «il babbo di don Angeli, l’eroico “Nonnino” della Resistenza, lo picchiarono a sangue i comunisti».

[9] La testimonianza inedita si trova nell’Archivio ISRT, Fondo Clero, Busta n.6, Fascicolo XIII, Diocesi di Livorno.

[10] R. ANGELI, Vangelo nei lager: un prete nella Resistenza, Stella del Mare, Livorno 1985,  pp. 20-21

[11] Cfr. R. ROBERTI, Rischiare la vita per il bene degli altri fu la sua soddisfazione più bella, in «Fides», 21 febbraio 1954.

[12] ibid.

[13] R. ANGELI, Vangelo nei lager, cit.,  pp. 21-22 e R. ORLANDINI, Attorno al quarantatré, cit., pp. 48-50

[14] L. MERLINI, In memoria di Emilio Angeli, in «Il Tirreno», 20 gennaio 1954

Articolo pubblicato nel luglio del 2019.




Le mobilitazioni operaie in Toscana del 1969

Ricordare il ’69 operaio, o autunno caldo, a 50 anni dal suo svolgimento, non è una questione semplice. Prima di tutto perché si tratta di un anniversario che definire passato “in sordina” rende poco e male la situazione. Secondo perché se c’è un aspetto del presente che dimostra come la teoria delle “magnifiche sorti e progressive” sia una colossale sciocchezza, è proprio il settore del lavoro. Basta gettare uno sguardo sulle nuove precarietà, da quella dei braccianti impiegati nel nostro sud nella raccolta delle arance o dei pomodori, a quella dei rider che ci consegnano il cibo a domicilio, o a quella delle donne italiane e straniere che accudiscono i nostri anziani, o ancora ai lavoratori delle partite Iva, per capire che quel ciclo di mobilitazione che aprì speranze, realizzò diritti, spinse la società tutta intera in avanti, è lontano anni luce da questo presente che ci circonda.

Ricordare poi la mobilitazione operaia da un punto di osservazione come quello della Toscana è una complessità in più. Non c’era e non c’è in questo territorio una concentrazione operaia simile a quella delle fabbriche del nord, in primis Fiat. Anche i grandi stabilimenti, come il siderurgico di Piombino o il metalmeccanico Piaggio di Pontedera non sono mai arrivati ad avere quei numeri di addetti, né quella rilevanza nazionale. Né abbiamo avuto concentrazioni così massicce nel settore del tessile-abbigliamento, della conceria, o dell’industria energetica o cantieristica. Di sicuro, però, la fine degli anni Settanta vedeva l’attività industriale toscana ancora in primo piano sotto tutti i punti di vista. Per addetti, per fatturato, per diffusione territoriale. E sicuramenti negli stabilimenti di Santa Croce sull’Arno, così come all’Italsider di Piombino, o nei Cantieri Orlando di Livorno, alla Lebole di Arezzo, così come nelle altre centinaia di aggregazioni industriali diffuse nella regione, il ’69 ci fu, portò trasformazioni e impresse mutazioni sia con i risultati contrattuali diffusi, sia con il cambiamento di linguaggio, delle strategie di alleanza, delle modalità conflittuali. Pensiamo ad esempio, alla mobilitazione interna ai reparti, a gatto selvaggio, o a singhiozzo, di cui tutte le testimonianze rivendicano la paternità.

Queste memorie raccontate con orgoglio, non sono di per sé né false, né vere. Ogni luogo di produzione cercò, in quell’autunno lontano, di darsi anche delle soluzioni originali, di inventarsi una strategia capace di generare alleanze, e non solo quelle con gli altri lavoratori, ma anche quelle con settori ritenuti tradizionalmente più lontani, come quella tra i cattolici della piana di Pontedera e i lavoratori della Piaggio.[1]

Ci furono mobilitazioni assai significative nel settore, amplissimo, del lavoro a domicilio, che portarono a risultati interessanti, ci furono battaglie per la salute nei posti di lavoro, salute che non riguardava solo gli addetti ma tutti gli abitanti del comprensorio coinvolto, come nelle zone del cuoio di Santa Croce e Ponte a Egola.

La difficoltà di ragionare sulle lotte del ’69 da un luogo come la Toscana è legata anche alla miopia della storiografia italiana che ha concentrato tutta la sua attenzione sulla Fiat e su Torino con qualche incursione verso Milano e poco altro.

Manifestazione primi anni Settanta, Lebole, Arezzo (fondo: Repek)

Manifestazione primi anni Settanta, Lebole, Arezzo (fondo: Repek)

Come scrivevo alcuni anni fa: “Eppure studi, anche approfonditi, su altre realtà non sono mancati. Ma non si capisce se per pigrizia, o per una coazione a ripetere, si torna sempre lì. Eppure tutti noi che ci occupiamo o ci siamo occupati di storia del movimento operaio, siamo tutti consapevoli che l’Italia, l’Italia operaia, quella che lottava e costruiva quegli anni straordinari di lotte e di rivendicazioni realizzate, si concretizzava a Torino ma anche a Piombino, a Gioia Tauro ma anche a Marghera, nelle fabbriche di Santa Croce in Toscana, così come nei calzaturifici delle Marche, alla Max Mara dell’Emilia così come alla Lebole di Arezzo e in cento altre località, in parte uguali ma in parte anche profondamente diverse dal grande agglomerato piemontese.”[2]

Di sicuro poi occorrerebbe tornare indietro, all’anno degli studenti, il ’68, e poi alle lotte per le pensioni, come insegnava Bruno Trentin,[3] per capire in profondità l’argomento di cui ci dobbiamo occupare. E ricordare che con l’ingresso degli operai sulla scena pubblica, il sindacato “..recuperò… fra gli studenti medi e quelli degli istituti tecnici; o fra gli ‘studenti-lavoratori’, i quali, in molte realtà, come in Piemonte, diventarono attori a pieno titolo della lotta sindacale.”[4] Sempre seguendo il ragionamento di uno dei più grandi leader storici del sindacalismo confederale, si può sostenere che il sindacato riuscì, a differenza dei partiti storici della sinistra, a dialogare e anche a farsi permeare dalla cultura proveniente dal mondo giovanile. E come dichiarò lo stesso dirigente: “..non fu una passeggiata”.[5]

Ma torniamo alle realizzazioni più significative e più connotanti il territorio della nostra regione, trascurandone altre, non perché poco importanti ma perché stanno dentro un quadro di relazioni sindacali e industriali di livello nazionale ed oltre. Penso ad esempio alla mobilitazione dell’Acciaierie di Piombino all’interno del gruppo delle Partecipazioni Statali e dentro il quadro conflittuale diretto dal sindacato metalmeccanico, il più importante di quegli anni.

Spesso i risultati migliori si ebbero nei luoghi non deputati in senso tradizionale del lavoro operaio ma nel settore dei servizi. Pensiamo a quello che accadde nel settore dell’assistenza psichiatrica, dove, alla “fabbrica dei matti” come chiamavano a Volterra il manicomio, si sostituì l’assistenza domiciliare. Con la chiusura di quel centro di reclusione, si sovvertirono le tradizioni culturali che fino a quel momento avevano governato quel luogo oltre a realizzare una profonda conversione dell’organizzazione del lavoro di assistenza.

La vicenda della chiusura dell’ospedale psichiatrico di Volterra era stata resa possibile anche dalla nascita del sindacato degli ospedalieri che nella provincia pisana diventò subito fortemente significativo a causa del peso che aveva, ed ha, il polo ospedaliero di Santa Chiara insieme a quello di Cisanello e alla stessa facoltà di Medicina, come punto di riferimento non solo regionale.[6]

C’è un episodio, piccolo in sé ma altamente significativo, per il forte valore simbolico, quando nel ’69, un malato psichiatrico derubato da un infermiere, venne risarcito e il responsabile fu sospeso per un mese dal lavoro senza assegno.[7]  Si cominciava a respirare un’altra atmosfera. Il dibattito sulla riforma della psichiatria si era allargato da Trieste a Gorizia, a Arezzo, a Lucca fino a Volterra, la città dell’alabastro e dei matti. Quella battaglia che non fu solo operaia, sindacale, ma fu anche culturale e politica, che si scontrò anche con consolidati atteggiamenti di chiusura verso qualsiasi forma di “diversità”, cominciò negli anni Sessanta e si protrasse per un lungo periodo. Ma la trasformazione del manicomio e la sua chiusura sono successive al ’69. Arrivano infatti due anni dopo, con la battaglia per la riforma Basaglia[8]. Un biennio, in quel caso, non poteva bastare. Dal punto di vista strettamene sindacale la trasformazione si era però intravista già dal ’67 quando c’era stato il superamento della Cisl da parte della Cgil che aveva una maggioranza di iscritti nella manodopera femminile e nei lavoratori manuali.[9] Ricordava Annibale Fanali, psichiatra arrivato a Volterra nel 1971:

 “..a Volterra c’erano due fonti fondamentali di lavoro: l’alabastro e l’ospedale psichiatrico. Io sono entrato nel ’71 e c’erano 1800 ricoverati all’incirca. Questo era un mondo. Non c’erano solo gli infermieri. C’erano quelli della cucina, gli operai. C’erano le aziende agricole perché c’erano dei reparti dislocati nella campagna. Quindi era un mondo…. La contraddizione grossa di Volterra rispetto ad altre esperienze era che qui c’era un grande manicomio ed una piccola città, non come Perugia, o anzitutto Trieste.”[10]

E ancora:

“A Volterra tutto girava attorno al manicomio, ma il manicomio era considerato come una fabbrica. I pazienti erano la pietra….. C’era gente dalla Liguria, dalla Sardegna, c’erano anche stranieri: c’era un casino di gente. Gente di tutti i tipi.. Era la legge del 1904, di “cura e custodia”. La custodia era grossa, la cura era piccina. Quando si è detto: ‘facciamo diventare grande la parola cura’, sono nate le contraddizioni. E la città, soprattutto politicamente, è riuscita a metabolizzare.”[11]

 Fu una vicenda che coinvolse e trasformò l’intera città, le sue componenti, sia quelle più aperte che quelle più chiuse, che trasformò nel profondo il senso comune del sentire collettivo nei confronti dei “matti”. Fece crescere tutti, in meglio.  Per quanto è stato possibile verificare, questa è una delle storie più belle e più durature, fino a qui, dell’Italia di quegli anni.

Ma accanto a questa narrazione se ne possono affiancare molte altre, apparentemente minori ma altamente significative come quella che coinvolse le maestranze della Fiat di Marina di Pisa, già dal ’67, l’anno delle Tesi della Sapienza[12], che anticipò il biennio seguente, anche in una fabbrica classica, quella della Fiat di Marina, dove accadde qualcosa di insolito. Ricordava un vecchio sindacalista, isolato in fabbrica e nelle lotte perché iscritto Fiom:

“A Pisa quando si fece il corteo dei licenziati, la gente si allontanava, se ne andava per conto suo. All’opposto, nel 1967, per la prima volta che si riuscì a scioperare dopo dieci anni, si scioperò una mattina di febbraio. Era nevicato. Uscii io insieme a tre o quattro convinti che rimanessero tutti dentro perché tre volte avevo scioperato anche da solo. Difatti quella mattina eravamo in dieci e poi ad un certo momento si sentì il silenzio… Cosa sta succedendo dentro? Comincio’ a sorti’ gli operai. Sortirono tutti e quella fu la più grande soddisfazione perché dopo dieci anni ero riuscito a creare le condizioni per scioperare perché c’ero solo io. Però ero diventato un po’ un esempio. La Fiat non aveva dimostrato una grande intelligenza. Colpiva me.. e lo sapevano che io ero una persona ragionevole, che tenevo legami, che cucivo in continuità, che sopportavo angherie..”[13]

Anche qui c’è l’anticipazione di un anno rispetto alla rottura epocale del ’68. Perché sia il ’68 studentesco che quello operaio sono date simboliche più che periodizzazioni fra un prima e un dopo. Il dopo si è venuto costruendo solo poco alla volta ma i suoi effetti sono stati poi così deflagranti e così sintetici che, correttamente noi rinviamo a quella data e non ad una trasformazione di lunga durata. Perché il tempo e i cambiamenti si concentrarono moltissimo lasciando l’impronta di una accelerazione dirompente. Ma dentro una realtà così differenziata, come quella della Toscana produttiva e della Toscana dei servizi, sia per concentrazioni operaie che per tipologie di lavoro, ci furono anche settori dove il ’69 operaio entrò pochissimo e anzi cominciò, proprio a partire da quell’anno, una stagione di licenziamenti e sconfitte. Come fu per il caso della Marzotto di Pisa. Una fabbrica con una schiacciante presenza di manodopera femminile, gestita con piglio patriarcale e con l’ausilio delle suore che si occupavano della formazione delle rammendatrici in un clima di intimidazione durissima e di violenza discriminatoria spaventosa. Dove si realizzò una vicenda opposta a quella di Valdagno. Quando arriva il ’69 la Marzotto di Pisa aveva già perso oltre 600 addette anche se vi lavoravano ancora 850 addetti, si respirava un’aria di dismissione. Si giunse al 7 giugno 1968 quando la direzione annunciò la chiusura dello stabilimento. Cominciò una gara di solidarietà attorno alla fabbrica ma alla fine, dopo decine di manifestazioni, di sit-in davanti ai cancelli, di iniziative politiche e sindacali, Marzotto uscì di scena e gli subentrò un’altra proprietà. Era il 24 gennaio 1969. Il nuovo proprietario riprese circa la metà delle vecchie maestranze. Di sicuro, per quell’insediamento industriale, l’autunno di quell’anno non fu molto caldo.[14]

Manifestazione a Lucca, anni '70

Manifestazione a Lucca, anni ’70

In una realtà simile ma non uguale, quella delle confezioni della Lebole, ad Arezzo, le cose andarono assai diversamente. In quel caso la mobilitazione nel biennio ’68-’69 realizzò molti risultati: dalla mensa al sabato libero, dalla riduzione d’orario senza diminuzione di salario, dall’abolizione delle zone salariali al superamento della commissione interna con il riconoscimento del consiglio di fabbrica. Anche qui le maestranze erano quasi per intero femminili e anche qui la loro volontà si incontrò con un tessuto cittadino, sociale e politico solidale.[15] Ma anche qui come ovunque si consumò la contrapposizione tra chi voleva aumenti uguali per tutti, come Vittorio Foa o Emilio Pugno, e chi invece come Bruno Trentin era contrario.[16] Vinsero la battaglia, che fu anche e forse soprattutto culturale, Foa e Pugno.

In una intervista dell’autrice a Foa, il vecchio ex sindacalista diceva:

 “..mi è accaduto di ripensare a tante battaglie egualitarie: parità uomo-donna, parità nord-sud, parità tra operai comuni e operai specializzati, parità operai-impiegati. Sono tutte le battaglie dei primi anni Sessanta e di tutti gli anni Settanta. Tutte queste battaglie possono essere viste come puro tentativo di ‘essere come quell’altro’ oppure essere viste in modo diverso. Cioè come uscita da una condizione di inferiorità generale e come affermazione di me stesso e delle mie possibilità. Cioè come un problema anziché di uguaglianza materiale, di libertà. “[17]

Ma il 1969 fu anche l’anno nel quale la Fiom pubblicò una dispensa in cui veniva illustrato il modello sindacale di “lotta per la salute” che divenne il testo base di riferimento per ogni mobilitazione legata all’ambiente di lavoro.[18] Anche in questo caso la vicenda era cominciata molto prima, in particolare nel 1961 con la costituzione della Commissione medica nella Camera del Lavoro di Torino e grazie ai risultati di lavori di ricerca e di denuncia di Giovanni Berlinguer[19] e di Giulio Alfredo Maccacaro[20].

Nella realtà toscana scegliamo due casi sui quali poter collocare l’attenzione, quello delle concerie di Santa Croce e quello della lavorazione a domicilio delle calzature. Per Santa Croce l’anno 1969 cominciò con la firma di un ottimo accordo contrattuale: aumenti uguali per tutti, contrattazione del premio di produzione, passaggi di categoria per le donne che svolgevano lavori superiori alla loro mansione, comitati e delegati per la prevenzione e la sicurezza in ogni azienda, diritto di assemblea dei lavoratori dentro l’azienda con la presenza dei sindacati. Non erano risultati di poco conto ma il delegato per la prevenzione e la sicurezza fu un risultato che rimase ancora per molto tempo sulla carta.  Dagli inizi del ‘900, da quelle parti era stata fatta l’abitudine al cattivo odore e a condizioni di lavoro durissime che tuttavia assicuravano a tutti una relativa pace sociale e un buon ritorno economico. Il problema “ambiente e salute” a Santa Croce emerse con grande ritardo grazie alla denuncia prima di “Paese Sera” nel 1974, e poi con l’”Espresso” con un’inchiesta di Sergio Saviane nel 1978.  Fino a lì, da quelle parti la parola d’ordine: “la salute non si vende” non aveva trovato diritto di cittadinanza.[21]

“Il Grande Vetro” scriveva: “Per la sete di guadagno tutti si erano improvvisati conciari, anche dentro le cascine di campagna.”[22] Occorre comunque riconoscere che, anche se in ritardo, la situazione fu poi gestita con la collaborazione delle istituzioni, degli imprenditori e dei sindacati, e a tutt’oggi si sperimentano di continuo soluzioni concertate per migliorare l’organizzazione del lavoro e l’ambiente.[23]

Discorso simile ma non uguale quello è che possiamo fare per le lavoranti a domicilio. E per questo settore mi permetto di rinviare ad un mio saggio[24] da quale si evince la frammentarietà del problema, la compresenza al suo interno di modernità e di arcaismo, di spinte alla conservazione e di spinte al rinnovamento, spesso però non inteso in senso tradizionale. Per realizzare l’importanza di questo segmento vale la pena ricordare che ancora agli inizi degli anni Settanta il settore coinvolgeva oltre 1.600.000 addetti.[25]

Un settore di sicuro importante per quantità di prodotto e per reddito ma poco compreso dalle stesse organizzazioni sindacali che puntando tutta la battaglia per l’ingresso in fabbrica delle lavoranti, alla fine ottennero solo il risultato di costringere le medesime a diventare, ob torto, delle artigiane con partita iva. Soprattutto per un settore delicato e importante nell’economia toscana come quello dell’aggiuntatura delle scarpe. Un settore dove la femminilizzazione della manodopera era pressoché totale. E dove giocava un ruolo attivo la convivenza con la famiglia d’origine e soprattutto avere una stanza da adibire a laboratorio, come ricordava una testimone da me intervistata, Patrizia Cerri:

“E meno male che avevo questa stanza! Te pensa chi lavorava in un ambiente così, che poi ci doveva mangiare, che sul tavolo ci doveva lavorare e poi sparecchia’ tutto, e poi ci doveva mangiare. Pensa un po’ te!”[26]

In quelle condizioni la battaglia più importante fu quella di dare visibilità a queste lavoratrici. Ma quando accadeva che queste lavoratrici emergessero era sempre per pochi giorni, su una pagina di giornale e niente più, come accadde nel 1973 a Cascina in una Conferenza provinciale.[27]

Ed in questo settore, quando, dopo un accordo raggiunto proprio nel ’69 con il quale si ottenne che il lavoro venisse portato a domicilio alle lavoranti, la situazione peggiorò perché:

Questo fatto crea divisione tra le donne. Ognuna sta a casa sua e vede poca gente: il portantino ti impaurisce e minaccia di non portarti più il lavoro.[28]

 Se il ’69 fu l’anno degli operai, fu molto meno quello delle operaie. Come scrivevo nello stesso saggio:

“Le donne impegnate nel lavoro a domicilio lavorano sole, dentro una cornice familiare e di relazioni che resta uguale nel tempo, a parte i mutamenti naturali che subiscono pure loro, come l’invecchiamento.”[29]

Anche in quel contesto, quello di quegli anni così vivaci sul piano delle rivendicazioni e dei risultati contrattuali, non riuscirono ad attivare azioni di difesa collettiva perché come ha scritto Christophe Dejours:

lavorare non è solo avere un’attività, ma è anche vivere; vivere il rapporto con la costrizione, vivere insieme, affrontare la resistenza opposta del reale, costruire il senso del lavoro, della situazione e della sofferenza.[30]

Se poi passiamo a guardare il discorso sulla tutela della salute, proprio nel 1969, Luigi Frey analizzò il caso di San Giovanni in Persiceto e il quadro ottenuto (era una zona di lavoro a domicilio delle confezioni) fu sconfortante. Disturbi alla funzionalità epatica, ai muscoli, alla vista. Risultati pubblicati poi alcuni anni dopo[31] Nel calzaturiero la situazione era anche peggiore perché a causa dei “mastici forti” le lavoranti si potevano prendere malattie terribili come la nevrite e arrivare alla morte. Ma praticamente nessuno se ne accorgeva e fino a che certe sostanze non furono escluse per legge, il controllo ricadeva sulle loro spalle e la loro sorte era spesso solo un fatto di fortuna.

Sicuramente il settore del lavoro a domicilio era il più fragile dell’intero settore produttivo nazionale e pertanto aveva ragione Trentin a scrivere:

 “Si comprende… come nella memoria politica della maggior parte dei gruppi dirigenti della sinistra, non sia rimasta traccia degli obiettivi e dei risultati più significativi delle lotte dell’autunno caldo’, come il controllo sulla salute e le condizioni di lavoro, la conquista di nuovi diritti individuali e collettivi, il diritto all’assemblea. E come sia rimasto soltanto il ricordo di una grande lotta salariale, forse eccessiva nei suoi obiettivi e nei suoi risultati. Si comprende come, con tali lenti da miopi, alcuni si siano dilettati a irridere l’obbiettivo di conseguire un nuovo modo di lavorare e, perché no? un ‘nuovo modo di fare l’automobile’ superando le catene di montaggio. Mentre altri, come il gruppo parlamentare comunista, non ebbero alcuna reticenza ad astenersi nella votazione dello Statuto dei lavoratori”…… E come, nel momento più aspro della lotta dei metalmeccanici per il diritto di informazione sui piani di investimento delle grandi imprese e per una svolta delle politiche industriali delle aziende di Stato, in direzione del Mezzogiorno, una parte rilevante del gruppo dirigente del Pci cercherà di scongiurare ‘l’avventura’ dei sindacati a Reggio Calabria. E si schiererà, senza esitare a sostegno delle ragioni delle baronie che dominavano l’Iri e si opponevano strenuamente a discutere con i sindacati, alla luce del giorno, i loro programmi di investimenti e le ragioni degli sperperi inauditi che il loro clientelismo e la loro incompetenza avevano accumulato.”[32]

Possono sembrare amare considerazioni ma forse ci possono essere utili anche per capire i ritardi attuali della politica e la debolezza dei partiti storici della sinistra. E come anche il sindacato non gode proprio di un’ottima salute.

[1] Catia Sonetti, Dentro la mutazione. La complessità delle storie del sindacato in provincia di Pisa, Einaudi, Torino, 2006, p.67.

[2] C. Sonetti, Sì anche il diritto di suonare il clavicembalo! Intervento dattiloscritto presentato al Convegno di Firenze sui due bienni rossi nel 1998.

[3] Bruno Trentin, Autunno caldo. Il secondo biennio rosso 1968-1969.Intervista di Guido Liguori, Editori Riuniti, Roma, 1999, p. 79.

[4] Ibidem, p. 97.

[5] Ibidem, p.114

[6] C. Sonetti, La rottura: lavoro e società nella provincia di Pisa, 1960-1980, in La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980). Storia di un caso, a cura di Gigliola Dinucci, Ets, Pisa, 2006, pp.483-484.

[7] Ibidem, p. 525.

[8] Cfr. John Foot, La “Repubblica dei matti”: Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 19611968, Feltrinelli, Milano, 2014; Vinzia Fiorino (a cura di), Rivoltare il mondo, abolire la miseria. Un itinerario dentro l’utopia di Franco Basaglia, Ets, Pisa, 1994.

[9] Ibidem, p, 526.

[10] C. Sonetti, Dentro la mutazione… cit., p. 128.

[11] Ibidem, pp. 134-135.

[12] Cfr., Luciano Ghelli, ’68 e dintorni. Il movimento, gli operai, il Pci e i gruppi a Pisa dalle tesi della Sapienza alla giunta Lazzeri, Edizioni Progetto, Ponsacco, 1988.

[13] Ibidem, p. 32.

[14] C. Sonetti, Dentro la mutazione..cit., p 44.

[15] Claudio Repek, La confezione di un sogno. La storia delle donne della Lebole, Ediesse, Roma, 2003.

[16] Aris Accornero, La parabola del sindacato. Ascesa e declino di una cultura, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 30.

[17] C. Sonetti, La rottura: lavoro e società nella provincia di Pisa. 1960-1980 in, La Camera del Lavoro di Pisa (1896-1980), a cura di Gigliola Dinucci, Ets, Pisa, 2006, p. 490.

[18] Patrizio Tonelli, “La salute non si vende”. Ambiente di lavoro e lotte di fabbrica tra anni ’60 e ’70, in I due bienni rossi del Novecento 1919-1920 e 1968-1969. Studi e interpretazioni a confronto,  Ediesse, Roma, 2006, p.345.

[19] Giovanni Berlinguer, Medicina e politica, De Donato, Bari, 1973.

[20] Giulio Alfredo Maccacaro, Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, 1979.

[21] Cfr, anche “Il Grande Vetro”,  n.9, anno 2, settembre 1978.

[22] C. Sonetti, La rottura.. cit., p. 532

[23] Vd. la trasmissione di Rai3, Leonardo del 6 maggio 2019.

[24] C. Sonetti, Il lavoro nascosto. Lavoranti a domicilio nella seconda metà del Novecento, in Fuori dall’ombra. Studi di storia delle donne nella provincia di Pisa (secoli XIX e XX), Plus university press, Pisa, 2006, pp.371-416.

[25] Sebastiano Brusco, Prime note per uno studio del lavoro a domicilio in Italia, in “Inchiesta”, III, 10, (1973), riproposto poi in, Decentramento, costi di produzione, e condizione operaia nel settore della maglieria, in Piccole imprese e distretti industriali. Una raccolta di saggi, Il Mulino, Bologna, 1989.

[26] C. Sonetti, Il lavoro nascosto… cit., p 387.

[27] Ibidem, p. 394.

[28] Ibidem, p. 401.

[29] Ibidem, p. 401.

[30] Christophe Dejours, L’ingranaggio siamo noi. La sofferenza economica nella vita di ogni giorno, Il Saggiatore, Milano, 2000, p. 146, citato in C. Sonetti, Il lavoro nascosto…. p. 401.

[31] Cfr., Lavoro a domicilio e decentramento produttivo nei settori tessili e dell’abbigliamento in Italia, a cura di Luigi Frey

[32] B. Trentin, Autunno caldo.., cit., p. 130.

Articolo pubblicato nel giugno del 2019.