Il comunismo dei contadini. Storie senesi.

Arrivando a Siena nel 1973 dalla Sardegna, dove lasciavo alle spalle 10 anni di impegno politico quasi senza respiro da studente, da insegnante e da militante, pensavo di essere giunto in una terra in cui la tradizione comunista si potesse vedere nei comportamenti sociali collettivi e nello stile di vita. Venendo da un’isola prevalentemente democristiana, e anche da una rete familiare assai conservativa, credevo che avrei trovato qui un popolo all’avanguardia. Rimasi subito deluso. Matrimoni e funerali religiosi e consumisti, alle scuole elementari e medie quasi solo le mie figlie non facevano religione. C’era più circolazione culturale ma sempre limitata ai soliti gruppi. Venendo da una formazione marxista, trovai come interlocutori i meno conformi a quella tradizione: ‘quelli di Lotta Continua’, un gruppo assai vivace e plurale che diede poi vita al movimento ecologista. E sentii vicini i partigiani più critici verso il PCI con i quali si diede vita a varie iniziative legate al Soccorso Rosso. Fui incuriosito dell’esperienza della Resistenza in questo territorio e cominciai a studiarla facendo molte interviste sia nelle zone della Brigata Boscaglia, che in quelle della Spartaco Lavagnini. Mi colpì molto il nesso tra Resistenza e lotte contadine che si svilupparono nel dopoguerra. Fu il tema che decise il mio rapporto di ricerca nella mia nuova vita toscana. In una di quelle interviste un ex partigiano mi disse una frase che è rimasta scolpita nella mia memoria: i mezzadri sò stati la classe operaia del senese. I contadini tanto deprecati già dal Manifesto di Marx ed Engels (“l’idiotismo della vita rustica”), erano stati ‘classe operaia’. Qualcosa di così stravagante da ricordare il finale del film Miracolo a Milano, dove i poveri volano in cielo a cavallo delle scope. Questo filo rosso ha animato varie tesi di laurea che ho seguito. Ho ancora nella memoria i racconti degli scioperi durante la trebbiatura quando la bandiera rossa veniva fissata sullo stollo del pagliaio. Dai racconti mi si palesavano immagini di carabinieri a cavallo nei poderi, tentativi di difesa delle famiglie sfrattate o l’accoglienza dei bambini dei braccianti del Sud impegnati nelle lotte. Totalmente padroni dello spazio poderale, della geografia tra boschi e macchie e coltivato, i contadini mettevano in scacco carabinieri e padroni, come avevano fatto i partigiani alla macchia. Mi fu facile essere dalla parte dei contadini. Ma negli anni ’70 era una storia già conclusa. L’inurbazione di questi strati sociali nuovi alle città era forse anche la spiegazione di una cultura diffusa ritualista e cattolica, non certo innovativa. Ma la città di Siena era da sempre storicamente conservativa. I giovani di sinistra criticavano i ‘borghesi’ che, dopo la messa, tornavano a casa con la confezione delle paste del Nannini. Nel movimento del 1977 vi furono persino critiche al Palio come oppio dei popoli.

La mia scelta è rimasta legata alla ricerca e alla raccolta di memorie. La frase dell’ex partigiano sui contadini come classe operaia, ha trovato poi un senso quasi letterale in una ricerca ad Asciano, e nell’incontro col capolega sindacale Gino Boccini, che in seguito consegnò all’Università il suo quaderno di appunti sulla militanza sindacale contadina. I suoi appunti che partono dal 1947, faticosamente strappati a una scrittura poco abituale, mettono al centro la classe operaia e l’unità di tutte le forze sociali sotto la guida del Partito Comunista. Ma vi è anche testimonianza dei conflitti e delle invidie tra operai e contadini. Operai reali e non teorica ‘classe operaia’, erano quelli che dicevano ‘andiamo a vedere quello che nascondono i contadini e quello che mangiano più di noi’ (cit.) mentre i contadini dal canto loro ‘invidiano la classe operaia’. Boccini è un esempio di militante capace di direzione consapevole. Un quadro contadino a tutto campo, che vive un processo di emancipazione nella scrittura, nella funzione che svolge, nella ideologia e nella strategia che propone, che gli viene da una formazione nuova legata al sindacalismo e alla politica del PCI. Vedere nei suoi appunti il processo di nascita di una nuova coscienza sociale e politica è stato davvero un’esperienza emozionante. Così è successo anche con le memorie scritte da Delia Meiattini una contadina mezzadra che ha lasciato la sua storia di vita in Le barriere invisibili. Cronaca di una vita di una donna dalla terra alla politica. [1] Per me un testo straordinario perché da dentro una infanzia contadina che vive la guerra, il passaggio del fronte, l’alluvione, nasce una coscienza elementare, ingenua prima e poi determinata e anche critica verso il PCI per il quale diventerà in seguito Consigliere regionale. Una sorta di ‘fenomenologia dello spirito’ dentro una singola vita contadina che ne rappresenta certo molte altre. Vite fatte di tanti piccoli episodi, imprese, eventi che sono parti di una storia collettiva di una nuova comunità politica, quella dei mezzadri, vista dal basso. Il libro di Delia è stato studiato da un gruppo di giovani antropologi, studenti dell’Università di Roma e discusso con lei al festival dell’Unità, a Siena in Fortezza, probabilmente nel 1998. Con la sensazione di avere messo la storia contadina al centro di un mondo politico che ormai aveva del tutto dimenticato la stagione epica dei mezzadri. Il suo racconto ci mostra una ragazza proiettata improvvisamente alla scuola quadri femminile di Faggeto Lario, sul lago di Como, dove le corsiste vengono interrogate dalla polizia e scambiate per prostitute, e dove apprende la prima lezione sul Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engles che cominciava con “Uno spettro si aggira per l’Europa…”. Scrive ancora ingenuamente dopo tanti anni di militanza:

Nella cultura contadina lo ‘spettro’ è paura. Io dopo la lettura di quell’opuscoletto non riposai alcune notti. Dalla lettura e dalla discussione del Manifesto non capii granchè . Il corso andava avanti, per alcune di noi, mè compresa, proprio per la difficoltà a capire ciò che si leggeva e discuteva si ebbero delle crisi a ripetizione. Alcune di noi chiesero di tornare a casa.” (pag. 82).

Racconto questo, che ricorda ‘come fu temprato l’acciaio’. [2] Si tratta solo di due casi, ma assai rappresentativi della storia sociale e politica del dopoguerra toscano e confermati da molti racconti simili raccolti su questi temi. Nella sua maturità di funzionaria comunista, Delia, deputata regionale, responsabile della Coop, osa criticare i pettegolezzi, il parlare alle spalle e il perbenismo (allora si diceva ‘piccolo-borghese’) imperante nella Federazione di Siena. Quel perbenismo di cui ho parlato all’inizio di questo scritto e che mi ha procurato una certa delusione.

Certo Siena ha vissuto un difficile processo di trasformazione ed ha accolto (brontolando sottovoce) tanti contadini che per secoli aveva preso in giro con satire sui villani (se ne trovano già nelle novelle del Sermini), che aveva chiamato ‘gazzillori’ se non ‘quelli dell’unghio spaccato’. Insomma, una razza inferiore.

Alle elezioni comunali di Siena il centro storico votava abitualmente DC mentre la periferia, che accerchiava la città, votava PCI. Una ragione di più per fare il tifo per i contadini, spesso impegnati negli orti urbani. Per la ricerca antropologica le principali fonti sono state le donne. Le donne che, secondo una espressione sintetica di Giacomo Becattini, ‘hanno fatto finire la mezzadria’, ma ne sono state anche le principali memorialiste. Progressivamente notavo che nella cultura senese si era di fronte a donne forti, donne protagoniste, donne dirigenti. Anche se avevano faticato ad emergere avendo fatto per lo più, se contadine, solo le elementari.

Nella seconda metà del Novecento il processo di presa di coscienza e di capacità di gestione della modernizzazione da parte dei contadini si è come mescolato nel nuovo groviglio delle identità urbane, finendo per sparire. Diventando infine subalterno al ruolo politico di amministratori di formazione bancaria, impiegatizia, professionistica. Tradizionalmente egemoni, moderati, e anticontadini. Anch’essi idealmente trasformati dai grandi moti sociali ma comunque non disponibili ad accogliere una rilevanza contadina nella gestione della cultura delle città toscane. Del resto, gli ex contadini nemmeno provavano a mettersi in campo. Col risultato che la cultura comunista toscana che poteva essere innovativa nella ricerca universitaria, era invece tradizionalista e continuista sul piano della tradizione artistica, letteraria, elitaria urbana. Nelle condizioni date, la possibilità di creare una nuova cultura moderna, popolare e di massa, secondo le idee guida di Antonio Gramsci, non era certo praticabile. E ben ci stava il parere di Gramsci sul ruolo nazionale della Toscana nel Novecento: “non ha più un ruolo proprio e vive solo della boria dei ricordi passati”.

Negli anni ’70 in un numero di Critica Marxista, Leonardo Paggi e Paolo Cantelli, in quel momento intellettuali di punta del PCI, criticarono e accusarono di provincialismo questo scenario culturale e politico. [3] Ma senza sortire alcun effetto. Eppure, il voto contadino al PCI ha continuato ugualmente per decenni ad essere letteralmente lo zoccolo duro dell’elettorato comunista dell’Italia centrale ex mezzadrile. Probabilmente il voto si fondava su quello che altrove veniva chiamato clientelismo o su alleanze storiche che favorivano il progressivo passaggio da contadini a dipendenti pubblici, e in qualche zona da contadini a imprenditori o, in sintesi, su un rapporto di fedeltà basato su reciproci vantaggi.

Che senso ha parlarne ex post, quando nelle aree compatte del voto ex contadino al PCI compaiono defezioni e vuoti dovuti da un lato alla scomparsa di una generazione, dall’altro all’abbandono dei paesi e delle zone interne da parte dei contadini rimasti e dei figli degli ex contadini? Da un lato questa vicenda fa parte dei grandi paradossi attraverso i quali il PCI si è affermato in Italia come potenzialmente egemonico, dall’altro ci aiuta a capire il rilievo della storia sociale, il suo peso pratico se si conviene con Marc Bloch che “l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’incomprensione del passato”.

Le molte storie di vita che sono state raccolte sia attraverso la memoria orale [4] che attraverso la scrittura restano una risorsa e una guida per ritrovare le fila della storia del territorio. Aprono a percorsi della vita vissuta e della soggettività che hanno avuto poca rilevanza sia negli studi che nelle riflessioni politiche. Esse continuano a richiamare l’attenzione su uno straordinario periodo di trasformazioni culturali e sociali che è ancora fondamentale per fare ‘il passo indietro del torero’, [5] quello che consente di vedere con lucidità le difficoltà politiche e sociali del presente. Un mondo di storie che è ben lontano dall’essere visibile ai ceti dirigenti della sinistra attuale.

Note

[1] Comitato di Ente per le pari opportunità, Comune di Siena, s.d. (1997).

[2] È il titolo del romanzo autobiografico di Nikolaj Ostrovskij del 1932, esempio della letteratura del realismo socialista sovietico e quasi involontariamente comico nel descrivere la tempra della nuova umanità comunista.

[3] P. Cantelli, L. Paggi, Strutture sociali e politica delle riforme in Toscana, in “Critica Marxista”, n. 5, 1973.

[4] A. Andreini, P. Clemente (a cura), I custodi delle voci. Archivi orali in Toscana: primo censimento, Firenze, Centro Stampa Regione Toscana, 2007.

[5] E. De Martino, Mito, scienze religiose e civiltà moderna, in Id., Furore, simbolo, valore, Milano, Feltrinelli, 1962, è una metafora che indica la necessità di collocarsi indietro nel passato per cogliere con chiarezza il presente, è la sostanza di una postura riflessiva.




“Una svolta verso il nulla”.

Nota biografica.

Riccardo_Margheriti

Riccardo Margheriti (Wikipedia)

Riccardo Margheriti nasce a Chiusi (Siena) il 4 gennaio 1938, da una famiglia di umili origini ma dalla forte identità antifascista. Si iscrive alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) nel 1953, ancora giovanissimo, divenendo segretario della sezione di Chiusi già l’anno seguente. La sua principale attività si svolge tuttavia inizialmente nell’ambito sindacale, nella Cgil, prima nella Camera del lavoro di Chiusi, poi nella Valdichiana e infine a Siena quale direttore provinciale dell’Inca, l’Istituto nazionale confederale di assistenza. Vicesegretario e poi dal 1975 segretario della Federazione senese del Partito comunista, è consigliere comunale a Siena dal 1968 al 1983. È senatore della Repubblica dal 1983 al 1992, ricoprendo la carica di vicepresidente della Commissione agricoltura e produzione agroalimentare. Prosegue poi la propria attività nel settore agroalimentare, come presidente dell’Ente nazionale mostra mercato dei vini doc e vicepresidente, e poi presidente, del Comitato nazionale per la tutela e valorizzazione dei vini doc presso il ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

Avvertenza: Nella trascrizione dell’intervista si è cercato di conservare inalterati gli aspetti peculiari del parlato, limitando gli interventi correttivi sul testo al minimo indispensabile e inserendo eventualmente nelle note a piè di pagina ulteriori informazioni o chiarimenti. L’intervista è stata realizzata il giorno 11 luglio 2020 da Riccardo Bardotti e Michelangelo Borri, presso la segreteria dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia – Sezione di Siena; la versione integrale è conservata presso l’Istituto storico della Resistenza senese e dell’età contemporanea.

Per informazioni su letture preliminari ed approfondimenti, rimandiamo a QUESTO articolo della nostra Redazione.

 

D. Senatore Margheriti, può dirci brevemente in che modo ricorda la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989? Quali furono le prime riflessioni che formulò di fronte a tale evento?

R. Io ero ancora in Parlamento in quel periodo; io rimasi un po’ sconcertato, francamente, non tanto dal crollo del Muro di Berlino, ma dal modo in cui avvenne e dal fatto che non ci fosse stata reazione; e quindi mi fece capire che, fortunatamente, anche da parte di chi sarebbe potuto, come aveva fatto in precedenza, intervenire anche in modo armato, non lo aveva fatto; e quindi si apriva davvero una possibilità di autonomia anche del Partito comunista italiano – dell’ex Partito comunista italiano a quel punto –, per una strada nuova che io vedevo e continuo a vedere, di tutte le forze che attorno alle forze ideali del socialismo possono raggrupparsi…

D. E quali conseguenze produsse questo avvenimento all’interno del Partito comunista italiano, che già stava attraversando una fase complessa della propria storia politica?

R. Intanto era matura una consapevolezza con le discussioni che si erano avute dopo le diverse invasioni che c’erano state da parte dell’esercito sovietico, o comunque del patto di Varsavia, in altri paesi prima ancora dell’‘89 e la discussione che si è sviluppata all’interno del partito aveva, ripeto, maturato una consapevolezza che le cose non potevano continuare e che era indispensabile, nelle forme che sarebbero state possibili, cambiare e cambiare tutto in quel paese e nei paesi dell’Est europeo. In qualche modo dà ragione a questa convinzione il fatto che non c’è un intervento, neanche della polizia oltre che dell’esercito, al crollo del Muro di Berlino e all’uscita dalla Germania dell’Est di tanti cittadini che vanno a riabbracciare parenti, amici e così via, ma comunque che guardano alla libertà che si era costituita e realizzata nella Germania Ovest dopo la guerra e fino a quel momento. Quindi un fatto molto positivo, che imponeva ulteriore riflessione anche a noi e imponeva anche a noi di cambiare rotta, in primo luogo non solo riducendo ma azzerando i rapporti col Partito comunista dell’Unione Sovietica – del quale si diceva quel punto peste e corna, devo dire, anche all’interno del nostro del nostro partito – nonostante le speranze che aveva sollevato l’elezione di [Michail] Gorbačëv [1] e l’inizio, vero, della destalinizzazione in quel paese… Quindi una cosa, un momento di grandissimo rilievo, che imponeva, ripeto, scelte nuove anche a noi; scelte che non dovevano portare al superamento dei caratteri fondamentali del Partito comunista italiano, perché di fatto, in Italia, il Partito comunista era davvero il partito del socialismo europeo, cosa che non era il partito di [Bettino] Craxi [2]; era un partito riformatore e allo stesso tempo un partito di governo, capace quindi di affrontare i problemi dei cittadini e di tentare di dare risposte. Gli enti locali amministrati dal Partito comunista italiano e le regioni – che erano nate da non molto tempo, nel 1970 – amministrate dal Partito comunista italiano, avevano costruito lo Stato sociale, avevano costruito gli asili nido, le scuole materne e così via, nonostante l’indebitamento degli enti locali – ai quali venivano trasferiti pochi finanziamenti – ma che venivano incoraggiati, i nostri sindaci, a indebitarsi ulteriormente, purché l’indebitamento andasse verso la costruzione di uno Stato sociale vero, che consentisse, ad esempio, anche alle donne di non dover rimanere in casa ma di poter lavorare nonostante la presenza dei figli che dovevano essere curati; e doveva dare risposte sul piano del lavoro, dei diritti dei lavoratori nel luogo di lavoro e all’esterno, doveva dare risposte sulla partecipazione – prevista dalla Costituzione della Repubblica del popolo italiano – a scegliere liberamente chi doveva governarlo e a far rispondere chi lo governava ai problemi che gli venivano posti.

D. E invece con la cosiddetta svolta della Bolognina, la direzione intrapresa è quella di un superamento dell’esperienza politica e culturale del Partito comunista italiano. Come reagiscono da una parte la base e dall’altra i quadri intermedi del partito?

R. Con la svolta della Bolognina [3] intanto c’è sconcerto, nessunoavrebbe mai pensato di punto in bianco di dire: “ora si cambia nome, simbolo e il Pci non ci sarà più”. Perché naturalmente la vicenda del Pci è una vicenda non soltanto politica e culturale, è una vicenda anche umana, di formazione della persona dall’interno e nel rapporto con gli altri; era stato costruito un pezzo di società, non era soltanto un partito. La paura del crollo vinse non nella gente ma in chi fece quel tipo di svolta, vinse la paura che col Muro di Berlino finisse il Pci, e sbagliando valutazione su cosa fosse il Partito comunista italiano rispetto ai partiti al potere nell’Est… Naturalmente, far digerire la svolta alle sezioni del Pci, iscritti e così via fu una cosa non terribile, impossibile. E quindi avemmo una parte, che erano i gruppetti dirigenti, che essendo stati educati un po’ al mito anche della personalità del segretario nazionale del partito, continuavano ad avere questa visione anche nei confronti di Achille Occhetto [sorride] [4], dopo [Enrico] Berlinguer, dopo [Palmiro] Togliatti, dopo [Luigi] Longo e quindi seguivano la linea di Occhetto; e la base che se ne andava… E infatti noi perdemmo tanti voti, una parte andarono in Rifondazione [comunista]… Ma gran parte degli elettori e degli iscritti al Partito comunista prima della svolta non passò da un’altra parte, passò all’astensione, rimase a casa…Vivemmo una vicenda terribile, terribile, terribile.

L'Unità del 14 novembre 1989

L’Unità del 14 novembre 1989

D. Più in generale, quale fu l’atteggiamento delle altre forze politiche in quel frangente?

R. Naturalmente la paura del comunismo, che aveva consentito di escludere il Partito comunista dal Governo fino all’uccisione di [Aldo] Moro [5] – che poteva rappresentare invece, assieme a Berlinguer, la possibilità di mettere insieme le forze sane del paese per risolvere le questioni gravissime che stavamo attraversando – viene vissuta come una vittoria nei confronti dei comunisti e quindi come se il Partito comunista italiano, pur realizzando una svolta, dovesse in qualche modo e potesse scomparire perché non aveva più, diciamo così, il piedistallo sul quale appoggiarsi per rimanere in piedi e per continuare la propria funzione. Il partito della Democrazia cristiana quindi ha questo orientamento, il Partito socialista – sbagliando grossolanamente – con la proposta dell’Unità socialista, con Craxi ancora segretario, cerca di annettere il Partito comunista nel proprio partito… Poi matura ancora di più la vicenda della questione morale, che esplode proprio nel ‘92 con Tangentopoli, per cui la Democrazia cristiana viene azzerato nel gruppo dirigente; il Partito socialista viene azzerato nel gruppo dirigente o quasi; Craxi si dimette da presidente del Consiglio, aggredito dai soldi che gli vengono gettati contro – dai soldini, le lire – quando esce dall’ albergo per andare a Palazzo Chigi [6] ; si dimette e quindi, ecco, si va verso in qualche modo lo sfarinamento dei partiti di massa, che erano i partiti che avevano fatto la guerra di Liberazione, la Costituzione e ricostruito in qualche modo il paese nel dopoguerra, e si va verso, verso il nulla… E si sostituisce tutto questo, a quel punto, con le singole personalità e i comitati elettorali che devono tenerle in piedi, eleggerle e dalle quali dipendere.

D. Come è cambiato il modo di fare politica in Italia negli ultimi decenni e quali sono, a suo avviso, le principali cause dell’attuale situazione di crisi che stanno attraversando il sistema politico e la classe politica nel nostro paese?

R. [Oggi] ci si mobilita soltanto attorno alle persone e alle elezioni, naturalmente non essendo in campo invece tutti i giorni, sui problemi concreti all’interno dei luoghi di lavoro, nella scuola, nella sanità, ovunque; e senza avere questo tipo di presenza continua naturalmente, non racimola più voti, lascia anzi, spesso continuano ad astenersi anche quelli che hanno in fiducia – magari anche non del tutto condivisa ma in fiducia –, votato fino a ieri. Non c’è la ricerca, anche perché la scelta del partito “all’americana”, del partito che deve raggiungere la maggioranza da solo, rispetto alle diversità culturali, politiche esistenti in questo paese, storicamente, non funziona, perché è sempre legato al voto per qualcuno, non per qualcosa ma per qualcuno, il quale ci risolverà tutti i problemi… Personalizzi il tutto e attorno alla persona fai il comitato elettorale, ma non un partito politico che ha l’ambizione di essere di nuovo un partito di massa; diventa un partito d’élite che cerca di imbonire la massa e di chiedere alla massa fiducia e voti, e la massa si allontana… [l’elettorato] non ha fiducia in questo tipo di politica, in questo tipo di partiti, in questo tipo di personaggi, perché non gli offre un qualcosa in cui credere e per il quale lottare, e ottenere un qualche cambiamento…

Note al testo

[1] Michail Gorbačëv (1931), segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991, promotore di una serie di riforme che condussero alla fine della Guerra fredda e alla fine dell’esperienza di governo sovietico nell’Europa dell’Est.

[2] Bettino Craxi (1934-2000), segretario del Partito socialista italiano dal 1976 al 1993 e presidente del Consiglio dei Ministri dal 1983 al 1987.

[3] Si indica comunemente con tale espressione il processo politico avviatosi nel novembre 1989 nell’omonimo rione di Bologna e conclusosi nel febbraio 1991 con lo scioglimento del Partito comunista italiano e la conseguente nascita del Partito democratico della sinistra.

[4] Achille Leone Occhetto (1936), è stato l’ultimo segretario del Partito comunista italiano.

[5] Aldo Moro (1916-1978), fondatore, poi segretario e presidente della Democrazia cristiana, più volte presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1963 e il 1976. Fu rapito e ucciso dalle Brigate rosse nel 1978.

[6] L’episodio ebbe luogo nell’aprile 1993, quando Craxi venne fortemente contestato a Roma, all’uscita dall’hotel Raphael, da un gruppo di manifestanti che gli lanciò contro delle monetine, come risposta alle accuse di corruzione formulate a carico del leader socialista.




A sinistra del PCI di fronte all’89: memorie di un “eretico” demoproletario

Eugenio Baronti (Capannori, 1954) ha ricoperto il ruolo di segretario provinciale di DP dal 1980, del quale è uno dei membri fondatori a Lucca; nel 1991 aderisce al PRC, prima di uscire dal partito nel 2010; è stato anche consigliere comunale e assessore all’ambiente per il comune di Capannori, nonché assessore regionale con delega alla ricerca, all’università e al diritto alla casa.

Quando ti sei avvicinato a Democrazia Proletaria?

Mi sono avvicinato a DP fin dall’inizio della sua costituzione come cartello elettorale della sinistra extraparlamentare per le elezioni amministrative del 1975 e poi per le politiche del giugno 1976. Io militavo allora nella Lega dei comunisti, e per me quella fu una campagna elettorale che vissi con grande entusiasmo e un estenuante impegno quotidiano. Nel mio paese a Lammari, dove c’era un bel nucleo forte, riuscimmo a organizzare la prima festa politica nella sua storia di paese rurale, democristiano e conservatore – la Festa d’Estate, a sostegno della lista. Un evento straordinario, costruimmo il villaggio con le nostre mani lavorandoci fino a notte: una grande festa e un gran successo, l’unica a livello lucchese. Alla fine lasciammo la struttura ai compagni del PCI, che vi tennero la prima festa dell’Unità.

Il risultato elettorale fu pessimo, un magrissimo 1,5% che però bastò a eleggere un piccolo drappello di 6 deputati. Fu una grande delusione, mi servì qualche settimana a metabolizzarla. Subito dopo aderii alla costituente del partito, obiettivo per la quale mi impegnai molto, non senza scontri politici interni. Il 13 aprile 1978 ero tra i fondatori al cinema Jolly di Roma dove nacque DP.

Perché proprio DP e non il Partito comunista? Quali ragioni hanno guidato questa tua scelta di militanza?

Perché DP e non il grande e potente PCI? Semplice: la mia militanza movimentista, il mio antimilitarismo, la mia innata riluttanza a ogni autoritarismo, non mi lasciava alternativa. Il PCI era industrialista, sviluppista, nuclearista, molto arretrato in materia di diritti civili. Inoltre non sono mai stato filosovietico: Breznev e tutti quei burocrati e militari impataccati sulla Piazza rossa il 1° Maggio mi sembravano delle insopportabili mummie, fuori dal tempo.

Veniamo agli anni ’80: quale ruolo ricoprivi allora in DP? In che condizioni si trovava il partito in Lucchesia in quel momento?

Essendo stato tra i fondatori nella provincia di Lucca, fui eletto già al I congresso di federazione segretario provinciale, ed ero nel comitato politico regionale e in quello nazionale. La seconda metà degli anni ’80 furono per DP sicuramente i migliori in termini di impegno politico e risultati.

All’inizio del 1984 aprimmo la sede federale in via S. Tommaso in Pelleria, avviando un processo di strutturazione a livello provinciale in tutte le aree geografiche della nostra provincia, e una più limitata presenza istituzionale. Avevamo però una grande capacità di mobilitazione e una buona visibilità politica: in sede avevamo una offset con la quale stampavamo il Quaderno di Dippì, che inviavamo a iscritti e simpatizzanti.

Nell’86 la sede si trasferì in via Fillungo 88, dove tenemmo il I congresso provinciale, aperto da una mia relazione introduttiva dal titolo “Al bivio del 2000. Idee e progetti per l’alternativa”. Erano anni di grandi battaglie sulle questioni nazionali (dall’impegno antinuclearista alle 35 ore lavorative) e locali (la denuncia del malaffare nella gestione dei rifiuti industriali, culminata con l’occupazione del consiglio provinciale, e la vittoriosa lotta referendaria per la chiusura delle Mura urbane e del centro storico al traffico), che alle elezioni dell’87 – dove ero candidato alla Camera – portarono a DP i migliori risultati elettorali: 5.372 voti in provincia, in città siamo al 3,5%, nonché buoni risultati in tanti comuni della Versilia e della Garfagnana. Poi nel 1988, al VI congresso nazionale, si consumò la rottura fra Mario Capanna e quei dirigenti che lasceranno il partito per fondare i Verdi Arcobaleno.

La scissione e l’89 segneranno la fine del progetto di DP, la cui eredità ha avuto però un vasto impatto sulla sinistra italiana. Una formazione marxista eretica e antisovietica, che ha portato nel dibattito politico tematiche fino ad allora inesistenti: la critica radicale dell’idea della crescita infinita e del nostro modello di consumi e sviluppo; le battaglie per i diritti civili e sociali tenuti inscindibilmente assieme; le campagne antinucleariste (quando tutti erano affascinati dalle prospettive dell’energia nucleare); la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – lavorare meno e lavorare tutti, tratto distintivo di DP.

Ripensando a quella bella esperienza non posso che rilevare che era un piccolo partito elitario, zeppo di personalità, competenze e intelligenze, un bel numero di militanti con livelli di cultura politica estremamente elevati, molto superiori alla media dei militanti delle altre forze compreso il PCI. Per me DP è stata prima di tutto una scuola di vita e una straordinaria opportunità di crescita culturale e politica.

DP si è sempre posta criticamente nei confronti dei paesi del socialismo reale: quali erano le tue posizioni in materia? E come hai reagito di fronte al crollo del Muro nell’89? Quali ricordi hai di quella giornata, e quali riflessioni ha scatenato in te?

Nessuno allora pensava che un giorno sarebbe crollato il Muro di Berlino, sconvolgendo gli equilibri politici usciti da Yalta e che alla mia generazione sembrava dovessero durare per sempre1, il cui superamento per decenni è rimasto un’utopia perseguita da piccole e istituzionalmente marginali minoranze come DP, che osavano immaginare, per il continente europeo, un futuro non più fondato sull’equilibrio del terrore atomico. Quegli accadimenti storici si incaricarono di ricordare a tutti che niente in questo mondo è eterno, tutto ha un inizio e prima o poi anche una fine.

Fra il 1989 e il 1991 illustri ed entusiasti opinion leader – colti di sorpresa dall’evento – sostennero che la Storia era finita poiché “l’impero del male” sovietico era finalmente caduto, aprendo all’umanità prospettive di pace e benessere globali. Sciocchezze colossali, affermate senza il minimo pudore nei dibattiti pubblici che affollavano i palinsesti radiotelevisivi e le colonne dei giornali. Altro che pace! Di lì a poco, nel cuore dell’Europa, si sarebbe scatenata una delle più cruente guerre civili che trasformò l’intera Jugoslavia in un grande teatro di guerra. Parliamoci chiaro, nessun osservatore aveva allora previsto niente di tutto ciò che sarebbe accaduto.

Quella sere del 9 novembre 1989 una folla festosa di uomini e donne presero a picconate e martellate quel muro simbolo di un’Europa divisa in due, che aveva tenuto forzatamente separato un popolo; famiglie costrette a salutarsi a distanza, oltre le reti e i fili spinati, guardandosi con potenti cannocchiali, su versanti opposti e distanti, oltre la maestosa porta chiusa e proibita di Brandeburgo. Io l’ho vista da turista e ho sentito dentro di me tutto il peso soffocante e oppressivo di quel muro. La cosa che più mi amareggiò fu vedere che quei regimi crollarono indecorosamente lasciando dietro di sé una montagna di rovine e miserie a livello culturale e sociale.

Quali furono le reazioni interne al partito a livello locale, fra i tuoi compagni di militanza, di fronte all’89 e alla fine dell’esperienza comunista dell’Est?

Intanto una precisazione: noi di DP non abbiamo mai considerato socialisti e tantomeno comunisti quei regimi, che con la loro presenza infangavano l’immagine stessa del comunismo. DP era una forza antistalinista, antiautoritaria, in sintonia con quel filone marxista “caldo”, non riduzionista e meccanicista come il marxismo ufficiale che pensava che una volta abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione sarebbero nati di conseguenza la società e l’uomo nuovo socialista. Pochi giorni dopo quelle vicende si svolse il 3° congresso della federazione lucchese, aperto da una mia relazione che non poteva non iniziare con un’analisi di ciò che stava avvenendo a Est:

“Gli sconvolgenti avvenimenti che stanno maturando in questi giorni nell’Est europeo sono stati da noi auspicati e desiderati fin dall’inizio della nostra storia. Essi costituiscono la fine di un’ambiguità e di una mistificazione che volevano identificati il socialismo e il comunismo in regimi che si sono caratterizzati per l’onnipotenza della burocrazia di partito e della polizia segreta, per le deportazioni di massa e dei carri armati utilizzati come mezzo di risoluzione dei conflitti sociali al proprio interno e nei confronti dei paesi alleati.”

Il giudizio era estremamente positivo, consapevole che queste vicende avrebbero rimesso in moto la Storia ferma a Yalta. Avvertivo però il pericolo di una forte strumentalizzazione da parte delle destre e degli anticomunisti, allo scopo di dimostrare che il capitalismo era l’unico e il migliore dei mondi possibili.

Nello stesso anno anche il PCI imbocca un cammino che lo porterà a mutare profondamente la propria fisionomia. Cosa pensasti di quel cambiamento in atto, sfociato nella fondazione del PDS? E cosa guidò la tua adesione alla neonata Rifondazione comunista, nella quale DP confluisce nel 1991?

Il nostro giudizio sulla svolta della Bolognina fu duramente critico: le modalità e il dibattito politico di allora tendevano a gettare via il bambino con l’acqua sporca. In quegli anni in molti, anche dirigenti di primo piano, facevano a gara nel dire: mai stati comunisti. Un’indegna e vergognosa liquidazione di una storia che non è mai stata la mia, ma che mi infastidiva per le conseguenze negative che aveva su tutta la sinistra noi compresi, che all’inizio ci pensammo al riparo da quella rovinosa frana poiché venivamo da un’altra storia, radicalmente critica rispetto ai regimi dell’Est; ma come spesso avviene nella storia non si fanno troppe distinzioni, e lo smottamento non risparmiò nessuno. Il senso comune fu quello di dire: il comunismo ha fallito, non c’è alcuna possibilità di rifondarlo. Poi nacque Rifondazione, e siccome io sono sempre attratto dalle sfide impossibili, l’idea di rifondare una nuova cultura comunista per il XXI secolo mi coinvolse. C’era però un ostacolo enorme: quella parte del PCI che non aveva accettato la Bolognina era quella legata a Cossutta, la più conservatrice e filosovietica. Furono mesi di dubbi e perplessità: io in un partito insieme a Cossutta mai! Il pressing su di me a livello locale e nazionale fu estenuante: l’impegno era quello di entrare con la nostra visione per mutare profondamente una prospettiva ormai morta e sconfitta.

Eravamo un gruppo di militanti preparati e determinati, certi che una volta entrati avremmo potuto condizionare lo sviluppo di RC, dando una dimensione di massa al nostro progetto di una sinistra moderna alternativa al PDS. Pochi anni dopo, con la segreteria Bertinotti, si avviò effettivamente un grande processo di rifondazione culturale che integrò la nostra cultura pacifista e ambientalista: non ci divise la battaglia culturale ma, come sempre è avvenuto nella storia della sinistra, questo processo fu interrotto per una divisione profonda rispetto al ruolo del partito nei confronti del governo. Il calvario della sinistra fino ai giorni nostri, con l’ultima divisione consumatasi alle recenti elezioni regionali toscane.

1 Così ad esempio lo storico Robert Service: “Anche se il mondo comunista era percorso da profonde divisioni interne, gli Stati comunisti coprivano un terzo delle terre emerse del pianeta. La maggior parte delle persone dava per scontato che le cose sarebbero andate avanti così per molti anni.” (in Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 523)




Maria Luigia Guaita

Presentando la prima edizione de La guerra finisce la guerra continua Ferruccio Parri, il capo-partigiano “Maurizio” poi, nel giugno 1945, Presidente del Consiglio dell’Italia liberata, ricorda Maria Luigia Guaita come «una delle staffette più brave, ardite, estrose e generose» che hanno partecipato alla lotta di Liberazione, una «donna della Resistenza» fidata, coraggiosa e capace.

Nata a Pisa l’11 agosto 1912 Maria Luigia Guaita trascorre l’infanzia a Torino per poi raggiungere Firenze nel 1926. Qui, grazie al fratello Giovanni, allora giovane studente, inizia a frequentare gli ambienti dell’antifascismo di estrazione liberalsocialista entrando in consuetudine con personaggi come Nello Traquandi, già tra gli animatori del periodico clandestino «Non mollare» e del Circolo di cultura politica di Borgo S. Apostoli, ed Enzo Enriques Agnoletti, uno dei principali esponenti dell’azionismo fiorentino durante la Resistenza.

Avvicinatasi al Partito d’Azione (PdA) la giovane Maria Luigia ne cura l’organizzazione dell’attività clandestina sfruttando, in un primo tempo, quel contatto giornaliero col pubblico – e, quindi, con altri antifascisti – consentitole dalle mansioni di impiegata di sportello presso una filiale fiorentina della Banca Nazionale del Lavoro. Durante la lotta di Liberazione, poi, opera come staffetta, contribuisce alla diffusione di stampa antifascista e all’organizzazione delle cellule clandestine legate al partito.
Agli ordini del Comando militare azionista si adopera, inoltre, per il collegamento tra il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN), gli Alleati e le formazioni partigiane presenti nell’area compresa tra Viareggio, Massa Carrara, la Lunigiana e il Pistoiese garantendo un servizio – rileva Carlo Francovich – «particolarmente delicato e pericoloso», ma di fondamentale importanza ai fini dell’organizzazione tattico-strategica della lotta di resistenza e generalmente svolto «da giovani donne, la cui audacia era talvolta temeraria»: tra queste, oltre alla Guaita, si ricordano Orsola Biasutti, Anna Maria Enriques Agnoletti, Gilda Larocca, Adina Tenca, Andreina Morandi. Quest’ultima – sorella di Luigi Morandi, il radiotelegrafista del gruppo Co.Ra ferito a morte il 7 giugno 1944 durante l’irruzione dei tedeschi nell’appartamento in Piazza d’Azeglio, ultima sede della radio clandestina azionista –, nei mesi dell’occupazione germanica collabora con la Guaita e, anni dopo, ne ricorda mediante un curioso aneddoto la versatilità e l’instancabilità operativa: «[Maria Luigia Guaita] Non disdegnava nessun tipo di impegno; sapeva trasformarsi anche in vivandiera, come quando riuscì ad ottenere dal proprietario del famoso ristorante Sabatini due sporte piene di conigli, destinati (e purtroppo non arrivati per una serie di contrattempi) alla formazione di Lanciotto Ballerini, che operava dalle parti di Monte Morello» e, nel gennaio 1944, resterà ucciso nella battaglia di Valibona.
Nel quadro più ampio dell’impegno antifascista di Maria Luigia Guaita assume particolare rilievo l’attività di falsificazione di documenti, permessi e timbri in soccorso a partigiani e perseguitati politici alla quale viene iniziata da Tristano Codignola, uno dei più brillanti e capaci dirigenti azionisti: «Con Pippo [Codignola] – ricorda – sarebbe stato duro lavorare, pensavo, ma avrebbe capito e Pippo capì sempre la buona volontà di tutti noi. Ricercato dalla polizia, braccato dalle SS, riuscì a creare insieme a Rita [Fasolo] e a Nello [Traquandi] tutta l’organizzazione politica del partito. Attivo, infaticabile, riempiva le lacune, colmava i vuoti imprevedibili – e di giorno in giorno, d’ora in ora – sfuggiva alla cattura».
L’efficacia del servizio ricorre, altresì, nelle parole lette dallo stesso Codignola all’Assemblea regionale del PdA, tenutasi a Firenze nel febbraio 1945, con le quali rileva come, sotto la solerte guida di Traquandi, esso sia divenuto nel tempo «un magnifico strumento di resistenza, fornendo falsificazioni di ogni natura, tessere, fotografie, timbri, carte annonarie e via dicendo»: Maria Luigia, senza esitare nel mettere a disposizione la propria abitazione fiorentina di via Giovanni Caselli 4, coordina con perizia l’apprestamento e la distribuzione dei documenti falsi permettendo a tale attività di raggiungere un notevole grado di perfezione. Dopo la Liberazione, a riconoscimento dell’impegno resistenziale il Ministero della Guerra le riconosce la qualifica di partigiano afferente alla Divisione “Giustizia e Libertà”-Servizio Informazioni per il periodo compreso tra il 9 settembre 1943 e il 7 settembre 1944.

La primavera del 1945 segna l’avvio della rinascita democratica dell’Italia alla quale le donne, conquistato il diritto al voto, contribuiscono in prima persona. In Assemblea Costituente, ne sono elette 21: 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste – tra le quali la toscana Bianca Bianchi – e una proveniente dalle file dell’Uomo qualunque. In Toscana nessuna delle candidate nelle liste del PdA – Olga Monsani, Margherita Fasolo, Eleonora Turziani – ottiene i voti necessari per l’elezione. Maria Luigia Guaita è tra quanti, nei primi anni di vita della giovane Repubblica, confidano nel disegno politico azionista e nel progetto di rinnovamento palingenetico delle strutture dello Stato e della società italiani. Tali aspettative non trovano, però, concretezza e nelle parole da lei consegnate al proprio libro di memorie emergono con forza la delusione per la fine prematura del PdA e l’amara percezione del progressivo appannamento dei valori e delle speranze che hanno animato le donne e gli uomini della Resistenza: «Se devo necessariamente adoperare le parole che esprimono i concetti di libertà e di giustizia, – scrive – ho un attimo di esitazione, spesso ricorro a una perifrasi. “Giustizia e Libertà” mi ha cantato troppo nel cuore, per tutti gli anni della lotta clandestina. Allora mi sforzavo soltanto di essere disciplinata, ma sempre con un sottile struggimento di non fare abbastanza, anche per le perdite dolorose di tanti compagni, i migliori; e ognuno di loro si portava via una parte di me. Venne la liberazione; affascinata da questa parola sperai nell’affermarsi delle forze socialiste. Poi le giornate di Roma, il congresso al Teatro Italia. Ricordo Ragghianti, che tratteneva Parri per la giacchetta, il volto duro e caparbio di Carlo, quello tagliente e tirato di Pippo, la dialettica di La Malfa: il crollo del Partito d’Azione. Pensavo che il sacrificio di tanti compagni (e così di nuovo mi bruciava nel cuore il dolore per la loro morte) sarebbe stato sufficiente a disciplinare le forze, attutire gli screzi, frenare le ambizioni». Ciò, come noto, non avverrà e il PdA si scioglierà nel 1947.

All’assenza dalla vita politica partecipata corrisponde un intenso impegno della Guaita in attività di natura culturale e imprenditoriale. Donna emancipata da sempre legata al mondo intellettuale non solo fiorentino, ella contribuisce a fondare e animare le Edizioni “U” di Dino Gentili cui si devono, grazie all’opera editoriale di Enrico Vallecchi, la pubblicazione di numerosi volumi proibiti sotto la dittatura fascista. Maria Luigia Guaita collabora, inoltre, con «Il Mondo» di Mario Pannunzio, fa parte dell’Associazione Liberi Partigiani Italia Centrale (A.L.P.I.C.) e, nel 1957, dà alle stampe quel libro di memorie che Roberto Battaglia ha paragonato al Diario partigiano di Ada Gobetti definendolo «una spregiudicata narrazione delle vicende d’una staffetta partigiana che si muove o corre dalla città alla montagna e viceversa», nel quale l’autrice «insieme ai toni scanzonati del bozzetto, sa trovare, specie nelle ultime pagine del libro, quelli tragici ed ardui dell’epica partigiana, allorché descrive l’impiccagione di italiani e sovietici a Figline di Prato».
Degno di rilievo si rivela, infine, l’impegno della Guaita nel campo dell’imprenditoria tessile nella Prato della ricostruzione nonché, sul finire degli anni Cinquanta, la fondazione a Firenze della Stamperia d’arte «Il Bisonte», cui segue l’apertura sulle rive dell’Arno di una scuola per insegnare ai giovani le tecniche tradizionali dell’incisione. Nel 1981, a riconoscimento di questo importante impegno imprenditoriale, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini le conferisce il titolo di Commendatore.
Maria Luigia Guaita muore a Firenze il 26 dicembre 2007, all’età di 95 anni. Con lei, dirà il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, «scompare una delle personalità più rappresentative della nostra città»: una donna della Resistenza e un’indiscussa protagonista della vita imprenditoriale in Toscana, in Italia e all’estero.

Mirco Bianchi, dottore in Storia contemporanea, è responsabile dell’Archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.




Mohicani all’ombra delle mura: la Democrazia proletaria lucchese dal “Manifesto” all’89

A partire dalla fine degli anni ’60, a sinistra del Pci – anche sull’onda delle esperienze movimentiste del ’68 – nascono numerose formazioni politiche di ispirazione marxista, da Lotta continua a Potere operaio passando per il Manifesto (nato proprio da una corrente interna del Partito comunista), il PdUP e Avanguardia operaia: decine di sigle e un tratto in comune ben preciso, la critica al Partito comunista – colpevole agli occhi di alcuni militanti e simpatizzanti più giovani, molti dei quali provenienti da ambienti universitari, di aver abbandonato qualsiasi strategia rivoluzionaria1 – e di conseguenza all’Unione sovietica e ai regimi del blocco socialista in Europa orientale, accusati di essere paesi capitalisti mascherati da “falso socialismo”2 e scalzati nell’immaginario collettivo dai miti di Che Guevara e della Cina maoista.

Fra tante formazioni, una in particolare spicca per l’originalità dei contenuti e della proposta politica (che nel corso degli anni si configurerà sempre più come una sintesi di pacifismo, ambientalismo, marxismo libertario e cattolicesimo progressista), un partito – o meglio un cartello elettorale, almeno nei suoi primissimi anni di attività a partire dalla fondazione nel 1975 – che riunisce vari soggetti dell’area della sinistra rivoluzionaria (PdUP, AO, Movimento lavoratori per il socialismo e altri gruppi minori): è Democrazia proletaria, “uno strano gruppo di protocristiani” (così l’avrebbe definita nel 1987 l’attore Paolo Villaggio, allora candidato nelle liste di Dp3) che nel corso dei suoi circa sedici anni di vita fino alla confluenza in Rifondazione comunista avrebbe costituito la principale forza politica a sinistra del Pci.

Anche a Lucca – “città bianca” per eccellenza nella rossa Toscana – la tribù dei “mohicani”4 demoproletari riesce a piantare le proprie tende: una “piccola comunità” – così la descrive Eugenio Baronti – “di militanti superattivi, preparati, colti; alti livelli di scolarizzazione, elevata qualità del dibattito e del confronto politico”, quasi il partito di una élite intellettuale – nonostante l’obiettivo prefissato della costruzione di un partito di massa5. Fra loro c’è Gian Paolo Marcucci, allora giovane studente e militante della sinistra marxista, già vicino al locale circolo del Manifesto, assieme al quale abbiamo ripercorso alcune delle tappe più significative della storia di Dp a Lucca.

Quando ti sei avvicinato a Democrazia proletaria? Avevi già militato in precedenza in altri partiti o movimenti?

Sì, a 17 anni , nel 1971, proprio in concomitanza con l’uscita dell’omonimo quotidiano, mi avvicinai al circolo locale de Il Manifesto. Iniziai praticamente con la diffusione del giornale davanti alla scuola – Istituto magistrale – che frequentavo a Lucca. In seguito, dopo il mancato successo elettorale del 1972 iniziò il progetto di unificazione con i compagni dello Psiup che avevano deciso di non confluire nel Pci o nel Psi e che insieme ai compagni del Movimento politico dei lavoratori (cattolici di sinistra) avevano dato vita al PdUP. Se nel gruppo lucchese del Manifesto vi erano prevalentemente studenti e insegnanti, nel Pdup vi era una discreta presenza operaia di quadri di fabbrica.

Nel 1975, si arrivò all’unificazione e nacque il Partito di unità proletaria per il comunismo, fra i cui esponenti maggiori erano Lucio Magri, Vittorio Foa e Rossana Rossanda. Nel frattempo si era aperto un dialogo con altre formazioni della sinistra extraparlamentare, come Avanguardia operaia e il Movimento studentesco di Mario Capanna, che ebbero come primo risultato la presentazione alle elezioni amministrative del 1975 di liste denominate “Democrazia proletaria” in alcune regioni. In Lombardia , dove il successo fu più marcato fu eletto consigliere Capanna. In Toscana fu presentata la lista Pdup per il comunismo ma intanto, a livello locale, iniziarono gli incontri con AO e con la Lega dei comunisti, altra organizzazione con un certo radicamento in regione.

Nel 1976, in occasione delle elezioni politiche anticipate, dopo travagliati tira e molla si arrivò ad un cartello elettorale (da non confondere con il futuro partito) ribattezzato “Democrazia proletaria”, che raggruppava le tre forze più consistenti alla sinistra del Pci: Pdup, AO e Lotta continua. C’era l’auspicio da un lato del sorpasso della Dc da parte del Pci e di una tenuta del Partito socialista, dall’altro di un buon successo delle forze della nuova sinistra, riuscendo a superare il 50% del consenso elettorale in modo da rendere possibile la formazione di un governo di sinistra, nonostante la politica indirizzata al compromesso storico dei comunisti.

Perché proprio Dp e non il Pci, allora la principale forza politica a sinistra? Cosa differenziava Democrazia proletaria dal Partito comunista “ufficiale”?

C’era la convinzione della “rivoluzione dietro l’angolo”, considerati gli eventi che in parte si intrecciavano sul piano nazionale e internazionale: la resistenza del popolo vietnamita, Cuba e i fermenti in America latina, le lotte di liberazione anticoloniali in Africa, le ribellioni studentesche e le lotte operaie in tutta Europa – sia a est che ad ovest – e per ultimo la caduta del fascismo in Portogallo ad opera dei militari democratici; parafrasando Dylan, i tempi stavano cambiando. E così avveniva anche in Italia dove il Partito comunista sicuramente dava un fondamentale contributo dall’opposizione con la sua forza istituzionale, supportando di fatto anche i socialisti nel contraltare governativo rispetto alla Dc, all’attuarsi delle riforme in questo periodo. Non convinceva però, soprattutto alla luce della strategia della tensione – portata avanti da gangli importanti della Dc unitamente a servizi segreti ed estrema destra per bloccare le conquiste del movimento operaio e studentesco – la proposta del compromesso storico. Fra l’altro in quegli anni era emersa una piccola ma significativa area militante di cattolici di sinistra che respingeva il collateralismo con la Dc come partito dei cattolici.

Per questi motivi, nonostante i risultati elettorali del 1976 fossero stati al di sotto della aspettative per le sinistre, l’ipotesi su cui intendeva muoversi il Partito comunista non mi convinceva, tanto più quanto all’allontanamento da Mosca non corrispondeva una posizione di autonomia e non allineamento, bensì si accettava la protezione dell”ombrello della Nato”. Quando poi nel corso dell’estate del ’76 fu varato il governo monocolore democristiano di Andreotti con l’astensione del Pci, fu chiara la direzione che stava prendendo quest’ultimo e che avrebbe poi indebolito le lotte sindacali e ridato ossigeno alla Dc in difficoltà. Fu per questo che, pur nel subbuglio creato dalla delusione elettorale che portò a scissioni e abbandoni della politica, e nonostante a livello nazionale come a Lucca la componente Manifesto conservasse il marchio Pdup per il comunismo, personalmente aderii al processo di formazione di Democrazia proletaria che tenne il suo primo congresso due anni dopo, nel 1978, in un clima fortemente deteriorato a causa del terrorismo brigatista e delle politiche securitarie appoggiate anche dal Pci. Democrazia Proletaria chiaramente non riteneva più la rivoluzione dietro l’angolo, però non si rassegnava né alle scorciatoie della lotta armata né al blocco delle rivendicazioni operaie.

Chi sono i principali esponenti di Democrazia proletaria a Lucca? Quali sono le loro storie politiche?

Prima di rispondere a questa domanda vorrei fare una distinzione fra le tre fasi della vita di Dp a Lucca e nel paese. La prima è quella che va dalla sua costituzione fino alla debacle elettorale con il cartello Nuova sinistra unita (1975/1979) ; la seconda fase, dalla ricostruzione dalle macerie fino al rientro in Parlamento (1980/1983); la terza, che passando per la scissione dei Verdi arcobaleno arriva fino allo scioglimento di Dp (1983/1991). Del primo periodo ricordo soprattutto Gildo Tognetti, già dirigente di rilievo nello Psiup a livello nazionale, che poi si allontanerà nell’80. Altri compagni furono Claudio Orsi, già dirigente sindacale lucchese, proveniente da AO che resterà attivo fino alle elezioni dell’83; poi Eugenio Baronti e Danilo Ascareggi (ex Lega dei comunisti), Marcello Nelli (ex Pdup e Acli) e, dalla valle del Serchio, Leonardo Mazzei e Mario Regoli (ex Stella rossa se non sbaglio); tutti resteranno più o meno in Dp fino alla fine, confluendo in Rifondazione.

La terza fase fu quella di maggiore espansione in termini di iscritti e militanti: soprattutto dopo le amministrative del 1985, in cui ottenemmo un buon risultato – considerando le nostre forze – livello locale (un consigliere provinciale e un consigliere nella circoscrizione Lucca-Centro) entrarono compagni storici del movimento lucchese del ’68, come Francesco Giuntoli, Daniele Squaglia, Virginio Monti, Tommaso Panigada e Luca Franceschi, oltre ad altri compagni e compagne (seppur poche purtroppo) più giovani.

Dp è sempre stata molto critica verso l’Urss e i paesi del “socialismo reale”. In cosa consisteva questa critica?

Personalmente a 14 anni, pur orientato vagamente a sinistra ho dovuto fare i conti – oltre che con la guerra del Vietnam e la sfortunata impresa del Che in Bolivia – con la Primavera di Praga e la sua repressione ad opera del Patto di Varsavia. Quindi fra il difendere a spada tratta la “Patria del Comunismo” anche quando andava contro altre esperienze che pure non rinnegavano il socialismo, e sposare tesi che bollavano come totalitario a prescindere il pensiero comunista, ho dovuto cercare progressivamente di approfondire le ragioni di questa deriva autoritaria dei sistemi socialisti e delle possibili alternative senza rassegnarsi al “migliore dei mondi possibili” rappresentato dal capitalismo. Anche per questo avevo aderito al Manifesto e mi trovai a mio agio in Dp. Fra le critiche maggiori al socialismo reale, pur riconoscendone la capacità di assicurare – a differenza dell’Occidente e dei paesi in via di sviluppo sotto il suo tallone – la soddisfazione generalizzata dei bisogni primari (sanità, occupazione, istruzione), era l’identificazione fra Partito e Stato, la burocratizzazione dei rapporti sociali, la mortificazione delle spinte dal basso, la bollatura di ogni dissenso come complotto e infine un’organizzazione del lavoro che non si discostava nei meccanismi fondamentali da quella alienante capitalistica. Per non parlare delle purghe staliniane e del sistema dei gulag, sebbene l’Occidente stesso – che favoriva i golpe in Grecia e America Latina, sosteneva il Franchismo spagnolo e la strategia della tensione in Italia – non fosse da meno.

Nel 1989 cade il muro di Berlino, e da lì a pochi anni scompare la stessa Unione sovietica. Quali furono le reazioni dentro la Democrazia proletaria lucchese?

Riprendendo quanto detto sopra, c’era stata una certa attenzione da parte di Dp verso l’area del dissenso all’Est (ricordo un numero di “Unità Proletaria” dei primi anni ’80 dedicato a Solidarnosc e, se ben rammento, la candidatura del dissidente polacco Wlodek Goldkorn alle elezioni europee dell’89), ed anche sulla repressione di piazza Tienanmen ci fu sconcerto. In merito al crollo del muro di Berlino non ricordo le posizioni del partito (ma sicuramente ve ne furono, in questo caso fallano le mie memorie); personalmente vidi con favore ciò che avveniva, sperai che l’esito fosse una liberazione del socialismo dalla cappa burocratica in cui era stato ingabbiato, senza – come è successo – cadere dalla padella nella brace di una riunificazione delle due Germanie all’insegna di una sorta di colonizzazione neoliberista. Ciò purtroppo è avvenuto in varie forme in tutti i paesi dell’Est, dove spesso una parte della vecchia classe dirigente “comunista” si è riciclata per governare la nuova situazione.

Il 1989 è anche l’anno della “svolta della Bolognina” e dell’avvio di quel processo che porterà alla trasformazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds). Questa scelta suscita stupore all’interno di Dp?

Diciamo parzialmente stupiti (perlomeno nel mio caso) non tanto perché non vedessimo una certa mutazione genetica avvenuta nel tempo (da anni parlavamo di “socialdemocratizzazione”) soprattutto in parte del gruppo dirigente del Pci, quanto per la decisione di scioglierlo cambiando il nome. Se dopo a fuoriuscirne oltre agli ingraiani furono i cossuttiani, pareva che i più dipendenti dal filosovietismo non fossero questi ultimi ma proprio chi voleva rimuovere la parola “comunista” dal nome. Come a dire: la fine dell’esperienza sovietica equivale alla fine del comunismo stesso, dunque si cambia nome. Chiaramente iniziò ad esserci attenzione nei confronti di chi dissentiva da quella scelta; fra l’altro Dp aveva già subito l’uscita di Capanna (che aderisce ai Verdi), Ronchi Tamino, Franco Russo (metà del gruppo parlamentare) e Molinari con loro vari consiglieri amministrativi, per cui l’eventualità di nuove aggregazioni poteva essere benvenuta.

A distanza di pochi anni dalla fine del Pci, anche la storia di Democrazia proletaria giunge al termine: nel 1991 infatti il partito confluisce nella neonata Rifondazione comunista. Quale strada scegliesti allora, e perché? Quale fu il dibattito sul territorio circa l’adesione al Prc?

Praticamente, se nel 1989 eravamo riusciti alle Europee a confermare un deputato – Eugenio Melandri – la scissione dell’area interna verde, che aderì alla lista Verdi Arcobaleno, indebolì l’immagine del partito sebbene, esclusi i non pochi rappresentanti nelle istituzioni, la maggior parte del corpo militante fosse rimasto in Dp. Anche a Lucca fu così: a livello provinciale uscirono  soprattutto i viareggini. Comunque il dato nuovo della formazione, sul finire del 1990 del Movimento per la Rifondazione comunista riaccese -pur fra i dubbi- le speranze per una nuova aggregazione . Ricordo una manifestazione a Camp Derby nel febbraio-marzo 1991, contro la Prima guerra del Golfo ancora in corso, cui parteciparono anche loro. Io, come la grande maggioranza degli iscritti lucchesi, decisi di aderire al Movimento (non ancora partito). Mi ricordo che la prima sede era una stanzetta, a Lucca, in Via Santa Chiara e la prima riunione cui partecipai mi sembra fu nell’autunno del ’91: le perplessità riguardavano soprattutto il rapporto con l’area cossuttiana (considerando le posizioni critiche sul socialismo reale) ma trovammo comunque abbastanza disponibilità, ho un buon ricordo dei primi anni. Per circa tre anni continuammo però a tenere la sede che avevamo in Via Fillungo, trasformandola in una piccola casa della sinistra, il “Circolo Utopia”.

1Critiche nei confronti della progressiva “istituzionalizzazione” del Pci erano già emerse in seno al partito stesso nel corso degli anni ’50, ad esempio con Pietro Secchia (vedi anche Vittoria, A., Storia del Pci, 1921-1991, Carocci, Roma 2007); l’episodio più emblematico resta però quello che vide protagonisti Adriano Sofri e Gian Mario Cazzaniga nel marzo 1964 alla Scuola Normale di Pisa, che contestarono a Palmiro Togliatti la mancata presa del potere rivoluzionaria in Italia nell’immediato dopoguerra, nonché il voto favorevole del Pci all’articolo 7 della Costituzione, che recepiva i Patti Lateranensi del ’29 (vedi anche Meucci, G., “Dalle aule alle piazze”, in Meucci G., Renzoni S., Il Sessantotto. Immagini di una stagione pisana, Pacini, Pisa 2017, pp. 39)

2Così un verso de “L’ora del fucile” (1971), del Canzoniere pisano: “In Spagna e in Polonia gli operai | dimostran che la lotta non si è fermata mai | contro i padroni uniti, contro il capitalismo | anche se mascherato da un falso socialismo. | Gli operai polacchi che hanno scioperato | gridavano in corteo: Polizia Gestapo! | Gridavano: Gomulka, per te finisce male! | Marciavano cantando l’Internazionale!” (vedi anche https://www.ildeposito.org/canti/lora-del-fucile)

4Il riferimento è al titolo del libro di Pucciarelli, M., Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria, edito da Alegre nel 2011.

5Baronti, E., Con il piombo sulle ali, EDL, Lucca 2011, pp. 46-47; Eugenio Baronti (1954) ha ricoperto il ruolo di segretario provinciale di Dp dal 1980, dopo esserne stato uno dei fondatori; nel 1991 aderisce al Prc, prima di uscire dal partito nel 2010; è stato anche consigliere comunale e assessore all’ambiente nel comune di Capannori.

Articolo pubblicato nel marzo del 2020.




Ai mondiali noi non tifavamo Unione Sovietica

A Bologna il 12 Novembre 1989 Occhetto annunciò di voler cambiare nome al Partito comunista italiano, lei sapeva che lo avrebbe fatto?

Non sapevo che lo avrebbe fatto a Bologna e in quella circostanza, ma sapevo che avrebbe affrontato radicalmente la questione.

 

Quali furono le sue reazioni? Quali le speranze, quali i timori?

Soprattutto in Toscana e in Emilia il Pci era una forza socialista riformista. A Bologna, per esempio, c’era una delle amministrazioni più progressiste d’Europa, per questo l’idea di andare oltre il nome per me non era un trauma. Anche Berlinguer aveva riconosciuto la fine della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. Sentivamo la necessità di andare oltre il Pci per salvare il meglio del suo patrimonio.

Il timore invece era che quegli elettori che avevano vissuto il partito come una forza progressista, che non aveva niente a che vedere con la realtà sovietica, non comprendessero la decisione di cambiare nome. Il problema più grande fu infatti far capire loro che non veniva messo in discussione quello che avevano fatto fino ad allora.

 

Quindi a Pistoia, per esempio, furono organizzate iniziative per spiegare la svolta ai militanti?

Non ci sono state differenze sostanziali tra le città toscane, i dibattiti furono organizzati ovunque. In Toscana ben il 35% degli iscritti non era d’accordo con la svolta. Per esempio, mi ricordo di un confronto che ebbi con Lido Romanelli, un personaggio storico pistoiese che ha costruito la Cooperazione agricola a Lamporecchio. Ci scrivemmo, «L’Unità» pubblicò le due lettere, una di fronte all’altra, e le differenze apparirono tanto chiare quanto nette. Fu un periodo quindi personalmente molto intenso, di scontro duro tra i vari orientamenti, nelle sezioni, tra iscritti e iscritti; però anche bello da un punto di vista politico, perché in Toscana ci fu una partecipazione tesa, ma molto ampia.

 

Cosa pensava chi era contrario al cambio di nome?

I contrari alla svolta pensavano che, cambiando nome, una parte del patrimonio del Pci venisse smarrita. «Se siamo diversi dall’Urss perché dobbiamo cambiare nome?» si chiedevano in molti, ritenendo la svolta come un’autocertificazione dell’omogeneità con l’esperienza sovietica, che invece non era stata la nostra.

 

Come fu gestita la svolta annunciata alla Bolognina?

Il partito non ha saputo darsi un’organizzazione nuova e ha perso del tempo. È venuta meno un’attenzione all’organizzazione che, anche se non può sostituire la politica, la deve accompagnare. Durante il secondo congresso, per esempio non ci si accorse che mancava il numero legale per la votazione del segretario: questo voleva dire aver perso il polso della situazione. Fu deciso di convocare un secondo congresso perché si ritenne il primo insufficiente, passarono così due anni che, sommati ai ritardi di prima, sono stati micidiali, non soltanto per il tempo trascorso, ma perché ci costrinsero a stare a discutere sul tema del nome, anziché discutere di quale progetto di società cercavamo, di quale organizzazione del partito volevamo. Fu clamoroso quando Occhetto propose di parlare di una carta di intenti del nuovo partito, ma non ne fu discusso perché tutto ormai era inchiodato solo sul nome.

E questa fu una responsabilità di chi era contrario alla svolta. Questi ritenevano infatti che la loro posizione si mantenesse più forte fintantoché si fosse rimasti a parlare solo del nome. Invece, se si fosse discusso dei valori, delle alleanze internazionali, dell’Europa, del progetto di società, la contrapposizione sul nome sarebbe stata superabile.

 

Il problema era quindi il rapporto con l’Unione Sovietica. Lei fu sindaco dopo Renzo Bardelli che già nel 1981 aveva rilasciato un’importante intervista a «La Repubblica» dove criticava duramente la situazione in Urss. Lei cosa pensò di quella presa di posizione pubblica?

La critica all’Unione Sovietica era giusta, forse però avrebbe potuto trovare parole diverse. Con Bardelli avevamo una diversa concezione della politica: lui riteneva giusto condurre una battaglia personale, convinto che gli altri avrebbero seguito; io pensavo invece che fosse necessario costruire un percorso per portare dalla nostra parte quante più persone possibili. La differenza tra noi due risiedeva in questo e non sulle posizioni che lui aveva esplicitato nell’intervista (anche se penso che di quell’articolo molto sia stato frutto della penna di Giampaolo Pansa che lo intervistava).

 

Esistevano quindi delle questioni aperte nel rapporto con l’Unione Sovietica?

La questione del rapporto con l’Unione Sovietica è stata sottovalutata: mi ricordo per esempio quando ero ragazzino che, nel paese de Le Grazie, dove sono cresciuto, durante i mondiali di calcio noi tifavamo Italia, ma alla Casa del Popolo eravamo solo due o tre, i ragazzi, la parte più matura invece, non quella di 80 anni, ma di 40, tifava Unione Sovietica.

Questo è stato il limite della nostra generazione. Per noi l’Unione Sovietica non era un problema, non era né un limite né un modello, per noi non esisteva. Quindi non avvertivamo la pesantezza di questo problema perché non si poneva. E questo è stato un grande errore di sottovalutazione.

A un certo punto ci siamo resi conto che ciò che per noi non era un problema, in realtà lo era, e che quella sovietica era una famiglia che condizionava la nostra credibilità nei confronti degli altri. Era un peso vero e bisognava affrontarlo. Ci rendevamo tutti conto che i paesi sovietici, oltre a non essere un modello, erano diventati qualcosa di profondamente negativo. Quando i carri armati entrarono a Praga ero entrato da pochi mesi nella direzione provinciale del Pci a Pistoia e, se non ci fosse stata una presa di distanza chiara, mi sarei dimesso. La presa di posizione ci fu, e fu quindi diverso rispetto al ‘56, ma, col senno di poi, anche quella del ‘68 non fu sufficiente. Il partito prese posizione ma non ruppe definitamente il vincolo con l’Urss.

 

È possibile dire che è stato anche un problema di “tempi”?

Si. Il momento giusto per prendere definitivamente le distanze dall’Unione Sovietica, per fare una forza unica di sinistra in Italia, era stato il 1956. Quello è stato l’errore più grande del gruppo dirigente di Togliatti.

Noi più giovani abbiamo la responsabilità di non aver percepito il problema e di aver pensato che non fosse un problema. Su questo aveva ragione Renzo Bardelli: già dalle vicende di Praga ci rendemmo conto del peso negativo, ma ci è voluto troppo tempo per rompere il vincolo con l’Urss, perché dal ‘68 all’89 son trascorsi vent’anni. Occhetto già percepiva il problema: «attenzione – diceva – il fallimento dei paesi dell’Unione Sovietica riguarda innanzitutto quei partiti che ne sono stati protagonisti, ma tocca anche noi che ci chiamiamo così, pur non avendo quelle responsabilità, e toccherà anche tutte le forze della sinistra europea». Durante quegli anni di passaggio sono stato convinto di due cose: bisognava andare oltre e la campana suonava per tutti.

 

Vannino Chiti, nato a Pistoia nel 1947, è entrato nel Pci a vent’anni. Nel 1989 era consigliere regionale del Pci, già sindaco di Pistoia dal 1982 al 1985, e futuro presidente della Regione Toscana dal 1992 al 2000. Eletto deputato nel 2001, è stato Ministro per le riforme istituzionali e i rapporti con il Parlamento dal 2006 al 2008. È stato eletto senatore nel 2008 ha ricoperto la carica di vicepresidente del Senato dal 2012 al 2013.

 

Francesca Perugi collabora da anni con l’Istituto storico della Resistenza di Pistoia e ha appena concluso un dottorato in storia del cristianesimo contemporaneo presso l’Università Cattolica di Milano. Si è occupata di storia repubblicana italiana e pistoiese. Tra le sue pubblicazioni: Racconti di vita e di lotta. Storie di mezzadri pistoiesi, in S. Bartolini, La mezzadria nel Novecento, Settegiorni 2015 e “Si può essere buoni cattolici e disubbidire apertamente ai vescovi?” Il mondo cattolico pistoiese di fronte al referendum per l’abrogazione del divorzio, in «QF. ​Quaderni di Farestoria», I.S.R.Pt Editore, Pistoia, Anno XVI, n. 3, settembre-dicembre 2014,​ pp. 43-50​​.

Articolo pubblicato nel febbraio del 2020.




Memorie del ’73: Livorno a fianco del popolo cileno

Il colpo di stato in Cile dell’11 settembre 1973, che portò alla tragica morte del presidente Salvador Allende e all’instaurazione del regime militare del generale Augusto Pinochet, attivò una delle più straordinarie mobilitazioni di solidarietà per un fatto di politica estera nel mondo, con l’Italia in primo piano nell’accoglienza dei rifugiati cileni. Secondo i dati dell’Istituto Cattolico per le Migrazioni su una popolazione di 13 milioni, circa un milione di cileni fu costretto ad abbandonare il paese per ragioni politiche a causa della dura e massiccia repressione inaugurata dal regime. L’interessamento italiano agli affari cileni fu, ancor prima del golpe, di carattere eminentemente politico e ad esso contribuirono in maniera rilevante gli intensi rapporti fra i partiti della sinistra cilena e di quella italiana. Per questo appare interessante l’atteggiamento tenuto in quella vicenda da una “città rossa” per antonomasia come Livorno.

La raccolta di alcune testimonianze orali di ex militanti e amministratori comunisti e i ricordi personali di uno degli esuli cileni che furono accolti a Livorno all’indomani del colpo di stato hanno consentito di mettere in luce aspetti dell’opera svolta dalla società civile e dal Pci nell’organizzare pratiche di solidarietà in favore dei rifugiati cileni.

Il punto di partenza di questa ricerca è un ex cinema di Livorno dove il nostro testimone cileno, Rafael Aguirre, si ritrova ogni settimana insieme ai suoi compagni del coro per provare.

Dopo poco i coristi decidono di preparare per la prossima esibizione “El pueblo unido jamás será vencido”, una delle più note canzoni legate alla presidenza di Salvador Allende (1970-1973) e al movimento di Unidad Popular.

IntiQuesta canzone è più attuale che mai: recentemente la tensione tra la popolazione civile cilena e le forze armate è sfociata in violenze che ricordano il passato e in migliaia sono scesi in strada a Santiago in segno di protesta intonando questo inno alla resistenza. Perché l’impatto emotivo suscitato da questo brano è ancora così forte? Cosa ha rappresentato per la generazione di cileni che ha vissuto il ‘73? E dalla prospettiva dei comunisti italiani cosa ha significato?

Come ricorda Mauro Nocchi, storico militante comunista di Livorno, l’esperienza della «via cilena al socialismo», sperimentata per la prima volta nella storia dal presidente democraticamente eletto, Salvador Allende, fu salutata dai comunisti italiani con grande entusiasmo:

Era un’esperienza importantissima, per noi rappresentava l’applicazione concreta di quello che già Togliatti aveva teorizzato nell’VIII Congresso (del Pci) fino alla morte, che era la «via italiana al socialismo». L’unità popolare era il fulcro di questo tentativo di trasformazione della società.

Tra i vari provvedimenti previsti dal progetto di riforma di stampo socialista cileno vi era anche il proseguimento della riforma agraria, che era già stata avviata dal governo precedente, guidato dal democristiano Eduardo Frei Montalva e che aveva portato alla nazionalizzazione di numerosi latifondi e a svariate occupazioni di terreno (“tome”). Il 3 novembre 1970, in un clima di fermento popolare, anche la famiglia di Rafael Aguirre, ottenne un piccolo appezzamento di terreno; da quel momento la sua vita inizierà ad intrecciarsi in modo indissolubile con l’esperienza allendista.

Dal 23 giugno 1973, data in cui avviene il primo tentativo fallito di golpe conosciuto come il “Tanquetazo”, si profila una minaccia concreta all’assetto democratico del paese. Successivamente a questo evento Aguirre (insieme ad altri cinque compagni che faranno parte del gruppo di rifugiati politici a Livorno) entra in contatto con le milizie di protezione di Allende, il cosiddetto «Grupo de amigos del Presidente» (Gap) e viene portato in incognito alla scuola di addestramento paramilitare presso la località montana di Cañaveral:

Noi eravamo lì da circa dieci giorni quando è iniziato il golpe. Quella mattina (11 settembre ‘73) ci hanno avvisato che i militari si erano sollevati a Valparaiso, di Santiago ancora non sapevamo niente; ci hanno dato delle armi e ci hanno mandati alla casa privata di Allende, in Tomás Moro. Quando siamo arrivati lì Allende era già partito per la Moneda, era rimasta la moglie, “la Tencha”, con le figlie. Quando iniziarono i bombardamenti, alcuni compagni del Gap portarono via i familiari del Presidente. Circa a quattro o cinquecento metri dalla casa c’erano i militari. Noi eravamo disposti a difendere il governo. Il combattimento non è durato molto, ma abbiamo resistito, i militari provarono ad entrare, ma non ci riuscirono. Io sono stato colpito da alcune schegge alla testa, il taglio più grande era quello al costato, senza conseguenze per fortuna. Abbiamo dovuto lasciare le armi e siamo scappati […] Bisognerebbe cominciare a prepararsi prima e non all’ultimo momento quando le cose precipitano. Forse è stato quello lo sbaglio dell’Unidad Popular e dei partiti di sinistra.

Una delle prime zone che perquisirono [i golpisti] fu il quartiere dove abitavamo noi, Lo Hermida, con un dispiego di forze enorme, c’erano i carri armati in strada […] Per più di una settimana non ho visto i miei compagni, cambiavo sempre casa e cercavo di evitare le pattuglie dei militari […] Durante quel periodo, durato almeno un mesetto, ci vedevamo sporadicamente e scappavamo per salvarci la pelle. Non sapevamo se i nostri nomi erano caduti nelle mani dei militari o no, di quelli che avevano occupato il Cañaveral, non sapevamo se i dirigenti erano riusciti a salvare i nostri documenti.

E aggiunge che negli anni seguenti:

a mano a mano venne pubblicato l’elenco con i nomi delle persone che non erano più ricercate [dalla Junta Militar]. Il mio nome faceva parte della lista. Era una lista enorme.

DSC_0898a

“Il Telegrafo” di Livorno, 13 settembre 1973

Il golpe cileno segnò profondamente la società civile italiana, già di per sé inquieta e profondamente politicizzata, ma resa ancor più ricettiva dai timori di un’involuzione autoritaria del paese. Furono organizzate sin dai primi giorni in diverse città italiane, tra cui Livorno, numerose manifestazioni a sostegno del popolo cileno. Il quotidiano di Livorno “Il Telegrafo” in data 13 settembre ’73 riporta la notizia di reazioni di ferma protesta per il golpe cileno in tutti gli ambienti politici e sindacali cittadini, ma anche di astensioni al lavoro in segno di solidarietà con il popolo cileno e di una manifestazione unitaria presso il teatro “4 Mori”. Anche le parole di Mauro Nocchi ritraggono una città profondamente solidale:

Alcuni giorni dopo il golpe si organizzò al Goldoni un concerto con gli Inti-illimani (gruppo musicale andino n.d.a.). Questa fu la prima cosa che si fece. Con le canzoni che cantavano avevano già la linea politica.

Queste azioni di solidarietà si fondavano su valori condivisi da una parte consistente della società italiana, di giustizia sociale e antifascismo, proprio come testimonia il sindacalista della Cgil, Bruno Picchi:

I lavoratori si ritrovarono in Piazza della Repubblica […] C’era la consapevolezza di cosa significasse quel gesto. C’era tensione, nel senso di dover difendere i valori che ci avevano lasciato i nostri padri.

Intanto si diffondono le prime notizie delle terribili violenze subite dagli oppositori politici del regime di Pinochet. A livello istituzionale, l’Italia non riconosce il nuovo governo cileno.

Sempre Nocchi ci fornisce un’importante testimonianza riguardo alle azioni di protesta contro il regime:

Venne fuori l’idea di non far giocare la coppa Davis in Cile come atto di protesta. Io mi ricordo feci un manifesto, c’era lo stadio di Santiago con i prigionieri e la polizia che li sorvegliava con scritto sotto: “non si gioca nei lager”

Il Pci si impegnò in una mobilitazione organizzativa e propagandistica senza precedenti per un fatto di politica estera. La stampa di partito fu letteralmente tappezzata da notizie provenienti dall’America Latina a partire dall’autunno del 1973, in modo da fare del golpe che aveva affossato la democrazia cilena un motivo di discussione con l’intento esplicito di creare un clima utile al rilancio del Pci e della sua strategia.

L’allora segretario di partito Enrico Berlinguer, assieme ad altri dirigenti, aveva compreso già da tempo che l’«immobilismo dignitoso» in cui stagnava il partito non poteva più continuare. Il golpe cileno fece da catalizzatore, infatti a un mese da questo tragico evento Berlinguer decise di pubblicare una serie di articoli sulla rivista «Rinascita», nei quali espose l’idea del «compromesso storico» fra i principali partiti di sinistra: Pci, Dc e Psi, per impedire che l’Italia fosse colpita dallo stesso destino.

Dal punto di vista di Picchi la proposta di Berlinguer significava:

Ricercare nell’avversario di sempre le migliori forze, le migliori energie, per rafforzare la democrazia e una politica che fosse utile ai più deboli.

Per Daniela Bertelli (militante del Pci di Livorno):

Fu un fenomeno che portò ad un ripensamento sulla linea del Pci e non ebbe scarsa influenza sulla nostra politica […] Io ho creduto nel compromesso storico. Il discorso della differenza, che è un punto forte del femminismo italiano, per me era molto presente come modo di stare nel mondo. Questo perciò mi faceva anche essere aderente ad un tipo di impostazione come quella del compromesso storico.

Nel frattempo Rafael Aguirre, insieme ai suoi cinque compagni (e a molti altri oppositori di sinistra), decide di mettersi in salvo saltando il muro dell’Ambasciata italiana a Santiago, in modo da sfuggire alla spietata “caccia all’uomo” che si stava svolgendo all’esterno.

Quando eravamo all’Ambasciata i familiari passavano di fronte al cancello, noi li vedevamo, ma non potevamo dire niente, perché c’era sempre una pattuglia di militari; potevamo solamente mandare delle lettere alla famiglia tramite i funzionari del Consolato.

Dopo alcune settimane, Aguirre ed altri rifugiati ottengono il salvacondotto ed hanno circa 24 ore di tempo per abbandonare definitivamente il paese; grazie ai voli umanitari organizzati dall’ONU raggiungono Roma il 23 dicembre 1973 dove vengono in un primo momento accolti presso l’hotel Imperator, che era uno degli alloggi messi a disposizione dalla città capitolina per ospitare gli esuli cileni.

DSC_0859 (2)

La scheda di un esule cileno (Archivio Istoreco, Livorno)

Il palazzo romano di largo Torre Argentina diviene la sede dell’associazione “Italia-Cile” e dell’organizzazione internazionale “Chile Democratico”; in poco tempo Roma si trasforma nel maggiore centro propulsore, su scala internazionale, della massiccia azione di sostegno alla causa cilena.

Nel marzo del 1974 ad Aguirre e ad altri cinque compagni viene assegnata come città ospitante Livorno, partono quello stesso mese alla volta della città toscana. Solo nell’agosto del 1974 viene raggiunto dalla moglie Lina e dai figli, il ricongiungimento familiare era stato possibile grazie alla richiesta avanzata da Aguirre alla Croce Rossa internazionale presso l’Ambasciata italiana a Santiago.

Come testimonia Nocchi:

Alcuni cileni vennero anche a Livorno. Noi li aiutavamo come potevamo, alcuni trovarono lavoro nelle cooperative, poi piano piano si sono dispersi, c’è chi si è sposato, chi è tornato in Cile; poi nel tempo non li conosci più come cileni, sono livornesi […]

Inoltre, ci tiene ad evidenziare che:

Tutti i cileni che venivano stavano zitti. Erano talmente allibiti, addolorati da quello che era successo in Cile, che non se la sentivano di parlare. Sembra un po’ quello che accadde agli ebrei che tornarono dai lager nazisti.

Questo silenzio durato ben 46 anni che viene interpretato da Nocchi come reazione ad un sentimento di vergogna e sdegno per quanto accaduto, a mio avviso, può essere letto in parte anche come la conseguenza del sentimento di paura che, come affermato in un suo intervento dall’ex ambasciatore italiano Enrico Calamai dopo le sue esperienze in Argentina e in Cile durante gli anni Settanta, lascia tracce profonde anche a distanza di anni.

Questa testimonianza, come molte altre raccolte in questi anni da altri studiosi, è una memoria traumatica; un indicatore di questa sofferenza è il documento rilasciato dall’Ambasciata italiana a Santiago al nostro testimone, il quale successivamente deciderà di strapparlo. Oggi più che mai, è necessario rimettere insieme i pezzi di quel documento e ricomporre quella storia fatta di violenza e di nostalgia, ma anche di solidarietà e vicinanza.

Articolo pubblicato nel gennaio del 2020.




Migrazioni sarde e circoli tra Siena e Toscana

L’Italia, come nazione dai forti tratti regionali e dalla intensa attività migratoria, ha sviluppato nel tempo delle catene di rappresentanza degli emigrati all’estero. A New York o a Sidney sono nate intorno alle ambasciate o ai centri culturali, o per conto proprio, associazioni di aiuto e di rappresentanza regionale all’estero. Eoliani, molisani, ma anche laziali, veneti, piemontesi, ogni area regionale ha visto nascere associazioni che spesso hanno siti e si ritrovano on line. Così è avvenuto anche per l’emigrazione sarda. La pagina “Sardegna migranti – Regione Sarda” mostra una mappa di sardi e di circoli in America ed Europa e Australia assai fitta.

Per ciò che riguarda l’emigrazione italiana in Italia centrale e la relativa nascita dei circoli occorre riconoscere una particolarità e cioè che – a parte gli storici circoli dei sardi a Roma – essa è legata in modo significativo al fenomeno della migrazione dei pastori tra gli anni ‘60 e ‘80 del Novecento. Infatti approfittando della situazione favorevole per via dell’abbandono delle campagne nell’Italia centrale da parte dei mezzadri, e la crisi di quel tipo di agricoltura, molte famiglie di pastori della Sardegna interna hanno affittato la terra e si sono trasferite con greggi, cani e bambini in Continente.

La sollecitazione a partire veniva dalla storica assenza di proprietà terriera pastorale in Sardegna, dove le aziende erano caratterizzate dalla continua ricerca di pascoli e da un pesante nomadismo. E veniva qualche volta anche dal disagio di situazioni locali fortemente caratterizzate da storiche faide familiari. Nel tempo anche in Sardegna sono state realizzate aziende pastorali moderne con proprietà della terra con l’espansione dei pastori verso il Campidano e il progressivo acquisto dei pascoli. Ma i primi successi della nuova azienda pastorale, in provincia di Siena, si sono avuti nell’area della agricoltura ex mezzadrile e nelle zone più scabre e inadatte alla agricoltura vera e propria, dove i pastori sardi si sono insediati in zone come le Crete senesi, in aree interne del Monte Amiata, ma anche in classiche zone di piano-colle mezzadrile come la Val di Chiana e la Val d’Arbia.

Questa colonizzazione è stata positiva sia per i sardi che per l’agricoltura toscana. L’emigrazione, difficile per lo sradicamento sociale e culturale, ma di successo imprenditoriale, ebbe dei problemi di immagine per l’incontro di tradizioni e culture diverse, ma anche per il verificarsi di casi di sequestro di persona che avevano utilizzato la nuova rete insediativa pastorale. Il Circolo dei sardi Peppinu Mereu (un poeta popolare sardo, morto assai giovane) nacque nel 1985 per dare una risposta alla difficoltà di ambientazione dei migranti e per affermare l’onestà e la laboriosa vita produttiva dei pastori, contro l’immagine che rischiava di affermarsi a causa di alcune frange delinquenziali. Il primo presidente, Pietro Siotto di Orune, era pastore e poeta in ottave.

Negli anni ’80 una attenzione al fenomeno venne dalla Regione Toscana, che promosse a Siena una Conferenza dell’Agricoltura che mostrò l’importante ruolo nel PIL agricolo della pastorizia sarda. Inoltre nel tempo il pecorino toscano, prodotto con il latte di pecore sarde, fu riconosciuto come prodotto DOP, con uno straordinario e felice ibridismo culturale. Il Circolo di Siena accomunò vari aspetti dell’emigrazione sarda, tra questi anche i professori e gli studenti universitari. Vi ebbe un ruolo importante Luigi Berlinguer, docente e poi Rettore a Siena, che era stato anche consigliere regionale per la Toscana. Il Circolo entrò nella FASI, la rete nazionale dei circoli sardi , e quindi ebbe il riconoscimento e un contributo da parte della Regione Sardegna per le spese finalizzato alla valorizzazione della cultura sarda. Negli anni ‘90 venne avviato anche un programma di iniziative culturali finalizzato alla valorizzazione degli scrittori sardi, ma anche dei vini e dei prodotti della gastronomia. L’emigrazione sarda aveva anche favorito la creazione di un piccolo universo di allevatori di cavalli e di fantini che entrarono nel quadro della vita del Palio e delle contrade di Siena dove sono ancora ben radicati. Fantini e cavalli sardi (ben oltre il famoso ‘Aceto’) sono ancora all’ordine del giorno nei Palii passati e futuri. Il circolo serve anche a restituire una immagine di autonomia e di non-subalternità della cultura sarda, della sua storia, della sua letteratura ed arte.

Nel panorama dei circoli regionali Firenze, con l’ACSIT (Associazione Culturale Sardi in Toscana), ha un ruolo importante per fare rete. A Firenze ci sono state mostre importanti sull’archeologia nuragica, concerti ed eventi culturali. Così la grande stagione del romanzo sardo, avviatasi dopo gli anni ’80 e ancora assai viva, ha visto autori e libri presentati nella rete dei Circoli. Negli ultimi anni è stato dato rilevo alla valorizzazione di Emilio Lussu, (figura centrale della Sardegna del ‘900) e del suo ruolo nella elaborazione costituzionale delle autonomie. Sempre nel 2019 si è evidenziato il contributo degli emigrati sardi alla Resistenza in Toscana, ma anche nell’Italia del centro-nord.

I Circoli hanno acquisito dimensioni che vanno oltre l’incontro nostalgico con il cibo e il ballo tradizionale, cercando di essere ambasciatori di una cultura regionale dinamica cui gli emigrati continuano a dare un contributo.

Negli anni ‘80 la Provincia di Siena promosse una ricerca sull’immigrazione dei pastori sardi, che fu condotta dall’Università e diretta dal Prof. Pier Giorgio Solinas, docente di Etnologia a Siena. Questa ricerca raccolse storie, vissuti, innovazioni sociali e culturali di questo mondo innestato nella cultura toscana. Si trattava allora di circa 1000 famiglie. Nel 1998 una indagine di Famiglia cristiana, parlava di 2000. In quegli anni una indagine del sociologo Benedetto Meloni approfondì questi temi, mentre anche in Sardegna nascevano studi sulle nuove forme del pastoralismo[II].

Il Circolo di Siena vorrebbe rinnovare quella indagine per vedere come si è evoluto quell’insediamento e come ha funzionato nel passaggio delle generazioni. Nel 2019 anche in Toscana il mondo pastorale di origine sarda ha segnalato il proprio disagio riguardo il prezzo del latte aderendo alle manifestazioni promosse in Sardegna, ed ha avuto il drammatico onore delle cronache per alcuni assalti alle greggi da parte di lupi o di cani inselvatichiti. Un mondo aperto e dinamico , sul quale dopo ormai 60 anni sarebbe utile fare un bilancio e un aggiornamento: forse oggi sono i Circoli a potere essere protagonisti dello studio della propria storia vicina sulla nuova terra della loro vita. La Toscana dove sono nati figli e nipoti. Toscani a tutti gli effetti.

Note
[I] Immagine tratta da «Famiglia Cristiana», 7, 1998.
[II] Ρ. G. Solinas, Pastori sardi in provincia di Siena, Laboratorio Etno-Antropologico, Dipartimento di filosofia e scienze sociali, Siena 1990, 3 voll.; A. G. Murru Corriga, Dalla montagna ai campidani, Edes, Sassari 1990; B. Meloni, Pastori sardi nella campagna toscana, in «Meridiana», 25, 1996.

Articolo pubblicato nel dicembre 2019.